Uruguay e Palestina apriranno ambasciate a Ramallah e Montevideo.

da Hispan.Tv

I governi di Uruguay e Palestina hanno intenzione di aprire un’ambasciata a Ramallah e Montevideo. Lo ha annunciato il Ministero degli Affari Esteri del paese latinoamericano.

Tale decisione è stata presa durante una visita del ministro degli Esteri uruguaiano, Luis Almagro, in Palestina.

«Entrambi i paesi aspirano alla stessa cosa, abbiamo un ordine del giorno assolutamente positivo con l’aspirazione ad una maggiore cooperazione, come l’aumento degli scambi e il miglioramento del dialogo politico a tutti i livelli», ha dichiarato Almagro.

In un incontro con il Primo Ministro palestinese dimissionario, Rami Hamdolá , entrambe le parti hanno discusso sulla situazione politica del territorio, alla luce dei recenti sviluppi ed hanno valutato i modi per aumentare la cooperazione economica.

Almagro, inoltre, ha appoggiato la riconciliazione raggiunta, mercoledì scorso, tra il Movimento di Resistenza Islamica palestinese (Hamas) e il Movimento di liberazione nazionale palestinese (Fatah).

La visita del ministro degli Esteri uruguaiano in Palestina è l’ultima tappa di un tour in quattro paesi arabi, iniziato lunedì scorso, che lo ha portato in Qatar, Arabia Saudita e Giordania.

Da due anni, le relazioni tra i due paesi si sono rafforzate in seguito al voto favorevole dell’Uruguay per l’adesione della Palestina come Stato membro osservatore presso le Nazioni Unite.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Alla prova della contro-rivoluzione: le basi marxiste del “socialismo del XXI secolo”

foto di Nuova Alba.di Gianmarco Pisa

Un aspetto che riveste rinnovata importanza nello scenario attuale del Venezuela Bolivariano è senza dubbio l’economia nazionale. Sebbene il peggioramento delle condizioni economiche sia dovuto prevalentemente a motivi “artificiali”, come l’aggressione speculativa contro la moneta nazionale, l’accaparramento ed il sabotaggio economico da parte dei gruppi privati e degli speculatori nazionali e internazionali, in una parola, una vera e propria “offensiva di classe”, in cui la guerra di classe è sviluppata dai “ricchi” contro i “poveri”, è altrettanto vero che, dopo mesi di destabilizzazione, proprio la “congiuntura economica” sembra oggi essere la debolezza maggiore del governo bolivariano, almeno nella percezione di settori popolari, al punto che nei sondaggi sembra essere diventata, comprensibilmente, la preoccupazione maggiore dei venezuelani. Ad avere precipitato, oltre alle “cause scatenanti” sopra richiamate, il Paese nella situazione attuale è, poi, l’effetto combinato di due fenomeni macro-economici ben noti alla letteratura e alla prassi: l’inflazione e la carenza* di beni.

Oggi, questa situazione rischia di rappresentare la contraddizione saliente per la continuità stessa del progetto bolivariano: non tanto per le conquiste della rivoluzione, quanto soprattutto per la continuità dei progressi sin qui realizzati proprio in campo economico e sociale. In tal senso, è opportuno richiamare alcuni degli “insegnamenti” della esperienza chavista: che la rivoluzione non è una formulazione teorica astratta sulla felicità, né è un’astrazione utopica o un “sogno delle élite rivoluzionarie”, né, tanto meno, la promessa aerea di un paradiso presunto. La rivoluzione (in particolare, la rivoluzione bolivariana tra le altre rivoluzioni socialiste del passato e del futuro) è un processo storico e sociale, all’interno del quale giungono a maturazione le condizioni per abrogare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, per realizzare la proprietà sociale della produzione, anche attraverso l’espropriazione della proprietà privata delle élite, per coniugare, infine, libertà, giustizia sociale e diritti umani. La società civile ha sempre, almeno da quando Karl Marx ha reso tutti consapevoli di questo fondamentale, l’economia alla base: e Wall Street rappresenta – anche simbolicamente – la contraddizione tra l’1% e il 99%.

Quando, nel Venezuela di oggi, si parla di accaparramento e di speculazione, e, in particolare, di carenza* di beni, si tende, spesso strumentalmente e maliziosamente, a confondere i “consumi” e il “consumismo”. Il consumismo è un’aberrazione derivata dal capitalismo, vale a dire dal modo di produzione capitalistico, che tende inevitabilmente (per le ragioni stesse dell’accumulazione capitalistica) alla sovrapproduzione ed alla massimizzazione del profitto e che si verifica quando i capitalisti, attraverso vari mezzi, creano nelle masse bisogni falsi (indotti) verso beni superflui (inutili). È bene osservare il fenomeno, eminentemente di natura economica, anche da un altro punto di vista, soprattutto sociale: si tratta, infatti, di un altro modo per espropriare i lavoratori, attraverso il quale non solo si sottrae il plusvalore prodotto, ma si sottrae anche una quota di valore-lavoro che, incorporato nel salario, finisce per volatilizzarsi nella ricerca di beni superflui e nell’appagamento di bisogni indotti. Il circuito pubblicitario e la guerra di classe attraverso la “comunicazione” (altra forma della “guerra di quarta generazione”, come pure la si definisce) partecipano attivamente a questo stato di cose, al punto che oggi il terreno mediatico è uno dei fronti dello scontro sociale. Il consumo, in quanto tale, è invece, piuttosto, la manifestazione del diritto di ottenere ciò che serve per vivere o, in altri termini, per riprodurre, attraverso il salario, la propria forza-lavoro (alloggio, vitto, vestiario, salute, istruzione, arte, spettacolo, cultura, informazione, insomma, tutto quanto concorre alla vita degna).

Se le ristrettezze limitano la possibilità delle persone di ottenere tali beni, il governo rivoluzionario deve intervenire per affrontare il problema. Non a caso, Maduro ha ripetutamente affermato che l’economia è il tema prioritario di quest’anno politico, conseguenza delle guarimbas economiche, cavalcate dai settori della borghesia più violenta, radicale e squadrista, e da una decelerazione del processo economico legato al socialismo bolivariano, probabilmente inevitabile e, per altri aspetti prevedibile, ma su cui si può e si deve intervenire. Dopo l’offensiva rivoluzionaria contro l’accaparramento e la speculazione, Maduro, a margine dei Dialoghi di Pace con l’opposizione, ha annunciato una nuova offensiva: «Produrre tutto ciò che serve… Qualsiasi persona che produce qualcosa deve sentirsi chiamata in causa in questo sforzo… Chiamo tutti i cittadini a diventare produttori»; ciò anche allo scopo di superare la dipendenza dalle entrate petrolifere e risolvere le inevitabili distorsioni da questa prodotte nei meccanismi di produzione di beni e servizi. Ancora Nicolás Maduro: «L’offensiva economica ha il carattere di una grande rettifica… Il passo da intraprendere sarà quindi più completo, più profondo e più strutturale rispetto ai mesi scorsi». È necessario diversificare la produzione e allargare le cosiddette “basi materiali” della produzione stessa, superando la dipendenza dal petrolio, anche con una maggiore capacità di sviluppare investimenti, e migliorare il potenziale tecnologico della produzione nazionale, con un atteggiamento aperto, anti-dogmatico, creativo, coraggioso, innovativo, come sempre in tutte le pagine migliori del “Socialismo del XXI secolo”, non disdegnando di aprire un confronto costruttivo con i settori più aperti della borghesia nazionale ed internazionale.

Chiaramente, tutto ciò richiede accortezza e strategia. Non è una cosa facile, perché questo programma si scontra con gli attacchi sia da destra, conservatori, neo-liberali, che pretendono il dominio dell’economia di mercato, sia dall’ultrasinistra, utopistici, dogmatici, che accusano di “consumismo” tutte le istanze dei “consumatori”. Per affrontare una questione così complessa, Nicolás Maduro ha annunciato diverse misure, tra cui la Conferenza Economica nell’ambito della Conferenza di Pace, con un incontro tra rappresentanti del gabinetto economico e settori produttivi, sia dell’economia pubblica sia dell’economia privata. Al contempo, la Conferenza serve a confermare l’orientamento socialista dell’economia nazionale, per rendere chiaro che lo Stato conserva il suo potere di controllo e di direzione, come dimostra anche la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge che definisce il meccanismo pubblico dei prezzi equi: «Sarà una Autorità di Controllo dei Prezzi, attraverso gli ordini e i contratti, quella incaricata di stabilire il giusto prezzo di ogni articolo, mantenendo i prodotti al giusto prezzo e a pari condizioni». Nicolas Maduro ha inoltre confermato che questa fase della offensiva economica si sviluppa intorno a undici assi: l’industria del petrolio, l’industria chimica, le costruzioni, la manifattura, la meccanica, il tessile, il calzaturiero, l’agricoltura, il turismo, le comunicazioni e la tecnologia. Una strategia adeguata da articolare con cura.

* in molti casi i beni sono resi irreperibili, distratti dalle reti di distribuzione e commercializzazione, pubbliche e private, e contrabbandanti in Colombia per motivi speculativi legati alla guerra economica, NdC. 

[Rielaborazione da testi e materiali di analisi di ANROS – Venezuela e di Néstor Francia, si ringrazia Mario Neri del Circolo Bolivariano “Antonio Gramsci”, Caracas per la messa a disposizione della documentazione di riferimento]

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