Partito Ba’th, FPLP: «La cultura della Resistenza è una necessità per affrontare il nemico sionista»

da Sana.Sy

Il Segretario Regionale aggiunto del Partito Arabo Socialista Baath, Hilal Al-Hilal, ha invitato le forze, i partiti e le organizzazioni patriottiche e nazionali a rafforzare la cooperazione e il coordinamento tra di loro per superare la fase pericolosa che attraversano i popoli e i paesi della nazione araba, in particolare, sulla scena palestinese.

Ricevendo una delegazione del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), guidata da Abu Ahmad Fouad, Vice Segretario Generale del Fronte, al-Hilal ha dichiarato che la cultura e la linea della resistenza sono una necessità per affrontare il nemico sionista nella regione.

Al-Hilal ha osservato che la Giornata internazionale di Al-Quds è coincisa quest’anno con l’aggressione criminale lanciata contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza.

A loro volta, il capo e i membri della delegazione del FPLP hanno sottolineato che l’aggressione lanciata contro la Palestina è la stessa che colpisce la Siria, salutando la posizione della Siria che difende da sempre la causa palestinese.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Israele invade Gaza per dominare lo scenario geostrategico del MO

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di Achille Lollo, da Roma per il Correio da Cidadania – Lunedì, 21 Luglio 2014
 

Dall’inizio dell'”Operazione Margine di Protezione (Protective Edge), il Presidente degli USA, Barack Obama, ha difeso l’attacco alla Fascia di Gaza, dichiarando in TV: “… Israele ha il legittimo diritto di difendersi dagli attacchi dei terroristi, tentando, tuttavia, di non coinvolgere i civili...”. A seguire, tutti i capi di governo europei, come anche gli alleati asiatici, africani e latino-americani, hanno giustificato il brutale attacco dell’esercito sionista che, nei primi 12 giorni dell’invasione, ha ucciso 339 persone, tra cui molti bambini, oltre a ferire gravemente 2.562 palestinesi, nella maggioranza civili, mentre gli sloggiati sono circa 55.000.

 

L’appoggio incondizionato a favore del governo sionista di Israele e la condanna irrevocabile contro Hamas e il popolo palestinese di Gaza vengono dalla campagna mediatica che la stampa sionista e i partiti della destra israeliana hanno promosso contro Hamas, a partire dal 12 giugno, subito dopo il misterioso assassinio di tre giovani israeliani, realizzato nei dintorni di Hebron. Di fatto, ancora oggi vi sono vaghi sospetti che l’assassinio dei tre giovani israeliani sia stato realizzato da una fantasmagorica cellula jihadista, che non ha mai rivendicato l’ esecuzione e che sarebbe formata da membri della tribù Qawasameh, tradizionalmente nemici di Hamas – e che, secondo alcuni analisti, è stata infiltrata da agenti doppi del Mossad, il servizio segreto israeliano, notoriamente specializzato in “Operazioni Speciali”.

 

Un contesto che è stato subito confermato dai media occidentali, permettendo, così, al primo ministro Benjamin Netanyahu di incolpare pubblicamente la direzione di Hamas del triplice assassinio e proclamare, davanti ai microfoni delle TV, una vendicativa invasione, sottolineando: “Daremo una dura lezione ad Hamas, distruggendo tutti i tunnel che nella Fascia di Gaza servono di base ai terroristi…”

 

Successivamente, gli effetti della manipolazione mediatica hanno permesso all’esercito sionista di realizzare in Cisgiordania una gigantesca “operazione preventiva” che, in meno di 48 ore, ha portato alla cattura di circa 1.300 militanti di Hamas, tra i quali Aziz Dweik, di 66 anni, portavoce del Consiglio Legislativo Palestinese. Una operazione che è stata acclamata dall’opinione pubblica sionista israeliana, dal momento che l’esercito è tornato ad arrestare i 570 ex-prigionieri politici palestinesi residenti in Cisgiordania, che erano stati liberati il 18 ottobre 2011, quando Hamas ha scambiato il soldato israeliano Gilad Shalit (catturato nei dintorni di Gaza, nel 2006) con la liberazione di 1.027 prigionieri politici palestinesi.

 

Bisogna anche dire che, mentre i 1.300 palestinesi sono rimasti prigionieri senza specifiche accuse del Tribunale di Hebron e, per questo, soggetti a umilianti interrogatori da parte degli investigatori del Shin Bet (Sicurezza Interna), notoriamente specializzati nella tortura fisica e psicologica, il gruppo di coloni sionisti, responsabile del linciaggio del giovane palestinese Mohamed Abu Jadair (che il due luglio è stato sequestrato e poi bruciato vivo nella piazza del quartiere di Shoafat, a Gerusalemme Orientale) continuano a essere liberi.

 

 

L’invasione

 

É evidente che il triplice assassinio di Hebron è stata la miccia necessaria al governo sionista per poter mobilizzare l’opinione pubblica israeliana, anche quella “non sionista” e, così, legittimare l’attacco contro la Striscia di Gaza “per dare una lezione ad Hamas”. Praticamente, l’“attacco totale” per distruggere la struttura militare di Hamas è un progetto che lo Stato Maggiore dello Tzahal ha programmato nel 2006 per contrapporsi alla decisione di Ariel Sharon che, in qualità di primo ministro nel 2004 e 2005, ha proclamato “la ritirata unilaterale di Israele dalla Striscia di Gaza, per ragioni di sicurezza”. Così, nel 2008, è stata lanciata l’operazione “Piombo Fuso” e, poi, nel 2012, è stato realizzato un altro grande attacco denominato “Pilastro difensivo”. Tuttavia, nessuna delle due operazioni è stata terminata, perché gli effetti delle nefande azioni realizzate dall’esercito e dall’aviazione israeliane hanno sollevato l’accusa di genocidio e di pulizia etnica da parte del Consiglio dei Diritti Umani dell’ ONU. È sufficiente ricordare che, nel 2008, l’operazione “Piombo Fuso” ha provocato la morte di 1400 civili palestinesi! Anche così, i rappresentanti permanenti degli USA, della Gran Bretagna e della Francia nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU hanno vetato qualunque tipo di sentenza di condanna contro Israele che, grazie alla complicità dei paesi della NATO, continua impunita dal 1948, cioè, da quando le brigate dei gruppi sionisti hanno invaso i territori della Cisgiordania, espulsando la maggior parte della popolazione palestinese.

 

Nel gennaio 2013, nonostante l’inutile interferenza del Segretario di Stato degli USA, John Kerry, lo Stato Maggiore dello Tzahal (Forze Armate Israeliane), e le dirigenze del Mossad (Intelligenza e Operazioni Speciali), dell’Aman (Intelligenza Militare) e dello Shin Bet (Sicurezza Interna), con la piena conoscenza del governo, hanno cominciato a mettere a punto la pianificazione dell’“Operazione Margine di Protezione” (Protective Edge). Tanto che, il 20 maggio 2014, il comandante della Forza Aerea di Israele, maggior-generale Amir Eshel, nell’intervenire nella Decima Conferenza Annuale sulla Sicurezza Nazionale, dichiarava: “Io credo che, negli ultimi due anni, le nostre capacità operative sono abbastanza cresciute, seconde appena a quelle degli Stati Uniti, se si considera un punto di vista tanto offensivo che difensivo…”, aggiungendo, poi: “Oggi, la Forza Aerea di Israele (IAF) ha una capacità offensiva senza precedenti, il che ci permette di attaccare con precisione migliaia di obiettivi in un unico giorno, questo perché, negli ultimi due anni, abbiamo raddoppiato la nostra capacità operativa di due volte. Così, alla fine del 2014, avremo un miglioramento stimato del 400% delle nostre capacità offensive in relazione al passato recente, come risultato di un lungo processo di miglioramento”.

 

Parole estremamente chiare che evidenziano, senza alcun dubbio, che la Forza Aerea Israeliana, con i suoi F15 e F16, armati con “bombe intelligenti GBU-28”, insieme ai missili di lunga gittata “Gerico”, può raggiungere tutte le città del Medio Oriente, incluse quelle della Siria e dell’Iran. In quest’ottica, è risultato chiaro che l’invasione contro Gaza è stata appena una dimostrazione strategica del potenziale militare di Israele. Una dimostrazione che gli strateghi di Tel-aviv vogliono che sia, prima di tutto, un segnale di allarme per i paesi del Medio Oriente che ancora dubitano degli elementi politici decisionali, del potere militare e della visione strategica di Israele. Di fatto, alle 21 e 23 minuti del giorno 17, il primo ministro Benjamin Netanyahu autorizzava la continuazione delle direttive belliche dell’“Operazione Margine di Protezione” in tutto il territorio della Striscia di Gaza, mobilitando altri 18.000 riservisti, che si sono aggiunti ai 56.000 già posizionati lungo la frontiera della Striscia di Gaza.

 

 

La “Guerra Totale”

 

Pianificata per essere eseguita con 74.000 soldati allo scopo di “ripulire”, per la durata di due mesi, la periferia e i campi di rifugiati di Gaza City e dei quartieri di Beit Lahia, Jabalia, Beit Haroun, Deir al-Balah, Khan Yunis, Abassan al-Kabera e Rafah, l’invasione terrestre è stata preceduta da un primo bombardamento “a tappeto”, che è durato 5 ore, colpendo tutta la rete di infra-strutture delle suddette città, in particolare i nodi di distribuzione delle compagnie di elettricità, gas, acqua e telefono, i ponti, come anche i grandi centri commerciali, i magazzini di carne e tutti i palazzi dell’amministrazione pubblica.

 

Un bombardamento che è cominciato prima a nord di Gaza, nella regione di Beit Lahiya, dove i caccia-bombardieri hanno scaricato bombe di frammentazione di 500 kg e bombe di penetrazione di 1.000 kg. A seguire, un’altra ondata di aerei hanno investito il quartiere di Choujaiya, ad est della Fascia, mentre una terza ondata ha scaricato il suo carico di bombe e razzi su Gaza City raggiungendo anche un campo di rifugiati dell’ONU e l’ospedale Al-Wafa. Da parte loro, le corvette e le navi lancia-razzi distruggevano tutti i tipi di costruzioni localizzate nel litorale di Gaza City. Nel frattempo, l’artiglieria (carri armati, cannoni di lunga gittata, mortai e rampe per razzi) martellava gli edifíci localizzati lungo la frontiera, fino a raggiungere la periferia di Gaza City.

 

Solamente dopo di questo bombardamento sistematico, i battaglioni di fucilieri e delle truppe speciali hanno cominciato ad avanzare con estrema prudenza tra le macerie delle case.

 

La stampa europea e, soprattutto, quella statunitense hanno fatto di tutto per minimizzare la brutalità dei bombardamenti “a tappeteo” dei giorni 17, 18 e 19, enfatizzando i comunicati del portavoce dell’esercito sionista, il tenente-colonnello Peter Lerner, secondo il quale “…Le unità della Forza Aerea Israeliana hanno realizzato soltanto bombardamenti chirurgici contro gli obiettivi militari di Hamas…”.

 

Ma il cinismo dei sionisti ha toccato l’apice quando il presidente israeliano, Shimon Peres (che nel 1994 ha ricevuto il premio Nobel per la Pace per poi, nel 2005, unirsi ad Ariel Sharon nel nuovo partito di destra Kadima), in un’intervista per la BBC dopo l’assassinio di quattro ragazzini palestinesi, ha avuto la sfrontatezza di dire: “…Mi dispiace profondamente per la morte delle giovani vittime che si è prodotta per un incidente, dal momento che i nostri piloti hanno ricevuto l’ordine di non tirare dove ci sono bambini. Sfortunatamente, nel luogo

 

Dopo che questa intervista ha girato per tutto il mondo, contribuendo a rinforzare lo show mediatico dello Stato Sionista e dei suoi alleati, la TV araba Al Arabya divulgava una nota del portavoce del centro di pronto soccorso di Gaza, Ashraf al-Qudra, che annunciava ancora una volta, nel quartiere di Sabra, la morte di tre bambini, rispettivamente di 7, 8 e 10 anni, che sono stati raggiunti da un razzo sul terrazzo della loro casa, nel momento in cui stavano dando da mangiare ai loro colombi. Subito dopo, il direttore dell’ospedale, Basman Alashi, informava che, anche nella spiaggia di Gaza, altri tre ragazzi, di 10, 12 e 13 anni, erano morti colpiti, il giorno 18, dai cannoni delle corvette israeliane.

 

Il pomeriggio del giorno 19, il numero di palestinesi morti per effetto dei bombardamenti è arrivato a 339, mentre i feriti ammontavano a 2.562, senza contare, peraltro, i morti e i feriti che sono rimasti sepolti sotto le macerie dei palazzi colpiti. Morti e feriti che nella loro stragrande maggioranza sono civili, in particolare bambini, donne e anziani.

 

I miliziani delle Brigate Ezzedin al-Qassam hanno continuato a nascondersi nei tunnel sotterranei, da dove tiravano contro il territorio di Israele 1.663 razzi Qassam. Di questi, solamente 346 sono stati intercettati dal sistema anti-razzo “Iron-Dom”, dell’esercito israeliano; i restanti non hanno colpito nessun obiettivo strategico importante. A questo proposito, bisogna ricordare che l’efficacia dei razzi Qassam è molto ridotta, per essere questo un progetto artigianale sviluppato, nel 2001, da Nidal Fat’hi Rabah Farahat. Oggi, il razzo Qassam è più un’arma politica che rappresenta lo spirito di resistenza dei Palestinesi di Gaza e il loro appoggio politico ad Hamas e ai miliziani delle Brigate Ezzedin al-Qassam.

 

Secondo le dichiarazioni del portavoce dell’esercito sionista, il tenente-colonnello Peter Lerner, i bombardamenti continueranno ancora per altri due o tre giorni, cioè, fino a quando inizieranno i logoranti combattimenti “casa per casa” tra i miliziani che escono dai tunnel e i soldati israeliani che aspirano a controllare i perímetri urbani. È in questa fase che comincerà la vera “Operazione Margine di Protezione”, con i soldati israeliani che mirano a finirla fisicamente, in meno di trenta giorni, con le Brigate Ezzedin al-Qassam, mentre i miliziani tenteranno di trasformare Gaza City in una seconda Stalingrado.

 

 

Gaza e lo scenario geo-strategico regionale

 

Mentre l’esercito israeliano continua a bombardare la Fascia di Gaza, i dirigenti di Hamas non accettano di negoziare il cessate-il-fuoco, proposto dal segretario dell’ONU, Ban Ki-moon che, in realtà, non risolve la condizione di assoluto isolamento diplomatico ed economico a cui la Striscia di Gaza è sottoposta. Praticamente, il governo sionista impedisce il funzionamento dell’aeroporto e dei porti, oltre ad avere ottenuto dall’Egitto la chiusura dell’unica entrata commerciale attraverso il posto di frontiera di Rafah.

 

È in questo ambito e con la recrudescenza delle operazioni militari a Gaza che il primo ministro, Benjamin Netanyahu, sta riuscendo a costruire un nuovo scenario geo-strategico, la cui complessità può interferire con la rappresentatività e le proiezioni politiche che il Dipartimento di Stato degli USA ha elaborato, recentemente, per il Medio Oriente.

 

 

Gli Stati Uniti

 

Per comprendere la posizione che Benjamin Netanyahu ha assunto negli ultimi mesi, come anche l’appoggio illimitato che ha ricevuto dai comandi delle Forze Armate e dalle dirigenze dei potenti servizi segreti (Mossad, Aman e Shin Bet), bisogna dire che ciò riflette anche il conflitto politico interno al Partito Democratico, tra il clan dei Clinton e il gruppo che ancora appoggia Barack Obama, del quale John Kerry è il portavoce nell’ambito internazionale. Infatti, è notorio l’attuale procedere ondivagante, a forma di zig-zag della politica estera della Casa Bianca verso il Medio Oriente. Per esempio, quando l’Arabia Saudita ha deciso di finanziare il colpo di Stato contro il Presidente dell’Egitto, Mohamed Morsi, i sauditi non hanno chiesto l’autorizzazione alla Casa Bianca, bensì hanno informato solo le autorità di Tel-aviv, che hanno incoraggiato l’iniziativa, dal momento che Morsi e il governo della Fratellanza Musulmana stavano aiutando la dirigenza di Hamas a rompere l’isolamento imposto dall’esercito sionista.

 

Di fatto, il golpe guidato dal generale Sisi, ha creato seri problemi di credibilità alla Casa Bianca, visto che in un primo momento il presidente Obama aveva deciso di sospendere l’aiuto militare destinato all’Egitto, per un importo di 1,6 miliardi di dollari. Poi, quando la potente lobby sionista di Wall Street ha espresso il suo pensiero, Obama ha inviato John Kerry al Cairo per rinegoziare con il generale Sisi la continuazione dell’antico accordo di cooperazione firmato dai tempi di Mubarak.

 

Nella questione della Palestina, Benjamin Netanyahu ha storto la faccia quando la Casa Bianca ha appoggiato l’ accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas. Inoltre, questo è stato il motivo per seppellire definitivamente le negoziazioni di pace, costruite pazientemente da John Kerry e dal presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmud Abbas.

 

Infine, il governo sionista e in particolare i comandi militari non hanno gradito l’apertura diplomatica che la Casa Bianca ha realizzato verso il nuovo presidente dell’Iran, il moderato Hassan Rohan, visto che lo smantellamento pacifico delle centrali nucleari iraniane eliminava l’ipotesi dell’attacco aereo con gli F-15 e gli F-16 israeliani.

 

In aggiunta, in ciò che si riferisce alla guerra civile in Siria, il governo sionista e la monarchia saudita hanno disapprovato le iniziative diplomatiche di John Kerry, che con l’insignificante realizzazione delle cupole “Ginevra-1” e “Ginevra-2” hanno dato al regime di Bashar al-Assad un importante respiro politico, che ha permesso la ripresa dell’iniziativa militar e, più recentemente, la vittoria nelle elezioni. Inoltre, i sionisti e i sauditi hanno censurato Barack Obama per aver “vacillato”, quando i media occidentali hanno accusato, ingiustamente, l’ esercito di Damasco di aver usato le bombe chimiche contro i civili. In realtà, l’indecisione di Obama ha dato il tempo per scoprire che sono stati gli uomini della Brigata Al-Nusra a provocare il disastro chimico di Homs.

 

 

L’Iran

 

A partire dal giorno 20 luglio, John Kerry ha aperto un canale di comunicazione con il presidente dell’Iran, Hassan Rohan, per definire un’agenda di lavoro sulle future negoziazioni per la ritirata delle sanzioni economiche imposte dall’Occidente, mentre l’Iran accettava di smantellare le centrali nucleari considerate “improprie” per l’uso civile. Conseguentemente, gli USA e l’Iran dovranno definire l’inizio delle negoziazioni realizzate con una “deadline 5+1”, cioè, con la partecipazione di Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania.

 

È evidente che Israele è contro questa “deadline”, dal momento che l’Iran, dopo lo smantellamento delle sue centrali nucleari, potrà diventare il nuovo grande partner dell’Occidente, come lo era l’Iran dello Scià Reza Pahlevi. Per questo, insieme all’Arabia Saudita (che odia l’Iran), il governo sionista ha permesso che gli agenti del servizio segreto Mossad andassero in Siria e in Iraq per allenare e monitorare i combattenti dell’ISIS. In questo modo, oltre a impedire il consolidamento politico ed economico del governo iracheno dello sciita Nuri al-Maliki, molto legato all’Iran, Israele potrà destabilizzare il futuro relazionamento del governo iraniano con le potenze occidentali, i cui servizi segreti hanno determinato il successo del Califfato dell’ISIS.

 

 

L’Iraq

 

Nel 2012, nessuno credeva che i servizi segreti della Gran Bretagna, della Francia, degli USA e, soprattutto, di Israele, stessero allenando in Siria le bande jihadiste irachene. Egualmente, nessuno pensava che in poco tempo le stesse sarebbero riuscite ad attaccare la regione centrale dell’Iraq e ad impadronirsi di vari campi petroliferi, allo scopo di finanziare le proprie attività militari. Per questo, nel 2013, differenti imprese “fantasma” israeliane e saudite già stavano comprando il petrolio che l’ISIS rubava in Siria e in Iraq, pagando appena il 50% del valore di mercato. Praticamente, l’ISIS sopravvive con la formula del petrolio rubato, con la quale il misterioso Al-Baghdadi può pagare i 30.000 combattenti fondamentalisti e sostenere la struttura amministrativa di un “Califfato” che, in teoria, si estende dalle regioni nord-orientali della Siria fino al centro dell’Iraq.

 

A causa dello spudorato comportamento dell’esercito iracheno a Mossul, il governo centrale dell’Iraq, diretto dal presidente Jalal Talabani (curdo) e dal primo ministro Nuri al-Maliki (sciita) è entrato in crisi, portando alla luce, così, tutte le contraddizioni politiche, istituzionali, economiche e militari provocate in Iraq dopo 10 anni di occupazione statunitense. Peggiore di tutto questo, è la cecità politica del governo maggioritario sciita che ancora non riesce a relazionarsi con i sunniti e i curdi.

 

Di fatto, con l’uscita del contingente militare degli USA (120.000 uomini) e la fine dei miliardari investimenti “per l’istaurazione della democrazia”, in Iraq si è creato un pericoloso “buco nero”, che la Casa Bianca pensa di potere chiudere con la riformulazione del governo del primo ministro Nuri al-Maliki, direttamente controllato dall’Iran, il cui riciclaggio politico passa per la rinuncia del programma nucleare militare, oltre che per la garanzia di una regolare fornitura di gas e di petrolio all’Occidente.

 

È evidente che le “eccellenze” della strategia sionista sostengono il processo di “balcanizzazione” dell’Iraq, con il quale pretendeno evitare la formazione di un nuovo asse politico, economico ed energetico tra Washington e Teheran.

 

Non è stato per caso che, quando John Kerry era a Erbril, per incontrarsi con il presidente della regione autonoma del Curdistan, Masud Barzani, i consiglieri israeliani avevano già suggerito a Barzani di occupare le regioni petrolifere di Kirkut, che i curdi pretendono di integrare nella loro regione autonoma. Questa iniziativa ha fatto infuriare John Kerry, perché disarticola gli equilibri tra il Curdistan e il governo centrale di Nuri al-Maliki, oltre ad ampliare le rotture del modello istituzionale, in un momento in cui l’instabilità politica tra curdi e sciiti permette al “Califfato dell’ISIS” di presentarsi come il terzo Stato etnicamente riservato ai sunniti.

 

 

La Libia

 

La disintegrazione del “processo democratico occidentale” imposto dagli USA, dalla Francia e dalla Gran Bretagna, e la divisione etnica e tribale operata dalle milizie, legate ai servizi segreti dell’Arabia Saudita e del Qatar, hanno evidenziato la completa incapacità del Dipartimento di Stato degli USA e della stessa CIA nel rimodellare la vita politica, economica e, principalmente, militare della Libia. Questo fatto, agli occhi dei sionisti e del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha rinforzato ancora di più l’idea che Israele possa essere la nuova potenza regionale capace e pronta a dettare e a far rispettare regole e, pertanto, impedire il sorgere di altre Libie. Di fatto, il colpo di Stato in Egitto e la dura repressione che il governo del generale Sisi sta imponendo nel paese con la caccia ai membri della Fratellanza Musulmana, impediscono all’Egitto di tornare a essere la grande potenza araba, che garantisca l’“ordine occidentale” in Medio Oriente.

 

 

 

Gaza

 

Non c’è dubbio che, oggi, il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmud Abbas, è appena una figura decorativa nel frammentato movimento di resistenza palestinese. Egualmente, il suo posizionamento ondeggiante davanti alla politica arrogante e selettiva del governo sionista e i ricchi affari che la borghesia palestinese pratica con l’industria israeliana, hanno sepolto definitivamente la tesi “Due Stati per Due Popoli”, che Yasser Arafat era riuscito a imporre negli Accordi di Oslo, il 13 settembre del 1993.

 

D’altro canto, tutti i leaders politici palestinesi contrari alla linea politica di Mahmud Abbas e Mohamed Dahlan (appoggiato personalmente dall’emiro del Qatar) o sono stati definitivamente allontanati dalla vita politica o sono incarcerati nelle prigioni sioniste, come è successo a Marwan Al-Barghouti, leader di Fatah, e a Ahmad Sa’adat, segretario generale del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP), prigioniero in isolamento dal 2006.

 

Per questo, Hamas ha acquistato nel contesto palestinese una dimensione politica nazionale, visto che ha avuto il coraggio di governare e, allo stesso tempo, di rigettare le regole imposte dai governi sionisti. Allo stesso modo, la riconciliazione tra Fatah e Hamas è stata considerata dal governo sionista un atto non dichiarato di guerra, in un momento in cui lo stesso primo ministro, Benjamin Netanyahu, considera morti e sepolti gli Accordi di Oslo. Una posizione che, nonostante tutto, la Casa Bianca e i parlamenti di molti paesi europei ancora non hanno digerito.

 

Se poi si considera che Hamas è riconosciuto e appoggiato dal Qatar, mentre l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) è sostenuta dall’Arabia Saudita, risulta evidente che l’“attacco totale” alla Striscia di Gaza è anche una maniera per dire a tutto il mondo arabo, compresa la Turchia – che, nonostante la firma di accordi militari con Israele, ancora sostiene la creazione di uno Stato indipendente palestinese -, che la presenza di Hamas nella Striscia di Gaza dovrà essere la stessa che Fatah esercita in Cisgiordania. Cioè, demilitarizzata, senza nessuna autonomia finanziaria, totalmente dipendente dall’economia e dai trasporti israeliani, oltre che incline a permettere che pezzetti del suo territorio siano destinati alla colonizzazione sionista. Infine, un’entità minoritaria “politicamente pacificata e controllata nel quadro delle regole della società giudaica e dell’ordine dello Stato di Israele”.

 

D’altro lato, l’inflessibile decisione di Benjamin Netanyahu di distruggere la struttura militare di Hamas è stata una maniera di presentare agli Stati Uniti e ai paesi dell’Unione Europea il nuovo scenario geo-strategico del Medio Oriente, dove Israele è la potenza nucleare e militare che rappresenta e coordina gli interessi dell’Occidente in Medio Oriente. Infine, è la moderna proiezione politica, economica e, soprattutto, geo-strategica del “Grande Israele”.

 

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del “Correio da Cidadania”.

[Trad. dal portogheseper ALBAinformazione a cura di Marco Nieli]

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