La Pace è un Diritto di tutti i Colombiani

Associazione Nazionale Nuova Colombia

Intervista del Partito Comunista Venezuelano alla Delegazione di Pace delle FARC-EP a L’Avana – Cuba


da TP -Tribuna Popular


Il 26 Agosto 2012, a L’Avana, Cuba, le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo (FARC – EP) e il governo della Colombia hanno firmato uno storico e speranzoso ‘Accordo generale per la fine del conflitto’. 
Il 18 ottobre di quell’anno diedero inizio alle ‘conversazioni dirette e ininterrotte sui punti dell’agenda’, conosciuti come i dialoghi de L’Avana, ‘al fine di raggiungere un Accordo Finale per la risoluzione del conflitto che contribuisca alla costruzione di una pace stabile e duratura’.I punti dell’agenda sono: 1) Politica di sviluppo agrario integrale; 2) Partecipazione politica; 3) Fine del conflitto; 4) Soluzione al problema delle droghe illecite; 5) Vittime; 6) Attuazione, verifica e convalida.

Diverse sfide si devono superare, con l’obiettivo di garantire “l’efficacia del processo e completare il lavoro sui punti dell’agenda in maniera spedita e nel più breve tempo possibile” e, nonostante le diverse visioni di ciò che significa “nel più breve tempo possibile”, sono stati raggiunti una serie di accordi nei primi due punti dell’agenda.

Le più diverse organizzazioni politiche e sociali, dentro e fuori la Colombia, seguono e sostengono in modo solidale e attivo questi dialoghi, essendo parte delle ampie, massicce e popolari mobilitazioni per fare pressione al governo di Juan Manuel Santos affinché assuma seriamente la generazione di condizioni e garanzie per raggiungere un accordo di pace su una solida base di vera democrazia, giustizia sociale e sovranità.

Le FARC-EP evidenziano che le loro bandiere storiche “sono in primo piano nella lotta politica”, e che il governo sa che “non siamo mai stati, né mai saremo, disponibili verso alcun piano di resa”, e che “l’unica via d’uscita è quella di risolvere i problemi che hanno generato il conflitto”.

Assumendo l’impegno con i colloqui di pace, una Commissione del Partito Comunista del Venezuela (PCV), guidata dal suo Segretario Generale, Oscar Figuera, ha tenuto riunioni nella capitale cubana con la Delegazione di Pace delle FARC-EP, organizzazione guerrigliera che il prossimo 27 maggio compirà i suoi 50 anni.

Nel quadro di queste riunioni, Tribuna Popolar ha realizzato un’intervista esclusiva con Iván Márquez, membro della Segreteria delle FARC-EP e Jesús Santrich, dello Stato Maggiore Centrale, che riproduciamo integralmente di seguito: 
 
TP: L’accordo generale sottoscritto con il Governo colombiano si pone l’obiettivo di “porre fine al conflitto”; la conquista del Potere politico e la costruzione del Socialismo sono ancora gli obiettivi delle FARC-EP?

Ciò che stiamo discutendo sono punti di approccio per risolvere essenzialmente le cause della miseria, della disuguaglianza e della mancanza di democrazia, riprendendo in particolare le iniziative popolari in questi campi.
  
Sappiamo che non faremo la rivoluzione al tavolo dei dialoghi; ma nemmeno è in discussione la possibilità che il governo ottenga una finta pace, senza cambiamenti nelle ingiuste strutture della società. Questi dipendono dall’azione organizzata delle masse. Ciò che discutiamo in questa sede sono delle proposte minime, non il nostro programma rivoluzionario verso il Socialismo al quale non rinunceremo mai.

 
TP: Che cosa intendete per “fine del conflitto”?

La fine del conflitto ha due livelli specifici: uno è la fine dello scontro militare propriamente detto, e l’altro la fine dello scontro sociale che deriva dai profondi problemi d’ordine politico, economico e sociale che patiscono le maggioranze popolari.
   
Combinando i due fattori, la fine del conflitto significherà l’inizio di un lungo periodo di tregua bilaterale che permetta di materializzare gli impegni concreti di cambiamento che si raggiungeranno al tavolo, ma con la partecipazione attiva, protagonista, del movimento popolare.
  
Ciò sarà sicuramente accompagnato da un processo costituente per riconfigurare l’ordinamento politico e sociale del paese. In Colombia si devono creare le condizioni e le garanzie per l’esistenza di una democrazia reale che permetta la soluzione civile delle aspettative delle comunità.
   
TP: E’ passato un anno e mezzo dalla firma dell’accordo generale, rimanete ottimisti circa le possibilità di raggiungere una “pace stabile e duratura”?

Abbiamo raggiunto due accordi parziali molto importanti, relativi alla trasformazione agraria e alla partecipazione politica, e siamo in procinto di realizzare qualcosa di simile sulla questione della sostituzione delle coltivazioni ad uso illecito, che sono parte di un problema sociale maggiore rappresentato dal narcotraffico, che tocca l’intero tessuto sociale e attraversa l’insieme delle istituzioni in Colombia.
   
Questo, ed il grande sostegno sia a livello nazionale che internazionale che ha il processo, ci conferisce l’ottimismo per restare al tavolo dei dialoghi.
  
TP: In quali temi del dialogo vi sono grandi differenze con il Governo? Quali sono i nodi che sembrano più difficili da superare?

Tra il primo e il secondo punto abbiamo accumulato 24 questioni intorno alle quali vi è l’impegno di ridiscutere e trovare soluzioni, perché sono elementi nodali, insormontabili, senza i quali non si potrà concludere un accordo definitivo.
 
Essi sono pubblicati in dettaglio nei nostri siti di diffusione, ma possiamo dirvi che i primi ruotano attorno alla proprietà, possesso e uso della terra, concretamente alla necessità di eliminare il latifondo, arrestare il trasferimento della terra in mani straniere, al fine di realizzare una vera e propria redistribuzione che cancelli lo scandaloso accaparramento della terra che esiste nelle zone rurali.
  
Su questo stesso piano si pone il problema dei conflitti per l’uso della terra, che hanno a che fare con la nefasta presenza dei latifondi per allevamento di bestiame che occupano quasi 40 milioni di ettari (un terzo del territorio nazionale) e la pericolosa espansione minerario-energetica, che minaccia pericolosamente l’equilibrio ambientale e la sostenibilità dell’economia. Relazionato a tutto ciò vi è il rifiuto dei Trattati di Libero Scambio, e della pretesa di stabilire il cosiddetto diritto reale di superficie, elementi, tra gli altri, che mirano a configurare una terra senza contadini, per fare spazio agli interessi delle multinazionali. In questo punto, il riordinamento territoriale è fondamentale.
 
Le seconde questioni in sospeso riguardano l’esercizio della democrazia, le ristrutturazioni istituzionali e dello Stato, che la Colombia reclama urgentemente in materia elettorale, giudiziaria, di politica economica, di organismi di controllo, sanità, istruzione, ecc., ma soprattutto l’aspetto della Dottrina della Sicurezza Nazionale, includendo i necessarie cambiamenti in materia di sicurezza cittadina, che oggi criminalizzano in modo estremo la protesta sociale.
 
Non vediamo eccessive difficoltà nella possibilità di risolvere tutto ciò che è stato menzionato, dato che dopo un progresso come quello già raggiunto, si deve produrre una maggiore partecipazione della cittadinanza, del popolo sovrano, ed è logico che sia un’ Assemblea Nazionale Costituente, che dopo aver sciolto le questioni, ci consegni un trattato di pace.
 
TP: Perché questi colloqui di pace si tengono fuori dalla Colombia? Vi è la partecipazione reale ed effettiva del popolo colombiano?

Non sempre le FARC hanno dialogato in territorio colombiano; ci sono stati colloqui a Caracas e poi a Tlaxcala, Messico. L’insistenza che i colloqui si facessero in Colombia obbediva alla volontà di avere la più ampia partecipazione delle comunità nell’identificazione dei problemi che sono di interesse nazionale. Ma l’intransigenza del governo rispetto al fatto che i dialoghi si sviluppassero nel paese, avrebbe potuto vanificare la possibilità della riconciliazione.
 
Per questo abbiamo deciso di non trasformare questo tema in una questione di principio, soprattutto quando siamo riusciti a concordare il fatto che sarebbero stati realizzati sul territorio nazionale forum di discussione e meccanismi per far sì che i vari settori potessero avere una presenza a L’Avana. Addirittura ci promisero voli charter per i connazionali che volevano partecipare; promessa che, finora, non si è materializzata e anzi si è minacciato di perseguire coloro che si spostavano a Cuba per parlare con la Delegazione di Pace della guerriglia.
  
D’altra parte, l’idea che la sede fosse Cuba, paese garante, con il forte sostegno del Venezuela, ha fornito un carattere di sicurezza e di fiducia assoluta nella fase dei colloqui. Siamo pienamente soddisfatti che questi colloqui di pace si svolgono nell’isola della libertà. Le FARC sono molto grate a Cuba, al suo governo e al suo popolo, che hanno accolto con assoluto rispetto e imparzialità le parti.
   
Infine, riteniamo che per quanto riguarda la partecipazione delle persone alla costruzione degli accordi, l’ostacolo non è la geografia, ma la disposizione che esiste nel governo a includere le proposte che le organizzazioni sociali e politiche del paese hanno trasmesso al tavolo. E’ necessario che i cittadini conoscano i progressi e le questioni irrisolte, in modo da poter decidere in merito alle soluzioni, per far sì che ciò su cui ci si accorda risponda alle aspirazioni delle maggioranze che vogliono cambiamenti strutturali nel nostro paese.
  
TP: Perché sono falliti i dialoghi precedenti? Quali sono le differenze con il processo in corso?

Gli accordi de La Uribe [1984] fallirono perché, dopo la firma e l’emergere dell’Unione Patriottica per fare politica in condizioni di democrazia, ci furono omissioni, violazioni del cessate il fuoco bilaterale e un’ondata di assassinii contro dirigenti e militanti del nuovo movimento che divenne il più grande genocidio politico della storia recente dell’America Latina.

  
Caracas [1991] e Tlaxcala [1992] fallirono perché invece di risolvere i profondi problemi sociali che hanno generato lo scontro, il governo decise di soddisfare l’accordo con Washington e dare corso all’apertura economica neoliberista, che approfondì le condizioni di miseria e disuguaglianza in Colombia.

  
Come lo stesso presidente Pastrana ha confessato nelle sue memorie sul processo, il governo non ha cercato la riconciliazione nel Caguán [1998-2002], ma voleva guadagnare tempo per ristrutturare l’esercito. Aveva bisogno di frenare la dinamica di sconfitte consecutive dell’esercito per mano della guerriglia, e di eliminare ogni espressione di insoddisfazione relativa all’approfondimento del neoliberismo. Non c’era alcun desiderio di pace in quel governo; infatti, in pieno sviluppo dei dialoghi, tollerò massacri paramilitari contro la popolazione e una volta che gli strateghi di Washington terminarono di approntare il Plan Colombia, con un pretesto ruppe il dialogo e scatenò la guerra.
 
Nonostante tutto questo, abbiamo persistito nella ricerca di soluzioni politiche, perché la pace è il nostro proposito strategico. Vediamo che è possibile avere soluzioni che risolvano i problemi essenziali sulla proprietà e l’utilizzo della terra, aprire le porte alla partecipazione politica dei cittadini e generare cambiamenti strutturali che favoriscano la maggioranza della società; per questo siamo a L’Avana.
 
Se si osserva bene, il fattore comune di fallimento nei tre tentativi precedenti di pace attraverso il dialogo, è stato pretendere la smobilitazione dell’insorgenza senza cambiamenti nelle ingiuste strutture politiche, economiche e sociali dello Stato.
 
La differenza con oggi sta nel fatto che il governo ha acquisito un’esperienza; sa che non siamo mai stati e mai saremo disponibili verso alcun piano di resa e ciò gli dà abbastanza elementi per capire che l’unica via d’uscita è quella di risolvere i problemi che hanno causato il conflitto, se si vuole costruire la pace su solide fondamenta.
   
TP: Il governo colombiano ha negato di accettare un cessate il fuoco bilaterale e ha persistito nella sua linea militarista, pensate che abbia reale volontà di raggiungere accordi di pace?

Il militarismo è uno degli elementi da rimuovere da qualsiasi scenario di dibattito politico. Quando il governo deciderà di lasciarsi alle spalle l’aspetto già citato della Dottrina di Sicurezza Nazionale, la concezione del nemico interno e il paramilitarismo, cioè la guerra sporca, potremmo dire che si è passati dalla retorica alla pratica, per quanto concerne una volontà di pace certa.
 
Nel frattempo noi, con le dichiarazioni di tregua unilaterale e molti altri segnali di volontà di riconciliazione, abbiamo cercato di contribuire a creare l’ambiente migliore per alleviare la popolazione dalle dure conseguenze della guerra. Speriamo che a un certo punto il governo assuma lo stesso atteggiamento e abbandoni l’idea vana che con la pressione militare raggiungerà vantaggi al Tavolo, perché qui i vantaggi non devono essere per nessuna delle parti in particolare, ma per l’intera società.
  
TP: Permetterà l’oligarchia colombiana che avanzino gli sforzi di pace e le garanzie di partecipazione politica democratica?

L’idea del dialogo è precisamente costruire gli spazi di partecipazione democratica. Questo non è facile, perché al di là di esprimere la disponibilità a parole, bisogna esprimerla nella pratica ed è questo ultimo aspetto su cui noi richiamiamo attenzione. Per questo abbiamo detto che sono obbligatori cambiamenti di fatto, che trascendono dalla retorica del governo.
   
Finora gli assassinii non si sono fermati, la persecuzione dei dirigenti popolari, l’incarcerazione e la criminalizzazione della protesta sociale nemmeno, quindi il nostro ottimismo è moderato perché la realtà nella quale costantemente appaiono i denti del militarismo, riempie il cammino di incertezze.
   
Non abbiamo mai dimenticato che le élite colombiane sono sanguinarie. Ci auguriamo che la controparte cambi rotta, e che i settori fascisti che alimentano la guerra e la degradano, come l’uribismo, affoghino nel loro fango.
   
TP: L’accordo sottoscritto stabilisce che il Governo dovrebbe combattere le organizzazioni criminali, ma sono noti i suoi legami storici con il paramilitarismo, che aspettative avete che si compia questo punto?

Questo ha a che fare con la questione della Dottrina di Sicurezza. Se questa non cambia è impossibile che il paramilitarismo, qualunque sia il nome che gli si assegni, come l’attuale di bande criminali (BACRIM), finisca. Se non c’è una decisione politica contundente saremo semplicemente condannati ad un altro fallimento, perché la guerra sporca si erigerà, come previsto dal Procuratore Generale della Nazione, Eduardo Montealegre, nel principale ostacolo alla pace. Quindi questo è un aspetto che implica non solo aspettative.
   
In questo non possiamo fare affidamento solo a promesse, ma a fatti palpabili. La disattivazione del paramilitarismo deve essere visibile a tutti e questo implica una depurazione dell’istituzione armata, compresa la smilitarizzazione dello Stato e della società.
   
TP: Avete previsto il tempo in cui potrà avvenire la firma dell’Accordo Finale?

In questo impegno dobbiamo spendere tutto il tempo necessario senza dipendere da premure elettorali, legislative o di qualsiasi altro tipo. Inoltre, la pace deve essere una politica di Stato e non ubbidire agli interessi o capricci di alcun governo in particolare, perché questo è un conflitto che già compie mezzo secolo e quindi richiede una lunga analisi delle sue cause e soluzioni. Da parte nostra, lavoriamo instancabilmente perché si realizzi nel più breve tempo possibile.
   
TP: Per rafforzare il processo di pace, che ruolo deve avere il Congresso eletto lo scorso 9 marzo?

Il Congresso della Repubblica recentemente eletto, con poche eccezioni, è la riedizione di una istituzione screditata e corrotta con la quale, purtroppo, si avrà a che fare per realizzare qualsiasi accordo politico a favore della pace, ma non per realizzare le trasformazioni che sono necessarie, perché lì non vi è alcuna autorità, né volontà, per renderle possibili.
   
Tuttavia il meccanismo di validazione del processo deve passare, se seguiamo la via delle formalità, dal parlamento. E’ già chiaro che non sarà attraverso il referendum che si mirava ad imporre, per realizzarlo in queste elezioni. Quel tentativo è fallito definitivamente. Ma ancora si deve trovare una soluzione che concili l’opinione del governo e delle FARC, ma soprattutto che apra ampi spazi di partecipazione dei cittadini.
   
La nostra proposta è la Costituente, ma questo è qualcosa da discutere, per farlo convergere con quello che pensa il governo e qualsiasi altra iniziativa che possa dare protagonismo alla sovranità, perché in definitiva è il popolo che deve avere l’ultima parola.
  
TP: Il prossimo 25 maggio vi sono le elezioni presidenziali in Colombia, quanto dipende da queste elezioni il processo di pace?

Come abbiamo detto poco fa, la pace come proposito superiore dovrà contare su una politica statale e non fare affidamento su congiunture legislative o elettorali o capricci di partiti o governi. Tutti i candidati dovranno essere impegnati con l’obiettivo di portare avanti i dialoghi.
   
Ci auguriamo che questo sia proprio così, con la consapevolezza che la pace non deve essere a favore della destra o della sinistra, per liberali, conservatori, verdi o comunisti; la pace è un diritto per tutti i colombiani. E deve essere costruita sulle basi della vera democrazia, la giustizia sociale e la sovranità.
  
TP: Già è definita la figura o il tipo di organizzazione con la quale agirete politicamente nella vita civile? Quali tattiche – differenti dalla lotta guerrigliera – vi proponete di sviluppare?

La transizione verso forme di lotta che non richiedono l’uso delle armi dipende dai cambiamenti di fatto che saranno raggiunti in materia di democrazia e redistribuzione della ricchezza; dipende dal fatto che la Colombia riprenda la sua indipendenza e sovranità e che il governo che si insedia segua gli interessi popolari.
   
Questo non accadrà da un giorno all’altro, ma certamente implica che dobbiamo sperimentare, durante la tregua, nella pratica, che l’impegno dello Stato verso la pace sia reale. Per questo, dovremo agire indubbiamente con gli strumenti della lotta politica aperta, in un’ampia convergenza con i settori popolari e democratici del paese che finora il sistema ha mantenuto in una situazione di esclusione o emarginazione. In questo esercizio, sicuramente, il nome storico delle FARC manterrà la sua presenza.
  
TP: La prospettiva reale di porre fine al conflitto ha inciso nella disposizione al combattimento della guerriglia?

Nella coscienza dei guerriglieri delle FARC quello che si inculca, come costante, è che il proposito maggiore della nostra lotta è la pace con giustizia sociale e che le armi sono solo uno strumento per raggiungerla in circostanze difficili, di guerra sporca, di chiusura degli spazi di partecipazione, di terrorismo di Stato e asimmetrie, ma le armi non sono un fine in sé; la cosa più importante sono le finalità per cui lotta la nostra gente, in modo che sia preparata ad agire in qualsiasi campo, con le armi o senza armi. Ricordiamo che le FARC sono sì un esercito, ma soprattutto sono un Partito politico rivoluzionario.
  
TP: Dopo 50 anni di lotta, il progetto politico delle FARC-EP continua ad essere valido e con prospettive di futuro?

Il programma politico delle FARC è assolutamente valido, soprattutto considerando che le cause che generarono il confronto, piuttosto che risolversi, si sono approfondite. Le ragioni per l’utilizzo delle armi si mantengono e speriamo che questi dialoghi pongano le basi per convincerci che in futuro non sarà più necessario il loro utilizzo, ma le bandiere che solleviamo per la terra e il territorio, per la creazione della democrazia, per il cambiamento della politica economica, per la difesa della sovranità, ecc., sono in primo piano nella lotta politica, perché sono le principali aspirazioni della maggioranza.
 
In 50 anni di lotta, le bandiere rivoluzionarie delle FARC, non hanno mai avuto così tante possibilità di trionfo.
 
TP: Come si garantisce la continuità politico-militare delle FARC-EP nella sua direzione?

Questa è un organizzazione politico-militare bolivariana, con struttura organizzativa leninista, che implica la direzione collettiva, l’accumulazione ordinata delle esperienze, la permanenza di scuole di formazione quadri, l’esistenza di strutture centralizzate, una forte democrazia interna, ma anche con significativi livelli di compartimentazione che consentono la preparazione e la preservazione di un componente umano di elevata morale, pronto ad assumersi le responsabilità che gli corrispondano indipendentemente dal fatto che le circostanze siano favorevoli o avverse.
  
La conduzione delle FARC non è unipersonale in nessuno dei livelli, non ci sono dei signori della guerra, e le strutture di direzione ottengono un’adeguata preparazione della militanza. Questa logica si proietta verso tutti i combattenti, che oltre ad agire in squadre, guerriglie, compagnie e colonne militari, funzionano come cellule politiche che danno vita a un Partito rivoluzionario, che supera la componente strettamente militare.
  
TP: Come si coniuga l’ideale bolivariano e la concezione marxista- leninista nelle file delle FARC -EP?

Come marxisti e leninisti abbiamo una formazione che ci dà la convinzione della possibilità reale di conquistare un mondo migliore. Crediamo nella necessità di superare il capitalismo come modo di produzione, attualmente in crisi sistemica e decadenza, che sta mettendo a rischio l’esistenza stessa del pianeta.
   
E siamo certi che l’alternativa è il socialismo come sistema economico-sociale che metta fine alla mercificazione dell’esistenza, alla sua disumanizzazione, e metta in cima alle sue preoccupazioni l’essere umano in armonia con i suoi simili e la natura.
   
Questo tipo di pensiero coincide pienamente con l’insegnamento dell’ideale del Libertador nel piano della solidarietà umana, il senso della patria e la maggior somma di felicità.
   
La convergenza di questi due pensieri ci dà il senso di quello che dovrebbe essere l’unità della Nostra America, secondo un nuovo ordine sociale che beneficia la maggioranza della società, soprattutto gli oppressi; per questo la nostra parola d’ordine è Patria Grande e Socialismo, nel miglior senso bolivariano e marxista che possono avere queste categorie.

[Si ringrazia l’Associazione Nuova Colombia per l’opportuna segnalazione – Trad. per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare]

Unasur, conclusi i primi accordi di pace tra governo e opposizione

di Geraldina Colotti – il manifesto 

Venezuela. Intesa sull’istituzione di una «Commissione per la verità» che faccia luce sui fatti violenti delle proteste

Caracas, 17 apr2014.- In Vene­zuela, la Una­sur ha con­cluso i primi accordi di pace tra governo e oppo­si­zione. Lo ha comu­ni­cato il mini­stro degli Esteri ecua­do­riano Ricardo Patiño, rap­pre­sen­tante della mis­sione regio­nale, al ter­mine del secondo incon­tro fra le parti. «Non cre­devo che in sole tre ore fosse pos­si­bile avan­zare in modo tanto signi­fi­ca­tivo nei dia­lo­ghi di pace. Glo­ria al bravo pue­blo», ha scritto Patiño in twit­ter ripren­dendo la prima frase dell’inno nazio­nale vene­zue­lano («Glo­ria al bravo pue­blo che el yugo lanzó…»). I rap­pre­sen­tanti di Una­sur (per l’occasione Bra­sile, Colom­bia e Ecua­dor) hanno viag­giato una prima volta in Vene­zuela il 25 e il 27 marzo scorso e si sono incon­trati con diversi set­tori sociali: governo, oppo­si­zione, stu­denti, auto­rità eco­no­mi­che ed eccle­sia­sti­che (il Vati­cano è a sua volta media­tore nel conflitto).

Il primo punto di coin­ci­denza tra le parti si è otte­nuto nella «con­danna reci­proca della vio­lenza e nell’impegno a rispet­tare la costi­tu­zione» come base per i pros­simi accordi. Una scon­fes­sione, di fatto, di quelle parti oltran­zi­ste dell’opposizione che chie­dono “la salida”, la rinun­cia a furor di piazza del pre­si­dente Nico­las Maduro. Per rimuo­vere un capo di stato o altri rap­pre­sen­tanti eletti demo­cra­ti­ca­mente, esi­ste la pos­si­bi­lità di rac­co­gliere le firme e con­vo­care un refe­ren­dum, a metà man­dato. E que­sto, nel caso di Maduro, eletto un anno fa fino al 2019, è pos­si­bile farlo nel 2016. Nel frat­tempo, nel 2015 si svol­ge­ranno le ele­zioni parlamentari.


Un altro accordo è stato rag­giunto per la messa in campo di una Com­mis­sione per la verità che fac­cia luce sui fatti vio­lenti veri­fi­ca­tasi durante le pro­te­ste con­tro il governo, ini­ziate a San Cri­sto­bal (capi­tale dello stato Tachira) il 4 feb­braio e cul­mi­nate nella mani­fe­sta­zione del 12 a Cara­cas. Da allora, ci sono stati 41 morti e 674 feriti. Circa 2.000 per­sone sono state arre­state, e in car­cere ne riman­gono 175. Il governo ha messo sotto inchie­sta 97 espo­nenti della Forza armata e della poli­zia, denun­ciati dai mani­fe­stanti per “mal­trat­ta­menti e tor­tura”: ma sono solo “una pic­cola parte dei quasi 100.000 mili­tari che stanno difen­dendo il governo da un ten­ta­tivo di golpe”, ha detto il gene­rale Vla­di­mir Padrino, capo del Comando stra­te­gico operativo.


Si è tro­vato un accordo anche sulle nomine di nuovi rap­pre­sen­tanti dei poteri pub­blici, dal Con­sejo nacio­nal elec­to­ral (Cne), al Tri­bu­nal supremo de justi­cia (Tsj), al Con­tra­lo­ria gene­ral, le cui mas­sime cari­che sono da rin­no­vare. L’opposizione cerca, anche per que­sta via, di garan­tirsi più spa­zio di potere chie­dendo la pre­senza di figure “neu­trali”: cosa assai impro­ba­bile in un paese alta­mente poli­ti­ciz­zato come il Vene­zuela. E vale ricor­dare che, durante le con­te­sta­zioni del voto, seguite all’elezione di Maduro il 14 aprile del 2013, l’unico a pren­dere posi­zione pub­blica, dichia­ra­ta­mente a favore di Capri­les, è stato uno dei ret­tori del Cne, Vin­cente Diaz. La pre­si­dente, Tibi­say Lucena (la cui casa è stata attac­cata dagli oltran­zi­sti nelle vio­lenze post-elettorali), si è limi­tata a comu­ni­care i risul­tati del lavoro, aval­lati da tutti gli osser­va­tori internazionali.


La Costi­tu­zione vene­zue­lana sta­bi­li­sce che tre dei cin­que com­po­nenti il Cne pro­ven­gano dalla società civile, gli altri sono nomi­nati dal par­la­mento, in cui il cha­vi­smo ha la mag­gio­ranza.


L’opposizione ha chie­sto un’amnistia gene­rale per tutti gli arre­stati, il rien­tro dei ricer­cati, che defi­ni­sce “esuli”, e il “disarmo dei col­let­tivi” che appog­giano il governo. Luiz Alberto Figue­reido, mini­stro degli Esteri bra­si­liano, della mis­sione Una­sur, ha spie­gato: “Par­lare di amni­stia è pre­ma­turo, ma c’è la volontà del governo a esa­mi­nare le deten­zioni caso per caso, ed entrambe le parti con­cor­dano che chi abbia cau­sato morti, com­messo delitti, resti in car­cere”. In que­sto qua­dro, si è deciso di affi­dare a una equipe di medici il com­pito di sta­bi­lire le con­di­zioni di salute di Ivan Simonovis.


L’ex com­mis­sa­rio era segre­ta­rio alla Sicu­rezza cit­ta­dina dell’Alcaldia metro­po­li­tana di Cara­cas nell’aprile del 2002, durante il colpo di stato con­tro Hugo Cha­vez. E’ stato con­dan­nato per delitti di lesa uma­nità per le sue respon­sa­bi­lità nel mas­sa­cro di Puente Lla­guno, in cui diversi cit­ta­dini di oppo­ste fazioni cad­dero per gli spari di cec­chini appo­stati negli edi­fici vicini al palazzo Mira­flo­res, sede del governo. Si ascol­te­ranno però anche le vit­time delle azioni vio­lente per­pe­trate durante il golpe del 2002. I rap­pre­sen­tanti del governo hanno anche chie­sto al car­tello di oppo­si­zione (La Mesa de la uni­dad demo­cra­tica – Mud -) di inte­grarsi alla Con­fe­renza nazio­nale per la pace in tema di eco­no­mia, a cui Una­sur assi­sterà con i suoi amba­scia­tori e non con i mini­stri degli Esteri.


Una ini­zia­tiva lan­ciata da Maduro uni­la­te­ral­mente, prima che scop­pias­sero le vio­lenze di piazza. L’esecutivo ha inol­tre appro­vato 148 pro­getti spe­ciali a 74 orga­ni­smi poli­tici e ammi­ni­stra­tivi dell’opposizione, a cui verrà desti­nato un milione di bolivar.


Accordi che si trat­terà di veri­fi­care in con­creto. La Mud è un car­roz­zone dif­fi­cil­mente rap­pre­sen­ta­bile al com­pleto. I set­tori più oltran­zi­sti non hanno accet­tato il dia­logo e con­ti­nuano a chie­dere «la salida», di Maduro e man­ten­gono in piedi le pro­te­ste nei set­tori bene­stanti del paese. Tra que­sti, il par­ti­to­Vo­lun­tad Popu­lar. Il loro lea­der, Leo­poldo Lopez, è in car­cere dal 18 feb­braio con l’accusa di asso­cia­zione a delin­quere con fina­lità di ter­ro­ri­smo. In galera anche alcuni sin­daci del suo par­tito, desti­tuiti dall’incarico (alle ele­zioni indette per mag­gio si can­di­dano le loro mogli). Della loro libe­ra­zione non si è par­lato nei col­lo­qui. Nella Mud è in atto uno scon­tro per il potere che alcuni, come Lopez e Maria Corina Machado ten­tano di gio­carsi caval­cando ten­denze gol­pi­ste vec­chie e nuove e vio­lenze di piazza.


Gli altri – i par­titi tra­di­zio­nali della IV repub­blica – vogliono ripren­dersi il campo secondo vec­chie logi­che con­so­cia­tive. Hen­ri­que Capri­les, can­di­dato per­dente con­tro Cha­vez e Maduro, tenta di rima­nere in sella, smar­can­dosi dal suo antico sodale Lopez. Assenti anche gli stu­denti «gua­rim­be­ros»: non ci sono le con­di­zioni, hanno detto. Intanto, il fil di ferro teso sulle strade di Cara­cas dalle “gua­rim­bas” (bloc­chi stra­dali di detriti e spaz­za­tura data alle fiamme) ha quasi sgoz­zato un altro pony express (diverse per­sone sono morte così). E nella parte est della capi­tale sono stati accol­tel­lati i figli di un per­so­nag­gio carat­te­ri­stico del cha­vi­smo, una signora anziana onni­pre­sente, sopran­no­mi­nata “cap­puc­cetto rosso”. Assente dai col­lo­qui soprat­tutto Maria Corina Machado, prin­ci­pale ani­ma­trice delle proteste.


La depu­tata di estrema destra è stata desti­tuita per aver accet­tato di sosti­tuire il Panama all’Organizzazione degli stati ame­ri­cani (Osa) a cui voleva chie­dere l’intervento nel suo paese. Ha con­ti­nuato però a girare, aiz­zando le destre: in Perù (su invito dello scrit­tore Var­gas Llosa), al par­la­mento bra­si­liano, e anche a quello Euro­peo. A Stra­sburgo ha dipinto un paese stroz­zato da una feroce dit­ta­tura. Il livello e la com­ples­sità della par­tita in corso in Vene­zuela si può inten­dere dal com­mento del par­tito social-cristiano Copei all’annuncio di Maduro su una pros­sima riforma tri­bu­ta­ria: “Chi più ha, più deve pagare”, ha detto il presidente.


Ma il Copei, di certo poco incline a difen­dere gli inte­ressi delle classi popo­lari, que­sta volta ha accu­sato il governo di voler attin­gere “al por­ta­fo­gli già vuoto” degli operai.

Colombia: tre giorni di lutto nazionale per ‘El Gabo’

di Geraldina Colotti – il manifesto

18apr2014.- In Colom­bia, il pre­si­dente Juan Manuel San­tos ha decre­tato tre giorni di lutto nazio­nale per la morte dello scrit­tore Gabriel Gar­cía Már­quez. Nel paese già in cam­pa­gna elet­to­rale per le pre­si­den­ziali del 25 mag­gio (a cui San­tos si ripre­senta) anche la morte di Gabo è però mate­ria di scontro.

Maria Fer­nanda Cabal, depu­tata del Cen­tro demo­cra­tico per la capi­tale Bogota, ha pub­bli­cato un Twit­ter al veleno, vicino alla foto dello scrit­tore con l’ex pre­si­dente cubano: «È andato all’inferno, dove pre­sto sarà rag­giunto dal suo amico dit­ta­tore Fidel Castro». A seguire, altre vibrate pro­te­ste della depu­tata per il mes­sag­gio di cor­do­glio inviato dalle Forze armate rivo­lu­zio­na­rie colom­biane (Farc), sem­pre in Twit­ter: «Una grande per­dita per la Colom­bia, per il mondo. Le sue opere sal­va­guar­dano la sua memo­ria. Siamo vicini alla fami­glia in que­sto momento», ha scritto il gruppo guer­ri­gliero, impe­gnato nei nego­ziati di pace con San­tos, in corso all’Avana.

Una linea indi­ge­ri­bile per Cabal che, prima di can­cel­lare il Twit (che ha sca­te­nato un puti­fe­rio di rea­zioni) ha avuto modo di pub­bli­care altri mes­saggi dello stesso tenore.

L’ex pre­si­dente Alvaro Uribe se l’è cavata con una dichia­ra­zione di cir­co­stanza: «Milioni di abi­tanti del pia­neta si sono inna­mo­rati della nostra patria per il fascino delle sue righe». Ma le posi­zioni uri­bi­ste non sono un mistero: «Oggi abbiamo votato con­tro il castro-chavismo che qual­cuno vor­rebbe impor­tare qui», ha dichia­rato Uribe dopo essere stato eletto al senato il 9 marzo.

«Mille anni di soli­tu­dine e tri­stezza per la morte del più grande colom­biano di tutti i tempi. Soli­da­rietà e con­do­glianze a Gaba e alla fami­glia», ha twit­tato invece il suo ex mini­stro della Difesa San­tos, ora anti-uribista. Con­do­glianze anche da altre figure della destra lati­noa­me­ri­cana, a par­tire dallo scrit­tore peru­viano Mario Var­gas Llosa. In campo poli­tico, si sono mani­fe­stati l’ex pre­si­dente cileno Seba­stian Piñera («al di là delle sue eccen­tri­cità, è morto un grande della let­te­ra­tura lati­noa­me­ri­cana»); il pre­si­dente mes­si­cano Enri­que Peña Nieto («ha arric­chito il Mes­sico in cui ha abi­tato per decenni»); il pre­si­dende dell’Honduras, Juan Orlando Her­nan­dez («Tutto l’Honduras esprime soli­da­rietà alla Colombia»).

Anche il segre­ta­rio gene­rale dell’Organizzazione degli stati ame­ri­cani (Osa), Miguel Insulza ha mani­fe­stato «pro­fonda tri­stezza». E dagli Úsa Barack Obama ha salu­tato Gabo: «il più grande visio­na­rio — ha detto -, uno dei miei favo­riti quando ero gio­vane, e che ho avuto il pri­vi­le­gio di cono­scere». Cor­do­glio anche dall’ex pre­si­dente Usa Bill Clin­ton. Dall’Inghilterra, così si è espresso lo scrit­tore Ian McEwan: «Fu unico, per me sta molto in alto, nel miglior luogo del Par­naso, quasi di qua­lità shakesperiana».

In Twit­ter, l’etichetta #Gra­cia­sGabo sta facendo il giro del mondo. La scrit­trice cilena Isa­bel Allende si è mani­fe­stata in Face­book: «Il mio mae­stro è morto e per non pian­gere con­ti­nuerò a leg­gerlo ancora e ancora». Ha pianto invece il poeta cubano Roberto Fer­nan­dez Reta­mar, pre­si­dente della Casa de las Ame­rica: «Una noti­zia ter­ri­bile», ha com­men­tato. «Abbiamo perso un grande amico», ha scritto il pre­si­dente cubano Raul Castro alla fami­glia dello scrit­tore colom­biano. «Il Gabo ha lasciato incisa la sua impronta spi­ri­tuale nella Nuova era della nostra Ame­rica, cento anni di amore per il suo spi­rito eterno», ha scritto in Twit­ter il pre­si­dente vene­zue­lano Nico­las Maduro.

«Se n’è andato il Gabo, avremo anni di soli­tu­dine ma ci restano le sue opere e il suo amore per la Patria grande», gli ha fatto eco il suo omo­logo ecua­do­riano Rafael Correa.

«I suoi per­so­naggi reste­ranno nei nostri cuori», ha scritto la pre­si­dente bra­si­liana Dilma Rous­seff. E il suo pre­de­ces­sore Lula da Silva ha detto: «Fu uno scrit­tore straor­di­na­rio e un gran mili­tante delle cause demo­cra­ti­che popo­lari , un sim­bolo per tutti in Ame­rica latina e nel mondo».

Dall’Uruguay, il pre­si­dente Pepe Mujica ha rac­con­tato che quando era in car­cere come guer­ri­gliero Tupa­maro sognava le far­falle create da Már­quez in Cent’anni di soli­tu­dine: «Lo sco­prii quasi per caso — ha rac­con­tato Mujica — durante gli anni in pri­gione, e ho cam­mi­nato molto insieme a lui. Poi l’ho sognato. Sono stato sette anni senza poter con­sul­tare un libro e la mia imma­gi­na­zione andava a cac­cia di far­falle simili a quelle create da lui».

Il 18% dei mercenari in Siria sono cittadini del Regno Unito

Tramite ICSR

I cittadini del Regno Unito costituiscono la percentuale più elevata di mercenari stranieri in Siria.

Lo Rivela un nuovo rapporto pubblicato dal Centro Internazionale per lo Studio della radicalizzazione della violenza politica.

L’ ICSR ha dichiarato che il 17,9 % degli uomini armati in Siria provengono dal Regno Unito, identificati in base ai dati provenienti dai loro social network.

L’ ICSR che ha sede nel Regno Unito è un think-tank non governativo la cui missione è quella di analizzare e promuovere la comprensione della violenza politica e della radicalizzazione.
Il rapporto ha indicato che i terroristi in Siria provenienti dall’Occidente utilizzano i social media per interagire con i loro sostenitori e documentare il loro coinvolgimento nel conflitto.

«I social media rappresentano una fonte essenziale di informazioni e di ispirazione per loro. Nelle loro menti, i social media non sono virtuali…Sono diventati un aspetto essenziale di ciò che accade sul terreno», si legge nella relazione intitolata, “Misurazione, importanza, e l’influenza dei Networks fra i combattenti stranieri in Siria”.

L’inchiesta riferisce che è stato creato un database dei profili dei social media di 190 uomini armati stranieri, occidentali ed europei. Più di due terzi di questi militanti sono affiliati con il Fronte al- Nusra o con lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante ( ISIL ), secondo il rapporto.

«Un gran numero di combattenti stranieri ricevono le loro informazioni sul conflitto, non dai canali ufficiali forniti dai loro gruppi di combattimento, ma attraverso “divulgatori” – individui, non affiliati, ma in linea di massima simpatizzanti, che sembrano a volte offrire sostegno morale e intellettuale ai gruppi di opposizione jihadisti» si sottolinea nello studio.

Ciò vuol dire che le persone in Occidente, che non stanno combattendo direttamente nel conflitto, hanno una notevole influenza su come viene percepito da coloro che vi stanno partecipando.

I ricercatori hanno detto che quasi il 55% di quei mercenari presi dal campione di popolazione social media, sono stati identificati come membri ISIL, mentre poco meno del 14%, si presume che appartengano ad al- Nusra. Il cosiddetto Esercito Siriano Libero, Tawhid Brigata, sono quelli meno rappresentati sui social media e comprendono poco più del 2% del campione totale valutato.

Gli “sconosciuti”, descritti come uomini armati che non possono essere codificati con certezza come appartenenti ad alcun gruppo, costituiscono il 29% del campione rilevato.

Anche se la parte del leone fra gli uomini armati stranieri in Siria si pensa che la faccia il Regno Unito, i numeri sono i seguenti: Francia 11,6%, Germania 11,1%, Svezia il 10% , Belgio 8,9%, e Paesi Bassi 6,3%.

I Paesi dell’Europa orientale ( tra cui Albania, Bosnia, Bulgaria, Kosovo, Macedonia e Serbia) rappresentano il 9,6% del campione, mentre tra quelli non europei, ovvero: australiani, canadesi e statunitensi, rappresentano il 5,3%. Quasi il 19% della popolazione campione è stata codificata come di origine sconosciuta.

Il Regno Unito ha messo in guardia i cittadini britannici che intendono andare a combattere in Siria, aggiungendo che quelli già individuati potrebbero essere privati della loro nazionalità.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Venezuela: sconfiggere il fascismo prima che sia troppo tardi

di James Petras

diarioliberdade.org 

Sabato 29 marzo 2014.- Il capitano della Guardia Nazionale Venezuelana, José Guillén Araque, recentemente ha consegnato al presidente Maduro un libro sull’ascesa del nazismo, mettendolo in guardia sul fatto che “il fascismo deve essere sconfitto prima che sia troppo tardi”! Come punizione a questo avvertimento profetico, il giovane capitano patriottico è stato ammazzato con un colpo di arma da fuoco da un assassino al soldo degli USA nelle strade di Maracay, nello stato Aragua, il giorno 16 marzo 2014. Questo delitto ha fatto salire a ventinove il numero dei soldati e poliziotti venezuelani uccisi dall’eversione fascista.

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La morte di un ufficiale di spicco e patriottico nella via principale di una capitale di provincia è un ulteriore indizio che i fascisti venezuelani sono attivi, fiduciosi dell’appoggio offerto da Washington e da un’ampia fascia della classe alta e media venezuelana. Rappresentano una minoranza dell’elettorato e non sentono nessun desiderio di conquistare il potere attraverso mezzi costituzionali e democratici.

Il capitano Guillén Araque ha avuto l’ardire di ricordare al presidente Maduro che, in tutta la storia contemporanea, i gruppi nazisti e fascisti totalitari hanno tappezzato la strada verso il potere con i cadaveri dei democratici e dei socialdemocratici liberi che non hanno usato i loro poteri costituzionali per schiacciare i nemici della democrazia.

La storia dell’ascesa del fascismo nelle democrazie

In Venezuela il termine “fascista” si applica precisamente ai violenti gruppi politici organizzati che attualmente sono coinvolti in azioni di terrorismo di massa, attraverso una campagna per destabilizzare e abbattere il governo bolivariano democraticamente eletto. Gli accademici puristi possono ben dire, senza essere smentiti, che i fascisti venezuelani non sono portatori dell’ideologia razzista e nazionalista dei loro predecessori tedeschi, italiani, spagnoli e portoghesi. Nonostante ciò corrisponda a verità, è anche vero che questo tipo di affermazione è del tutto irrilevante. Il marchio venezuelano del fascismo dipende profondamente dall’imperialismo degli USA e dai suoi alleati colombiani che agiscono come lacchè. In un certo qual modo il razzismo del fascismo venezuelano è rivolto contro le classi lavoratrici e contadine venezuelane afro-amerindie multirazziali – secondo quanto dimostrato dal loro razzismo pernicioso nei confronti del defunto presidente Hugo Chávez. Il nesso che si stabilisce con i movimenti fascisti di vecchio stampo avviene nei seguenti termini:

(1) mediante la sua profonda ostilità di classe nei confronti della maggioranza popolare;

(2) nell’odio viscerale manifestato nei confronti del Partito Socialista chavista, vincitore di ben 18 delle ultime 19 elezioni;

(3) nel ricorso della conquista armata del potere da parte di una minoranza che agisce per conto delle classi dominanti imperialiste, interne e americane;

(4) nell’intenzione di distruggere le proprie istituzioni e le procedure democratiche che in esse si esercitano con l’obiettivo di guadagnare maggiore spazio politico;

(5) nel suo indirizzarsi verso le istituzioni della classe lavoratrice – consigli comunali, associazioni di vicini, cliniche di salute pubblica e odontoiatrica, scuole pubbliche, trasporti, magazzini di derrate alimentari sussidiate, locali per le riunioni politiche, associazioni di credito pubblico, organizzazioni sindacali e cooperative contadine;

(6) e nel loro appoggio verso le banche capitaliste, mega latifondi commerciali e ditte produttrici.

In Germania, Italia, Spagna, Francia e Cile i movimenti fascisti iniziarono come piccoli gruppi terroristi che conquistarono l’appoggio finanziario dell’élite capitalista per via della loro violenza nei confronti delle organizzazioni della classe lavoratrice e le istituzioni democratiche. Il loro reclutamento si svolgeva principalmente tra gli studenti universitari della classe media, liberi professionisti appartenenti all’élite (in particolare i medici) e ufficiali di alto rango, attivi o messi a riposo – uniti dalla loro ostilità contro l’ordine democratico.

Tragicamente e con molta frequenza i leader democratici appartenenti ai governi costituzionali hanno avuto la colpa di considerare i fascisti come “un altro partito”, rifiutandosi o non dimostrandosi all’altezza di sbaragliare questi assassini armati che associano il terrorismo delle strade con le elezioni per la conquista del potere. I democratici costituzionalisti non hanno visto o non hanno voluto vedere il braccio politico e civile dei nazisti perché facenti parti di un nemico totalitario organico. Per questa ragione i democratici hanno negoziato e discusso all’infinito con i fascisti d’élite, i quali nel frattempo hanno distrutto l’economia, intanto che i terroristi smantellavano i fondamenti politici e sociali dello Stato democratico. I democratici si rifiutarono d’inviare i milioni di seguaci che li sostenevano per far fronte alle orde fasciste. E quel che è peggiore si sono persino sentiti orgogliosi dopo aver catturato i loro sostenitori, poliziotti e soldati, accusandoli di aver impiegato un “eccessivo uso della forza” nel corso degli scontri con gli ammutinati assassini fascisti. In questo modo i fascisti sono passati con estrema facilità dalle strade verso il potere dello Stato. I democratici eletti si preoccuparono oltremodo con le critiche provenienti dai mezzi di comunicazione internazionali e capitalisti, con le critiche dell’élite e con quelle delle organizzazioni che dicevano di lavorare “per i diritti umani”, le quali, però, avevano agevolato la conquista del potere ai fascisti. Il diritto del popolo alla difesa armata della propria democrazia si subordinò al pretesto di difendere le “norme democratiche” – norme che qualsiasi Stato borghese sotto attacco avrebbe rifiutato! I democratici costituzionalisti non avevano ancora percepito come la politica stava cambiando in modo drastico. Non dialogavano più con un’opposizione parlamentare con il fine di organizzare le elezioni a venire. Invece sono stati messi a confronto con i terroristi armati e i boicottatori impegnati nella lotta armata per la conquista del potere politico con ogni mezzo – anche mediante i colpi di stato violenti.

Nel lessico fascista la conciliazione democratica è una debolezza, una vulnerabilità e un aperto invito all’escalation verso la violenza; gli slogan di “pace e amore” e quelli sui “diritti umani” servono per essere sfruttati, così come le richieste di “negoziati” sono i preamboli della resa e gli “accordi” del preludio per la capitolazione.

Per i terroristi, i politici democratici che avvertono all’opinione pubblica sulla “minaccia del fascismo”, in realtà agiscono come se fossero inseriti nelle “scaramucce parlamentari”, diventando così bersaglio di violenti attacchi.

In questo modo i fascisti sono arrivati al potere in Germania, in Italia e in Cile, mentre i democratici, costituzionalisti a oltranza, si sono rifiutati di dotare di armi i lavoratori organizzati che avrebbero potuto bloccare i fascisti, salvare la democrazia e salvare le proprie vite.

Il fascismo in Venezuela: Una minaccia mortale

L’allarme lanciata dall’eroe martire, il capitano Guillén Araque, sull’imminenza del pericolo fascista in Venezuela possiede un’effettiva verità essenziale. Finché la violenza terrorista che si è aperta va e viene, la base strutturale sottostante del fascismo nell’economia e nella società si mantiene intatta. Le organizzazioni clandestine, il finanziamento e l’organizzazione del flusso delle armi verso i gruppi fascisti si mantengono in funzione.

I leader politici dell’opposizione si divertono con un gioco ingannevole. Essi passano costantemente da forme legali di protesta ad altre contraddistinte da una forma di complicità segreta nei confronti dei terroristi armati. Non ci sono dubbi che in un qualsiasi putsch fascista gli oligarchi politici si presenteranno come i veri dirigenti – e si spartiranno il potere con i leader delle organizzazioni fasciste. Tuttavia la loro “rispettabilità” fornisce loro copertura politica, le loro campagne a favore dei “diritti umani” per mettere in libertà agitatori assassini e incendiari rinchiusi dietro le sbarre conquistano “l’appoggio dei mezzi di comunicazione internazionali, poiché fanno da “intermediari” tra le organizzazioni americane di finanziamento e l’occulto clandestino terrorista.

Quando si vuole misurare l’ambito e la profondità del pericolo fascista è un errore mettersi a contare il numero dei bombaroli, incendiari e tiratori, senza includere anche i gruppi di appoggio logistico, sia di riserva sia quelli periferici, e i sostenitori istituzionali che alimentano gli agenti sul campo.

Per “sconfiggere il fascismo prima che sia troppo tardi” il governo deve avallare in modo molto realistico le risorse, l’organizzazione e il codice operativo del comando fascista, rifiutando le dichiarazioni che invitano a stare tranquilli ed essere “ottimisti” che rilasciano alcuni ministri, consiglieri e legislatori.

Primo, i fascisti non sono solo un piccolo gruppo che si limita a far chiasso con le padelle e assalire i lavoratori municipali nei suburbi della classe media alta di Caracas a favore dei mezzi di comunicazione internazionali e corporativi. I fascisti sono organizzati su base nazionale. I loro membri sono attivi su tutto il territorio del paese.

Puntano alle istituzioni e infrastrutture vitali presenti in innumerevoli luoghi strategici.

La loro strategia è controllata in modo centralistico, le loro operazioni sono decentrate.

I fascisti sono una forza organizzata. Il loro finanziamento, armamento e azioni sono pianificati. Le loro proteste non sono “spontanee”, sono azioni organizzate localmente che reagiscono alla “repressione” governativa così come la descrivono i mezzi di comunicazione borghesi e imperialisti.

I fascisti raccolgono al loro interno diverse correnti di gruppi violenti che con frequenza si alleano con liberi professionisti di destra, motivati ideologicamente, gruppi di contrabbandieri su grande scala e trafficanti di droga (in particolare nelle regioni di frontiera), gruppi paramilitari, mercenari e noti criminali. Questi sono i “fascisti del fronte”, finanziati dai grandi speculatori di valuta, protetti dai funzionari eletti del posto ai quali gli investitori immobiliari e i burocrati universitari di alto livello mettono a disposizione il loro “santuario”.

I fascisti possono essere sia “nazionali” sia “internazionali”. Sono composti di assassini pagati localmente e da studenti di famiglie della classe alta; soldati paramilitari colombiani, mercenari professionisti di ogni tipo, “assassini a soldo” delle organizzazioni di “sicurezza” ed elementi clandestini delle Forze Speciali degli USA, “internazionalisti” fascisti arruolati a Miami, in America centrale, in America latina e in Europa.

I terroristi organizzati hanno due santuari strategici per scatenare le loro iniziative violente –Bogotà e Miami, dove si trovano i leader di rilievo, come l’ex presidente Álvaro Uribe e i leader del Congresso USA. che forniscono il loro appoggio politico.

La convergenza dell’attività economica criminale, molto lucrativa, e del terrorismo politico presenta una formidabile doppia minaccia alla stabilità dell’economia venezuelana e alla sicurezza dello Stato … Criminali e terroristi si procurano una casa comune nella tenda politica degli USA, destinata a demolire il governo democratico del Venezuela e a schiacciare la rivoluzione bolivariana del popolo venezuelano.

Le interconnessioni, quella ascendente e quella discendente, tra i criminali e i terroristi dentro e fuori il paese, tra i politici senior di Washington, spacciatori di droga nelle strade e contrabbandieri, alimentano i portavoce dell’elite internazionale e proporzionano il tessuto muscolare ad agitatori e tiratori scelti.

I bersagli terroristi non sono scelti a caso, in altre parole non sono il prodotto di cittadini arrabbiati contro le ineguaglianze sociali ed economiche. I bersagli del terrorismo, attentamente selezionati, sono i programmi strategici che sorreggono l’amministrazione democratica. Sono soprattutto le istituzioni sociali di massa che formano la base del governo. Ciò spiega perché i terroristi lanciano le bombe nelle cliniche di salute per i poveri, nelle scuole pubbliche e nei centri d’istruzione per adulti localizzati nei quartieri poveri, nei magazzini alimentari sussidiati dallo Stato e nel sistema dei trasporti pubblici. Queste strutture formano parte del vasto sistema di sicurezza sociale popolare istituito dal governo bolivariano. Costituiscono dei complessi importantissimi che hanno garantito l’appoggio massiccio dei votanti in 18 delle 19 elezioni e assicurato il potere popolare nelle strade e nelle comunità. Distruggendo l’infrastruttura del benessere sociale, i terroristi rimangono in attesa di spezzare gli anelli sociali tra il popolo e il governo.

I terroristi mirano a colpire il legittimo sistema di sicurezza nazionale: specificamente la polizia, la Guardia Nazionale, i giudici, i promotori pubblici e altre autorità incaricate nella tutela dei cittadini. Gli assassini, gli attacchi violenti e le minacce contro i funzionari pubblici, le bombe incendiarie negli edifici pubblici e nei trasporti pubblici determinano un clima di paura per dimostrare che lo stato è debole e incapace di proteggere la vita quotidiana dei propri cittadini. I terroristi vogliono proiettare un’immagine del “potere duale” appropriandosi degli spazi pubblici e bloccando il regolare flusso del commercio … per “governare le strade con il fucile in mano”. Soprattutto i terroristi vogliono smobilitare e costringere le contro manifestazioni popolari mediante il blocco delle strade e sparando contro gli attivisti impegnati nelle attività politiche nei sobborghi contesi. I terroristi sanno che possono contare con i loro alleati dell’opposizione politica “legale” per fornirli di una base con l’aiuto delle manifestazioni pubbliche che servono da scudo per gli attacchi violenti e come pretesto per un sabotaggio su grande scala.

Conclusione

Il fascismo, in particolare il terrorismo armato diretto per rovesciare -tramite l’uso della violenza- un governo democratico, costituisce una minaccia reale e immediata per il Venezuela. Gli alti e i bassi della lotta quotidiana per le strade e le barricate non sono una misura adeguata di questa minaccia. Come si è già segnalato gli appoggi chiave, strutturali e organizzativi, sottostanti all’ascesa e alla crescita del fascismo sono molto più importanti. La sfida che deve affrontare il Venezuela è di tagliare la base economica e politica del fascismo. Purtroppo fino a poco tempo fa il governo ha dimostrato di essere molto vulnerabile alla critica ostile delle elite di oltremare e di quelle interne che si sbrigano a difendere i fascisti – in nome della “libertà democratica”. Il governo del Venezuela possiede enormi risorse a sua disposizione per sradicare la minaccia fascista. Anche se un’azione ben salda può scatenare la protesta degli amici liberali di oltremare, la maggior parte dei difensori favorevoli alla democrazia è del parere che spetta al governo agire contro quei funzionari dell’opposizione che continuano a istigare alla ribellione armata.

Di recente ci sono stati evidenti segnali da parte del governo venezuelano, con il suo poderoso mandato democratico e costituzionale, si è mosso con coscienza dal pericolo fascista e agirà con determinazione per respingerlo dalle strade e dalle suite.

Nell’Assemblea Nazionale il governo ha approvato la sospensione dell’immunità della deputata dell’Assemblea Nazionale, la congressista Corina Machado, accusata d’incitamento alla violenza. Il Presidente dell’Assemblea Nazionale, Diosdado Cabello, ha presentato delle prove dettagliate del ruolo da lei svolto nell’organizzazione e nello sviluppo della ribellione armata. Svariati presidenti delle municipalità in cui è presente l’opposizione, attivamente coinvolti nella promozione e nella protezione dei tiratori scelti, agitatori e incendiari sono stati accusati e arrestati.

La maggior parte dei venezuelani che si sono confrontati con la crescente marea della violenza fascista, appoggia la punizione di questi alti funzionari coinvolti nel sabotaggio o che lo appoggiano. Senza una scelta ben salda le organizzazioni d’informazione venezuelane e il cittadino medio sono d’accordo sul fatto che quei politici “d’opposizione” continueranno a promuovere la violenza e proporzionare un santuario agli assassini paramilitari.

Il governo ha capito che è coinvolto in una vera guerra, pianificata da una leadership centralizzata ed eseguita da elementi decentralizzati. I leader legislativi sono messi a confronto con la psicologia politica del fascismo che interpreta le proposte di conciliazione politica e di mitezza giudiziaria da parte del presidente come se fosse una debolezza che deve essere sfruttata con altra violenza.

L’aspetto più significativo affinché il governo possa fermare la minaccia fascista risiede nel riconoscimento degli anelli esistenti tra l’elite parlamentare e imprenditoriale e i terroristi fascisti: speculatori finanziari, trafficanti e grandi accaparratori di cibi e di altri beni essenziali. Tutti loro fanno parte dello stesso impeto fascista per il potere, insieme con i terroristi che lanciano bombe nei mercati pubblici di alimenti e colpiscono i camion che trasportano cibo per i sobborghi poveri. Un lavoratore rivoluzionario mi ha detto dopo una scaramuccia per strada: “Por la razón y la fuerza no pasarán!” (Dalla ragione e dalla forza saranno sconfitti).

 

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

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