Napoli: la rinascita di Gramsci

Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza – per il Comunismo (CARC)
Via Tanaro, 7 – 20128 Milano – Tel/Fax 02.26306454
e-mail: resistenza@carc.it – sito: www.carc.it

Ai membri, collaboratori e simpatizzanti del Partito dei CARC

Cinque seminari su Antonio Gramsci

Nella Festa della Riscossa Popolare che si terrà a Napoli nella seconda metà del mese di luglio terremo cinque seminari sulla rinascita di Antonio Gramsci.

In che senso Gramsci è vivo lo spiega lui stesso in una lettera alla cognata del 24 luglio 1933 dove racconta di avere parlato per una intera notte “dell’immortalità dell’anima in un senso realistico e storicistico, cioè come una necessaria sopravvivenza delle nostre azioni utili e necessarie e come un incorporarsi di esse, all’infuori della nostra volontà, al processo storico universale…”

A sentire dire di uno che è vivo anche dopo che è morto un materialista dovrebbe inorridire, ma, dice Marx, il difetto di ogni materialismo fino a oggi “è che l’oggetto, il reale, il sensibile è concepito solo sotto la forma di oggetto o di intuizione; ma non come attività umana sensibile, come attività pratica, non soggettivamente.” (Marx, Tesi su Feuerbach) È il fare che è reale, dice Marx, e la realtà di questo fare si incorpora nel processo storico universale, dice Gramsci, nel senso che diventa parte integrante e organica del movimento comunista, perché il movimento comunista è il “processo storico universale”, secondo lui e secondo noi, perché il senso della storia procede verso la realizzazione del comunismo. La carovana del (nuovo)PCI con il nostro Partito che ne è parte avanza in questo processo, cioè avanza nella costruzione della rivoluzione, e quindi è nello stesso processo in cui Gramsci vive, e realizza gli obiettivi da lui perseguiti utilizzando i metodi da lui indicati. Perciò noi parliamo non semplicemente di recupero, ma di rinascita di Gramsci.

Voi che siete o nel Partito dei CARC o prossimi al suo percorso siete la testa della rinascita. Il parto è cosa delicata oltre che gloriosa, e la mano che guida la testa del nascituro, la prima ad affacciarsi al mondo (se tutto va per il meglio), vuole scienza e sensibilità. Gli strumenti che Gramsci fornisce allo scopo sono indispensabili. Noi iniziamo a utilizzarli con sicurezza sufficiente, e li portiamo a disposizione vostra in questi cinque seminari, che fissiamo come tappa

1. per imparare a pensare,

2. per insegnare a pensare, perché la teoria è rivoluzionaria se e solo se viene fatta propria dalle masse popolari,

3. e per imparare a dirigere, dirigere non solo entro il partito, nei collettivi in cui siamo, ma in ogni nostra relazione, inclusa quella con noi stessi, incluso cioè il dirigersi, l’orientarsi autonomamente.
Queste tre corsie che compongono la via della rivoluzione socialista daranno a ciascuno di voi il potere di fare quello che decide di fare, perché “nella rivoluzione socialista quello che pensiamo decide di quello che facciamo.” (La Voce del (nuovo)PCI, n. 46, marzo 2014, p. 23). Comprendete, quindi, quale valore i seminari possono avere. “Possono”, perché la verità che essi esprimono è tale solo se voi la fate vostra, sarà tale solo quando e in quanto voi la fate vostra. Noi siamo comunisti, non preti. I preti hanno la verità da dire al loro gregge, noi la verità la costruiamo giorno dopo giorno, insieme, ed è elevazione e liberazione collettiva e universale.
Ogni seminario tratterà un tema.

Il primo tratterà della concezione comunista del mondo, e si terrà giovedì 17 luglio dalle 14.30 alle 17.30. Tratterà di quella che comunemente viene chiamata “filosofia”, che noi, sulla via intrapresa da Gramsci e dagli altri grandi dirigenti del movimento comunista internazionale, risolleviamo alla dignità di scienza per la comprensione e la trasformazione del mondo e di noi che ne siamo parte integrante.

La filosofia capace di trasformare la realtà è teoria rivoluzionaria: è strumento e arma. La trasformazione che attua è intellettuale e morale. Mutiamo il nostro modo di pensare e di comportarci. Perciò realizziamo la riforma intellettuale e morale che è stato uno degli argomenti principali di cui Gramsci ha scritto in carcere. Ne trattiamo nel secondo seminario, venerdì 18 luglio, dalle 14.30 alle 17.30.

Ci sono quelli che per senso comune e per malafede pensano e dicono che la teoria rivoluzionaria e la morale che comporta “sono solo parole”. Noi invece sappiamo, quanto fu efficace la teoria rivoluzionaria la cui importanza fu dichiarata del Lenin nel 1903. Gramsci lo dice: la Rivoluzione d’Ottobre fu il “capolavoro metafisico” di Lenin. Anche i massimi esponenti della classe che la nostra rivoluzione spazzerà via lo sanno, motivo per cui conducono contro di noi una guerra particolare, nell’ambito della guerra generale che conducono contro le masse popolari e contro i popoli del mondo. È una guerra di sterminio, dove l’umanità è costretta a vivere e a morire secondo i criteri di un assetto sociale inutile e assassino, finalizzato alla necessità di fare profitti di una infima minoranza della popolazione mondiale, la borghesia imperialista. A questa guerra si risponde con guerra, come risposero i partigiani agli occupanti nazisti. È una guerra specifica, la cui natura Gramsci inizia a spiegare, che Mao mette in pratica all’altro capo del mondo, e di cui la carovana del (nuovo)PCI dà, finalmente, definizione sintetica e scientifica applicabile ai paesi imperialisti. È Guerra Popolare Rivoluzionaria di Lunga Durata, quella che Gramsci chiama guerra di posizione, ed è prima di tutto conquista delle menti e dei cuori delle masse popolari. Di questo tratta il terzo seminario di martedì 22 luglio, dalle 14.30 alle 17.30.

Parlando di guerra, sarà più semplice farci comprendere dalle masse popolari del Meridione italiano. In questa terra la guerra di sterminio della borghesia imperialista è più feroce: tra le sue armi ci sono la disoccupazione, l’inquinamento, l’oppressione intellettuale e morale, il maschilismo, e dove non bastano allo sterminio in atto intervengono a dare il colpo di grazia le organizzazioni criminali. Discutiamo di come chiudere la questione meridionale, partendo dall’intelligenza che un meridionale come Gramsci ha, nel quarto seminario, venerdì 25 luglio, dalle 14.30 alle 17.30.
La riforma intellettuale e morale che è fondamento della rivoluzione, che si costruisce come una guerra, ha come avversario principale il potere più forte del paese, quello del Vaticano. Gramsci ne ha compreso bene punti di forza e di debolezza, e noi pure. Discutiamo insieme come liberarci da questo peso che ci opprime da secoli e che non possiamo più tollerare nel quinto seminario, sabato 26 luglio, dalle 15.30 alle 18.00.

Vi invitiamo a partecipare. Sarà utile comunicare la vostra partecipazione fino da subito al compagno Paolo Babini, all’indirizzo carc.int.dept@alice.it, o come messaggio su Facebook a Paolo Babini (paolobabini@facebook.com). La Commissione Rinascita Gramsci, che organizza le iniziative, sta concludendo percorsi di raccolta dei testi in riferimento a ciascun tema, e prevede di inviarne sintesi a ciascun partecipante prima delle date stabilite per ciascun seminario.
Informiamo che domenica 20 giugno, dalle 17.30 alle 21, si terrà una iniziativa pubblica dal titolo La rinascita di Antonio Gramsci.

A nome della Commissione Rinascita Gramsci e del Partito dei CARC vi saluto. Abbiamo intrapreso la via giusta, gloriosa e bella, come la bandiera rossa. Le mondine dicono di questa bandiera: “gloriosa e bella, noi l’abbiam raccolta e la portiam più su, dal Vercellese a Molinella, alla testa della nostra gioventù” e che noi “l’abbiam raccolta e la portiam più a sud”, a Napoli, dall’inizio alla fine della Festa della Riscossa Popolare.

Commissione Rinascita Gramsci

Firenze, 3 luglio 2014

La crisi in Iraq fa implodere il progetto geo-strategico degli USA per il Medio Oriente

di Achille Lollo, da Roma, per il Correio da Cidadania – Venerdì, 27 Giugno 2014

Nel gennaio del 2014, i gruppi armati jihadisti che compongono la struttura militare dell’ISIS (Califfato Islamico dell’Iraq e della Grande Siria), dopo aver annientato fisicamente i battaglioni dell’ esercito iracheno che difendevano la città di Fallujah, nel centro dell’Iraq, hanno lanciato un’altra offensiva, questa volta, contro Tikrit, Tal Afar e Mossul, le città della regione petrolifera del nord-est dell’Iraq.

La resa del triangolo petrolifero è avvenuta inaspettatamente nella prima settimana di giugno, come risultato dell’impreparazione dell’esercito iracheno. Cosa che è risultata evidente soprattutto nella difesa di una città tanto importante come Mossul, dove il governo di Baghdad amministrava la principale raffineria dell’Iraq, oltre ad avere una succursale del Banco Centrale, che nei suoi forzieri conservava 465 milioni di dollari e circa 80 kg di lingotti d’oro.

Questo fatto, associato alla brutalità dei combattenti dell’ISIS, che, a Mossul, hanno assassinato tutti i prigionieri civili e militari di religione sciita e cristiana, è stato riportato dalle televisioni del mondo intero, rendendo ancora più salda la dirigenza di Abu Bakr al Baghdadi.

D’altro canto, il coraggio del leader dell’ISIS nell’attaccare direttamente il governo di Baghdad ha fatto sì che i combattenti jihadisti fossero trattati con simpatia da parte dei sunniti, al punto di ricevere l’inaspettato consenso dei “Consigli del Risveglio”, della Confederazione Tribale Sunnita dei Dulaimi, che controlla, quasi per intero, la provincia di al-Anbar, considerata l’ ante-sala della capitale Baghdad.

Uno scenario che ha stimolato i combattenti dell’ISIS ad avanzare in direzione della capitale Baghdad – in visto di ciò, il giorno 15 giugno, i gruppi armati di Abu Bakr al Baghdadi hanno assunto il controllo delle quattro città strategiche della provincia di al-Anbar (Qaim, Rutba, Rawa e Anah). In seguito, il giorno 19, altri gruppi hanno attaccato i distaccamenti dell’esercito iracheno a al-Walid e a Turaibil – importanti posti di frontiera con la Siria e con la Giordania -, per poi, il giorno 23, attaccare la raffineria di Baiji, localizzata a 200 km dalla capitale Baghdad.

La rapidità con la quale l’ISIS si è mossa nella provincia di al-Anbar, con quasi 20.000 uomini, molto bene armati e in gran parte venuti dai campi di battaglia della Siria, ha spaventato gli strateghi della Casa Bianca, mentre il panico si diffondeva in molte cancellerie europee, provocando l’immediato aumento di cinque dollari del prezzo del barile di petrolio. Tuttavia, la sensazione di disastro e sconfitta si è data quando il primo ministro dell’Iraq, Nuri al-Maliki, ha chiesto agli USA di inviare urgentemente caccia-bombardieri e piloti per annientare con bombe al fosforo bianco e a frammentazione le posizioni degli uomini dell’ISIS a Mossul e a Qaim. Questa richiesta ha praticamente aumentato, ancora di più, l’isteria del presidente degli USA e della prima ministra della Germania, Angela Merkel.

Per tutta risposta, Barack Obama, consigliato dai generali del Pentagono e dai direttori della CIA, ha rifiutato la richiesta del primo ministro dell’Iraq, riducendo l’aiuto militare a 300 specialisti in tecnologia per operazioni di intelligence (spionaggio elettronico), oltre a rinforzare la difesa dell’ambasciata statunitense a Baghdad con 280 fucilieri. Praticamente, per i militari statunitensi, l’Iraq è un capitolo chiuso, che, oltre a essere costato più di 2,2 trilioni di dollari al Tesoro degli USA, in termini politici non ha raggiunto gli obiettivi strategici fissati durante i dieci anni di occupazione.

Per questo, Barack Obama ha ordinato al primo ministro dell’ Iraq, Nuri al-Maliki, di finirla con il settarismo politico e, pertanto, di sciogliere la coalizione che aveva vinto le elezioni, per formare un governo di emergenza nazionale, con la partecipazione del partito sunnita e dell’ex-primo ministro ad interim, Iyad Allawi, notoriamente conosciuto per essere un uomo della CIA. In questo modo, Obama – la cui arroganza ha fatto ricordare il presidente Herbert Hoover quando si relazionava con i dirigenti degli “Stati banana” dell’America Centrale – ha dimenticato che gli sciiti rappresentano il 61% della popolazione dell’Iraq, come anche che il partito islamico (sciita) Da’wa ha vinto le elezioni per la seconda volta, guidando una coalizione che ha ricevuto il 65% dei suffragi, dei quali il 41%, cioè 5.021.137, sono stati voti dello stesso Da’wa. Inoltre, Nuri al-Maliki rappresenta quella corrente sciita che ha fatto di tutto per stabilire in Iraq lo Stato di Diritto con governi costituzionali maggioritari, come i governatori militari statunitensi hanno preteso durante i dieci anni di occupazione.

Allo stesso tempo, la Casa Bianca inviava il Segretario di Stato John Kerry prima in Egitto e dopo in Curdistan, con il duplice obiettivo di capire cosa stava accadendo in Iraq e come intervenire per impedire l’arrivo dei fondamentalisti dell’ISIS a Baghdad. Pertanto, al Cairo, John Kerry ha tentato di negoziare con il presidente dell’Egitto, Abdul Fatah Khalil Al-Sisi, un possibile intervento militare dell’esercito egiziano, nel caso che i combattenti dell’ISIS rompessero le linee di difesa attive nella periferia della capitale e così minacciassero di prendere definitivamente d’assalto Baghdad.

Kerry ha tentato di accattivarsi Al-Sisi con l’estensione della cooperazione militare tra i due paesi, ma non ci è riuscito, dal momento che la situazione all’interno dell’Egitto è estremamente precaria. Praticamente, Al-Sisi è stato molto sincero nel dire che tutte le unità dell’esercito erano impegnate a reprimere i gruppi armati sorti dopo la dissoluzione parlamentare del partito della Fratellanza Musulmana, oltre a dovere esercitare un controllo territoriale in tutta la penisola del Sinai e nella regione di Luxor, lungo il fiume Nilo, dove si erano concentrate le bande jihadiste.
In seguito, Kerry è stato a Erbil, capitale della regione autonoma del Curdistan, per incontrare il presidente Massoud Barzani, che, nonostante sia uno “stretto amico degli USA”, non ha garantito la partecipazione dei partiti curdi all’auspicato governo di unità nazionale. Al di là di questo, Barzani non si è manifestato entusiasta della proposta di Obama, ricordando a Kerry che “…oggi, stiamo affrontando una situazione nuova che noi, i curdi, dobbiamo verificare con molta cautela”. In pratica, la posizione diplomatica di Barzani rifletteva la decisione del governo regionale curdo, che ha ordinato di occupare militarmente la regione petrolifera di Kirkuk, poco dopo che l’esercito iracheno si era ritirato in flagrante sbandamento.

In realtà, il presidente del Curdistan, Massoud Barzani, nonostante le dissimulate affermazioni del Segretario di Stato, John Kerry, sulla necessità di aumentare nell’immediato futuro il grado di autonomia dei curdi, non si è dichiarato disposto ad appoggiare la soluzione proposta da Obama, perché l’attuale momento di crisi potrà contribuire a risolvere i principali conflitti politici che esistono con il governo centrale di Baghdad. Di fatto, è bene ricordare che il primo ministro Nuri al-Maliki, per mettere a tacere le continue rivendicazioni sull’assenza dei curdi nell’ amministrazione dei centri petroliferi di Mossul e di Kirkuk e, in rappresaglia verso l’accordo che Barzani ha firmato con il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, per la costruzione di un gasdotto gestito esclusivamente da imprese turche e dal governo regionale curdo, ha ordinato di tagliare tutti i finanziamenti destinati alla regione autonoma del Curdistan, oltre a congelare i salari dei funzionari pubblici che lavorano nella regione autonoma curda.

Conseguentemente, l’occupazione militare preventiva del centro petrolifero di Kirkuk da parte delle forze curde “Peshmerga”, in realtà, mira a raggiungere due obiettivi strategici: 1) dissuadere Abu Bakr al Baghdadi a estendere le posizioni dell’ISIS, con una possibile continuazione dell’offensiva in direzione delle regioni occidentali e meridionali del Curdistan; 2) imporre all’attuale primo ministro iracheno, o al futuro governo di unità nazionale, la condizione che le imprese petrolifere della regione di Kirkuk e di Mossul avranno un’amministrazione in maggioranza curda, capace di garantire al governo della provincia autonoma del Curdistan una giusta percentuale di profitto con la vendita all’estero del petrolio e del gas estratti in territorio curdo.

Mentre Kerry lasciava il Curdistan, il vice-presidente degli USA, Joe Biden, viaggiava in Turchia e in Bahrein per chiedere l’ intermediazione del leader turco Erdogan e del re Hamad bin Isa al-Khalifa, nel tentativo di convincere il primo ministro dell’Iraq di accettare la soluzione della Casa Bianca.

Nonostante le pressioni politiche di Obama, della Merkel e degli altri capi di Stato arabi, e nonostante l’imminente attacco dei gruppi armati dell’ISIS contro la capitale Baghdad, il primo ministro iracheno, Nuri al-Maliki, davanti ai microfoni della TV nazionale, ha dichiarato che “è fuori discussione la formazione di un governo di emergenza nazionale con la partecipazione dei partiti e delle dirigenze sunnite per tentare di frenare l’offensiva dei terroristi dell’ISIS, dal momento che l’esercito nazionale iracheno è preparato a difendere il paese…”. Ha sottolineato ancora che “la formazione di un governo di emergenza nazionale, prima di tutto, sarebbe un colpo alla nostra Costituzione, oltre a rappresentare una flagrante negazione del processo politico
che gli elettori iracheni hanno scelto in vista della formazione di uno Stato di Diritto in Iraq…”.

Parole che Nuri al-Maliki ha ripetuto allo stesso John Kerry, dando, tuttavia, a capire che alcune modificazioni politiche potrebbero essere apportate al governo senza, del resto, mettere in discussione l’essenza della coalizione creata dal partito islamico Da’wa. Uno scenario che rimane ancora indefinito, lasciando l’Iraq aperto a qualsiasi soluzione politica o perfino militare.

Il progetto strategico degli USA in brandelli

Gli Stati Uniti hanno speso quasi cinque trilioni di dollari nell’ “esportazione della democrazia” in Iraq e in Afghanistan, arrivando a controllare la politica dei nuovi governi eletti dopo il crollo dei Talebani e di Saddam Hussein. Due operazioni militari fortemente impegnative, che hanno indotto i “neo-cons” (1) della Casa Bianca a tentare, allo stesso tempo, di riformulare il contesto geo-politico del Medio Oriente.

È stato in quest’ambito che l’invasione dell’Iraq, nonostante le perdite e i costi, è stata sostenuta durante dieci anni per garantire all’Occidente una regolare fornitura di petrolio e di gas. Un risultato che ha permesso agli Stati Uniti di cominciare a realizzare il rimodellamento geo-strategico in Medio Oriente, con la trasformazione dello Stato Sionista di Israele in una super-potenza regionale e, in secondo luogo, con l’implementazione di una serie di piani sovversivi che dovevano creare le condizioni politiche per la caduta dei regimi di Gheddafi e di Bashar al-Assad, in Libia e in Siria, oltre a paralizzare l’Iran con le sanzioni economiche e l’isolamento diplomatico.
Escludendo il processo di rafforzamento economico e militare di Israele, il contesto geo-politico del Medio Oriente continua ancora più confuso e complesso di quello che era prima, soprattutto a causa della distorsione indotta dai progetti sovversivi che gli alleati regionali (Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Uniti) hanno realizzato per suffragare i loro propri obiettivi strategici. Di fatto, nel caso della Libia, i servizi segreti sauditi e qatariani hanno appoggiato e finanziato gruppi e dirigenze islamiche fondamentaliste, esclusivamente per imporre le regole dell’islamismo sunnita, anche conosciuto come wahabismo.

Regole che non si limitano all’interpretazione teologica del Corano. Al contrario, utilizzano la “purezza dell’Islam” per influenzare, in maniera perentoria, il futuro politico, istituzionale e socio-economico delle società governate dai partiti islamici, che, normalmente, rigettano o contestano le metodologie della democrazia liberale occidentale.

Il caos politico e economico che ha preso piede in Libia, dopo il rovesciamento di Gheddafi, è, oggi, il caso più evidente della vergognosa maniera di procedere dell’Arabia Saudita e del Qatar, associata al silenzio complice e succube della Casa Bianca e delle potenze della NATO verso le monarchie arabe.

Un silenzio che è stato confermato anche nel caso della Siria e dell’Iraq, dove gli agenti della monarchia saudita hanno finanziato, armato e monitorato i gruppi armati jihadisti, permettendo che gli stessi iniziassero un confronto fratricida contro l’Esercito Libero della Siria (ELS), ufficialmente finanziato e armato dagli USA, dalla Gran Bretagna e dalla Francia. Un atteggiamento che ha permesso all’esercito siriano di riprendere la storica città di Homs e assediare definitivamente Aleppo, tornando a controllare la frontiera con il Libano e la Giordania, anteriormente sotto controllo degli uomini dell’ELS.

È stato, pertanto, nel sanguinario scenario belligerante della Siria che Abu Bakr al Baghdadi e gli agenti del servizio segreto saudita hanno progettato l’offensiva dell’ISIS contro il governo di Baghdad. Un’operazione militare in grande stile che mai poteva essere realizzata senza l’appoggio dei servizi di intelligence e, soprattutto, senza un forte investimento dell’Arabia Saudita, allo scopo di realizzare una rapida offensiva, spostando dalla Siria più di 20.000 combattenti, oltre a inviare clandestinamente altri 5.000 a posizionarsi intorno alle città della periferia di Baghdad.

D’altro canto, è necessario ricordare che, senza la protezione politica dell’Arabia Saudita, il leader dell’ISIS, Abu Bakr al Baghdadi, non avrebbe mai rotto l’alleanza con Abu Mohammed al-Golani, leader di Jabhat al-Nusra – la componente siriana di Al Qaeda –, e non avrebbe mai osato rifiutare gli ordini del capo di Al Qaeda, Ayman Al Zawahir, secondo il quale l’ISIS non doveva assumere il controllo delle regioni orientali della Siria, per creare un califfato, unificando solo la parte centrale della Siria con quella dell’Iraq. In questo contesto, risulta evidente che tutti i belligeranti hanno le spalle molto ben protette: lo sciita Nuri al-Maliki, anche senza i caccia-bombardieri degli USA, già sta ricevendo armi e consulenza militare dall’Iran, mentre il sunnita Abu Bakr al Baghdadi può contare con i soldi e il sostegno politico dell’Arabia Saudita e del Qatar e così continuare la guerra fino all’annientamento del nemico.

Tutto ciò, in aggiunta al silenzio della Casa Bianca e dei paesi della NATO verso l’Arabia Saudita, indica chiaramente che gli Stati Uniti non controllano più la politica di quella monarchia, in quanto che i servizi segreti di Re Faisal agiscono unilateralmente con l’ obiettivo di distruggere l’Iran e, conseguentemente, il governo iracheno guidato dallo sciita Nuri al-Maliki.

Così, i responsabili del partito islamico iracheno Da’wa, in particolare il primo ministro Nuri al-Maliki, non hanno la minima fiducia nei sunniti che, nonostante rappresentino solo il 35% della popolazione irachena, durante il regime di Saddam Hussein monopolizzavano l’amministrazione delle imprese petrolifere, il Banco Centrale, la burocrazia pubblica e, soprattutto, l’esercito.

D’altro canto, la nuova borghesia sciita, che si è impossessata della rendita petrolifera, è disposta ad affrontare gli effetti di una sanguinosa guerra civile, prima di dividere con la borghesia sunnita gli alti profitti della vendita del gas e del petrolio all’ Occidente, stimata in quasi cinque milioni di barili al giorno.

In realtà, l’insistenza dell’Arabia Saudita nell’intensificare il confronto etnico-religioso tra sunniti e sciiti ha contribuito a fare implodere il progetto strategico degli Stati Uniti in Iraq e, conseguentemente, in Medio Oriente. Un progetto che i contribuenti degli Stati Uniti stanno ancora pagando.

Nota:
(1) I “neo-cons” sono i membri del gruppo di eccellenza formato da conservatori radicali, che si è dimostrato molto influente sul Partito Repubblicano durante l’amministrazione di George W. Bush.

*un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del “Correio da Cidadania”.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli e Iane De Abreu]

L’Argentina messa alle corde dai fondi-avvoltoio ricorre alla CELAC, UNASUR e OSA

di Marco Nieli

La sentenza di condanna dell’Argentina, dettata dal giudice del Tribunale di New York il 6 dicembre 2011, confermata in Appello circa un anno dopo e nel giugno 2014 definitivamente sancita dal Tribunale Supremo degli U.S.A., a pagare circa 1330 milioni di dollari per onorare il debito con i creditori hold-outs (cioè tiratisi fuori deliberatamente dal canje de deuda, le rinegoziazioni del 2005 e 2010), sta oggi creando una nuova crisi internazionale, all’interno della quale la posta in gioco appare, ancora una volta, la sopravvivenza di un intero popolo, di fronte agli squallidi interessi speculatori di una cricca di banditi della finanza internazionale.

I gruppi in questione, in particolare la NML Capital, la Elliott Associates di P. Singer e la Aurelius Capital, specializzati nell’acquisto a scopo speculativo al 20%-30% del valore nominale del debito sovrano di paesi a rischio di default, per poi dichiararsi hold-outs, ossia creditori intransigenti che rifiutano la negoziazione ed esigono in tribunale il pagamento dell’intero debito, non a caso vengono definiti in lingua castigliana fondos buitre (fondi avvoltoio), per lo sciacallaggio cinicamente studiato e perseguito nei confronti di popoli strangolati dalle politiche di indebitamento facile, messe in atto dalle loro asservite dirigenze politiche.

La Elliott Associates, con i suoi consulenti specializzati J. Newman, A. Kurtz, P. Singer, R. Dellacamera e M. Strauss, si è impegnata in identiche operazioni speculative coronate dal successo ai danni del Peru e di Panama negli anni ’90. La Banca Mondiale calcola che sinora circa 1000 milioni di dollari sono stati ottenuti da circa 26 fondi speculativi ai danni per lo più di paesi emergenti o in via di sviluppo, tra cui il Congo, la Costa d’Avorio, l’Ecuador e la Polonia.

Nel caso dell’Argentina, si tratta di far pagare a un popolo che lentamente e a stento si andava risollevando dalla terribile crisi del 2001, 27 volte il valore del debito di circa 49 milioni di dollari inizialmente comprato dagli “avvoltoi”.

È da notare che il ricorso al Tribunale Supremo degli USA è stato sostenuto anche dalla Presidentessa del Brasile D. Rousseff, dal Presidente del Messico Peña Nieto e dal Premio Nobel dell’Economia J. Stieglitz. Giova, inoltre, ricordare che lo stesso governo degli Stati Uniti aveva cercato, alla fine degli anni ’80, di limitare l’azione dei fondi-avvoltoio con il cosiddetto Piano Brady, che favoriva i piani di ristrutturazione del debito dei paesi in via di sviluppo, per non mettere a rischio i delicati equilibri internazionali tra paesi debitori e creditori. La stessa legislazione dello Stato di New York (N. Y. CODE- Section 489: Purchase of claims by corporatons or collection agencies) stabilisce l’illegalità di tali operazioni, che, in qualche modo continuano a trovare spazi di legittimità nel quadro giudiziario nazionale, anche grazie ad appigli e cavilli vari, nel reperire i quali i legulei prezzolati delle corporations ovviamente eccellono. Nel caso specifico dell’Argentina, il cavillo è rappresentato dalla clausula pari passu che, all’epoca della stipula dell’emissione dei titoli del debito pubblico nel 1994, aveva previsto che non potessero essere accordate condizioni preferenziali ad alcuni creditori rispetto ad altri nel rimborso del prestito.

Il braccio di ferro in Tribunale ha preso dei risvolti decisamente preoccupanti, quando, alla fine del mese di giugno, questi insaziabili predatori della finanza speculativa hanno chiesto e ottenuto dal giudice T. Griesa, autore dell’originaria sentenza di condanna, che fossero bloccati, presso la Bank of New York, 539 milioni di dollari, depositati dal governo argentino come pagamento rateale della parte di debito (la più consistente), rinegoziata con il canje de deuda iniziato da Nestor Kirchner nel 2005 e proseguito dalla moglie Cristina nel 2010, come strumento di ristrutturazione economica-finanziaria di un paese sprofondato nel baratro del default nel 2001. La sunnominata clausola del pari passu ha prevalso anche stavolta sul buon senso nella decisione del giudice Griesa, giustamente sospettato di parzialità nei confronti degli “avvoltoi” finanziari.

Da questo momento in poi, da questione meramente legale, il conflitto sta giustamente assurgendo, per la sua emblematicità, a questione politica internazionale. Il blocco di questa ingente somma di denaro, che viene legittimamente reclamata da quella parte consistente di creditori (circa il 93%), che hanno accettato la rinegoziazione, sta infatti determinando un precedente storico pericoloso non solo per il popolo argentino, ma per tutti i processi di rinegoziazione del debito sovrano da parte dei paesi in via di sviluppo.

Lo scorso martedì, il Presidente del Venezuela Maduro, ha dichiarato sulla questione: “los fondos buitre son instrumentos para dañar nuestras economías, forman parte de los mecanismos de guerra económica internacional para saquearnos y tratar de someternos” [i fondi avvoltoio sono strumenti per danneggiare le nostre economie, formano parte dei meccanismi di guerra economica internazionale, volti a saccheggiarci e a tentare di sottometterci].

Il governo argentino, che ha già incassato la piena solidarietà della CELAC, dell’UNASUR e del G77 + Cina sulla questione, ha chiesto e ottenuto anche che si discuta del problema in una sessione speciale del Consiglio Permanente dell’OEA (Organizzazione degli Stati Americani).

L’incontro, attualmente in corso a Washington, vede la partecipazione dei Ministri degli Esteri argentino Timermann e dell’Economia Kicillof, oltre ai Cancellieri di Bolivia, Venezuela, Colombia, Brasile, Messico, Guatemala, El Salvador, Paraguay e Uruguay, tra gli altri. La speranza è che il peso combinato di tutte queste cancellerie di paesi latino-americani riesca a persuadere gli USA a imboccare la via della mediazione e della ragionevolezza. Il che costituirebbe comunque una novità politica assoluta, dato il peso preponderante esercitato dagli stessi nell’ambito dell’organizzazione.

Il governo argentino ha, inoltre, in questi giorni, emesso un comunicato ufficiale sulla vicenda, dal titolo significativo “L’Argentina paga”, chiedendo ai creditori “ragionevoli” di far valere a loro volta in Tribunale i loro diritti. Un’altra ipotesti al vaglio sarebbe quella di fare ricorso al Tribunale Internazionale de L’Aja. Nel comunicato argentino si legge, tra l’altro:

“… la Repubblica Argentina compirà i suoi doveri, pagherà il suo debito, onorerà i suoi impegni, come lo sta già facendo, per finirla con la furbata di considerare una decisione giudiziaria assurda con effetti sistemici a livello internazionale, come un ‘default tecnico’, il che costituisce solo un modo sofisticato di cercare di metterci in ginocchio di fronte a usurai di carattere globale. Il sostegno internazionale che ha avuto la Repubblica Argentina include paesi come la Francia, il Messico, il Brasile e va da organismi multilaterali di credito fino a organismi politici come il G77 + Cina composto da 133 paesi, il Mercosur, l’UNASUR, passando per più di un centinaio di parlamentari britannici con il cui paese di origine, la nostra nazione mantiene un conflitto per dispute di sovranità, fino a pubblicazioni internazionali come il Foreign Affairs del Council on Foreign Relations e analisti di giornali e riviste specializzate come anche accademici delle più diverse correnti di pensiero. Risulta chiaro che questo sostegno significa riconoscere la logica e la giustizia dei nostri reclami e gli effetti negativi a livello sistemico di queste sbagliate e ingiuste decisioni del sistema giudiziario statunitense. Infine, la Repubblica Argentina riafferma il suo impegno ad onorare i suoi debiti con il 100 % dei creditori in maniera giusta, equitativa e legale”.


Un nuovo incontro di mediazione con i rappresentanti legali delle compagnie interessate è previsto per il 7 di luglio. Cristina incontrerà poi in questo stesso periodo i mandatari della Russia V. Putin e della Cina Xi Jinping, oltre a partecipare al vertice dei BRICS (paesi emergenti: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) a Brasilia. Tutte occasioni in cui sicuramente si parlerà del problema dei buitres e di come risolverlo.


Comunque vada, questo contenzioso ormai più che decennale tra uno stato sovrano e un piccolo gruppo di creditori, caratterizzato già da circa 900 azioni di sequestro e circa 26 di embargo (tra cui quello della fregata militare Libertad nel porto ghanese di Tema), oltre che dalle tre sentenze succitate, la dice lunga sulla capacità degli attuali ordinamenti internazionali di controllare e limitare l’azione della finanza “creativa” e speculativa, la quale riesce invece a fare il bello e cattivo tempo, mettendo in ginocchio interi popoli e subordinando la giustizia sociale ai loro interessi privati.

Come disse la Presidenta Cristina, poco dopo il dissequestro della fregata Libertad (2012): “los buitres son las aves que comienzan a volar sobre los muertos; los fondos buitre sobrevuelan sobre paÍses endeudados y en default. Son depredadores sociales globales” [gli avvoltoi sono uccelli che cominciano a volare sui morti; i fondi-avvoltoio volano sui paesi indebitati e in fallimento. Sono depredatori sociali globali].

Il 203° anniversario dell’Indipendenza venezuelana ad Adis Abeba (Etiopia)

10300028_10202321710468864_7338113426657064300_ndi Marco Nieli

Due iniziative dell’Ambasciata venezuelana ad Addis Abeba hanno tenuto vivo, in questo inizio di luglio, l’interesse di locali e ferenji (stranieri) per i processi di trasformazione sociale in atto nel continente latino-americano, a partire dalla difesa della rivoluzione bolivariana in Venezuela.

Il giorno 3, alla sede dell’Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, un incontro di contro-informazione sulla storia e la cronaca dei tentativi sovversivi dell’opposizione dei vari Capriles, Machado, López e compagnia, tenuto dall’Ambasciatore Luis Mariano Joubertt Mata, ha visto il concorso di un pubblico numeroso di locali e stranieri. Nel dibattito seguito alla presentazione con diapositive, si sono distinti un ringraziamento dell’Ambasciatore dell’Argentina per la solidarietà dimostrata dal Venezuela a questo paese sul contenzioso con i fondos buitre e una dichiarazione di appoggio alla resistenza anti-imperialista dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA), realizzata dall’estensore della presente nota a nome dell’associazione napoletana ALBA e in riferimento anche al Primo Incontro Internazionale di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana, tenutosi recentemente a Roma.

10525663_10202321720989127_3340816397950313650_nLa serata del 5 luglio, incentrata sulle celebrazioni del 203° anniversario dell’Indipendenza, ha, invece, visto la partecipazione di numerose rappresentanze diplomatiche straniere, tra cui la Cinese, la Cubana, l’Argentina, la Brasiliana, quelle di vari paesi africani e, tra gli Europei, l’Italiana e la Svedese. Un esponente del Ministero degli Affari Esteri dell’Etiopia, dott. Derham Christos, ha sottolineato gli importi legami di fraternità e cooperazione tra i due paesi (Etiopia e Venezuela), anche alla luce della partecipazione numerosa di Afro-discendenti alla guerra di Indipendenza bolivariana (un’interessante mostra proprio incentrata su questo argomento, predisposta dai Venezuelani, era stata in esposizione tempo prima all’Università Federale di Addis Abeba). La cooperazione tra Venezuela ed Etiopia, ha ricordato il dottor Christos, è oggi molto forte e concentrata soprattutto nel settore educativo.

L’atteso discorso dell’ambasciatore venezuelano non ha potuto invece avere luogo, a causa di un malore temporaneo dello stesso, per fortuna poi rivelatosi meno grave del previsto. In sua vece, ha parlato a braccio la Prima Segretaria Veronica Martín, sottolineando come il processo di indipendenza venezuelano abbia contribuito alla liberazione anche di altri popoli latino-americani (come la Colombia, l’Ecuador, il Peru, la Bolivia) e come questo processo sia ancora oggi di grande attualità e lontano dall’essere concluso.

10522442_10202321732589417_7022813631963752245_nAl di là dei discorsi ufficiali, la brillante serata ha evidenziato, con l’aiuto di un’orchestra internazionale di calipso e salsa e di un ricco buffet etiopico-internazionale, uno stile di diplomazia molto lontano dai freddi e distaccati cerimoniali in voga presso le sedi dei paesi occidentali (soprattutto quelli europei).

Nella direzione indicata dal Presidente Chávez negli ultimi anni della sua dirigenza politica (e della sua esistenza terrena) con le cumbres afro-americanas, i processi di integrazione politico-economica in funzione anti-imperialista devono estendersi verso il continente ancora oggi più oggetto di politiche di spoliazione e saccheggio sistematico: l’Africa.

Le due iniziative venezuelano-etiopiche di cui sopra testimoniano appunto di questo sforzo collettivo di popoli e individui che non intendono sottostare, a distanza di secoli dagli originari processi di liberazione, ai dettami dell’Impero nelle sue proteiformi attualizzazioni.

 

 

"En Tiempos de Guarimba"

Conoce a quienes te quieren dirigir

La Covacha Roja

Donde encontramos ideas avanzadas

Pensamiento Nuestro Americano

Articulando Luchas, Cultivando Resistencias

RE-EVOLUCIÓN

Combatiendo al neofascismo internacional

Comitè Antiimperialista

Contra les agressions imperialistes i amb la lluita dels pobles per la seva sobirania

SLAVYANGRAD.es

Nuestra ira no tiene limites. (c) V. M. Molotov

Auca en Cayo Hueso

Just another WordPress.com site

Gli Appunti del Paz83

Internet non accende le rivoluzioni, ma aiuta a vincerle - Il Blog di Matteo Castellani Tarabini

Sociología crítica

Articulos y textos para debate y análisis de la realidad social

Hugo Chavez Front - Canada

Get to know what's really going on in Venezuela

Revista Nuestra América

Análisis, política y cultura

Avanzada Popular

Colectivo Avanzada Popular

Leonardo Boff

O site recolhe os artigos que escrevo semanalmente e de alguns outros que considero notáveis.Os temas são ética,ecologia,política e espiritualidade.

Planetasperger

sindrome de asperger u otros WordPress.com weblog

Vientos del Este

Actualidad, cultura, historia y curiosidades sobre Europa del Este

My Blog

Just another WordPress.com site

Festival delle idee politiche

Rassegna annuale di teorie politiche e pratiche della partecipazione civile

Far di Conto

Piccoli numeri e liberi pensieri

Miradas desde Nuestra América

Otro Mundo es Posible, Necesario, Urgente. Desde la provincia chilena

Como te iba contando

Bla bla bla bla...

Coordinadora Simón Bolívar

¡Bolívar vive la lucha sigue!

LaDu

Laboratorio di Degustazione Urbana

il Blog di Daniele Barbieri & altr*

"Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo" (Marge Piercy)

KFA Italia - notizie e attività

notizie dalla Corea Popolare e dalla Korean Friendship Association

KFA Euskal Herria

Korearekiko Laguntasun Elkartea | Korean Friendship Association

ULTIMOTEATRO.PRODUZIONIINCIVILI

Nuova Drammaturgia del Contemporaneo

Sociales en PDF

Libro de sociales en formato digital.

matricola7047

Notes de lectura i altres informacions del seminari sobre el Quaderns de la Presó d'Antonio Gramsci ( Associació Cultural Espai Marx)

Centro Cultural Tina Modotti Caracas

Promoción de la cultura y arte Hispanoamericana e Italiana. Enseñanza y educaciòn.

Racconti di quasi amore

a costo di apparire ridicolo

Ex UAGDC

Documentazioni "Un altro genere di comunicazione"

Esercizi spirituali per signorine

per un'educazione di sani principi e insane fini

JoséPulido

La página del escritor venezolano

Donne in rosso

foglio dell'ADoC (Assemblea delle donne comuniste)

Conferenza Mondiale delle Donne - Caracas 2011

Just another WordPress.com site

críticaypunto

expresamos la verdad

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: