Il Venezuela e una nuova minaccia golpista

di Gianmarco Pisa

La difficile situazione economica[1] in Venezuela è uno dei pretesti delle frange più oltranziste della opposizione per fomentare violenza e seminare caos, come mostra l’esito delle ultime mobilitazioni di piazza, a Caracas e non solo.

In questo contesto, il governo sta agendo con tatto, mostrando peraltro una leadership collettiva mai sperimentata sinora, in tale portata, dal periodo di Chávez. Maduro sta difendendo con prudenza ed intelligenza l’eredità chavista, mostrando un’alta consapevolezza tattica.

Una delle doti più importanti messe in mostra è la creatività, unita ad intelligenza, nel mettere in luce le contraddizioni interne dell’opposizione anti-patriottica, non solo nel senso della contraddizione tra la figura, reazionaria e sedicente “istituzionale”, di Henrique Capriles, e quella, aggressiva e para-fascista, di Leopoldo López. Ne è esempio l’annuncio di Rodríguez Torres ai leader dell’opposizione degli studenti per discutere il tema della sicurezza nelle università. Si tratta di una operazione politica forte, che mostra, in primo luogo, le due facce della medaglia: da una parte, un governo aperto, inclusivo e disponibile al dialogo; dall’altra, un’opposizione radicale, che innesca la violenza di piazza ed opera non per interrogarsi sui problemi e le soluzioni, ma per provocare, lecitamente o non, la caduta del governo. L’iniziativa governativa stabilisce così una differenza fra gli studenti (manipolati dalla destra) che hanno manifestato il 12 Febbraio e quei manipoli violenti formati da piccoli gruppi.

Il governo mostra coerenza nel suo messaggio. Vielma Mora si è detta certa «che non sono gli studenti quelli che causano problemi, ma un gruppo di paramilitari infiltrati». È vero che a destra, la maggior parte degli appelli alla nonviolenza è ipocrita, ma significativo è l’impatto delle iniziative governative su uno dei principali obiettivi attuali: isolare la destra radicale e denunciare il tentativo fascista di provocare un sovvertimento o un colpo di Stato. Henry Falcón, il governatore della opposizione nello Stato di Lara, ha detto che «condanniamo la violenza che ha segnato il percorso civile iniziato dai nostri studenti… è il momento di passare per il dialogo, isolando i violenti».

Rodríguez Torres ha incontrato i leader studenteschi di varie università, acquisendo un documento con le loro proposte per risolvere il problema della criminalità nelle università e migliorare la condizione degli studenti.

Il presidente Maduro ha invitato l’opposizione a «decidere se lasciare tracimare la violenza (…); è facile essere coinvolti in progetti di altra violenza, ma bisogna scegliere e avere la forza di denunciare la violenza e sostenere lo Stato nelle sue iniziative pacifiche. (…) Se si vuole dialogo e convivenza, è necessario difendere la Costituzione e la giustizia».

L’opposizione sembra stretta dal ricatto delle forze fasciste, non è detto vi sarà una risposta, tanto meno una risposta positiva, all’appello democratico del governo. Peraltro le violenze del 12 Febbraio rischiano di travolgere soprattutto l’opposizione. Ramon Guillermo Aveledo ha lanciato un tweet che è una critica velata a coloro che progettano la violenza: «Dispiace che la notizia del giorno sia la violenza, e non la marcia pacifica degli studenti e la loro causa legittima». È significativo che alcuni rettori abbiano preso l’iniziativa di sospendere le attività in alcune università, per ridurre la pressione sugli studenti, in questi giorni di violenza strumentalizzati come carne da cannone. Il rettore dell’Università Centrale del Venezuela, Cecilia García Arocha, ha riferito che «per gli episodi di violenza e il sostegno minimo manifestato dalla comunità, il Consiglio Accademico ha sospeso le attività didattiche e le attività amministrative per due giorni».

La violenza può essere un boomerang. La destra radicale è scesa ancora in strada, ma con forze sempre più esigue. Il blocco dell’autostrada Caracas – Francisco Fajardo nelle due direzioni è stato tentato da non più di cento persone. La chiusura di strade e viali è un’azione incostituzionale, che mira a mantenere un clima di caos, rafforzata dall’azione dei mezzi di comunicazione “popolare”, tesi a sostenere spesso il fascismo e la violenza, lo squadrismo e il caos, perché in ampia parte sotto controllo dell’opposizione, nel tentativo di ripetere il copione del golpe del 2002. La disinformazione non risparmia nessuno. Il calciatore Juan Arango ha dovuto, recentemente, smentire una “notizia” ripetuta dai media, secondo cui avrebbe chiesto su facebook di partecipare alla marcia organizzata dai fascisti: «Non ho invitato nessuno a marciare. È una menzogna. Non ho facebook, solo un account twitter».

Intanto, Rodríguez Torres ha annunciato che i funzionari della sicurezza saranno dislocati per evitare i sabotaggi e le strade resteranno chiuse durante le manifestazioni. Come altre voci hanno ripetuto, da parte istituzionale, tra la protesta civile per il miglioramento delle condizioni di vita, e l’insurrezione di piazza, che fomenta la violenza e ricalca il tentativo di golpe, non può esserci equivalenza alcuna.

[1] Situazione difficile a causa principalmente della guerra economica e del sabotaggio costante messo in atto da settori privati monopolistici e ad essi legati che in maniera artefatta rendono periodicamente irreperibili sul mercato differenti prodotti di prima necessità stimolando i fenomeni dei c.d. ‘desabastecimiento’ e ‘acaparamiento’, NdR.    

[Rielaborazione da materiali di analisi di ANROS – Venezuela, si ringrazia Mario Neri del Circolo Bolivariano “A. Gramsci” di Caracas per la messa a disposizione della documentazione di riferimento]. 

Il ministro Torres: «Non finirà come il Cile di Allende»

di Geraldina Colotti – ilmanifesto.it
 Miguel Rodriguez Torres, ministro degli Interni Giustizia e Pace
«Da noi non può finire come nel Cile di Allende: il socia­li­smo boli­va­riano è solido, le nostre Forze armate sosten­gono l’unione civico-militare», dice al mani­fe­sto Miguel Rodri­guez Tor­res, mini­stro degli Interni, Giu­sti­zia e Pace.

Il pre­si­dente Nico­las Maduro ha accu­sato alcuni grandi media inter­na­zio­nali di aver fal­si­fi­cato le infor­ma­zioni. Come si sono svolti i fatti?
Il 12 feb­braio com­me­mo­riamo il bicen­te­na­rio della Bat­ta­glia della Vit­to­ria, quando migliaia di gio­vani si sol­le­va­rono con­tro il colo­nia­li­smo spa­gnolo nello stato di Ara­gua. È anche la gior­nata della gio­ventù, che sta­vamo festeg­giando paci­fi­ca­mente.
Anche gli stu­denti di oppo­si­zione sta­vano sfi­lando a Cara­cas. Vole­vano con­se­gnare una let­tera con le loro pro­te­ste al Mini­ste­rio publico, in Par­que Cara­bobo. Un’azione legit­tima, secondo la Costi­tu­zione, tutti pos­sono mani­fe­stare libe­ra­mente. Pur­troppo, un diri­gente di oppo­si­zione, Leo­poldo Lopez e alcuni dei suoi– le parti più fasci­ste della Mud — hanno deciso di caval­care la pro­te­sta per usarla a fini poli­tici e hanno sca­te­nato le vio­lenze. Sono due anni che si pre­pa­rano. Nei giorni pre­ce­denti, aiu­tati da alcuni sin­daci fasci­sti come Daniel Cebal­los, di San Cri­sto­bal — che ha rice­vuto l’addestramento dall’estrema destra mes­si­cana — hanno ini­ziato a deva­stare in diversi stati. A San Cri­sto­bal hanno per­sino dato alle fiamme un asilo. Lopez crede di essere pre­de­sti­nato a diri­gere il paese anche senza il con­senso degli elet­tori. Adesso si nasconde, inse­guito da un man­dato di cattura.
È vero che la poli­zia ha spa­rato sugli studenti?
No, non è vero. Se aves­simo represso, non ci sareb­bero stati tutti quei danni: solo nei pressi del Mini­ste­rio publico sono state distrutte 6 pat­tu­glie. Fin­ché i gruppi oltran­zi­sti non hanno cer­cato di assal­tare la Fisca­lia, non c’erano agenti. Non è con la repres­sione che vogliamo risol­vere i pro­blemi, ma con la pre­ven­zione e con il dia­logo: sia nelle car­ceri che per le strade. Que­sto può pren­dere più tempo, lasciare a volte il fianco sco­perto, ma poi il cam­bia­mento dura, per­ché si basa su una reale con­vin­zione, su una mag­gior coscienza. Il pro­blema non sono gli stu­denti, ma i piani cospi­ra­tivi di chi vuole mani­po­larli. Il pro­blema non sono i dete­nuti, ma certe Ong che vogliono sobil­larli, o i gruppi para­mi­li­tari che hanno inte­resse a reclu­tare e deviare i gio­vani dei bar­rios. Le pro­te­ste sono di carat­tere sociale, non cospi­ra­tivo. Alcuni gruppi vio­lenti di estrema destra rispon­dono invece agli inte­ressi stra­nieri. Nell’ottobre del 2010, certi per­so­naggi di estrema destra che avete visto all’opera in que­sti giorni, hanno orga­niz­zato in Mes­sico una delle prime riu­nioni, la cosid­detta Fie­sta mexi­cana. Una delle orga­niz­za­zioni pre­senti si chiama Her­mano y Libre, finan­ziata dal ban­chiere vene­zue­lano, in fuga dalla giu­sti­zia, Eli­gio Cedeno, ripa­rato negli Stati uniti, e da Otto Reich, un ex diplo­ma­tico della Casa bianca. A quella Fie­sta c’erano tra gli altri anche il sin­daco Cebal­los, Freddy Gue­vara e alcuni mili­tari in pen­sione. Die­tro le vio­lenze del 14 aprile e a quelle odierne, ci sono loro e i piani dell’ex pre­si­dente colom­biano Alvaro Uribe e ipara­cos che invia nei nostri quartieri.
Come pen­sate di affron­tare i pro­blemi posti dagli stu­denti, ovvero l’insicurezza e la scar­sità dei prodotti?
Ho già incon­trato stu­denti del campo boli­va­riano, tra un po’ incon­trerò dele­ga­zioni di oppo­si­zione. Ascol­terò le loro pro­po­ste, si deve lavo­rare insieme. Guardi, la guerra eco­no­mica non è una scap­pa­toia dema­go­gica. Ogni giorno seque­striamo ton­nel­late di ali­menti desti­nate al con­trab­bando con la Colom­bia per far crol­lare l’economia. Se l’opposizione torna in gran parte a essere demo­cra­tica, tante cose potranno andare a posto. E le armi devono essere tolte dalla cir­co­la­zione. Le anti­cipo che tra un po’ il pre­si­dente Maduro lo dirà pub­bli­ca­mente: nes­sun civile dovrà più girare armato. Quanto alle aspi­ra­zioni gol­pi­ste, dico: non siamo più nel Cile di Allende, i loro piani sono desti­nati a fallire.

Caracas, dietro le quinte delle violenze di piazza

di Geraldina Colotti – ilmanifesto.it

Venezuela. Uno studente testimone, membro della Ong indipendente Anros, racconta gli scontri

Tre civili morti e 66 feriti, 54 vei­coli dan­neg­giati, 118 fer­mati, 17 fun­zio­nari in ospe­dale. Que­sto il bilan­cio delle vio­lenze seguite alle mani­fe­sta­zioni stu­den­te­sche dell’opposizione (il 12 feb­braio) for­nito dal governo vene­zue­lano. A que­sto, il pre­si­dente Nico­lás Maduro ha aggiunto un altro par­ti­co­lare: a ucci­dere due mani­fe­stanti (uno cha­vi­sta e un altro di oppo­si­zione) sarebbe stata «la stessa pistola». Una delle vit­time, Juan­cho Mon­toya, era un noto espo­nente dei col­let­tivi di quar­tiere del 23 Enero, un lea­der dei movi­menti stu­den­te­schi degli anni ’70.

«Lo cono­scevo da quando aveva 14 anni — ha rac­con­tato il pre­si­dente — l’ultima volta che l’ho visto stava par­te­ci­pando a un incon­tro del Movi­miento por la Paz y la Vida durante il quale ha con­se­gnato alcune vec­chie armi che uti­liz­za­vano negli anni ’80 per difen­dersi dalla delin­quenza e dalle bande cri­mi­nali». Un quarto d’ora dopo la morte di Mon­toya — ha detto ancora il pre­si­dente — è stato ucciso il gio­vane Bas­sil Ale­jan­dro Da Costa «un lavo­ra­tore, un car­pen­tiere, non uno stu­dente dell’università Ale­jan­dro Hum­boldt come si era cre­duto. Sem­bra fosse un mili­tante di certi gruppi radi­cali, ma aveva diritto alla vita». Nella notte — ha aggiunto Maduro — «ho rice­vuto la noti­zia di un’altra morte a Cha­cao: un gio­vane che si tro­vava con Da Costa, ucciso anch’egli da indi­vi­dui a bordo di moto di grossa cilin­drata che stiamo iden­ti­fi­cando».

Una dina­mica desta­bi­liz­zante, quindi. A com­prova, Maduro ha mostrato video e regi­stra­zioni degli scon­tri e delle deva­sta­zioni. A diri­gere le vio­lenze, com­pare uno dei lea­der dell’opposizione, Leo­poldo López. Insieme a María Corina Machado e al sin­daco della Gran Cara­cas, Anto­nio Lede­zma, López ha isti­gato l’ala più dura delle destre vene­zue­lane a scen­dere in piazza per dar forza alla cam­pa­gna con­tro il governo: per chie­dere «la salida» (la par­tenza) di Maduro. Con ogni mezzo. E al grido di: «Fuori i cubani dal paese».

L’ossessione con­tro i medici cubani che lavo­rano nei quar­tieri popo­lari era già esplosa nel corso delle vio­lenze post-elettorali seguite alla vit­to­ria di Maduro su Hen­ri­que Caprí­les Radon­ski, il 14 aprile. Que­sta volta, però, il car­tello di oppo­si­zione — la Mesa de la uni­dad demo­cra­tica (Mud) — non è più coesa sulla via gol­pi­sta al potere. Diversi sin­daci, gover­na­tori e lea­der dei due par­titi che hanno gestito l’alternanza tra cen­tro­de­stra e cen­tro­si­ni­stra durante gli anni delle demo­cra­zie nate dal Patto di Pun­to­fijo (Copei e Ad), hanno preso le distanze dall’ala dura. Per­sino Caprí­les — grande ispi­ra­tore delle vio­lenze poste­let­to­rali — si è smar­cato dal suo antico sodale Lopez, con cui aveva imper­ver­sato durante il colpo di stato con­tro l’allora pre­si­dente Hugo Chá­vez, nel 2002. A con­ti­nuare con gli incendi di cas­so­netti, i bloc­chi stra­dali, le molo­tov e le aggres­sioni, restano quindi solo gli oltran­zi­sti.

«Il popolo vene­zue­lano sta mostrando una volta di più il livello della pro­pria matu­rità poli­tica. Que­sta sem­bra sem­pre più una par­tita gio­cata dalla destra per rego­lare i conti al suo interno», dice al tele­fono Arnaldo Rojas, stu­dente uni­ver­si­ta­rio e respon­sa­bile eco­no­mico di Anros, l’Associazione delle reti e delle orga­niz­za­zioni sociali. Una Ong indi­pen­dente dal governo e dai par­titi che si occupa di for­ma­zione e pro­getti sociali e che ha il suo uffi­cio in Par­que Cara­bobo, dov’è stato ucciso il mili­tante cha­vi­sta: «Abbiamo sen­tito lo sparo che ha ucciso Mon­toya — rac­conta Rojas — c’erano moto di grossa cilin­drata e incap­puc­ciati che attac­ca­vano la poli­zia e cer­ca­vano di rag­giun­gere la sede del Mini­ste­rio publico, poco distante». E qual è stata la rea­zione della poli­zia? Non potrebbe essere stato un pro­iet­tile vagante? Secondo i grandi media, la poli­zia ha spa­rato sugli stu­denti di oppo­si­zione: «Asso­lu­ta­mente no — dice Rojas — si vedeva che ave­vano ordini pre­cisi di non inter­ve­nire, solo dopo ripe­tuti assalti hanno usato il gas lacri­mo­geno. In tutti que­sti anni, il governo non ha mai spa­rato sui mani­fe­stanti. E anche i col­let­tivi del 23 Enero hanno scelto di non rea­gire con le armi. Di non ven­di­carsi. Ho visto foto sui gior­nali pale­se­mente false. Prima di que­ste aggres­sioni, gli stu­denti dei due campi sta­vano sfi­lando paci­fi­ca­mente».

I gio­vani di oppo­si­zione hanno mani­fe­stato con­tro l’insicurezza e le dif­fi­coltà eco­no­mi­che: pro­blemi reali.

«Certo, ma biso­gna risol­verli senza farsi stru­men­ta­liz­zare da chi se ne serve per desta­bi­liz­zare il paese. Noi lavo­riamo nelle car­ceri, nelle cam­pa­gne, nei quar­tieri, con­sta­tiamo da vicino che i pro­dotti che par­tono non arri­vano ai cit­ta­dini per­ché le grandi catene di distri­bu­zione, in mano ai pri­vati, non li con­se­gnano e li dirot­tano altrove. Per que­sto, il governo ha deciso di com­prare un gran numero di camion e mezzi di tra­sporto e di prov­ve­dere a livello sta­tale. Chi fa infor­ma­zione dovrebbe dirle que­ste cose».

E men­tre l’opposizione annun­cia una nuova mar­cia fino al Mini­ste­rio publico per mar­tedì pros­simo, il governo ha già inviato i suoi mini­stri in tutte le sedi uni­ver­si­ta­rie per rac­co­gliere le pro­po­ste degli stu­denti: da inclu­dere nel per­corso di con­ci­lia­zione, inau­gu­rato da Maduro nei con­fronti dell’opposizione all’indomani della vit­to­ria alle muni­ci­pali dell’8 dicem­bre. Diversi sin­daci Mud stanno mol­ti­pli­cando gli appelli alla calma e al rifiuto delle vio­lenze. Intanto, è stato con­fer­mato l’ordine di cat­tura per Leo­poldo Lopez che, secondo un twit del pre­si­dente dell’Assemblea, Dio­sdado Cabello, sta­rebbe per andar­sene in Colom­bia: da dove — sostiene il governo — pro­ven­gono mer­ce­nari e para­cos decisi a desta­bi­liz­zare. Per via di una pre­ce­dente con­danna, López non gode di immu­nità par­la­men­tare: diver­sa­mente da Machado di cui pro­ba­bil­mente si occu­perà l’assemblea. Oggi a par­tire dalle 12, il popolo cha­vi­sta torna a mar­ciare a Cara­cas. Per la pace.

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