Padre Numa, il gesuita bolivariano

di Geraldina Colotti – il manifesto

20mag2014.- Intervista. Il Vangelo rinasce a Caracas. «Il socia­li­smo vene­zue­lano è quanto di più vicino al Van­gelo abbia incon­trato in Ame­rica latina. Non abban­do­nerò que­sto per­corso che il popolo ha ini­ziato». Così dice al mani­fe­sto il gesuita Numa Molina, 57 anni, par­roco della Igle­sias San Fran­ci­sco a Cara­cas. Teo­logo e gior­na­li­sta, ha stu­diato all’Università gre­go­riana, dove fa tappa ogni volta che torna a Roma. Lo abbiamo incon­trato durante il suo recente viag­gio in Vati­cano con la dele­ga­zione gover­na­tiva vene­zue­lana, venuta ad assi­stere alla cano­niz­za­zione di papa Gio­vanni XXIII e di Wojtyla.

Padre Numa, come ha incon­trato il socia­li­smo boli­va­riano? Cosa la spinge a schie­rarsi con un governo che le gerar­chie cat­to­li­che vedono come il fumo negli occhi?

Ho seguito le scelte della parte più povera del paese, a cui appar­tengo. La mia è una fami­glia con­ta­dina del Merida, ai con­fini con la Colom­bia. Ho rice­vuto un’educazione pro­fon­da­mente cat­to­lica. Durante la IV Repub­blica ho visto mia madre morire di parto per­ché non c’era un solo medico nel vil­lag­gio, i con­ta­dini non con­ta­vano niente. A 14 anni ero impe­gnato nella lotta sociale, non pen­savo di dedi­carmi al sacer­do­zio. Poi sono diven­tato mae­stro e ho cono­sciuto alcuni gio­vani uni­ver­si­tari cri­stiani, che aiu­ta­vano i bam­bini lustra­scarpe. Ho lavo­rato con loro, guar­dando in fac­cia l’insopportabile povertà pro­vo­cata dal neo­li­be­ri­smo degli anni ’80. I bam­bini allora man­gia­vano le sca­to­lette per cani, le madri gliele dilui­vano con l’acqua nel bibe­ron. Non ho più voluto stare al chiuso di un’aula, pen­savo che il mio cam­mino fosse un altro ma non vedevo ancora quale. Il mio primo voto l’ho dato al Copei: per­ché si defi­niva un par­tito social-cristiano, ma anche per­ché inclu­deva la Gio­ventù rivo­lu­zio­na­ria copeiana. Mi atti­rava la parola rivo­lu­zione: risuo­nava un po’ dap­per­tutto in Vene­zuela, ma non molto dalle mie parti che sono sem­pre state con­ser­va­trici. Pre­sto, però, mi sono accorto della trap­pola e non ho più votato per quei poli­tici cor­rotti che per­pe­tua­vano la mise­ria. E poi Hugo Chá­vez ha comin­ciato a girare per le cam­pa­gne, a spie­gare con parole sem­plici chi era respon­sa­bile della mise­ria che anch’egli aveva sof­ferto da bam­bino ven­dendo dolci per strada. Il suo discorso era uguale al mio. Intanto, l’assassinio di Mon­si­gnor Romero in Sal­va­dor e poi dei gesuiti, i mar­tiri dell’università Uca, ave­vano dato una svolta alla mia voca­zione. Volevo seguire il loro esem­pio, quello di Gesù di Naza­reth: farmi povero fra i poveri. Con­ce­pire il prete come un pro­fes­sio­ni­sta della reli­gione signi­fica spre­care la pro­pria vita. Alla Gre­go­riana, uno dei migliori pro­fes­sori che ricordi era un vec­chio gesuita colom­biano che ci ha inse­gnato il mar­xi­smo per tre trimestri.

E come valuta Ber­go­glio, il primo papa gesuita della sto­ria? Alcuni teo­logi della Libe­ra­zione temono che fini­sca per avver­sare il Socia­li­smo del XXI secolo come Woj­tyla fece con il comu­ni­smo. Stare coi poveri non signi­fica sop­por­tarne il riscatto.

È pre­sto per dirlo, ma i primi segnali sono posi­tivi. In gio­ventù, Ber­go­glio ha fatto parte della Teo­lo­gia del popolo, la cor­rente argen­tina della Teo­lo­gia della libe­ra­zione. Non con­di­vido le accuse di con­ni­venza con la dit­ta­tura mili­tare che all’inizio gli ven­nero rivolte per via dell’arresto di alcuni gesuiti. So per certo che cercò di avver­tirli del peri­colo che cor­re­vano, ma loro non hanno voluto fug­gire, sono rima­sti nei bar­rios e sono stati arre­stati e tor­tu­rati, per for­tuna non sono morti. E poi, come ha con­fer­mato di recente in un col­lo­quio con un arti­sta argen­tino, Ber­go­glio con­di­vide il sogno di Boli­var della Patria grande. Credo che que­sto papa stia dav­vero cer­cando di cam­biare il con­ser­va­to­ri­smo di una certa chiesa di Roma, e deve stare attento. In Vene­zuela la schia­vitù si pro­trasse così a lungo anche per­ché ogni vescovo aveva il suo gruppo di schiavi che non voleva per­dere. Sono venuto in Vati­cano per essere utile al mio paese, non per com­pa­rire nelle ceri­mo­nie di quel tipo di chiesa trion­fa­li­sta. Anti­ca­mente, la san­tità di qual­cuno veniva sta­bi­lita dal popolo. Il vescovo Romero è da tempo «san Romero d’America». Noi abbiamo chie­sto la cano­niz­za­zione del medico dei poveri José Gre­go­rio Her­nan­dez, che da oltre un secolo la gente venera come santo. Figure come quella ser­vono per unire il popolo, anche in que­sta situa­zione deli­cata che vive il Venezuela.

La dele­ga­zione vene­zue­lana di cui ha fatto parte ha con­se­gnato a Ber­go­glio una copia del Plan de la patria, il pro­gramma stra­te­gico appro­vato dal par­la­mento che la Con­fe­renza epi­sco­pale vene­zue­lana con­si­dera invece un’offesa all’opposizione con cui è da sem­pre schie­rata. Come giu­dica la media­zione del Vati­cano nei col­lo­qui di pace in corso tra governo e opposizione?

Il Vene­zuela è un paese molto cat­to­lico, il cha­vi­smo è sorto dalle masse cat­to­li­che, e que­ste si sen­tono abban­do­nate dalle gerar­chie eccle­sia­sti­che che non hanno saputo capirlo: per­ché – si chiede il popolo – il prete mi parla male del governo se prima avevo fame e ora non più, se prima ero anal­fa­beta e ora sono istruito e ho il com­pu­ter gra­tuito con il wi-fi? Così il popolo con­ti­nua a essere cre­dente, ma senza il sacer­dote, vive orfano della sua chiesa. È quello che ho per­ce­pito durante la malat­tia di Chá­vez, cor­rendo da un bar­rio all’altro per reci­tare ora­zioni: con il cuore in mano e il pianto negli occhi, per dare al popolo il corag­gio di con­ti­nuare a cam­mi­nare. Chá­vez era un uomo molto cre­dente, pro­fon­da­mente spi­ri­tuale, con una dimen­sione del tra­scen­dente che ha radi­cato nella sto­ria, nell’amore per il pros­simo e nel socia­li­smo. E per que­sto è stato un gigante. Ma le gerar­chie cat­to­li­che non ho hanno capito. Poco prima di morire, prima che par­tisse per Cuba per le ultime cure, mi ha chia­mato per chie­dere con­ferma di alcune cita­zioni bibli­che, ricordo il Primo capi­tolo di Isaia. Voleva che stessi al suo fianco, che dicessi messa al popolo fuori da Mira­flo­res. E ora, non è stata la Con­fe­renza epi­sco­pale ma il pre­si­dente Nico­las Maduro a leg­gere la let­tera per la pace inviata da papa Fran­ce­sco. Per ora, il nuovo Nun­zio apo­sto­lico, Aldo Gior­dano, si sta muo­vendo con rispetto per entrambe le parti. Non gli si chiede di essere cha­vi­sta, ma di essere one­sto con la realtà e di con­se­guenza con la verità. Il pro­ceso boli­va­riano non è per­fetto, può aver fatto degli errori e imbar­cato gente che non assolve come dovrebbe al pro­prio com­pito, ma ha costruito molte cose buone su cui non si può mentire.

Nel Merida, sua zona d’origine c’è la sto­rica Uni­ver­si­dad de Los Andes (Ula), dove ha inse­gnato anche il fra­tello mag­giore di Hugo Chá­vez, Adan, che lo ha ini­ziato al mar­xi­smo. Oggi la Ula è uno dei foco­lai di pro­te­sta dell’opposizione. Cosa succede?

Le pro­te­ste vio­lente di que­sti mesi non si com­pren­dono dav­vero senza tener conto del para­mi­li­ta­ri­smo e del nar­co­traf­fico che hanno inte­resse a incen­diare la fron­tiera con la Colom­bia. Quelli che ven­gono dipinti come stu­denti, il più delle volte non sono tali, come indi­cano le sta­ti­sti­che e come invece tace la gran parte del gior­na­li­smo inter­na­zio­nale, la cui etica oggi è ai minimi sto­rici. Gra­zie all’unione civico-militare, la popo­la­zione ha accom­pa­gnato oltre 2.000 sol­dati a ripor­tare la calma in Merida. Senza colpo ferire. Il dia­logo va bene, ma è dif­fi­cile otte­nere la pace quando vi sono forze che rispon­dono agli inte­ressi esterni e non a quelli del pro­prio paese. Le madri che hanno perso i figli sgoz­zati dal fil di ferro teso per strada dai gua­rim­be­ros con­si­de­rano l’eventualità di un’amnistia come il trionfo dell’impunità. Come si fa a rimet­tere in libertà chi ha dato fuoco alle uni­ver­sità, a un asilo pieno di bam­bini o a un cen­tro medico con il per­so­nale cubano all’interno? Però si deve valu­tare che in car­cere non riman­gano inno­centi, magari presi nella retata di poli­ziotti che hanno voluto appa­rire efficienti.

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