Democrazia Virtuale Vs Democrazia Reale: un confronto Società Civile-Istituzioni sul caso Rom

di Marco Nieli

Un gran numero di partecipanti, tra cui diverse famiglie rom degli insediamenti di via del Riposo e di Barra, esponenti delle associazioni, del Movimento 5 Stelle e della società civile napoletana ha preso parte all’iniziativa di assemblea-dibattito pubblico tenutasi ieri 19 febbraio presso i locali del Centro Culturale “La Città del Sole” di Napoli.

In rappresentanza della Giunta, è intervenuta l’assessore alle Politiche Sociali Gaeta; assenti, invece, il Sindaco e il vice-sindaco, nonché l’Assessore al Patrimonio Sandro Fucito.

L’occasione è stata messa in piedi allo scopo di tallonare le istituzioni della Giunta de Magistris sulla questione dell’ordinanza sindacale del 29 gennaio scorso, che prevede in maniera alquanto ambigua -“orwelliana”- il così definito «accompagnamento fuori dal campo» di via del Riposo di circa 430 Rom rumeni di Calaraşi e Iaşi, fatti salvi i casi di comprovata «indigenza e/o bisogno». Criterio, questo, che andrebbe esteso secondo noi a tutti gli abitanti dell’insediamento, i quali fuggono situazioni di grave esclusione sociale e discriminazione nel loro paese e certamente non hanno alternative abitative e/o lavorative rispetto al soffrire i disagi della vita in una bidonville, seppure ai margini delle nostre (una volta, almeno) opulente società dei consumi.

Nella fatiscente baraccopoli di cui sopra, mancano le condizioni minime di vivibilità: dall’acqua corrente alla luce elettrica, per non parlare dall’emergenza sanitaria rappresentata dalla vicinanza di discariche a cielo aperto che alimentano la proliferazione di ratti e parassiti vari. Sui numerosi interrogativi e dubbi espressi da padre Alex Zanotelli, dai Rom stessi, dallo scrivente, dall’editore Manes, da Jamal Quaddarah della CGIL e dalla Consigliera Comunale Simona Molisso, l’Assessore ha fornito formali rassicurazioni sul fatto che il Comune non intende sgombrare in malo modo la suddetta comunità (come, invece, ha continuato a fare in modo diretto o indiretto negli ultimi dieci anni al Frullone, alla Sanità, a Ponticelli, alla Marinella, etc.) ma che invece sta lavorando a un piano di ri-allocazione in un’area segreta, area che andrebbe attrezzata alla bisogna per una prima accoglienza con fornitura di acqua, luce e un minimo di infrastrutture.

In ogni caso, il percorso di ri-allocazione dovrà essere concordato con i diretti interessati dall’intervento istituzionale, per non riprodurre soluzioni ancora una volta dettate dall’emergenza e del tutto inadeguate, indegne e irrispettose degli standards richiesti dall’UE per l’accoglienza dei Rom e Sinti sui nostri territori. A questo proposito, la proiezione del video Terra promessa (di L. Romano e M. Leombruno) sui Rom bosniaci di Giugliano trasferiti nell’area altamente contaminata di Masseria del Pozzo ha costituito un monito a non ripetere gli incredibili errori di un passato anche recente ma a cercare di guardare avanti, utilizzando al meglio l’enorme patrimonio di know-how socio-urbanistico ed architettonico che si è accumulato negli ultimi anni, in riferimento alla necessità di superare la politica di ghettizzazione portata avanti con i commissariamenti (decreto “Emergenza nomadi” del 2008-2009) e di inserire in casa i Rom, per permettere una reale integrazione sociale degli stessi.

In ogni caso, dovrebbe essere oggi abbastanza metabolizzata anche da parte dell’istituzione locale l’evidenza che gli sgomberi senza alternativa, oltre che condannati dall’Europa (ricorso dell’ERRC contro l’Italia in merito a ripetute violazioni della Carta Sociale Europea), sono perfettamente inutili, in quanto che i Rom sgombrati dai campi di Ponticelli dalla camorra nel 2008, insistono oggi in buona misura nel campo di via del Riposo nel 2014.

A conclusione dell’incontro, si è voluto presentare un esempio di buona pratica da seguire, quello della Gran Misión Vivienda Venezuela, citata anche dal Plan Patria 2013-2019, che si è posta come obiettivo la realizzazione di 3 milioni di nuove case da assegnare a refugiados o baraccati dei principali insediamenti urbani venezuelani entro l’anno 2019.

Si tratta di un modello diverso di democrazia, protagonica e partecipativa, dove gli impegni assunti dalla legislazione nazionale e da quella locale si realizzano con interventi puntuali e concreti, volti ad assicurare percorsi di dignificazione umana e sociale degli strati sociali più esclusi e derelitti. Siamo fermamente convinti che, se anche la città di Napoli si decidesse una buona volta a mettere in pratica i tanto decantati percorsi di democrazia partecipata e di priorità assegnata ai “beni comuni” -magari partendo una buona volta dagli ultimi tra gli ultimi, Rom e Napoletani delle fasce più deboli – sicuramente avremmo tutti da guadagnare in termini di qualità collettiva della vita, di sicurezza e di benessere sociale diffuso. L’iniziativa di ieri con i Rom è stata un buona ri-partenza in questa direzione e, sebbene molta strada resti ancora da fare collettivamente, siamo fiduciosi che, incalzando opportunamente le istituzioni locali, si riesca a passare sempre più dal piano virtuale delle delibere e delle ordinanze a quello reale e tangibile dei diritti assicurati per tutti indistintamente.

(Foto) I fascisti sparano contro mobilitazione operaia: sei feriti

da aporrea.org

19feb2014. Nella città di Guayana una manifestazione operaia del settore metalmeccanico è scesa in piazza a difesa del processo rivoluzionario ed è stata presa di mira da franco-tiratori.

Alla fine della manifestazione gli operai sono stati attaccati a colpi di arma da fuoco.

Sei manifestanti sono risultati feriti da colpi di arma da fuoco. I manifestanti si sono diretti verso Plaza Hugo Chávez (Plaza del Hierro), occupata da alcuni giorni da gruppi controrivoluzionari.

Gli obiettivi di Putin: rompere l’isolamento e avere più visibilità geopolitica


di Achille Lollo

Il presidente russo Vladimir Putin è arrivato a Bruxelles per dare “un nuovo tono” al 32° vertice che, ogni sei mesi, si svolge tra l’UE e la Russia allo scopo di valutare l’evoluzione delle relazioni politiche ed economiche tra i due blocchi. Relazioni che, dal 2012, registrano il più basso livello di comprensione e di accordo, soprattutto in campo internazionale: in primo luogo, a causa del coinvolgimento della Russia nella difesa dei governi di Siria, Iran, Venezuela e Ucraina; in secondo luogo, per la critica mossa da Putin al ruolo degli Stati Uniti in relazione al “… monopolio del loro dominio nelle relazioni internazionali e all’uso eccessivo della forza militare“; infine, per aver respinto l’interventismo della NATO che, secondo il presidente russo, “… in Kosovo, così come in Libia, ha agito violando il diritto internazionale, oltre a promuovere la corsa agli armamenti…

La presenza del Presidente Putin a Bruxelles, al lato del suo ministro degli Esteri Sergei Lavrov, è stata decisiva per gettare le basi, con il Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso e il presidente del Consiglio d’Europa, Herman van Rompuy, di un nuovo equilibrio politico e diplomatico tra l’UE e la Russia, in seguito alla rottura da parte del Ministro degli Affari Esteri dell’Unione Europea, Catherine Ashton, che aveva apertamente assunto la posizione degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Nel frattempo, dopo aver firmato i comunicati congiunti grazie ai quali le relazioni tra la Russia e l’Unione Europea sono tornate alla normalità, il presidente Putin, di fronte ai giornalisti, non ha mancato di criticare i ministri dei paesi europei che hanno aderito alla linea dettata dal segretario degli Stati Uniti d’America, John Kerry. Quindi, rompendo la diplomazia dei mezzi sorrisi e delle strette di mano, Vladimir Putin ha dichiarato: “…La Russia non è interessata a decidere quale forza politica governerà l’Ucraina. Siamo solo interessati a sapere che tipo di politica economica sarà attuato, visto che abbiamo firmato accordi per la fornitura di gas a prezzi preferenziali e per un prestito di 15 miliardi di euro...”. Poi ha attaccato direttamente il Ministro Catherine Ashton, sottolineando “…come avrebbe reagito l’UE se il nostro Ministro degli Esteri fosse andato in Grecia a fare appelli contro l’Unione Europea? …“. Dichiarazioni forti, per chi sostiene che non ci sono più problemi tra la Russia e l’Unione Europea!

Di fatto, in occasione della recente Conferenza sulla Siria “Ginevra II” e nel Forum Mondiale dell’Economia a Davos, è emersa l’evidenza che la Casa Bianca e il suo fedele scudiero britannico pretendono di imporre alla Russia un rigido isolamento diplomatico e politico, per limitare le aspirazioni economiche e, soprattutto, le ambizioni geostrategiche dei “siloviki”[1] del Cremlino.

Una prospettiva che le “eccellenze” della Casa Bianca e del Downstreet mantengono in piedi, dal momento che non perdonano a Vladimir Putin tre importanti questioni: 1) essere riuscito a far fallire il progetto del mega-gasdotto “Nabucco”, che gli Stati Uniti pretendevano di costruire dalla Turchia per terminare con la dipendenza europea del gas russo; 2) avere vinto la guerra nell’Ossezia del sud e in Cecenia (2008); 3) avere creato un sistema di mutua sicurezza in Asia Centrale, riunendo, con il Trattato di Cooperazione di Shangai (2001) la Russia, la Cina, il Kazakistan, il Kirgistan, il Tadjikistan e l’Uzbekistan.

È in quest’ambito che i media occidentali – interpretando le posizioni della Casa Bianca – desqualificano quotidianamente Putin chiamandolo “…il nuovo dittatore russo…”, per avere spezzato il potere politico e finanziario degli oligarchi Mikhail Khodorkovskij e Boris Berezovskij – benemeriti associati dei conglomerati finanziari statunitensi, che oggi i tabloids occidentali considerano “i nuovi dissidenti della Russia” -, e per aver firmato un decreto-legge omofobo che commina pesanti condanne per la propaganda e le manifestazioni gay.

Tuttavia, il principale argomento delle cancellerie europee contro il presidente russo Putin è in relazione con la decisione che Putin ha preso nel 2008, quando ha rifiutato la “protezione geo-strategica ” della NATO. In quanto a ciò, i banchieri statunitensi ed europei fanno pressione sui loro governi a causa delle riforme istituzionali, economiche e fiscali che Putin ha introdotto in Russia, grazie alle quali le lobbies transnazionali hanno perso la loro influenza sulla Duma (il Parlamento), consentendo alla Russia di raggiungere la stabilità economica, nonostante la crisi del 2008. Riforme che, negli ultimi cinque anni, hanno corretto la gestione disastrosa di Boris Eltsin, imponendo un nuovo concetto di Nazione, oltre a rafforzare l’autorità dello Stato e la sua autonomia politica ed economica. Per questo, il Presidente Putin è accusato di ricorrere all’autoritarismo e di volere riportare in auge lo “statalismo dell’URSS”.

Tutto il mondo sa che il ritorno del capitalismo in Russia, sotto la direzione di Boris Eltsin, ha rappresentato un grande affare per le transnazionali e i banchieri dell’Occidente, dal momento che i programmi di privatizzazione effettivamente hanno promosso la formazione di una nuova borghesia speculativa e consumistica – nota come “l’oligarchia” – che ha cercato di costruirsi un’ampia rappresentanza politica nella Duma (Parlamento) per esercitare un controllo effettivo nelle istituzioni e, in questo modo, legittimare l’appropriazione dei settori produttivi dello Stato, oltre a bloccare  il sistema di controllo fiscale delle entrate.

 . Un contesto che presto si è trasformato in una lotta pericolosa per il potere politico che il gruppo guidato da Putin e maggioritario nel partito “Russia Unita” ha vinto, scommettendo tutto sulla ricostruzione dello Stato e sulla regolamentazione delle anomalie create dal mercato. Anche così, solo nel terzo mandato, il governo di Putin è riuscito a definire: a) le nuove regole per i contratti internazionali, al fine di evitare la fuga di capitali, che nel 2013 ha raggiunto il valore di 400 miliardi di dollari; b) il codice di condotta per attirare gli investitori stranieri,  in modo da fra diventare la Russia il 20° paese al mondo con le migliori opportunità di business (nel 2001 era al 92°); c) creare un mercato di esportazione di raggio regionale, dal momento che il settore automobilistico è cresciuto al 76 %, gli investimenti per le infra-strutture industriali sono aumentati del 125 % e la produzione agricola ha praticamente raddoppiato i raccolti. Di conseguenza, anche il salario minimo è aumentato da $ 80 (circa 163 reais) a 640 (circa 1300 reais). Questo spiega perché nell’ultimo sondaggio condotto dal Centro Levada in Russia, il 68 % dei Russi, oggi, voterebbe per Putin di nuovo .

 

La visibilità geo-politica

Le Olimpiadi di Inverno – che si realizzeranno a Sochi dal 7 al 23 febbraio – saranno l’evento sul quale il governo russo ha scommesso tutto per rompere l’isolamento politico e conquistare una visibilità geo-politica di portata mondiale, visto che più di 1.000 giornalisti sono stati accreditati per documentare l’evento sportivo, come asnche la realtà socio-economica del paese.

Per questo, a partire dal mese di ottobre, nella città di Volgograd (l’antica Stalingrado) gli ultimi militanti jihadisti dell’“Emirato della Cecenia” hanno realizzato quattro attentati, provocando la morte di 34 persone e tentando, così, di bloccare le Olimpiadi. Il mandante degli attentati è il leader fondamentalista islamico Doku Umarov, fondatore del gruppo armato Imarat Kavkaz, i cui militanti, nella stragrande maggioranza, erano fuggiti in Siria, arruolandosi nelle brigate jihadiste di Aleppo. È chiaro che gli illimitati finanziamenti che l’“Emiro della Cecenia” ha ricevuto dall’Arabia Saudita e dal Qatar, permettono, ancora, l’alimentazione di una rete di terroristi sguinzagliati su differenti territori della regione caucasica, propriamente la Cecenia, l’Inguscetia, il Dagestan, l’Ossetia del Nord, la Karacaj-Circassia e la Cabardino-Balcaria. Per questo, il Ministero degli Interni della Russia ha mobilizzato a Sochi circa 64.000 poliziotti, per impedire nuovi attentati durante le Olimpiadi di Inverno.

Eppure, al di là delle bombe degli jihadisti di Doku Umarov e delle proclamazioni separatiste di Akmed Zakaiev (rifugiato politico a Londra), quello che potrà rovinare la festa olimpica a Sochi saranno i baci dei/delle atlete omosessuali di fronte alle videocamere delle TV. Al di là di ciò, i fotografi e gli operatori delle TV sperano di potere inquadrare i corpi nudi delle militanti del gruppo FEMEN, che hanno promesso di esserci a Sochi, per manifestare la loro solidarietà con le Pussy Riot, Maria Alekhina e Nadejda Tolokonnikova, alle quali il presidente Vladimir Putin ha concesso la grazia insieme all’ex-oligarca Mikhaïl Khodorkovski. Misure di clemenza che Putin ha preso per evitare che gli scandalosi tabloids della Gran Bretagna e degli USA ritornino a bombardare la Russia con reportages sull’imprigionamento delle Pussy Riot e dell’antico padrone dell’impresa petrolifera Yukos.

È stato di questo clima che il Ministero dell’Interno si è approfittato di un ritardo nel rinnovo del visto di soggiorno per decretare l’espulsione del giornalista statunitense David Setter, 66 anni, che stava accreditato a Moscou da parte del Wall Street Journal e dal Financial Times. In realtà, Setter è uno dei principali consulenti della Radio Free Europe/Radio Liberty, (l’emittente finanziata dal Congresso degli USA dagli anni cinquanta) che, oggi, è la principale voce delle campagne denigratorie contro il presidente Putin e la Russia.

Un’espulsione che ha pesato abbastanza nella decisione del Comitato Olimpico degli USA di disertare i festeggiamenti per l’apertura delle Olimpiadi Invernali, inviando al proprio posto un gruppo di omosessuali la cui sfilata peggiorerà ancora di più le relazioni diplomatiche tra gli USA e la Russia. Posizione che ha diviso i Comitati Olimpici, con una minoranza formata dalla Gran Bretagna, dal Belgio, dalla Svezia e dall’Olanda che hanno dato il loro appoggio incondizionato alle manifestazioni contro le leggi omofobiche, mentre la maggioranza ha dichiarato che preferisce non interferire nella politica interna della Russia, che per questo evento ha investito circa 50 miliardi di dollari.

In questo scenario è difficile dire se la Russia di Vladimir Putin riuscirà a raggiungere una nuova visibilità geo-politica. Eppure, è evidente che tutto quello che sta succedendo è, in realtà, “una seconda guerra fredda in sordina”, che  gli Stati Uniti e la Gran Bretagna promuovono contro la Russia e contro tutti quelli che minacciano i loro plani di espansione.

 

*Giornalista italiano, corrispondente del “Brasil de Fato” in Italia, editore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del “Correio da Cidadania”

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli] 

 


[1]I silovikos sono gli uomini di fiducia del presidente Vladimir Putin, in gran parte antichi ufficiali delle Forze Armate o dei servizi segreti (il vecchio Kgb e il nuovo Fsb).

Leopoldo López: la nuova figura al servizio degli Stati Uniti

Immagineit.cubadebate.cu – Il leader politico venezuelano Leopoldo López, con alle spalle una lunga storia da golpista sin dal 1999, si erige oggi come fedele rappresentante della destra al servizio degli interessi degli Stati Uniti.

Attuale Coordinatore Nazionale dell’organizzazione d’opposizione «Voluntad Popular», si presenta come leader di un gruppo che promuove «un conciliante messaggio di pace, benessere e progresso, che s’impegna per la costruzione di un’alternativa per il paese dove i diritti sono per tutti i venezuelani».

López, indicato come responsabile degli atti di violenza scatenati nei giorni scorsi da gruppi fascisti, un comportamento lontano nella pratica dagli argomenti che promuove, è da martedì a disposizione delle autorità.

Nella sua storia, l’ex sindaco del comune di Chacao ha studiato presso la Kennedy School of Government, dell’Università di Harvard, sito che è di particolare interesse per la Central Intelligence Agency (CIA).

Mentre in precedenza ha studiato presso il Kenyon College, nello stato dell’Ohio, dove la CIA ha inserito alcuni suoi elementi tra gli insegnanti, il cui compito è quello di individuare tra gli studenti, quelli che possono essere utili alla propria causa.

Una volta fatto ritorno in Venezuela si è legato all’International Republican Institute (IRI) del Partito Repubblicano statunitense, che gli ha concesso tutto il suo supporto strategico e finanziario.

A questo proposito, dal 2002 ha condotto frequenti viaggi presso la sede dell’IRI a Washington per sostenere incontri con funzionari del governo di George W. Bush.

L’11 aprile del 2002 si trovava in testa alla marcia dell’opposizione golpista diretta al Palacio de Miraflores, che provocò la morte di decine di persone, oltre al sequestro del presidente Hugo Chávez.

Una volta terminato il suo mandato come sindaco di Chacao, è stato interdetto a causa della malversazione delle risorse pubbliche che erano a sua disposizione.

[Trad. dal castigliano di Fabrizio Verde]

(FOTO) La risposta popolare contro l’imperialismo e le prove di fascismo

L’Associazione Nazionale delle Reti e delle Organizzazioni Sociali ITALIA (ANROS – ITALIA) denuncia con fermezza i crimini dell’imperialismo e i tentativi di destabilizzazione della Rivoluzione Bolivariana del Venezuela.

Oggi più che mai è necessario schierarsi dalla parte della Rivoluzione Bolivariana e del Governo costituzionalmente eletto del Presidente Nicolás Maduro, nel segno della continuità del Comandante Eterno Hugo Chávez Frías!

I tentativi di mobilitazione reazionaria, le prove di fascismo messe in atto da gruppi eversori e contrari alla volontà popolare e addestrati, foraggiati e sostenuti dal sionismo e dalla CIA, non passeranno!

Invitiamo tutte le Reti e le Organizzazioni Sociali in Italia a mobilitarsi e a sostenere gli sforzi delle organizzazioni popolari venezuelane per far rispettare il responso popolare delle urne; il popolo venezuelano ha dato il suo indiscutibile sostegno alla continuità della Rivoluzione Bolivariana ed oggi è nelle piazze a dimostrazione del proprio amore e della propria indiscutibile ed irriducibile volontà nella continuazione ed approfondimento del processo rivoluzionario. 

Con Chávez e Bolívar ¡Viviriemos y Venceremos!

ANROS – ITALIA

Il Presidente Bashar Al Assad esprime il sostegno della Siria a Maduro

da Sana.Sy 

Il presidente Bashar al- Assad ha inviato un telegramma al presidente del Venezuela Nicolas Maduro, in cui ha espresso il suo sostegno e quello del popolo siriano per il metodo da lui adottato nella gestione del suo paese, che rimanda ai principi del Patrimonio mondiale e dell’azione storica dei grandi leader dell’America Latina.

Il presidente al-Assad ha espresso la solidarietà sua, del popolo siriano alla Resistenza del Presidente Maduro e al popolo venezuelano contro l’attacco barbaro che si ripete in questi giorni in un paese sicuro e stabile, nel tentativo di seminare il caos, per stabilire l’egemonia estera e di sfruttare la ricchezza di questi paesi e le loro importanti posizioni geopolitiche.

Il presidente al- Assad ha affermato che la Siria sostiene il processo di pace elaborato dal presidente Maduro per il suo paese, augurandogli successo nella sua missione in questa fase critica che attraversa tutto il mondo.

[Trad. dall’arabo per ALBAinformazione di Laila Mousa]

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