Tre anni dopo la morte di Gheddafi una nuova guerra civile minaccia la Libia

di Achille Lollo

Alla Casa Bianca e in tutte le cancellerie dei paesi della NATO, dell’Africa del Nord e del Medio Oriente si sapeva che, dopo l’ attentato contro il secondo primo ministro interino, Abdullah al-Thani (che ha rinunciato dopo cinque giorni dalla nomina) e il sequestro dell’ambasciatore della Giordania, la situazione politica a Tripoli e a Bengasi era fuori controllo, preannunciando l’inizio di una nuova guerra civile, molto accuratamente passata sotto silenzio nelle redazioni dei “grandi media”.

Di fatto, non è stato per caso che: 1º) il giorno 25 aprile, lo Stato Maggiore della NATO ha annunciato che tutti i sistemi mobili di difesa antiaerea Igla (circa 10 mila pezzi di origine russa) e i rispettivi missili erano spariti dai magazzini della Forza Aerea; 2º) il giorno 6 maggio, la compagnia aerea della Giordania (l’unica che realizzava 10 voli settimanali da Bengasi e Misurata) ha sospeso tutte le sue attività; 3º) il giorno 9 maggio, il governo dell’Algeria ha chiuso la sua ambasciata, ritirando tutti i suoi diplomatici e funzionari; 4º) il giorno 14 maggio, il Dipartimento di Stato ha chiesto al Pentagono di preparare una forza operativa per difendere l’ambasciata a Tripoli – per questo, nella base aero-navale di Sigonella, in Sicilia (Italia) quattro elicotteri Osprey, due aerei KC-130 e un distaccamento di 200 fucilieri navali sono stati messi in “allarme permanente”, per entrare in azione nella capitale della Libia.

Infine, domenica (18), il gruppo paramilitare auto-denominato “Esercito Nazionale Libico”, comandato dall’ex-generale Khalifa Hifter attaccava a Bengasi i quartieri e i comandi delle milizie islamiche e jihadiste legati ad Ansar Al-Sharia.

Poco dopo, il giorno 19, le milizie berbere Al Qaaqaa e Sawaaq della città di Zintan attaccavano e bruciavano il Parlamento per impedire l’insediamento del nuovo primo ministro, il fondamentalista Ahmed Miitig. In questo attacco, due deputati legati alla Fratellanza Musulmana erano sequestrati dai miliziani berberi.

La notte, il presidente del Parlamento, Nouri Abou Sahmein, denunciava in un comunicato che “…tutti quelli che hanno partecipato a questo tentativo di colpo di stato saranno perseguiti dalla giustizia…” In risposta, l’autore dell’operazione militare a Bengasi, il generale Khalifa Hifter: “…Il Parlamento è il cuore della crisi e lo Stato dà sostegno agli estremisti islamici. Questo non è un colpo di Stato. Non stiamo lottando per il potere, stiamo ingaggiando una battaglia nazionale contro i terroristi islamici, che hanno cominciato a usare le armi contro giudici, avvocati, giornalisti, poliziotti, officiali e funzionari pubblici non islamici…”.

Stato islamico o liberale?

Per rispondere a questa domanda, bisogna analizzare che cosa è successo in questi tre anni dopo la caduta di Gheddafi e, anche, identificare i centri di potere che si sono costituti in Libia a partire dal 2011, permettendo la costituzione di 489 “milizie popolari”. Una forza militare che oggi si è impossessata della Libia, mettendo insieme circa 1.700 gruppi armati, i quali mobilitano 300 mila uomini.

È evidente che per sostenere l’organizzazione e, soprattutto, i salari dei combattenti, i capi delle milizie hanno dovuto optare nel trasformarsi in guardiani di ministri, imprese, capi tribali, moschee, etc. Per esempio, il Ministero degli Interni ha passato alle milizie milioni di dollari e molti equipaggiamenti per compiti di polizia, mobilitando, così, circa 120 mila combattenti, che, evidentemente non accettano più la smobilitazione. D’altro canto, il Parlamento, la classe politica e il governo hanno fatto molto poco per disarmare le milizie e imporre il loro assorbimento nelle unità della polizia o del nuovo esercito.

Il motivo di questo errore ha molto a che vedere con l’ improvvisata “Rivoluzione Libica”, che non ha saputo proporre nessun tipo di riconciliazione nazionale, oltre a essere incapace di rifondare uno Stato dove il funzionamento dell’economia liberale, e il rispetto dei diritti umani fossero associati alla libertà confessionale. Insomma, un Stato che, allo stesso tempo, fosse capace di essere indipendente e laico, di disciplinare la forza politica dei nuovi partiti islamici, desiderosi di controllare l’ amministrazione pubblica, in vista della creazione di uno Stato islamico, con una giurisprudenza e un’organizzazione sociale basata, unicamente, sulle leggi del fondamentalismo islamico.

In questo contesto, è necessario dire che il primo ministro, Ali Zeidan, eletto con il voto dei partiti nazionalista e islamico, è stato uno statista incapace, oltre ad avere incoraggiato la trasformazione delle milizie in “eserciti particolari”. Di fatto, subito dopo di essere stato eletto, ha contrattato, per 1 miliardo di dollari, la potente “milizia di Misurata” (30 mila uomini super-armati), per “garantire al suo governo tre anni di stabilità”. Ufficialmente, Zeidan ha detto che lui stava pagando questo servizio con denaro proprio. In realtà, questo miliardo di dollari è stato messo insieme tra le transnazionali e le imprese legate al settore petrolifero (in particolare le francesi).

Tuttavia, questa protezione è scomparsa quando le milizie legate al Ministero degli Interni hanno sequestrato lo stesso Ali Zeidan, per non essere stato capace di impedire la proclamazione dell’ autonomia della regione del Fezzan e la scissione separatista della Cirenaica, dove si concentra l’80% dello sfruttamento degli idrocarburi (petrolio e gas) della Libia. Ufficialmente, il sequestro è stato attribuito ai gruppi jihadisti di Bengasi, avendo Ali Zeidan permesso alle truppe speciali degli USA di arrestare a Tripoli il rappresentante di Al-Qaeda Abu Anãs Al Lybi e portarlo prigioniero alla base italiana di Sigonella.

È evidente che, dopo di ciò, Ali Zeidan ha perso la sua autorità e prestigio politico, di modo che il giorno 11 marzo ha rinunciato, tornando a vivere in Svizzera.

Il suo successore, l’ex-ministro della Difesa, Abdullah al-Thani, è rimasto in carica appena cinque giorni, dopo di essere sfuggito a un attentato con esplosivo che aveva come obiettivo la sua morte e quella della sua famiglia. È bene ricordare che quando Abdullah al-Thani era ministro della Difesa, suo figlio era rimasto sequestrato durante quattro mesi dai gruppi islamici. Il giovane è stato liberato solo quando il padre ha permesso che le milizie islamiche passassero a controllare l’aeroporto di Mitiga, che è il secondo per importanza a Tripoli.

L’attacco fondamentalista

Dalla formazione del Consiglio Nazionale di Transizione (CNT), la Fratellanza Musulmana e i salafiti hanno cercato di conquistare l’apparato dello Stato, occupando tutti i suoi “centri nevralgici” per, in seguito, piazzare nei differenti settori e dipartimenti uomini di loro fiducia. Una tattica che è stata accompagnata da una profonda ristrutturazione “etnica” e “religiosa” dei servizi pubblici, con l’espulsione di tutti quelli che ostacolavano questo tipo di riforma.

Chi non accettava le nuove regole imposte dagli uomini delle milizie islamiche era arrestato con l’accusa di essere “complice dei terroristi di Gheddafi” o era vittima di un attentato mortale. Di fatto, nei primi cinque mesi del 2014, i gruppi armati islamici ( jihadisti, salafiti o fondamentalisti) hanno ucciso 215 funzionari pubblici, tra i quali capi di dipartimento, giudici, capi della polizia, giornalisti, avvocati e ufficiali dell’esercito. Forse, è stato l’ assassinio del capo dell’intelligence militare che ha causato l’ attacco dell’”Esercito Nazionale Libico” dell’ex-generale Khalifa Hifter contro i quartieri e i comandi delle milizie islamiche e jihadiste legate ad Ansar Al-Sharia a Bengasi.

È stato su questa onda anti-islamica che le milizie berbere Al Qaaqaa e Sawaaq, della città di Zintan (che non sono islamiche) sono entrate a Tripoli per attaccare e bruciare il Parlamento, controllato da una maggioranza di partiti islamici. Di fatto, con l’ elezione di Ahmed Miitig – un imprenditore di Misurata molto legato ai fondamentalisti – a primo ministro della Libia e con la maggioranza nel Parlamento con 121 deputati, i partiti islamici non avrebbero avuto difficoltà ad imporre la legislazione islamica (Sharia) e, conseguentemente, a tentare di trasformare lo Stato in un tipo di federazione etnico-islamica con i poteri centralizzati a Bengasi.

Un progetto politico che, fin dall’inizio, si è scontrato con gli ufficiali del nuovo esercito, i partiti nazionalisti, i liberali e, in generale, con tutti quelli che trovavano il fondamentalismo islamico una “forzatura” della religione per raggiungere obiettivi politici.

Khalifa Hifter

Recentemente, l’ex-generale Khalifa Hifter, nell’attaccare gli avamposti dei gruppi jihadisti e salafiti a Bengasi, ha assunto una posizione nazionalista, proponendosi come il nuovo salvatore della patria, in un momento drammatico nel quale la Libia, oltre a trovarsi al bordo del fallimento, con una produzione petrolifera che è caduta al 12,5%, si trova sprofondata in una guerra civile che può trasformarla nella Somalia del Mediterraneo.

Di fatto, l’ex-generale Khalifa Hifter, nel 1969, ha cospirato con Gheddafi nel colpo di stato contro il re Idris. Dopo, i due si sono allontanati e il generale ha commesso la sciocchezza di lasciarsi catturare dalle unità dell’esercito chadiano. Degradato pubblicamente a Tripoli, è stato liberato da un “comando di marines” statunitensi che lo hanno portato negli USA, dove ha ricevuto asilo politico, passando a lavorare come analista della CIA.

Nel giugno 2011, la CIA ha preparato il suo ritorno trionfale a Tripoli, dove il CNT gli ha dato il compito di organizzare il nuovo esercito. Tuttavia, tenendo in conto che nessuno voleva la ricostruzione di un esercito regolare, l’ex-generale Khalifa Hifter è stato nuovamente allontanato.

Insoddisfatto, ma con molto denaro a disposizione, Hifter ha fondato un partito politico che pretendeva rappresentare in Parlamento gli estremisti islamici. Questo partito ha fallito nelle elezioni e giudicandosi tradito dagli estremisti islamici, l’ex-generale è tornato a dialogare con i settori nazionalisti dell’ esercito e con le milizie berbere della città di Zintan, che odiano gli estremisti islamici.

Per questo, ha riunito vari gruppi armati, che ha chiamato “Esercito Nazionale Libico”. Con loro, a febbraio, ha tentato un primo attacco contro il Parlamento. In questo modo, ha riunito con sé vari ufficiali superiori dell’Esercito e della Forza Aerea che gli hanno garantito la logistica e una copertura politica e militare. Di fatto, lui non è stato mai arrestato preso e processato, riuscendo a muoversi con le sue truppe da Tripoli a Bengasi senza incontrare resistenza da parte della polizia.

Senza dubbio, il generale Khalifa Hifter e il suo “Esercito Nazionale Libico” sono l’”esercito particolare” di un settore del nazionalismo che, ancora, non vuole essere responsabile della guerra contro i partiti islamici. Per questo, Hifter deve giocare il ruolo specifico di promuovere il raggruppamento politico e militare delle forze non-islamiche, per poi tentare quello che i militari hanno fatto in Egitto, cioè, distruggere la Fratellanza Musulmana.

L’unica e grande differenza con l’Egitto è che in Libia i gruppi armati islamici sono molto bene armati, di modo che la previsione di una drammatica e duratura guerra civile giàè una realtà in Libia.

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e collaboratore del Correio da Cidadania.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

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