«Il Mondiale sfida decisiva, Dilma Rousseff si gioca tutto»

di Geraldina Colotti, il manifesto 
Brasile. Intervista a Silvio Caccia Bava, direttore del Le Monde Diplomatique brasiliano
28mag214.- «Quando abbiamo comin­ciato – dice al mani­fe­sto Sil­vio Cac­cia Bava — c’era una sin­to­nia magni­fica tra movi­menti e par­tito, molti di noi pen­sa­vano che con la vit­to­ria elet­to­rale del 2002 il cam­bia­mento sarebbe stato strut­tu­rato, ma non è andata così. E qual­che anno dopo sono uscito dal Pt». Sil­vio, socio­logo e ana­li­sta poli­tico, è diret­tore di Le Monde diplo­ma­ti­que del Bra­sile, e fa parte dell’Instituto Polis, un orga­ni­smo di Studi, for­ma­zione e assi­stenza nelle poli­ti­che sociali. Il 10 feb­braio del 1980 è stato tra i fon­da­tori del Par­tido dos Tra­ba­lha­do­res (Pt).

La dit­ta­tura mili­tare, salita al potere con il golpe del 1964 e durata fino al 1985, «era nella sua fase finale e doveva affron­tare una forte oppo­si­zione pro­ve­niente dai movi­menti poli­tici e sociali spinti dalla crisi del modello eco­no­mico». Una parte con­si­stente della sini­stra tra­di­zio­nale era stata eli­mi­nata o si era pro­gres­si­va­mente fram­men­tata, e si era così aperto spa­zio per una nuova sini­stra che rap­pre­sen­tasse la classe ope­raia emersa con lo svi­luppo eco­no­mico del post-64. Una nuova mili­tanza che, nello scon­tro diretto con la destra e con il capi­tale, avvertì l’esigenza di un pro­prio par­tito, il Pt, «sorto per supe­rare i limiti delle for­ma­zioni tra­di­zio­nali». Una «felice com­bi­na­zione fra le bat­ta­glie isti­tu­zio­nali e la par­te­ci­pa­zione dei movi­menti e delle lotte sociali, tese a tra­sfor­mare nel pro­fondo la società brasiliana».

Nel Pt con­flui­rono prin­ci­pal­mente tre filoni: la sini­stra orga­niz­zata, il nuovo sin­da­ca­li­smo pro­ta­go­ni­sta dei grandi scio­peri degli anni ’70 e ’80 e i cri­stiani di base, soprat­tutto quelli legati alla Teo­lo­gia della libe­ra­zione. «Allora – rac­conta Sil­vio – lavo­ravo con loro per alfa­be­tiz­zare e orga­niz­zare le comu­nità dei poveri nelle peri­fe­rie di San Paolo e con i gruppi di ope­rai in fab­brica per faci­li­tare la discus­sione con il sin­da­cato uffi­ciale». Far poli­tica, allora, poteva costare caro. «Sono stato inter­ro­gato diverse volte – ricorda Sil­vio – ma per for­tuna non ho subito il car­cere e la tortura».

Il peso della dit­ta­tura segna ancora il pre­sente del Bra­sile a cinquant’anni dal colpo di stato. «Ieri come oggi – dice l’analista -, l’interesse degli Stati uniti per il nostro grande paese è pro­por­zio­nato all’importanza che il Bra­sile rive­ste nel con­ti­nente lati­noa­me­ri­cano. Gli Usa ave­vano appro­vato il golpe prima che venisse rea­liz­zato. E due pre­si­denti, in carica nel periodo pre­ce­dente il colpo di stato, sono morti in seguito in cir­co­stanze sospette per evi­tare che potes­sero ripre­sen­tarsi come alter­na­tiva. Jusce­lino Kubi­tschek de Oli­veira è rima­sto ucciso in uno strano inci­dente stra­dale nel ’76. E João Gou­lart è molto pro­ba­bil­mente stato ammaz­zato nell’ambito dell’operazione Con­dor, nello stesso anno. La tran­si­zione è stata gui­data dalle stesse élite eco­no­mi­che legate al grande capi­tale inter­na­zio­nale. Ancora oggi, 11 fami­glie, stret­ta­mente vin­co­late al capi­tale finan­zia­rio e agli inte­ressi degli impren­di­tori locali con­trol­lano l’informazione in Bra­sile».

Tra il ’72 e il ’75, la dit­ta­tura mili­tare sca­tenò una feroce repres­sione con­tro la guer­ri­glia dell’Araguaia, nella zona amaz­zo­nica cen­trale: 70 con­ta­dini e oppo­si­tori, molti del Par­tito comu­ni­sta, furono dete­nuti arbi­tra­ria­mente, tor­tu­rati e fatti scom­pa­rire. I fami­liari delle vit­time chie­dono l’apertura degli archivi delle Forze armate e si sono rivolti alla Corte inte­ra­me­ri­cana dei diritti umani (Cidh), un’istanza auto­noma dell’Organizzazione degli stati ame­ri­cani (Osa).

Nel 2010, la Cidh ha con­dan­nato lo stato bra­si­liano per quell’episodio e gli ha impo­sto un atto “di pub­blico rico­no­sci­mento» per i fatti di Ara­guaia. Ma, ancora in que­sti giorni, i parenti degli scom­parsi hanno accu­sato lo stato di aver igno­rato la sen­tenza della Cidh: «Nono­stante i grandi pro­gressi otte­nuti, la nostra è ancora una demo­cra­zia fra­gile – hanno dichia­rato alla stampa – è rap­pre­sen­ta­tiva, non è par­te­ci­pa­tiva, altri­menti avrebbe ascol­tato il volere del popolo che l’ha eletta». Spiega Cac­cia Bava: «Nel paese c’è un grosso dibat­tito, la stessa pre­si­denta Dilma Rous­seff, che ha sof­ferto il car­cere durante la dit­ta­tura, ha com­piuto qual­che atto sim­bo­lico. Il pro­blema è la legge d’amnistia, appro­vata nel ’79 e con­fer­mata nel 2010, che impe­di­sce ai giu­dici di pro­ces­sare i repres­sori del regime. E ci sono forti inte­ressi con­ser­va­tori per lasciare le cose come stanno».

La morsa del neo­li­be­ri­smo, che stringe il mondo nella decade degli anni ’80, arriva più tardi in Bra­sile, segnato in que­gli anni da grandi lotte sociali e forte par­te­ci­pa­zione poli­tica. Così, nell’83 nasce la Cen­tral unica de los tra­ba­ja­do­res (Cut) e, nell’84 il Movi­minto de los tra­ba­ja­do­res rura­les sin tierra (Mst). E in quel periodo si con­forma il Con­gresso che por­terà alla costi­tu­zione del 1988, nella quale in parte si riflette quel momento di mobi­li­ta­zione poli­tica. Nell’89, con la prima ele­zione diretta alla pre­si­denza della Repub­blica dagli anni della dit­ta­tura, il can­di­dato Luiz Ina­cio Lula da Silva, pro­po­sto dal Pt e appog­giato al secondo turno da tutte le forze di sini­stra del paese, arriva a un passo della vit­to­ria dal can­di­dato dalla destra, Fer­nando Col­lor de Mello. Il Pt si con­so­lida come prin­ci­pale polo di aggre­ga­zione poli­tica del paese, ma la scon­fitta elet­to­rale favo­ri­sce l’ondata di poli­ti­che neo­li­be­ri­ste, già in corso nel resto del mondo.

Anche la sini­stra bra­si­liana riflette la crisi del socia­li­smo che por­terà alla dis­so­lu­zione dell’Unione sovie­tica. Il Pt rifor­mula i suoi con­cetti e rica­li­bra in senso mode­rato una nuova stra­te­gia. Nel 2002, porta Lula alla pre­si­denza e alle legi­sla­tive diventa il primo par­tito. Sil­vio non con­di­vide la pro­gres­siva «isti­tu­zio­na­liz­za­zione della poli­tica, l’allontanamento dai movi­menti sociali, la ricerca di mag­gio­ranze, alleanze e media­zioni elet­to­rali a sca­pito dei prin­cipi e dell’organizzazione diretta. Non abbiamo capito – dice – l’influenza che le mul­ti­na­zio­nali hanno su qua­lun­que governo nell’attuale sistema internazionale».

Esce allora dal Pt e si dedica pre­va­len­te­mente al lavoro di Polis. Anima dibat­titi e con­fe­renze sui sog­getti della tra­sfor­ma­zione sociale, scrive ana­lisi sui movi­menti di con­te­sta­zione ai pros­simi Mon­diali di cal­cio del 21 giu­gno, che met­tono alla prova la popo­la­rità di Dilma Rous­seff in vista delle pre­si­den­ziali del 5 otto­bre 2014. «Le con­qui­ste otte­nute in que­sti anni sono inne­ga­bili – pre­cisa Sil­vio – un aumento del sala­rio minimo e del potere d’acquisto dei più poveri, pro­grammi rivolti ai pic­coli pro­dut­tori rurali e alla cre­scita del mer­cato interno, aumento dei posti di lavoro».

Per il governo bra­si­liano, la Coppa del mondo è anche un’opportunità per le pic­cole e medie imprese, che impie­gano grandi quan­tità di mano­do­pera. E, per garan­tire che le con­di­zioni di lavoro, il 15 mag­gio ha lan­ciato la cam­pa­gna nazio­nale di sen­si­bi­liz­za­zione sul lavoro digni­toso. Tut­ta­via, «il gene­rale scol­la­mento tra società e poli­tica che inte­ressa un po’ tutti i paesi s’incontra con la giu­sta cri­tica alle disu­gua­glianze, retag­gio delle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste degli anni ’80. Le pri­va­tiz­za­zioni dei ser­vizi pub­blici – dall’elettricità alle tele­co­mu­ni­ca­zioni, ai tra­sporti – hanno tra­sfor­mato la rela­zione tra stato e imprese pri­vate sem­pre più a favore di que­ste ultime, che li hanno acqui­stati a pro­prio van­tag­gio e non certo nell’interesse gene­rale. I gio­vani, gli oltre 3 milioni di per­sone che sono scese in piazza nelle prin­ci­pali città del paese mostrano que­sta situa­zione insop­por­ta­bile e pro­te­stano con­tro la mer­ci­fi­ca­zione della vita. Pro­te­stano anche con­tro l’impunità della poli­zia e la repres­sione nelle favelas».

Il Mon­diale costerà ai con­tri­buenti 11.000 milioni di dol­lari. Costi equi­va­lenti a quelli degli stadi euro­pei, dice il governo, in alcuni casi anche al di sotto. I nuovi stadi pre­vi­sti dalla Fran­cia per il cam­pio­nato euro­peo del 2016, coste­reb­bero ognuno media­mente 850 milioni di reais. In Bra­sile, il costo medio ha rag­giunto 634 milioni di reais. Soldi che andreb­bero spesi per casa e salute, dicono comun­quei Senza tetto e i Senza terra, scesi di nuovo in piazza. Ai primi di mag­gio, il Mst ha occu­pato un ter­reno pri­vato vicino a uno sta­dio della capi­tale insieme a 1.500 fami­glie: per inau­gu­rare la “Coppa del popolo”.

Diversi ana­li­sti denun­ciano, però, anche la mano dei poteri forti nelle ten­sioni in corso, l’azione di set­tori per nulla pro­gres­si­sti. Osserva Cac­cia Bava: «Non ho mai visto le agen­zie di rating inter­na­zio­nali essere così d’accordo nell’attaccare il governo Dilma. Dicono che l’economia va male, men­tre non è vero, è molto dina­mica, come dimo­stra il cre­scente inte­resse degli inve­sti­tori stra­nieri. E però gli impren­di­tori sosten­gono che le cose non vanno bene per cac­ciare il Pt dal governo per­ché, per quante con­ces­sioni abbia fatto al grande capi­tale, ha comun­que attuato una poli­tica di par­ziale ridi­stri­bu­zione delle risorse».

Secondo i dati del governo, gli inve­sti­menti nel set­tore della Sanità nel periodo di pre­pa­ra­zione del Mon­diale sono più che rad­dop­piati, per un totale di 311,6 miliardi di reais. E quelli per l’Istruzione sono quasi tri­pli­cati dal 2007 al 2013, fino a rag­giun­gere i 447 miliardi di reais. «Inol­tre – aggiunge Sil­vio – è stata varata una buona legge per ripren­dere sovra­nità con­tro i giganti di inter­net. Il Bra­sile di Dilma sta costruendo inte­res­santi alleanze poli­ti­che nei diversi bloc­chi regio­nali. E’ al cen­tro di molte ini­zia­tive che mirano a creare un mer­cato uni­fi­cato in Suda­me­rica con una diversa capa­cità di dia­logo con gli altri bloc­chi del mondo multipolare. Ma per il grande capi­tale, gli inve­sti­menti sociali sono in per­dita: il suo obiet­tivo è quello di aprire sem­pre più strade ai mer­cati a pro­prio van­tag­gio e met­tere la mano sulle nostre risorse».

 

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