Il modo indicativo ed imperativo nella comunicazione

di Vicente Romano

Estratto da La intoxicación lingüística. El uso perverso de la lengua. Caracas

Ediciones Correo del Orinoco, correodelorinoco.gob.ve

 

Il testo del professor Romano, di cui qui si propone un piccolo estratto tratto dal libro La intoxicación lingüística. El uso perverso de la lengua, analizza il modo in cui l’autoreferenzialità assoluta si presenta come uno degli aspetti con i quali si definisce la cultura imperiale. L’ideologizzazione della realtà mediante l’uso strumentale del linguaggio, tema principale del libro, veicolata dai moderni mezzi di comunicazione (stampa, televisione satellitare, Internet, ecc.) garantisce in modo autoreferenziale la secolarizzazione morale di teorie economico-politiche originariamente teologiche. Sotto questa luce diventa immorale tutto ciò che non rispetta i termini contrattualistici che la potenza occultante del linguaggio ideologico universalmente condiviso propone. Pertanto chi se ne discosta da questa logica, è considerato una minaccia alla propria assolutezza paranoica. La più fondamentale delle domande economiche di miliardi di persone in tutto il mondo, il bisogno concreto al nutrimento, all’igiene e alle cure mediche (compreso il diritto a far rispettare i fondamentali diritti dei popoli) è sostituita dagli economisti e dai governanti da quella del denaro atto a soddisfarli. L’elaborazione linguistica praticata per raggiungere questo scopo, nonostante tutto quello che comporta a livello di condizionamenti subiti e le sue reali mistificazioni, rende intelligibile e significativa la sua presenza all’interno dei rapporti di lavoro e di produzione così come li conosciamo. Ciò è all’origine di tutti i presupposti materiali, psicologici e militari di una complicità occultata dal lavoro linguistico che reprime quegli stessi principi fondamentali che i governanti e gli economisti invocano.

Vincenzo Paglione

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Il modo indicativo e imperativo

Il modo con il quale si presenta il discorso diretto è quello dell’indicativo e dell’imperativo. È la parola che, come affermava Marcuse, “induce ad agire, comprare e accettare”. E tutto ciò si veicola mediante uno stile conciso, con una sintassi compressa e condensata che impedisce lo sviluppo del vero significato che si cela in ogni singola espressione. Non ammette né contraddizioni né sfumature. La definizione chiusa con la quale si presentano i concetti può corrompere il discorso a tal punto da consentire in nome della libertà di espressione il bombardamento dei giornali e delle emittenti radiofoniche e televisive, oppure definire la guerra come “pace” e le vittime “danni collaterali”. La guerra criminale contro la Iugoslavia, l’Afghanistan, l’Iraq o il Libano, può servire da esempio per descrivere questa perversione del linguaggio. All’interno di questa logica della ragione pervertita gli affari di guerra e gli effetti che essi producono, così come gli interessi privati di coloro che si arricchiscono con la distruzione e la morte, s’identificano con i vantaggi della pace e gli interessi generali fondati sul bene comune.

Le proposizioni di questo linguaggio indifferenziato, magico, sono intimidatorie e allo stesso tempo glorificatrici. Sono le forme di ordini suggestivi, più evocativi che dimostrativi. Si tratta del discorso ipnotico della réclame pubblicitaria o di quello della brutalità imperativa dell’ “ordino e comando”, se il caso lo richieda. È il linguaggio unidimensionale che incalza la formazione dell’uomo unidimensionale.

La frequenza con la quale si esibiscono le abbreviature (come NATO, ONU, UE, ecc.) ostacola l’impostazione delle domande non fatte. In questo modo, NATO non suggerisce la stessa cosa se dicessimo Organizzazione del Trattato Atlantico Nord. In questo caso c’è da chiedersi cosa fanno al suo interno paesi come la Turchia, la Grecia o l’Italia, poiché non condividono nulla con l’Atlantico Nord o che le loro truppe in questo momento stiano difendendo gli interessi delle grandi multinazionali petrolifere usa-americane in Asia centrale.

Il discorso chiuso presenta la realtà in termini dicotomici di buoni e cattivi. Non dimostra né spiega, solo insegue il controllo riducendo le forme e i simboli della riflessione, l’astrazione, la contraddizione e la dialettica della complessa realtà sociale in immagini semplificatrici. E nonostante le persone non credano in questo linguaggio o lo ignorino, tuttavia essi agiscono d’accordo a esso, seguendo le sue indicazioni.

Nel frattempo i mezzi di comunicazione impiegano con sempre maggiore frequenza l’indicativo nella vita pubblica. Nella realtà la gente si domanda quotidianamente cosa succederebbe se…  Ciò ha a che fare con l’imperativo dalla parola “breve” e con la brevità della trasmissione tecnica. L’informazione televisiva rafforza questa tendenza. Un’immagine mostra quello che presenta. Il linguaggio deve spiegare il significato plurale delle cose, la relatività dei concetti. Ma, per ragioni di tempo e di spazio, non consente nessun congiuntivo né condizionale, nessuna subordinata. Lo sguardo fugace verso i piccoli segni si può compensare con le illusioni che si ricavano da Internet, seduti comodamente nella propria postazione. Ma ciò non fornisce nessuna certezza. Se è ciò quello che si desidera, bisogna che ciascuno di noi la verifichi per se stesso attraverso l’interazione con la realtà e con gli altri esseri umani, mediante il dialogo costruttivo.

[Trad. dal castigliano per AlbaInformazione di Vincenzo Paglione]

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