Tre giorni di lutto nazionale e grande festa per il poeta compagno Juan Gelman

di Marco Nieli

Lo scorso 14 gennaio è mancato a Ciudad del México, dove risiedeva da parecchi anni stabilmente, Juan Gelman, uno dei maggiori poeti contemporanei di lingua spagnola, vincitore del Premio Cervantes 2007.

Di origini ebreo-ucraino-argentine, Gelman nacque a Buenos Aires, barrio Villa Crespo, nel 1930. Abbandonata l’Università per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura poetica e alla politica, nel 1955 fonda insieme ad altri poeti comunisti il collettivo El Pan Duro e l’anno successivo, in piena rivolución libertadora – in realtà un periodo di restaurazione degli interessi dell’oligarchia, con alternanza di governi democratici e dittatoriali –  pubblica la sua prima raccolta Violín y otras cuestiones. Nel ’63, sotto il regime di J. M. Guido, viene incarcerato per le sue idee sovversive e, in seguito, liberato anche per il forte movimento di opinione intellettuale a suo favore. Gelman ha intanto lasciato il PCA e si è avvicinato al F.A.R. (Fuerzas Armadas Revolucionarias, Forze Armate Rivoluzionarie), gruppo di ispirazione peronista/guevarista.

Collaboratore di varie riviste e periodici dell’epoca (il suo nome risulta tra i primi collaboratori di Pagina 1/2), Juan viene fatto espatriare nel 1975 dalla sua organizzazione per motivi tattico-strategici, oltre che per tutelare la sua incolumità fisica di fronte all’escalation repressiva scatenata dalla Triple A, capeggiata da Lopéz Rega, Ministro di Isabel Perón. Gelman diviene uno dei principali oppositori del Proceso – la feroce Dittatura di Videla & Co. che si propone di condurre una guerra totale contro ogni forma di sovversivismo materiale ed intellettuale, a partire dal 1976 – all’estero, soggiornando tra Roma, Ginevra, Parigi, New York, Managua e Ciudad del México, dove si stabilisce definitivamente a partire dal 1988.

In Argentina, intanto, il 24 agosto del ’76, suo figlio Marcelo Ariel e sua nuora Maria Claudia García Iruretagoyena, vengono sequestrati e barbaramente fatti sparire; la nipotina viene lasciata fuori alla porta di un ex-poliziotto uruguayo, Angel Tauriño e se ne perdono del tutto le tracce. Gelman “recupererà” la nipote Macarena solo nell’anno 2000: insieme a lei, che ha voluto riprendere il nome dei suoi veri genitori (Gelman), il poeta ha negli anni ’90 portato avanti la battaglia civile per il riconoscimento dei diritti giuridici delle famiglie dei desaparecidos. Nel 1990 erano invece stati riconosciuti i resti del figlio Marcelo, ucciso con un colpo alla nuca e sepolto in un bidone riempito di sabbia e cemento.

Nel 1988, Gelman, tra l’altro, beneficia di un indulto che lo solleva da ogni pendenza giudiziaria per il suo passato di militante rivoluzionario, grazie anche all’intervento di vari capi di Stato e intellettuali, in una campagna stampa portata avanti anche dal francese Le Monde.

La sua sterminata produzione letteraria spazia dalla poesia (El juego en que andamos, 1959; Velorio del solo, 1961; Gotán, 1962; Fábulas, 1971; Relaciones, 1973; Si dolcemente, 1980; Hacia el Sur, 1982; Interrupciones I-II, 1986-1988; Carta a mi madre, 1989; Salarios del impío, 1993; Valer la pena, 2001; País que fue será, 2004; De atrásalante en su porfía, 2009; Hoy,2013) alla prosa,più o meno legata alla contingenza cronachistica e alla riflessione politica (Prosa de prensa, 1997; Ni el flaco perdón de Dios/Hijos de desaparecidos (co-autore con Mara La Madrid), 1997; Nueva prosa de prensa, 1999; Afganistan/Iraq: el imperio empantanado; 2001; Miradas, 2005; Escritos urgentes,2009-2010; El ciempiés y la araña, ilustrazioni di Eleonora Arroyo, 2011).

Tra i numerosi premi vinti dal poeta, si ricordano: Premio Mondello per la Letteratura (Italia, 1980); Premio de Poesía Boris Vian (Argentina, 1987); Premio Nacional de Poesía (Argentina, 1997); Premio Juan Rulfo para la Literatura Iberoamericana y del Caribe (México, 2000); Premio Rodolfo Walsh a la labor periodística en el año (Argentina, 2001);  Premio de Poesía José Lezama Lima de la Casa de las Americas cubana (Cuba, 2004); Premio Iberoamericano Pablo Neruda (Chile, 2005); Premio Internacional Nicolás Guillén (Italia-Cuba, 2005); Premio Miguel de Cervantes (España, 2007); Premio Antílope Tibetano (Asociación de Poetas Chinos, 2009); Premio Poetas del Mundo Latino “Víctor Sandoval”, (México, 2010); Premio Leteo (España, 2012).

Per ricordare la sua importante figura di poeta e intellettuale rivoluzionario, la Presidenta Kirchner ha pensato bene di decretare ben tre giorni di lutto nazionale in Argentina, con le bandiere a mezz’asta in tutte le istituzioni del paese.

La famiglia – la moglie Mara La Madrid e la nipote Macarena – con gli amici di Juan, invece, hanno invece festeggiato la sua dipartita disperdendo le sue ceneri da un ponte zapatista a Nepantla, la terra di Sor Juana Inés de la Cruz – prima poetessa nazionale messicana – e poi bevendo, mangiando, cantando e recitando poesia nella vicina Ciudad de los Poetas. Secondo espressa volontà del poeta-compagno, che, gravemente infermo, aveva programmato una delle ultime feste, ma è mancato prima del tempo.

Come già annunciato in alcuni suoi versi celebri, a proposito di un suo zio trapassato in allegria, il trionfo della poesia e della vita sugli orrori della sua epoca, Gelman lo ha inteso in questa maniera, sobria e insieme entusiastica: «Tío Juan era así/ le gustaba cantar/ y no veía por qué la muerte era motivo para no cantar/…lo lindo es saber que uno puede cantar pío pío en las más raras circunstancias…».

Con Gelman ci lascia un altro pezzo della storia letteraria e della storia tout court del Novecento latino-americano. È di questa figura di intellettuale “impegnato” (si può ancora usare questa parola nell’epoca contemporanea o per qualcuno suona oscena?) e a tutto tondo che si sente più la mancanza alle nostre latitudini. Specialmente di questi tempi e con questi chiari di luna.

Che mai aggiungere? Semplicemente, addio, hasta siempre, compagno Juan.

L’eredità di Chávez nel settore del petrolio

produccion Venez.

consultabile anche su: marcoiane.wordpress.com

1)INTRODUZIONE

Sarebbe molto difficile capire l’eredità di Chávez nel settore petrolifero, senza spiegare l’essenza del conflitto con le potenti élites che si erano impadronite della PDVSA. […] I gestori del petrolio della Quarta Repubblica, prima di consegnare al fisco qualsiasi aumento dei proventi del petrolio, preferivano destinarlo ad aumentare le capacità di estrazione, allo scopo di conquistare una quota crescente nel mercato internazionale, anche se questo poteva causare notevoli diminuzioni nei prezzi del petrolio. […] Ricostruire l’OPEP, richiedere un prezzo equo per il petrolio, aumentare il contributo fiscale proveniente dal petrolio, risollevare la PDVSA, smascherare la meritocrazia senza patria, sconfiggere il colpo di stato petrolifero, superare il sabotaggio della PDVSA, destinare una crescente percentuale della rendita all’investimento sociale e raggiungere la piena sovranità petrolifera, costituiscono parte dell’enorme eredità lasciata dal Presidente Chávez nel settore  petrolifero,  resa possibile dalla battaglia intensa e decisiva intrapresa dal leader della Rivoluzione Bolivariana per sconfiggere il dominio della tecnocrazia e delle multinazionali.

 

2) LA RICOSTRUZIONE DELL’OPEP E LA RIVENDICAZIONE DI UN PREZZO GIUSTO PER IL PETROLIO


Non appena al governo la prima volta nel 1999, il presidente Chávez ha avviato una politica volta ad affermare la sovranità nazionale sul petrolio e sulla politica fiscale del petrolio […]. Chávez si è proposto di ricostruire la disciplina delle quote all’interno dell’OPEP, allo scopo di difendere i prezzi e recuperare i proventi del petrolio. Con questo scopo evidente, organizzò a Caracas, nel settembre 2000, il Secondo Vertice dei Capi di Stato dell’OPEP, nel quale si diede vita a un accordo di successo tra i membri dell’OPEP e gli altri paesi esportatori, per ripristinare il sistema delle quote, il che ha contribuito alla ripresa del prezzo del petrolio.
[…] Le entrate derivanti al paese dalle esportazioni di idrocarburi sono aumentate considerevolmente, il che ha fornito le risorse al governo bolivariano per finanziare l’investimento sociale, attraverso il quale è stata realizzata una drastica riduzione degli elevati livelli di disoccupazione, povertà ed esclusione sociale .

 

3) IL NUOVO REGIME FISCALE PETROLIFERO A FAVORE DELLA NAZIONE

La rendita petrolifera è quello che ottiene la PDVSA dalle vendite totali di crudo e dei suoi derivati, compresi i proventi delle esportazioni e delle vendite realizzate in Venezuela. Mentre il gettito fiscale petrolifero è ciò che lo Stato venezuelano percepisce in qualità di proprietario delle risorse del sottosuolo e della PDVSA, comprensivo delle royalties, delle imposte sulla rendita e dei dividendi.
La chiave del sistema fiscale petrolifero è la percezione delle royalties, che rappresentano la forma più sicura di reddito per lo Stato, in quanto proprietario della risorsa naturale. […] La legge del 1943 stabiliva un canone di 1/6, pari al 16,67 % della produzione totale. Uno dei punti chiave della riforma della Legge sugli Idrocarburi promossa dal primo Chávez è stato un significativo aumento della partecipazione della Nazione all’estrazione del petrolio, concretizzato nel raddoppio delle royalties. Infatti, a partire dalla nuova legge, le royalties sono aumentate dal 16,67 % al 33 % . […]

4) IL RISCATTO DELLA PDVSA: UNO STATO NELLO STATO

Inizialmente, l’industria petrolifera ha lavorato sotto il regime delle concessioni alle corporazioni multinazionali. Ciò è durato fino al 1976, quando l’industria è stata nazionalizzata. […]
Dalla sua fondazione nel 1976 fino al 2002, la PDVSA ha operato come uno Stato nello Stato. Dirigenti, managers e colletti bianchi venezuelani hanno lavorato a stretto contatto con le compagnie petroliere internazionali, condividendo la loro visione del business del petrolio. […] Teoricamente, trasferendo il business del petrolio nelle mani dello Stato, si promuoveva un controllo fiscale sempre più rigoroso e trasparente. Ma è successo il contrario: le ispezioni alla compagnia – […] – si sono rilassate e il controllo della compagnia da parte del suo unico azionista (lo Stato) si è sempre più indebolito.

L’obiettivo della tecnocrazia della PDVSA era eludere i controlli dello Stato, per scalzarlo come  principale beneficiario della rendita del petrolio. Negli anni prima dell’arrivo al governo di Chávez, la gestione della PDVSA è incorsa in una frequente violazione della quota fissata da parte dell’OPEP a ogni paese, evidenziando chiaramente il suo scopo di smantellare il sistema delle quote e innescare un conflitto senza ritorno, che causasse il ritiro del Venezuela dall’organizzazione. […]. Il sequestro della PDVSA da parte della tecnocrazia e il rifiuto di questa a cooperare per ripristinare il sistema delle quote, rafforzare l’OPEP e recuperare il gettito fiscale petrolifero, ha suggerito a Chávez l’imperativo di riscattare la PDVSA, per metterla in linea con gli obiettivi del governo.

 

5) LO SMASCHERAMENTO DELLA  MERITOCRAZIA SENZA PATRIA

 

Usando come alibi il deterioramento del sistema politico ed economico venezuelano nella IV Repubblica […], la tecnocrazia giustificò il suo sfuggire al controllo fiscale dello Stato […]. La tecnocrazia si chiuse sempre più al controllo statale e impose un crescente controllo sulla  PDVSA. A questo scopo, creò un numero esagerato di imprese fuori del Venezuela, realizzando una gestione degli affari di raffinazione e commercio al margine dei controlli dello Stato e delle influenze politiche.

In opposizione all’interesse di incassare del governo, la dirigenza della compagnia era mossa dall’interesse di minimizzare il pagamento delle obbligazioni fiscali e amministrare direttamente la maggior parte della rendita petrolifera. […]. La partecipazione del governo alla rendita petrolifera cadde a livelli molto bassi, anche quando le entrate petroliere della compagnia tendevano ad aumentare. Secondo i propri dati statistici del Ministero dell’Energia e delle Miniere (oggi, Ministero del Potere Popolare per il Petrolio), per ogni dollaro di ricavo netto che si ottenne nel 1981, la PDVSA pagò al governo 71 centesimi in rendita, royalties e imposte, ma solo 39 centesimi nell’anno 2000. […] Investire e spendere tutta la rendita petrolifera era una questione di principio per le potenti élites che avevano sequestrato la PDVSA, sebbene questa pratica non sempre contribuisse a massimizzare i profitti della compagnia. Al contrario, risultava favorevole all’interesse delle  multinazionali petroliere e alle grandi potenze consumatrici di petrolio.

 

6) LA FINE DEI TRASFERIMENTI DEI GUADAGNI ALL’ESTERO

[…] Questa tecnocrazia, meglio conosciuta come meritocrazia, promuove a partire del 1989 la Politica di Apertura Petrolifera, orientata a privatizzare l’industria e a minimizzare il suo ruolo nel gettito fiscale. […]. A causa dei bassi livelli impositivi promossi dalla tecnocrazia, la politica fiscale della massimizzazione delle entrate fiscali del petrolio fu sostituita da una politica di minimizzazione del pagamento di royalties, imposte e dividendi, il che favoriva largamente l’interesse delle corporazioni multinazionali e delle principali potenze consumatrici di petrolio.

[…] Il capitale straniero, in associazione con la PDVSA, diventò nuovamente un importante produttore in Venezuela. Un 40 % del petrolio venezuelano rimase dentro i termini di questa politica. […] La maggior parte di questa produzione non solo non era soggetta alla quota OPEP, ma per giunta violava apertamente gli accordi dell’organizzazione.

Per portare avanti la politica di internazionalizzazione e apertura, la tecnocrazia della PDVSA comprò con metodo raffinerie in altri paesi, sottoscrivendo con queste contratti di fornitura a lungo termine, nei quali si garantivano sostanziali riduzioni. Per mezzo del meccanismo dei prezzi di trasferimento, la PDVSA offriva generosi sconti sui prezzi di vendita nelle sue filiali all’estero.

[…] Le filiali straniere della PDVSA non pagarono mai dividendi alla compagna madre. […] Generare entrate per il paese non fu mai l’oggetto di questa politica né l’interesse di queste filiali.

 

 

7) LA SCONFITTA DEL COLPO DI STATO E DEL SABOTAGGIO ALLA PDVSA

 

Chávez diventò presidente nel febbraio del 1999, in mezzo al peggior crollo dei prezzi del petrolio da mezzo secolo. In aggiunta a questo, il controllo che arrivò a imporre la dirigerenza della PDVSA sulle transazioni petroliere, minimizzò il contributo dell’industria al gettito fiscale. […]

Per invertire questa tendenza, Chávez si vide obbligato a strappare alla meritocrazia il controllo sulla compagnia statale. Questa determinazione fu portata avanti fino alle estreme conseguenze e fu proprio essa a causare il Colpo di Stato dell’aprile del 2002, per mezzo del quale Chávez fu deposto temporaneamente. Alla fine di quell’anno, sarebbe sopraggiunta una nuova offensiva  con il peggiore atto di sabotaggio commesso contro l’industria petrolifera nazionale in tutta la sua storia. Il sabotaggio si estese fino al marzo del 2003, distruggendo il cervello elettronico dell’ impresa, che vide paralizzate durante mesi le sue operazioni, soffrendo perdite multimillonarie e ingenti danni materiali.

[…] Il Governo Bolivariano aveva deciso di rivendicare la sovranità nazionale sul petrolio ed eliminare i prezzi di trasferimento che concedeva la PDVSA alle sue filiali straniere. Queste furono obbligate a pagare royalties basate sui prezzi del mercato internazionale e a pagare dividendi per la prima volta. Inoltre, si ingiunse alla tecnocrazia di spendere meno e pagare più imposte.

Una volta sconfitto il Colpo di Stato e recuperata l’industria petrolifera, il ristabilimento del sistema di quote contribuì al recupero del prezzo dell’offerta petrolifera venezuelana, che passò dai $ 7 al barile con cui lo trovò Chávez, fino a rompere la barriera dei $ 100.

[…]

8)  PIENA SOVRANITÀ PETROLIFERA

Allo scopo di completare il controllo del business del petrolio e massimizzare la rendita, il presidente Chávez ha lanciato il Piano Piena Sovranità Petrolifera: Nazionalizzazione della Cintura Petrolifera dell’Orinoco.[…]

Con questo decreto, il governo venezuelano ha terminato la ripresa del controllo del proprio petrolio e rafforzato la politica della sovranità completa del petrolio. I partenariati esistenti tra le società controllate dalla PDVSA e il settore privato, operanti nella Cintura dell’Orinoco, diventano joint ventures, in cui una quota di maggioranza è di proprietà del governo venezuelano, per mezzo della compagnia petrolifera di Stato.[…] 

Se è vero che attraverso il Piano Piena Sovranità Petrolifera si è rivendicata la sovranità nazionale del petrolio, rimane da portare avanti la progettazione e l’attuazione di una politica di industrializzazione degli idrocarburi che permetta di sostituire le importazioni e diversificare l’offerta esportabile. […]

 

9) LE SFIDE IMPELLENTI: IL SUPERAMENTO DELLA RENDITA

 

[…] Aumentare la produzione di petrolio e raccogliere più gettito sono obiettivi spesso contraddittori, poiché la produzione alle stelle in genere si traduce in prezzi più bassi e viceversa. La rendita petrolifera proviene dalla captazione di un plusvalore internazionale. Quindi, il controllo dell’estrazione del petrolio è stato motivato dall’interesse d i massimizzare i proventi del petrolio, ma non come strategia per iniziare la transizione del Venezuela da importatore rentier verso un modello produttivo esportatore. In prospettiva, non dobbiamo dimenticare che i piani di sviluppo e gli obiettivi del Venezuela come potenza energetica sono focalizzati su di un aumento dell’ estrazione di petrolio, per portarla a 6 milioni di barili al giorno.
[…] Di fronte a ogni picco della rendita abbiamo un picco nel consumo, l’abbondanza di valuta porta alla sopravvalutazione della moneta e questo rende più facile e più redditizio importare che produrre. Questa pratica è aggravata dalla politica monetaria di riferimento che tende a congelare il prezzo della moneta per diversi anni, il che si traduce in una sovvenzione al dollaro e, quindi, in una sovvenzione alle importazioni che si pagano con un dollaro ufficiale sempre più economico rispetto al prezzo raggiunto sul reale mercato valutario. I produttori si trasformano in importatori e la crescente e inarrestabile tendenza ad importare tutto soppianta l’industria nazionale. […]
La Rivoluzione Bolivariana ha come compito urgente la trasformazione del modello basato sulla rendita in un nuovo modello produttivo. Si tratta di un’impostazione costante nei programmi di governo, ma non si è ancora concretizzato in una strategia specificamente progettata, per superare il modello della rendita e per facilitare l’entrata in piena sovranità del Venezuela nell’economia mondiale. […].

Víctor Álvarez R.

twitter: @victoralvarezr

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EL LEGADO DE CHÁVEZ. Reflexiones desde el pensamiento crítico, a cura di Luis Bonilla Molina Centro Internacional Miranda, Caracas, pp. 31-44

[Traduzione dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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