Servizi di intelligence occidentali chiedono aiuto alla Siria

da Al Manar

I servizi di sicurezza e di intelligence europea mostrano un allarme crescente per il ritorno di centinaia di jihadisti occidentali che combattono in Siria e per il rischio che compiano attacchi terroristici nei loro paesi di origine.

Secondo i siti specializzati, i servizi di intelligence francesi, americani, britannici hanno organizzato un coordinamento di alto livello per affrontare questa minaccia. Secondo un funzionario della sicurezza e dell’intelligence tedesca, Germania, Francia, Regno Unito e Belgio hanno recentemente chiesto incontri con i responsabili dei servizi di sicurezza siriani al fine di ottenere informazioni sui combattenti europei in Siria, sul loro numero e sulla loro ubicazione all’interno del territorio siriano.

I servizi di sicurezza europei stimano che tra il 3000 e il 4000 europei combattono in Siria all’interno di gruppi armati. Le agenzie di intelligence dicono che questa cifra è in costante aumento.

Una particolare preoccupazione è registrata in Francia, dove sono stati rilevati cellule dormienti a sud di Parigi. Secondo il giornalista francese Samuel Laurent, la presenza di queste cellule legate ad Al Qaida, in Francia suscita grande preoccupazione. Secondo i media francesi, in una città in provincia di Latakia è stata rilevata la presenza di 500 francesi che combattono nelle fila del Fronte al Nusra, legato ad Al Qaeda.

Nel frattempo, il quotidiano britannico The Daily Mail rileva anche la presenza, nel Regno Unito, dei britannici che hanno lottato per oltre due anni con il Fronte Al Nusra. Un articolo del giornale parla dell’esistenza di un gruppo chiamato “Bandiera del Monoteismo”, che ha promesso di lanciare attacchi suicidi nel cuore di Londra.

Negli Stati Uniti, come riportato dalla CNN, l’FBI ha tenuto sotto sorveglianza una cellula terroristica legata al cosiddetto “Abu Huraira” che ha effettuato un attacco terrorista suicida con 17 tonnellate di esplosivo in un centro delle forze siriane a Idlib. Diverse decine di americani stanno portando avanti attività terroristiche in Siria oggi.

Secondo un responsabile della sicurezza degli Stati Uniti, le autorità statunitensi hanno chiesto informazioni, attraverso mediatori europei, ai servizi di sicurezza siriani sul kamikaze statunitense e sul resto del gruppo a cui appartiene e dei suoi collegamenti, ma la risposta siriana, erogata, attraverso mediatori, è stata: “non offriamo gratuitamente informazioni a Washington.”

Il coordinatore antiterrorismo dell’UE, Gilles de Kirchhoff, ha dichiarato che i servizi di supporto continuo delle intelligence occidentali al terrorismo in Siria è una minaccia per i paesi che li sponsorizzano. «La questione dei jihadisti europei in Siria crea un problema serio e minaccia la sicurezza di tutti noi. Questi cittadini europei stanno combattendo in un paese con organizzazioni terroristiche e apprendono l’uso di armi, esplosivi e operazioni suicide. Questo è uno scenario molto pericoloso»

Nel frattempo, un rapporto della RAND Corporation, una società di sicurezza privata statunitense, afferma che i combattenti occidentali minacciano la sicurezza dei paesi americani ed europei e, in generale, indica che più di 10.000 di loro hanno combattuto in Siria e possono colpire in qualsiasi momento “il cuore delle nostre capitali”.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Le minacce dell’estrema destra non spezzano la “Coalizione per l’austerità”

di Achille Lollo

 

ELEZIONI – Con una participazione molto differenziata (18% in Croazia e 57% in Italia), i risultati permettono alla coalizione dei partiti conservatori europei di formare, ancora una volta, con i social-democrati della coalizione europea del centro-sinistra una “grande coalizione” per dare continuità all’austerità disegnata dal Banco Centrale. Secondo le previsioni e, specialmente, d’accordo con le proposte dei leaders dei partiti che hanno partecipato alle elezioni europee del 25 maggio, il nuovo Parlamento dell’Unione Europea avrebbe dovuto, finalmente, decretare la fine dei programmi di austerità messi a punto dal Banco Centrale Europeo (BCE) e il rifiuto della guida della tedesca Angela Merkel. In tutti i partiti – escludendo i conservatori tedeschi fedeli alle rigide regole fissate dalla Merkel – si respirava un’aria di cambiamento, dal momento che tutti i candidati scommettevano, per esempio, sulla fine o la modifica delle regole assassine della Spending Review o del Fiscal Compact – regole che, in Italia, per esempio, hanno inchiodato gli Italiani sulla croce dei tagli di bilancio fino al 2020, per un totale di 285 miliardi di euro. In Grecia, il programma di austerità è stato ancora più drastico e duraturo. Per questo, in questa elezione, la sinistra radicale, guidata da Aléxis Tsipras, ha ottenuto il 26,8% dei suffragi, mentre la caduta del partito conservatore Nuova-Democrazia ha favorito la crescita della destra fascista (Alba Dorata), che ha registrato un sorprendente 9,2%. Purtroppo per loro, le previsioni non sono state confermate, dal momento che i partiti dell’estrema-destra europea non possiedono una rappresentanza parlamentare a Bruxelles capace di promuovere la mediazione sugli effetti brutali dell’austerità – di modo che il successo dei partiti della destra xenofoba, razzista e anti-europea servirà appena a fomentare nuove brighe politiche nei rispettivi paesi, ottenendo, così, eventualmente, la realizzazione delle elezioni anticipate.

 

Il caso limite in Francia?

 

Il principale terremoto elettorale si è registrato in Francia, dove il PS – partito socialista riformista di François Hollande – pur essendo al governo e avendo condiviso interamente i programmi di austerità finanziaria della BCE, ha sofferto una disastrosa débâcle, nel passare dal 51,9% delle elezioni presidenziali del 2012 al miserabile 14,7% in queste elezioni europee. È stato in questo contesto che Marine Le Pen, figlia del carismatico leader della destra fascista francese e fondatore del Front National – dopo aver opportunamente messo a tacere l’eredità del fascismo paterno, per assumere la bandiera razzista in favore dell’espulsione degli immigranti e della uscita della Francia dal Sistema Monetario Europeo (Euro) –, ha preso il 26,2% dei suffragi elettorali, trasformando il Front National nel primo partito politico della Francia. Di fatto, sull’onda di questo risultato, Marine Le Pen e i conservatori/gollisti dell’Unione per il Movimento Popolare (UMP) – che con il 20,3% adesso sono il secondo partito francese – esigono che il presidente François Hollande chiuda la legislatura, fissando nuove elezioni a settembre di quest’anno. È evidente che è ancora presto per dire se il presidente e il suo governo avranno la capacità di resistere alle pressioni del Front National e della UMP. In quest’ambito, non possiamo dimenticare che il successo della leader dei post-fascisti francesi ha molto a che vedere con il voto di protesta della classe media e, soprattutto, dei lavoratori, sempre più angosciati con la complicata situazione socio-economica. Un voto che penalizza il governo del PS per aver fatto molto poco per impedire l’esplosione della disoccupazione giovanile, la chiusura di interi settori industriali e l’ampliamento della degradazione nelle periferie suburbane delle metropoli. Frattanto, l’impressione degli analisti è che la vittoria di Marine Le Pen, in quanto donna dell’ estrema-destra e l’affermazione in ambito europeo di un partito come il Front National che, nonostante la riverniciata moderata continua a essere un partito post-fascista, non sia un caso limitato alla Francia. Di fatto, in quasi tutti i paesi dell’Unione Europea, la destra fascista o post-fascista, xenofoba o razzista, anti-euro o addirittura neo-nazista, è cresciuta abbastanza in quest’elezione. In primo luogo, per aver saputo esplorare la crisi di valori politici e ideologici che la sinistra riformista e anche la social-democrazia hanno alimentato negli ultimi 20 anni. In secondo luogo, perché con la fine dello “Stato del Benessere Sociale” e l’affermazione delle complessità socio-economiche della “società di mercato”, basata soprattutto sulla pratica della concorrenza e del consumismo, la conseguenza più immediata è stata la crisi di rappresentanza politica e la mancanza di fiducia degli elettori – in particolare dei giovani – nei partiti che si alternavano al potere in paesi come la Francia, l’Olanda, il Belgio, la Gran Bretagna, la Danimarca, la Germania, l’Ungheria, l’Austria, l’Italia e la Grecia. Per questo, in Francia si è avuto un fenomeno elettorale abbastanza emblematico, con i combattivi elettori della famosa classe operaia, che, nel passato, sempre ha votato per i comunisti del PCF e per i socialisti del PS. Di fatto, quando molti settori di questa importante componente popolare hanno scoperto che i due partiti della sinistra riformista erano stati cooptati dal potere, hanno smesso di andare a votare o hanno cominciato a dare le loro preferenze al nemico giurato della sinistra riformista, cioè, ai fascisti del Front National. Può sembrare qualcosa di assurdo tipico della politica francese, ma negli ultimi anni, il Front National, come anche molti partiti della nuova estrema destra europea, sono riusciti ad assorbire il voto di interi settori di lavoratori danneggiati dalla disoccupazione e di una parte della classe media, in vista della promessa di espellere gli immigranti africani e arabi, oltre a quella di dare un impiego ai giovani. Tutti questi elementi, sommati alla continua de-politicizzazione che i partiti riformisti e i sindacati hanno promosso in seno ai settori popolari, hanno creato un nuovo scenario politico, che ha favorito l’estrema destra francese. D’altro canto, in seguito alla caduta del Muro di Berlino, l’urgenza da parte della NATO e della CIA di creare forze antagoniste nelle antiche repubbliche socialiste, nel momento in cui questi paesi aderivano all’Unione Europea, ha permesso la riorganizzazione delle antiche cellule naziste, che in pochi anni si sono trasformate in partiti, occupando importanti spazi politici. Di fatto, in queste elezioni europee, il partito neo-nazista tedesco, la NDP, è riuscito a entrare nel Parlamento Europeo, eleggendo un deputato; mentre in Ungheria il partito fascista Jobbik è diventato la seconda forza politica del paese, grazie alla complicità del primo ministro Orban.

 

La favola del PD italiano

 

La campagna elettorale ha mostrato chiaramente che tutti i “grandi media” e anche il giornale indipendente di sinistra Il Manifesto erano dalla parte della classe politica, interamente mobilizzata contro il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Praticamente, dal PD di Matteo Renzi fino al microscopico “Fratelli D’Italia” della post-fascista Giorgia Meloni, passando per Forza Italia di Silvio Berlusconi, tutti sono stati virtualmente uniti per impedire al M5S di vincere questa elezione e dunque iniziare una discussione sulla reale consistenza ed efficacia dell’attuale sistema parlamentare europeo. Chi più ha investito nel confronto con il Movimento di Beppe Grillo – che in realtà è ancora un movimento senza nomenclatura e apparato burocratico partitico – è stato il PD del primo ministro Matteo Renzi. Di fatto, per impedire la pre-annunciata migrazione di 10 milioni di voti operai, Matteo Renzi ha firmato un Decreto Legge nel quale è previsto che tutti i lavoratori con contratto di lavoro stabilizzato avessero un “bonus di crescita” del valore di 80 euro, che il governo s’impegna a pagare durante tre anni, già a partire dal salario di maggio, pagato il giorno 28. Cioè, tre giorni dopo le elezioni. Allo stesso tempo, Grillo, per recuperare gli elettori di sinistra e del PD cooptati con il bonus di 80 euro, inaspriva ancora di più il dibattito, arrivando a evocare la “questione morale e la lotta contro la corruzione”, che è stata il grande cavallo di battaglia del leader del PCI, Enrico Berlinguer, poco prima della sua morte. Questo è stato un errore mediatico di grandi dimensioni che è costato al Movimento 5 Stelle una vittoria quasi sicura in queste elezioni, visto che i media hanno cominciato a presentare Beppe Grillo come un potenziale dittatore comunista, che aspirava a tirannizzare la classe media, i pensionati e, soprattutto, i commercianti e i piccoli imprenditori. Allo stesso tempo, i candidati del PD, nel dialogare preferenzialmente con gli imprenditori, ammonivano che con la vittoria del M5S, l’Italia sarebbe rimasta più povera della Grecia. Al di là di questo, la de-qualificazione e la frammentazione dei partiti della destra hanno permesso al PD di presentarsi come l’unico partito capace di rappresentare l’Italia nell’Unione Europea e, così, garantire i necessari flussi di investimento e l’aiuto finanziario. Per dovere di cronaca, bisogna ricordare che negli ultimi dieci giorni di campagna elettorale, le Borse Valori europee, con la paura della vittoria del M5S, hanno cominciato a declassificare i titoli del debito esterno italiano, mentre lo spread del debito esterno ritornava a salire – una situazione che ha determinato il panico in molti settori della popolazione. Molti analisti, oggi, riconoscono che i media, le banche e, soprattutto, la classe politica sono riusciti a propagare negli elettori la paura per quello che potrebbe accadere in futuro, nel caso che il M5S di Grillo vincesse. Per questo, la partecipazione nelle urne è stata massiccia (57%), come anche il pronunciamento a favore del PD di Renzi, che ha vinto con un’eccezionale 40,2%, mentre il Movimento 5 Stelle si è imposto, con il 22,8%, come secondo partito. Un altro elemento determinante in queste elezioni è stato il perfetto stile comunicativo di Renzi, che, di fatto, ha incantato gli elettori, soprattutto i 10 milioni di moderati che nelle elezioni del 2012 avevano votato per i partiti della destra (Forza Italia e Lega), credendo nelle promesse semplicistiche di Silvio Berlusconi e di Ugo Bossi. Questa volta è stato il nuovo PD di Renzi a vincere, scommettendo sulla speranza e nelle promessa di realizzare, da qui a settembre, le riforme della Costituzione, della Giustizia, del sistema tributario, del sistema elettorale, della normativa sul lavoro, del Senato, delle Province e, logicamente, la sburocratizzazione del sistema amministrativo centrale e regionale – riforme che, nel Parlamento, il primo ministro potrà realizzare soltanto con l’aiuto del partito di Berlusconi. In quanto a questo, come segretario generale del PD, Renzi dovrà ingaggiare una guerra interna intensa per scompaginare definitivamente l’opposizione formata dalla vecchia guardia dell’ex-PCI (D’Alema, Bersani, Civita, Veltroni etc.), che ancora controlla il 40% dell’apparato partitico.

 

La grande coalizione

 

L’eccezionale vittoria del PD di Renzi, che, in Italia, governa con una maggioranza formata dai partiti di destra (NPD e UDC), più l’appoggio esterno di Forza Italia di Berlusconi, sarà determinante per stabilire la conservazione di un equilibrio politico tra la maggioranza conservatrice e l’opposizione del centro-sinistra, che in quest’ambito sarà il nuovo alleato del fronte conservatore. Per realizzare questo, la coalizione partitica europea di centro-sinistra, il “PSE” (Partito Socialista Europeo, che in realtà dovrebbe chiamarsi social-democratico, visto che di socialista non ha più nulla) dovrà integrare la “Grande Coalizione Europea” e lavorare insieme con il Partito Popolare Europeo (PPE), che è la formazione dei partiti conservatori europei. Una soluzione mega-partitica che permetterà alla tedesca Angela Merkel e alla BCE di dare continuità ai programmi di austerità e dettare la linea politica attraverso la nomina del conservatore lussemburghese Jean Claude Junker alla presidenza del Parlamento Europeo. Già per Martin Schulz, il candidato della social-democrazia tedesca (SPD) e del PSE, si sta preparando la poltrona della Commissione Europea – una soluzione alternativa che, in realtà, non riguarda l’Unione Europea, dal momento che sembra nulla cambierà o nulla disturberà il progetto politico e economico della UE, che sempre sarà articolato da politici conservatori.

 

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente del Brasil de Fato in Italia, editore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del “Correio da Cidadania”.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Appello internazionale a sostegno di Podemos

A pochi giorni dalle ultime elezioni europee del 25 maggio 2014, come firmatari di questo manifesto, vogliamo diffondere la dirompente entrata nel panorama politico spagnolo dell’iniziativa “Podemos”, che ha ottenuto in poco piú di quattro mesi di esistenza un impressionante sostegno popolare dell’8% dei sufragi, diventando la terza forza politica in 20 delle 40 principali cittá del paese. Davanti al paesaggio desolato che le politiche di austerità hanno dipinto nel Sud d’Europa, è incoraggiante il sorgere di alternative disposte a lottare per la democrazia, i diritti sociali e la sovranità popolare. Ancora più incoraggiante è il fatto che queste alternative provino, contemporaneamente, a fare politica attraverso formule innovative, aldilà del ricatto che condanna tali paesi a dipendere dalle misure di austerità dettate dall’elite politica e finanziaria dell’Unione Europea.

Podemos è riuscito a raccogliere l’eredità del ciclo di mobilitazioni popolari che, dal 2011, sono sorte in tutto il pianeta, per rivendicare una democrazia degna di questo nome. Lo ha fatto favorendo la partecipazione della cittadinanza attraverso primarie aperte e la redazione di un programma partecipativo, grazie alla costituzione di circoli di appoggio e assemblee popolari, rinunciando al finanziamento attraverso prestiti bancari e adottando un fermo compromesso con la revocabilità delle cariche e la limitazione degli stipendi.

Il programma politico di Podemos, costruito in maniera partecipativa da migliaia di cittadini, è riuscito a materializzare il desiderio condiviso da milioni di persone nel mondo in un progetto politico concreto: la frattura con la logica neoliberale dell’austericidio e la dittatura del debito; la distribuzione equitativa del lavoro e della ricchezza; la democratizzazione di tutte le istanze della vita pubblica; la fine della corruzione e dell’impunità che hanno trasformato il sogno europeo di uguaglianza, libertà e fraternità nell’incubo di una società ingiusta, disuguale, oligarchica e cinica.

Come hanno dimostrato queste ultime elezioni, la disaffezione e il disagio che provocano le politiche imposte dalla Troika, sono un terreno fertile per il ritorno e la crescita della xenofobia e del fascismo. Urge, quindi, che la speranza germinata con Podemos si estenda a tutti i paesi: la resistenza di un popolo che si rifiuta di accettare l’assoggettamento passivo e rivendica per sé quel potere che, nella sua essenza, appartiene solo a lui: la democrazia, la capacità di decidere tra tutti ciò che é di tutti.

Manifestiamo, per questo, il nostro sostegno a questa iniziativa e al suo metodo aperto e partecipativo, con la speranza che il suo impegno sia fruttifero e si sparga in modo inarrestabile in tanti luoghi dell’Europa e del mondo.

Gilbert Achcar
Jorge Alemán
Cinzia Arruzza
Étienne Balibar
Brenna Bhandar
Wendy Brown
Bruno Bosteels
Hisham Bustani
Judith Butler
Fathi Chamkhi
Noam Chomsky
Mike Davis
Erri De Luca
Costas Douzinas
Eduardo Galeano
Michael Hardt
Srećko Horvat
Robert Hullot-Kentor
Sadri Khiari
Naomi Klein
Chantal Mouffe
Aristeidis Mpaltas
Yasser Munif
Antonio Negri
Jacques Rancière
Leticia Sabsay
Mixalis Spourdalakis
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