La vittoria nel referendum fortifica i separatisti nell’Ucraina Orientale

di Achille Lollo

CRISI IN UCRAINA — Il referendum nelle regioni di Donetsk e di Lugansk, in aggiunta a quello realizzato in Crimea, disqualifica ancora più il governo interino di Kiev, alla vigilia delle elezioni presidenziali del 25 maggio.

Nelle regioni di Donetsk e di Lugansk, vale a dire in tutto l’est dell’Ucraina, il referendum a favore della separazione di Kiev è stato realizzato con successo anche se con una provocazione armata a Mariupumol da parte di un gruppo paramilitare del partito nazionalista “Setor Direita” – che non è riuscita perché la popolazione, anche se disarmata, ha bloccato i facinorosi fascisti fino all’arrivo della polizia.

Praticamente, nessuno credeva che questo referendum riuscisse a essere realizzato pacificamente in città praticamente assediate dalle unità speciali dell’esercito, che il governo di Kiev ha inviato, “con la missione di impedire un referendum che non ha nessuna legittimità giuridica e di finirla con le manifestazioni dei terroristi”.

Nonostante la censura praticata dai giornali di Kiev e dalla campagna di intossicazione della “grande impresa” europea e statunitense, a mezzogiorno del giorno 12, il comitato elettorale della regione di Donetsk (circa 5 milioni di persone) ha informato che avevano votato il 74,87% degli elettori. Di questi, l’89,7% ha optato per la separazione dal governo di Kiev, il 10,9% si sono espressi contro, mentre lo 0,74% hanno annullato il voto.

A Lugansk (circa 3 milioni di abitanti), l’81% sono andati a votare e il 95,98% dei voti sono stati a favore della separazione, mentre appena il 3,1% si è espresso contro.

Tali risultati disilludono gli analisti della Casa Bianca che contavano sul fallimento del referendum, dal momento che lo stesso presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, aveva chiesto ai ribelli di Donetsk e di Lugansk di rimandare il referendum a causa della violenza praticata dai gruppi fascisti e dell’intervento dell’ esercito di Kiev.

Di fatto, dopo il massacro di Odessa – quando 48 militanti separatisti furono bruciati vivi nel palazzo dei Sindacati dove si erano rifugiati in seguito a una violenta manifestazione – in tutte le province dell’est e del sud-est dell’Ucraina, la tensione ha raggiunto livelli altissimi. Forse, è stato a causa di ciò che le popolazioni delle regioni pro-russe hanno deciso di realizzare il referendum, sebbene in condizioni difficili.

Secondo il principale leader politico della regione di Donetsk, Denis Pushilin, “con il referendum, il popolo di Donetsk ha definito la sovranità del nuovo Stato che, in base all’espressione della volontà popolare più che maggioritaria, ha creato la Repubblica Popolare di Donetsk. Così, per ristabilire la giustizia storica, chiediamo al governo russo che consideri l’ipotesi che questa repubblica passi a integrare la Federazione Russa”.

Oltre ad affermare che “il giorno 25 maggio in tutto il territorio della Repubblica Popolare di Donetsk non si realizzeranno le elezioni presidenziali fissate dal governo di Kiev”, Pushilin ha comunicato anche che “… le autorità della Repubblica Popolare di Donetsk si riservano il diritto di chiedere l’invio di forze di pace nel caso ci sia violenza e uso della forza da parte dell’esercito del governo di Kiev…”.

Dal canto suo, il governatore popolare di Donetsk, Pavel Guborev, ha pubblicato su Facebook che “Igor Strelkov, capo delle forze di auto-difesa pro-russe del Sud-est dell’Ucrania, aveva assunto il carico di comandante delle forze armate popolari, introducendo nuove misure anti-terrorismo, che tutte le unità ribelli in armi dovevano rispettare”.

Da parte loro, i membri del governo della nuova Repubblica Popolare di Lugansk, nonostante la vittoria separatista, hanno offerto un’uscita diplomatica al governo interino di Kiev, proponendo la federalizzazione dell’Ucraina. In questo modo, la crisi politica potrebbe essere controllata, impedendo l’esplosione di una possibile guerra civile nelle regioni orientali.

 

L’intransigenza di Obama

La realizzazione del referendum e la conseguente proclamazione nell’est dell’ Ucraina di due “repubbliche popolari” — che a Washington, Londra e Berlino gli hanno ricordato l’epoca delle differenti repubbliche popolari sostenute dall’URSS — ha acceso ancora di più l’isteria intransigente dei consiglieri della Casa Bianca. Conseguentemente, il presidente Barack Obama è tornato ad attaccare la Russia, dicendo che le rivendicazioni separatiste sono cresciute perché il presidente Putin, in realtà, vuole impadronirsi di gran parte dell’Ucraina.

Obama e i suoi fedeli alleati europei, il britannico Nick Cameron e la tedesca Angela Merkel, ora giocano il ruolo di vittime con lo scopo di convincere l’opinione pubblica mondiale che dietro il movimento separatista ci sarebbero solo gli agenti dei servizi segreti russi e, per questo, gli USA, la NATO e, soprattutto, l’Unione Europea dovrebbero punire il governo della Federazione Russa con nuove sanzioni che, questa volta, dovrebbero attaccare tutta l’economia russa.

È difficile ammettere che i 6 milioni di persone che hanno votato a favore dell’ autonomia e della separazione siano “agenti dei servizi segreti russi”! Tuttavia, la veritàè che le popolazioni dell’est hanno optato per la separazione dopo del colpo di Stato “Euromaidan”, che con la forza dei gruppi paramilitari fascisti e neo-nazisti, ha ricollocato al potere un’oligarchia di destra che era stata sconfitta, elettoralmente, prima nel 2002 e poi nel 2010.

Ma non è stato solo il successo del referendum che ha indispettito Obama e il personale del Dipartimento di Stato. Sono rimasti spaventati con l’incapacità dell’ esercito di Kiev di “liberare” la città di Sloviansk, che è la fortezza politica e militare della ribellione separatista.

Resta il fatto che l’indecisione dei comandanti dell’esercito dell’Ucraina nell’attaccare violentemente le città ribelli – secondo quanto ordinato dal governo interino di Kiev – ha molto a vedere con il rischio di fare vittime tra la popolazione civile che sostiene il movimento separatista. Di fatto, nei primi giorni della cosiddetta “offensiva contro i manifestanti terroristi”, la morte di civili ha provocato rivolte in seno alle unità della polizia anti-sommossa e anche dell’esercito, il che ha obbligato gli ufficiali superiori a rivedere le operazioni contro le città. D’altro canto, i comandanti delle unità che assediano le città ribelli non vogliono che si ripeta il dramma della Crimea, dove interi battaglioni hanno consegnato le armi ai separatisti o hanno disertato in direzione della frontiera russa.

Gas russo: pace o guerra?

Ogni anno, i paesi dell’Unione Europea consumano 462 miliardi di metri cubici di gas e il 30% di questo volume, vale a dire 162,7 miliardi di m.c. sono forniti dall’ impresa statale russa Gazprom, che fa arrivare in Europa circa 80 miliardi di m.c. attraverso i gasdotti che attraversano l’Ucraina. Pertanto, se Obama riesce a convincere i suoi alleati europei ad imporre pesanti sanzioni economiche alla Russia, certamente il governo russo risponderà con il taglio del gas in Europa.

Anche perché in aprile il governo russo ha firmato un accordo con la Cina, che è interessata a comprare tutto il gas che eventualmente i paesi dell’Unione Europea non vogliono più, avendo optato per il gas venduto (a prezzi più alti) dagli USA. Di fatto, a questo scopo, si sta studiando la costruzione di una rete di gasdotti che parte dalla Sibéria e si estende fino al nord della Cina. Frattanto, il possibile taglio del gas russo all’Europa potrà aver luogo non tanto per le sanzioni economiche di Obama che i leaders dell’Unione Europea difficilmente accetteranno, ma a causa dell’arroganza del governo interino di Kiev, che si rifiuta di pagare il debito di 3,5 miliardi di dollari relativo al rifornimento di gas degli anni 2013/2014.

Per questo, il primo ministro russo, Dimitri Medvedev, ha chiesto all’amministratore della Gazprom, Alexiei Miller, di “comunicare al governo de Kiev che, a causa dell’ aumento del debito, la nuova fornitura di gas sarà realizzata solamente mediante il pagamento anticipato fino al giorno 2 giugno. D’altro canto, se il debito non fosse annullato e pagato, la Gazprom dovrebbe chiudere i rubinetti dei gasdotti che attraversano l’Ucraina”.

Una tale misura tocca non solo l’Ucraina, ma anche i paesi europei che hanno sostenuto il colpo di Stato “EuroMaidan”, solamente in base alle relazioni di dipendenza geo-strategica con gli Stati Uniti.

 

Di fatto, la questione del debito è molto complessa, perché la Gazprom, nel 2010, ha ridotto il prezzo da 480 a 268,5 dollari per ogni mille metri cubici, in funzione dell’ accordo Russia-Ucraina che il presidente Viktor Yanukovych ha firmato con Vladimir Putin. Di modo che il governo russo ha informato che il colpo di Stato realizzato contro Yanukovych comprometteva la continuazione di quell’accordo, dal momento che il gas doveva essere pagato integralmente, perché, a partire dal momento della deposizione autoritaria del presidente eletto Viktor Yanukovych terminava anche il prezzo “politico” con il quale la Russia nel passato aveva venduto il gas all’Ucraina.

Il dramma di tutto ciò è che l’FMI depositerà nel Banco Centrale dell’Ucraina 15 miliardi solamente dopo delle riforme (cioè, le privatizzazioni delle industrie statali). Nel frattempo, il Banco Centrale Europeo, che aveva promesso più di 6 miliardi di dollari, sta aspettando i risultati delle elezioni presidenziali del 25 maggio, mentre che la Federal Reserve si è detta contraria all’emissione di un prestito lampo a favore del governo interino dell’Ucraina – triste realtà per il Ministro del Tesoro dell’Ucraina, che ha solo 2,15 miliardi di dollari in cassa per tutto l’anno 2014.

La situazione si fa ancora più triste nel considerare che, alla fine, chi ha sostenuto politicamente la nascita di questo governo interino, cioè la Casa Bianca, dovrebbe sostenere anche le sue obbligazioni finanziarie.

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia e curatore del programma TV “Quadrante Informativo”.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

 

Tre anni dopo la morte di Gheddafi una nuova guerra civile minaccia la Libia

di Achille Lollo

Alla Casa Bianca e in tutte le cancellerie dei paesi della NATO, dell’Africa del Nord e del Medio Oriente si sapeva che, dopo l’ attentato contro il secondo primo ministro interino, Abdullah al-Thani (che ha rinunciato dopo cinque giorni dalla nomina) e il sequestro dell’ambasciatore della Giordania, la situazione politica a Tripoli e a Bengasi era fuori controllo, preannunciando l’inizio di una nuova guerra civile, molto accuratamente passata sotto silenzio nelle redazioni dei “grandi media”.

Di fatto, non è stato per caso che: 1º) il giorno 25 aprile, lo Stato Maggiore della NATO ha annunciato che tutti i sistemi mobili di difesa antiaerea Igla (circa 10 mila pezzi di origine russa) e i rispettivi missili erano spariti dai magazzini della Forza Aerea; 2º) il giorno 6 maggio, la compagnia aerea della Giordania (l’unica che realizzava 10 voli settimanali da Bengasi e Misurata) ha sospeso tutte le sue attività; 3º) il giorno 9 maggio, il governo dell’Algeria ha chiuso la sua ambasciata, ritirando tutti i suoi diplomatici e funzionari; 4º) il giorno 14 maggio, il Dipartimento di Stato ha chiesto al Pentagono di preparare una forza operativa per difendere l’ambasciata a Tripoli – per questo, nella base aero-navale di Sigonella, in Sicilia (Italia) quattro elicotteri Osprey, due aerei KC-130 e un distaccamento di 200 fucilieri navali sono stati messi in “allarme permanente”, per entrare in azione nella capitale della Libia.

Infine, domenica (18), il gruppo paramilitare auto-denominato “Esercito Nazionale Libico”, comandato dall’ex-generale Khalifa Hifter attaccava a Bengasi i quartieri e i comandi delle milizie islamiche e jihadiste legati ad Ansar Al-Sharia.

Poco dopo, il giorno 19, le milizie berbere Al Qaaqaa e Sawaaq della città di Zintan attaccavano e bruciavano il Parlamento per impedire l’insediamento del nuovo primo ministro, il fondamentalista Ahmed Miitig. In questo attacco, due deputati legati alla Fratellanza Musulmana erano sequestrati dai miliziani berberi.

La notte, il presidente del Parlamento, Nouri Abou Sahmein, denunciava in un comunicato che “…tutti quelli che hanno partecipato a questo tentativo di colpo di stato saranno perseguiti dalla giustizia…” In risposta, l’autore dell’operazione militare a Bengasi, il generale Khalifa Hifter: “…Il Parlamento è il cuore della crisi e lo Stato dà sostegno agli estremisti islamici. Questo non è un colpo di Stato. Non stiamo lottando per il potere, stiamo ingaggiando una battaglia nazionale contro i terroristi islamici, che hanno cominciato a usare le armi contro giudici, avvocati, giornalisti, poliziotti, officiali e funzionari pubblici non islamici…”.

Stato islamico o liberale?

Per rispondere a questa domanda, bisogna analizzare che cosa è successo in questi tre anni dopo la caduta di Gheddafi e, anche, identificare i centri di potere che si sono costituti in Libia a partire dal 2011, permettendo la costituzione di 489 “milizie popolari”. Una forza militare che oggi si è impossessata della Libia, mettendo insieme circa 1.700 gruppi armati, i quali mobilitano 300 mila uomini.

È evidente che per sostenere l’organizzazione e, soprattutto, i salari dei combattenti, i capi delle milizie hanno dovuto optare nel trasformarsi in guardiani di ministri, imprese, capi tribali, moschee, etc. Per esempio, il Ministero degli Interni ha passato alle milizie milioni di dollari e molti equipaggiamenti per compiti di polizia, mobilitando, così, circa 120 mila combattenti, che, evidentemente non accettano più la smobilitazione. D’altro canto, il Parlamento, la classe politica e il governo hanno fatto molto poco per disarmare le milizie e imporre il loro assorbimento nelle unità della polizia o del nuovo esercito.

Il motivo di questo errore ha molto a che vedere con l’ improvvisata “Rivoluzione Libica”, che non ha saputo proporre nessun tipo di riconciliazione nazionale, oltre a essere incapace di rifondare uno Stato dove il funzionamento dell’economia liberale, e il rispetto dei diritti umani fossero associati alla libertà confessionale. Insomma, un Stato che, allo stesso tempo, fosse capace di essere indipendente e laico, di disciplinare la forza politica dei nuovi partiti islamici, desiderosi di controllare l’ amministrazione pubblica, in vista della creazione di uno Stato islamico, con una giurisprudenza e un’organizzazione sociale basata, unicamente, sulle leggi del fondamentalismo islamico.

In questo contesto, è necessario dire che il primo ministro, Ali Zeidan, eletto con il voto dei partiti nazionalista e islamico, è stato uno statista incapace, oltre ad avere incoraggiato la trasformazione delle milizie in “eserciti particolari”. Di fatto, subito dopo di essere stato eletto, ha contrattato, per 1 miliardo di dollari, la potente “milizia di Misurata” (30 mila uomini super-armati), per “garantire al suo governo tre anni di stabilità”. Ufficialmente, Zeidan ha detto che lui stava pagando questo servizio con denaro proprio. In realtà, questo miliardo di dollari è stato messo insieme tra le transnazionali e le imprese legate al settore petrolifero (in particolare le francesi).

Tuttavia, questa protezione è scomparsa quando le milizie legate al Ministero degli Interni hanno sequestrato lo stesso Ali Zeidan, per non essere stato capace di impedire la proclamazione dell’ autonomia della regione del Fezzan e la scissione separatista della Cirenaica, dove si concentra l’80% dello sfruttamento degli idrocarburi (petrolio e gas) della Libia. Ufficialmente, il sequestro è stato attribuito ai gruppi jihadisti di Bengasi, avendo Ali Zeidan permesso alle truppe speciali degli USA di arrestare a Tripoli il rappresentante di Al-Qaeda Abu Anãs Al Lybi e portarlo prigioniero alla base italiana di Sigonella.

È evidente che, dopo di ciò, Ali Zeidan ha perso la sua autorità e prestigio politico, di modo che il giorno 11 marzo ha rinunciato, tornando a vivere in Svizzera.

Il suo successore, l’ex-ministro della Difesa, Abdullah al-Thani, è rimasto in carica appena cinque giorni, dopo di essere sfuggito a un attentato con esplosivo che aveva come obiettivo la sua morte e quella della sua famiglia. È bene ricordare che quando Abdullah al-Thani era ministro della Difesa, suo figlio era rimasto sequestrato durante quattro mesi dai gruppi islamici. Il giovane è stato liberato solo quando il padre ha permesso che le milizie islamiche passassero a controllare l’aeroporto di Mitiga, che è il secondo per importanza a Tripoli.

L’attacco fondamentalista

Dalla formazione del Consiglio Nazionale di Transizione (CNT), la Fratellanza Musulmana e i salafiti hanno cercato di conquistare l’apparato dello Stato, occupando tutti i suoi “centri nevralgici” per, in seguito, piazzare nei differenti settori e dipartimenti uomini di loro fiducia. Una tattica che è stata accompagnata da una profonda ristrutturazione “etnica” e “religiosa” dei servizi pubblici, con l’espulsione di tutti quelli che ostacolavano questo tipo di riforma.

Chi non accettava le nuove regole imposte dagli uomini delle milizie islamiche era arrestato con l’accusa di essere “complice dei terroristi di Gheddafi” o era vittima di un attentato mortale. Di fatto, nei primi cinque mesi del 2014, i gruppi armati islamici ( jihadisti, salafiti o fondamentalisti) hanno ucciso 215 funzionari pubblici, tra i quali capi di dipartimento, giudici, capi della polizia, giornalisti, avvocati e ufficiali dell’esercito. Forse, è stato l’ assassinio del capo dell’intelligence militare che ha causato l’ attacco dell’”Esercito Nazionale Libico” dell’ex-generale Khalifa Hifter contro i quartieri e i comandi delle milizie islamiche e jihadiste legate ad Ansar Al-Sharia a Bengasi.

È stato su questa onda anti-islamica che le milizie berbere Al Qaaqaa e Sawaaq, della città di Zintan (che non sono islamiche) sono entrate a Tripoli per attaccare e bruciare il Parlamento, controllato da una maggioranza di partiti islamici. Di fatto, con l’ elezione di Ahmed Miitig – un imprenditore di Misurata molto legato ai fondamentalisti – a primo ministro della Libia e con la maggioranza nel Parlamento con 121 deputati, i partiti islamici non avrebbero avuto difficoltà ad imporre la legislazione islamica (Sharia) e, conseguentemente, a tentare di trasformare lo Stato in un tipo di federazione etnico-islamica con i poteri centralizzati a Bengasi.

Un progetto politico che, fin dall’inizio, si è scontrato con gli ufficiali del nuovo esercito, i partiti nazionalisti, i liberali e, in generale, con tutti quelli che trovavano il fondamentalismo islamico una “forzatura” della religione per raggiungere obiettivi politici.

Khalifa Hifter

Recentemente, l’ex-generale Khalifa Hifter, nell’attaccare gli avamposti dei gruppi jihadisti e salafiti a Bengasi, ha assunto una posizione nazionalista, proponendosi come il nuovo salvatore della patria, in un momento drammatico nel quale la Libia, oltre a trovarsi al bordo del fallimento, con una produzione petrolifera che è caduta al 12,5%, si trova sprofondata in una guerra civile che può trasformarla nella Somalia del Mediterraneo.

Di fatto, l’ex-generale Khalifa Hifter, nel 1969, ha cospirato con Gheddafi nel colpo di stato contro il re Idris. Dopo, i due si sono allontanati e il generale ha commesso la sciocchezza di lasciarsi catturare dalle unità dell’esercito chadiano. Degradato pubblicamente a Tripoli, è stato liberato da un “comando di marines” statunitensi che lo hanno portato negli USA, dove ha ricevuto asilo politico, passando a lavorare come analista della CIA.

Nel giugno 2011, la CIA ha preparato il suo ritorno trionfale a Tripoli, dove il CNT gli ha dato il compito di organizzare il nuovo esercito. Tuttavia, tenendo in conto che nessuno voleva la ricostruzione di un esercito regolare, l’ex-generale Khalifa Hifter è stato nuovamente allontanato.

Insoddisfatto, ma con molto denaro a disposizione, Hifter ha fondato un partito politico che pretendeva rappresentare in Parlamento gli estremisti islamici. Questo partito ha fallito nelle elezioni e giudicandosi tradito dagli estremisti islamici, l’ex-generale è tornato a dialogare con i settori nazionalisti dell’ esercito e con le milizie berbere della città di Zintan, che odiano gli estremisti islamici.

Per questo, ha riunito vari gruppi armati, che ha chiamato “Esercito Nazionale Libico”. Con loro, a febbraio, ha tentato un primo attacco contro il Parlamento. In questo modo, ha riunito con sé vari ufficiali superiori dell’Esercito e della Forza Aerea che gli hanno garantito la logistica e una copertura politica e militare. Di fatto, lui non è stato mai arrestato preso e processato, riuscendo a muoversi con le sue truppe da Tripoli a Bengasi senza incontrare resistenza da parte della polizia.

Senza dubbio, il generale Khalifa Hifter e il suo “Esercito Nazionale Libico” sono l’”esercito particolare” di un settore del nazionalismo che, ancora, non vuole essere responsabile della guerra contro i partiti islamici. Per questo, Hifter deve giocare il ruolo specifico di promuovere il raggruppamento politico e militare delle forze non-islamiche, per poi tentare quello che i militari hanno fatto in Egitto, cioè, distruggere la Fratellanza Musulmana.

L’unica e grande differenza con l’Egitto è che in Libia i gruppi armati islamici sono molto bene armati, di modo che la previsione di una drammatica e duratura guerra civile giàè una realtà in Libia.

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e collaboratore del Correio da Cidadania.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

Eleitores da União Europeia estão desligados do sentido do bloco

Escrito por Achille Lollo, de Roma para o Correio da Cidadania   — Sexta, 30 de Maio de 2014

Esta foi a frase mais questionada pelos os 28 líderes dos países da União Europeia, que se encontraram no Palácio Justus Lipsius em Bruxelas, para realizar, no dia 28 de maio, uma reunião programática sobre o futuro do Parlamento e da Comissão Europeia, após os imprevisíveis resultados das eleições de 25 de maio.

De fato, ninguém podia imaginar que, na França, o partido pós-fascista de Marine Le Pen alcançaria 26,3%, enquanto o PS do presidente François Hollande sofreria uma queda desastrosa de mais de 30%, permanecendo no miserável 13,8%. Mas, além da França, os partidos contrários à União, chamados de eurocéticos, ganharam posições importantes. Por exemplo, na Grã Bretanha, o UKIP – principal representante dos partidos definidos eurocéticos – alcançou 26,4%, derrotando inesperadamente o Partido Conservador – que está no governo – e seu principal opositor, o Partido Trabalhista.  Outra anomalia no voto dos britânicos foi a opção europeia do eleitorado escocês, que nas eleições nacionais votou a favor da separação independentista. Algo semelhante aconteceu, também, na Espanha, com o voto europeu dos catalães.

Na Itália, o Movimento 5 Estrelas, com 21,8%, elegeu 17 deputados. Eles formarão com os parlamentares do UKIP um novo bloco político europeu, enquanto os 5 deputados europeus eleitos na lista da racista Lega Nord (6,5%) devem formar um bloco partidário com os pós-fascistas do Front National, a quem se deve juntar o único deputado do “Movimento Popular contra a União Europeia”, da Dinamarca, que foi eleito por 8% dos dinamarqueses, enquanto o abstencionismo ultrapassou 40%.

Mas os principais exemplos negativos dessas eleições foram a afirmação do partido fascista húngaro, “Jobbik”, que com 14,7% se tornou o segundo partido da Hungria, enviando três deputados no Parlamento Europeu, enquanto, pela primeira vez na história europeia, o partido neonazista alemão, “NPD”, com 1% dos sufrágios, terá um deputado no Parlamento Europeu.

Abstencionismo X Conservação

40% dos eleitores dos 28 países da União Europeia estão completamente desligados dos conceitos que criaram esse bloco continental e que, hoje, regem as instituições e a burocracia da União Europeia. Trata-se de eleitores que fazem parte dos setores populares mais atingidos pelas crises econômicas e financeiras que, a partir de 2006, se abateram sem piedade em muitos países europeus.

É, portanto, um conjunto de eleitores que, na realidade, reúne faixas importantes do operariado industrial, do novo proletariado juvenil, massacrado com as novas leis de flexibilização trabalhista, e muitos setores da classe média que, após a introdução do euro, começaram a perder gradualmente seu poder de compra e sua capacidade de dialogar com o poder. Por isso essa importante parcela do eleitorado europeu não aceita mais votar em uma classe política que, física e politicamente, desconhece.

Um contexto que se manifestou com um massivo abstencionismo no dia das eleições. Por exemplo, em Portugal, a abstenção alcançou 41,7%, enquanto na Eslovênia quase 70% dos eleitores ficaram em casa! Além disso, há os eleitores (cerca 5% em cada país) que voluntariamente anulam o voto rabiscando as cédulas!

Segundo as estatísticas, somente uns 3,5% dos eleitores que votaram em 25 de maio (43%) conhecem a plataforma política do partido e as propostas do candidato que escolheram para o Parlamento Europeu. O restante vota o partido X e o candidato Y em função da afirmação que esse partido poderá ter no âmbito nacional.

Quem transforma as eleições europeias em uma importante conjetura política é a “grande mídia”, que na realidade alimenta a alienação partidária. Do momento que os povos europeus não sentem nada pela União Europeia, nada se diz sobre se o povo da UE está à beira da bancarrota ou vivendo em condições miseráveis e, sobretudo, sobre a afirmação do sentimento europeu.

A União Europeia, para a maioria dos eleitores, é antes de tudo um amplo mercado de trabalho, ao qual os jovens recorrem quando a explosão da crise econômica os atinge em seu país.

Segundo vários analistas, este teria sido o principal erro cometido pelos legisladores europeus quando decidiram transformar a Comissão Econômica Europeia (CEE) em União Europeia (EU), impondo com a BCE e o Euro um sistema monetário europeu, sem criar as condições para a fundação de um verdadeiro estado federativo europeu.

Porém, antes de afirmar se, na realidade, este foi mesmo um erro da classe dirigente europeia, é preciso saber se os Estados Unidos teriam permitido o surgimento de um novo estado federativo na Europa com: a) um mercado interno para 500 milhões de pessoas; b) uma capacidade industrial elevada e, até, superior à dos EUA; c) uma estrutura financeira extremamente eficiente e capacitada para absorver a maior parte dos capitais dos países do Terceiro Mundo através de 11 Bolsas de Valores; d) uma moeda – o Euro –, que, a partir da década de noventa, além de ter uma cobertura em ouro, podia se tornar uma alternativa ao dólar; e) um exército que era o somatório de 12 exércitos modernos, cujas potencialidades e modelos operativos teriam, certamente, modificado ou requalificado a subalternidade da OTAN aos generais do Pentágono estadunidense.

Portanto, para evitar a criação de um mega-estado federativo europeu, cujo desenvolvimento poderia apagar o poderio dos EUA, surgiu a União Europeia seguindo o projeto conservador, de mera dependência geoestratégica dos Estados Unidos e sem mudanças sistemáticas e territoriais.

Consequentemente, todas as instâncias legislativas, executivas e burocráticas da União Europeia foram sempre direcionadas por políticos conservadores. As poucas vezes que os socialdemocratas foram convidados a compartilhar o poder do Parlamento ou da Comissão Europeia, aconteceu sempre no âmbito de uma “grande coalizão”, cujos fundamentos políticos eram uma derivação das regras programáticas dos partidos conservadores reunidos na coligação partidária do PPE (Partido Popular Europeu).

Aberração eleitoral na França

Na França, o Front National – partido pós-fascista que Marine Lê Pen herdou do seu pai – passou do limitado 6,9% (eleições presidenciais de 2012) para um excepcional 26,8%, enquanto o PS (Partido Socialista apenas no logotipo!) recuou até 13,5%. É bom lembrar que, em 2012, no segundo turno das presidenciais, o PS ganhou com quase 60%, consagrando a liderança de François Hollande.

Entretanto, o minguado 13,5% do PS, na realidade, desenha os limites da representatividade política na sociedade francesa do PS, que não é mais um partido socialdemocrata, mas sim um partido geralmente progressista que se transformou no legitimo representante político dos interesses do mercado e das estratégias de subalternidade à OTAN.

Um PS que, diferentemente do partido que com Mitterrand e Jospin defendeu o Welfare State e se chocou com o poder dos banqueiros franceses e europeus, nos últimos anos aceitou desempenhar o papel de segurador da ordem social e das políticas de austeridade impostas pela BCE. Além disso, o conceito de soberania nacional, que foi um dos carros-chefes da política de Mitterrand, foi praticamente anulado pelas pressões dos banqueiros franceses, cada vez mais ricos e cúmplices do BCE, e desejosos de se apoderar dos títulos da dívida soberana dos Estados da União Europeia.

Um papel que François Hollande e seu governo desempenharam perfeitamente, inclusive quando era evidente que as medidas de austeridade do BCE, além de abrirem a porta à recessão econômica, multiplicavam os primeiros efeitos de uma pobreza extraordinária em um país como a França, que nos últimos quarenta anos sempre garantiu aos seus cidadãos e aos imigrantes bons contratos de trabalho, bons salários e um eficiente sistema de serviços públicos.

Quando o trabalho ficou cada vez mais precário, os salários mais minguados e a degradação se espalhou nas grandes periferias das metrópoles, a simpatia pelo PS e pelo “sedutor” François Hollande quase que se transformou em ódio. Assim, a extrema-direita (Front National) começou as explorar um pretenso nacionalismo anti-União Europeia, para denunciar, antes de tudo, a presença maciça dos imigrantes árabes e africanos nos bairros suburbanos das cidades, o aumento do desemprego, a subida do custo da vida e a introdução de mais impostos.

É claro que o governo de François Hollande não foi o único responsável por essa situação de crise econômica e social. O Senhor Sarkozy, com seu governo de direita e a aliança submissa com a política europeia de austeridade da alemã Ângela Merkel, foi o principal responsável.

Porém, as excelências do Front National e da “grande imprensa francesa” souberam explorar perfeitamente a questão racial, transformando-a no bode expiatório do atual contexto político. Visto que grande parte da classe média francesa ainda manifesta certa hostilidade racista, herdada dos tempos do colonialismo, para com os árabes e, sobretudo, com os imigrantes negros das ex-colônias da África Ocidental. Assim, quando na campanha eleitoral apareceu uma mulher muito comunicativa como Marine Lê Pen – apresentando-se como uma nacionalista não fascista -, que priorizava no seu programa político a expulsão dos imigrantes africanos, o fechamento das comunidades islâmicas, para depois atacar em primeira pessoa o Euro, o BCE e a União Europeia, por serem os responsáveis pela recessão na França, então a maior parte da classe média e importantes parcelas do proletariado votaram nela. Não há dúvidas de que essa pretensa “Jean D’Arc” do século 21, com a manipulação da questão racial e a rejeição do Euro, conseguiu estraçalhar os “monstros sagrados” do PS, isto é: François Hollande, Laurent Fabius Jean-Yves Le Drian e Ségoléne Royal.

Mas é preciso realçar que aquele 15% de novos eleitores do Front National não são votos de eleitores fascistas. Na realidade, trata-se do chamado “povo boi” que, nas eleições, oscila radicalmente, e não por motivos ideológicos ou por um amadurecimento político entre a direita e a centro-esquerda e vice-versa. Por isso, os principais analistas políticos admitem que na França a volatilidade do voto do “povo boi” – tal como aconteceu, também, na Itália – aumentou em função do medo da crise econômica que a política de austeridade da União Europeia provocou na França. Em segundo lugar, em boa parte da classe média francesa prevaleceu o sentimento de viver, no dia-a-dia, os efeitos do gradual empobrecimento, cuja principal perspectiva é coabitar nos bairros suburbanos com as minorias étnicas do Terceiro Mundo, com as quais não há ligações culturais, mas somente choques e contestações.

O Front National e, sobretudo, sua líder, Marine Lê Pen, ganharam porque souberam transformar os sentimentos de medo e de abandono na convicção de que a França estava à beira de uma catástrofe, inclusive pela falta de um governo “enérgico e capaz”. Consequentemente, o resultado foi um excepcional 26,8%!

Na Itália ganhou o novo PD de Matteo Renzi

O que mais surpreendeu nessas eleições europeias foi a vitória, na Itália, do Partido Democrático e os subterfúgios políticos que o novo líder, Matteo Renzi, utilizou para livrar o PD da etiqueta de partido de esquerda ou de centro-esquerda, assumindo, definitivamente, o logotipo de “partido de centro”.

Uma operação que permitiu a Renzi captar o apoio do mercado, a simpatia dos moderados e as esperanças do “povo boi” italiano, que, em 2013, emigrou no partido de Silvio Berlusconi, “Força Itália”, acreditando cegamente nas promessas de pagar menos impostos.

O principal subterfúgio, ou arma eleitoral, de Matteo Renzi foi o Decreto-Lei 66/2014, com o qual o governo pagou aos trabalhadores com carteira assinada (mas somente para os que ganham entre 800 e 1500 euro) um bônus mensal de 80 Euros, durante três anos, a partir do salário de maio. Isto é: três dias após as eleições Europeias!

Um decreto-lei que faz lembrar as antigas manobras eleitorais do primeiro-ministro democrata-cristão, Amintore Fanfani, que, nos anos setenta, recorreu à prática indiscriminada dos D.L. para derrotar os partidos da esquerda (PCI e PSI), manipulando o voto do “povo boi”. De fato, o novo líder do PD, Matteo Renzi, convenceu os italianos com a promessa de que, dando 80,00 Euros, todos os meses e durante três anos, a dez milhões de trabalhadores, a economia italiana poderia sair do buraco da recessão e iniciar, assim, um novo período de expansão.

Uma batalha que Renzi ganhou com a ajuda ilimitada da grande mídia, enquanto no Parlamento o PD teve que recorrer aos votos da Direta e, sobretudo, do partido de Berlusconi, Força Itália, para impedir a contestação do referido decreto-lei por parte do Movimento 5 Estrelas. Porém, tendo em conta que a dívida pública italiana já ultrapassou 130% do PIB, hoje, ninguém sabe se, na realidade, o Tesouro terá, até 2018, a necessária cobertura financeira para os 80 Euros mensais, que somam10 bilhões de Euro.

Alguns economistas e, sobretudo, os sindicalistas da FIOM-CGIL (Federação dos Metalúrgicos) questionaram o governo dizendo que o Tesouro poderá pagar o “Bônus Renzi” somente até janeiro de 2015. Depois, para fazer caixa, deverá introduzir mais impostos sobre as residências, taxar novamente a gasolina e operar mais cortes no orçamento dos serviços públicos!

É necessário esclarecer que o chamado Decreto Lei 66/2014, também rebatizado “D.L. para o Voto de Troca”, foi a solução que os estrategistas da campanha de Matteo Renzi encontraram para impedir a hemorragia de votos do partido. Em segundo lugar, com esse D.L., Matteo Renzi conseguiu captar a simpatia dos eleitores moderados, muitos desiludidos com as medidas econômicas e os escândalos dos governos de direita (Berlusconi e Monti) e terrivelmente amedrontados com os proclamas revolucionários do Movimento 5 Estrelas de Beppe Grillo.

Por outro lado, todos os jornais, as revistas, as televisões e as rádios, bem como toda a “estrutura social” da Igreja Católica – mesmo sem a participação de papa Francisco –, apoiaram incondicionalmente a estratégia eleitoral do PD, porque, com a vitória de Renzi, as antigas lideranças formadas nos tempos do Partido Comunista Italiano (D’Alema, Bersani, Epifani, Mussi e Fassino) eram empurradas para os arquivos da história.  Enfim, um processo político chamado de “rottamazione” (isto é: sucatar), graças ao qual nascia um novo Partido Democrático “interclassista”, com um grupo dirigente não socialista e formado, na sua maioria, nos grupos dos “populares” e dos “cristão-sociais” da antiga Democracia Cristã.

Grupos que, em 2001, integraram o Partido Popular, quando a Democracia Cristã se fragmentou à causa dos escandalosos processos de corrupção (Propinopolis) e que depois, em 2004, com Francesco Rutelli, criou o partido ”Democrazia e Libertà –La Margherita”. Uma formação política que, depois, em 2005, articulou a coligação eleitoral “A Oliveira” com os ex-comunistas do PDS (Partido dos Democráticos de Esquerda). Finalmente, em 2007, os populares e cristão-sociais da Margherita apoiaram o projeto de Walter Veltroni para enterrar definitivamente o PDS e criar o PD –Partido Democrático.

Hoje, Matteo Renzi, Dario Franceschini, Enrico Letta, Graziano Del Rio, Maria Elena Boschi e Débora Serrachiani representam a “nouvelle vague” do Partido Democrata, onde, após a dissolução do PCI em 1991, cresceram politicamente na onda da abjuração do marxismo e do leninismo. Sujeitos políticos que se afirmaram a partir de 2006, quando Veltroni promoveu a reforma política e estrutural do antigo PDS, dando vida ao Partido Democrático, espelhado na experiência do Democratic Party de Bill Clinton. Um projeto que Veltroni vislumbrou já em 1992 quando publicou o livro “Il sogno spezzato. Le idee di Robert Kennedy” (O sonho quebrado. As ideias de Robert Kennedy).

Na realidade, são quase quinze anos que as referências ideológicas do PD oscilam entre a Terceira Via de Tony Blair e o liberalismo social de Bill Clinton. Por isso, a abertura política que o PD iniciou com Walter Veltroni, para convencer o mercado sobre “… as responsabilidades do Partido Democrático em confluir na área do poder para assumir a direção política da nação…”, sempre teve como objetivo consolidar a imagem de partido do poder. Algo que Veltroni conseguiu em 2008, quando ganhou as eleições com 33,8% . Aliás, foi a partir desse momento que o Partido Democrático começou a atuar perfeitamente como um partido “progressista, mas também interclassista” à maneira clintoniana, muito ligado aos sindicalismo economicista e próximo de bancos importantes, como por exemplo o Monte de Paschi de Siena.

Entretanto, para melhor entender o sucesso do PD nessas eleições, devemos ter em conta mais dois fatores que se revelaram determinantes para o PD ganhar com 41% dos sufrágios. Isto é: o abstencionismo (43%), em grande parte dos jovens que, segundo as pesquisas, eram potenciais eleitores do M5S de Beppe Grillo; e o medo que a vitória desse movimento-partido provocou na alma dos eleitores moderados.

De fato, Grillo cometeu o erro de dizer que, se o M5S tivesse ganhado com a maioria absoluta, teria fechado o Parlamento “… mandando para casa todos os deputados e os senadores, além de implantar na web Tribunais Populares para julgar os políticos corruptos…”. Além disso, Grillo, no comício final realizado em Roma e depois de ter participado na popular transmissão televisiva “Porta a Parta”, declarava que o M5S era o herdeiro da “Questão Moral” que o líder do PCI, Enrico Berlinguer, denunciou em 1981, na famosa entrevista ao jornal “La Repubblica”. Entrevista em que Berlinguer afirmava que “….para livrar as instituições e os partidos da corrupção, era preciso, antes de tudo, realizar uma revolução cultural…”.

Tudo isso foi muito bem mistificado pela grande mídia, que conseguiu amedrontar o “povo boi” com o conceito de revolução cultural, apresentando Beppe Grillo como um vulgar ditador stalinista. Adjetivação que o candidato da socialdemocracia alemã, e também aliado do PD, Martin Schultz, reafirmava em Berlin diante dos repórteres dos jornais e das televisões europeias, reaquecendo, assim, nos eleitores moderados o medo pelo comunismo. É necessário dizer que foi graça ao estereótipo do “perigo da ditadura comunista” que Berlusconi construiu sua carreira política, impingindo esse medo na cabeça dos italianos durante quase vinte anos. Um medo que ainda não desapareceu!

Por sua parte, a esquerda radical – ou o que sobra dela – apostou na coligação “Outra Europa”, liderada pelo grego Aléxis Tsipra, que se limitou a pedir menos austeridade e mais regulamentação europeia para promover o crescimento nos países em crise. Porém, esta coligação quase nada disse sobre a cúmplice atividade do BCE com os banqueiros franceses e os alemães, bem como não denunciou os compromissos da União Europeia com a estratégia intervencionista da OTAN. Por isso, passou quase despercebida, alcançando um milagroso 4,03%, que lhe dá direito a três deputados no Parlamento Europeu.

Na Itália, as eleições europeias serviram praticamente para realizar o acerto de contas entre o PD de Matteo Renzi e o Movimento 5 Estrelas. Diante desse cenário, é evidente que o primeiro-ministro, Matteo Renzi, deverá realizar de imediato as reformas institucionais prometidas pelo PD na campanha eleitoral. Ao mesmo tempo, o governo deve encontrar uma saída para começar, nos próximos meses, a sanear a dramática situação do desemprego, que já conta com 3 milhões de efetivos, enquanto outros 3,3 milhões de trabalhadores renunciaram a procurar trabalho há mais de um ano.

Achille Lollo é jornalista italiano, correspondente do Brasil de Fato na Itália, editor do programa TV “Quadrante Informativo” e colunista do “Correio da Cidadania”

A publicação deste texto é livre, desde que citada a fonte e o endereço eletrônico da página do Correio da Cidadania

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