Un libro che non perde d’attualità: Talpe a Caracas

di David Lifodi,  danielebarbieri.wordpress.com

Il sottotitolo di Talpe a Caracas, il libro di Geraldina Colotti dedicato alla rivoluzione bolivariana, è semplice e al tempo stesso molto azzeccato: Cose viste in Venezuela. La giornalista del manifesto ha indagato di persona su tutti gli aspetti della realtà chavista, ha toccato con mano, ha parlato con le donne e gli uomini che credono nel sogno bolivariano, ha svolto cioè quel lavoro d’inchiesta che ogni giornalista dovrebbe condurre e invece, almeno nel caso del Venezuela, solo in pochi hanno fatto. Troppe le bugie e i titoli ad effetto sparati in prima pagina al solo scopo di delegittimare Hugo Chávez e la sua revolución, molto spesso anche ad opera della stampa che si proclama democratica.

Talpe a Caracas è uscito nell’agosto del 2012, ma il colpevole ritardo con cui scrivo questa recensione non significa che il volume abbia perso d’attualità: sotto la presidenza di Nicolás Maduro, almeno finora, proseguono tutti i progetti del proceso, l’appellativo con cui i venezuelani chiamano la rivoluzione bolivariana. Il primo merito del libro di Geraldina Colotti, innegabile anche agli occhi di un oppositore del movimento bolivariano purché imparziale, è quello di ripercorrere a tappe la storia del Venezuela, inframezzandola con i racconti dei prigionieri politici oggi deputati all’Assemblea Nazionale oppure operai delle fabbriche autogestite. Coloro che descrivono il Venezuela come il buco nero della democrazia e Hugo Chávez come un caudillo non ricordano, oppure fingono la loro smemoratezza, in merito al Patto di Punto Fijo del 1958 che ha sancito, fino all’avvento del presidente bolivariano, l’alternanza della grande coalizione adeco-copeiana: “Acción Democrática (Ad) e Comité de Organización Política Electoral Independiente (Copei) firmarono il famoso Patto di Punto Fijo con cui misero la camicia di forza alle aspirazioni dei settori popolari: qualunque progetto politico che ipotizzasse il superamento radicale dell’ordine esistente sarebbe stato considerato illegale e perseguito”. Geraldina Colotti ha viaggiato per il paese facendo emergere gli aspetti positivi e le contraddizioni del chavismo, ma soprattutto sottolineando il gioco sporco dei padroni. Parlando delle fabbriche autogestite, l’autrice dà la parola ad un delegato sindacale della fabbrica di birra Polar: nel settore privato, scrive Geraldina, il conflitto di classe è ancora molto duro. La Polar, racconta il delegato sindacale, “gestisce ancora dieci prodotti base del paniere, può creare inflazione truffando lo stato. Ritirano i prodotti dal mercato, li nascondono per creare allarme e dicono che Chávez non dà da mangiare al suo popolo.

Nel 2002, durante lo sciopero selvaggio dell’opposizione, non hanno voluto consegnare gli alimenti, però li distribuivano ai lavoratori della Polar che appoggiavano i padroni: per fargli capire l’aria”. È molto interessante anche il capitolo dedicato alla polizia. In tutta l’America Latina i militari sono automaticamente collegati alla repressione, si pensi alla violenza che contraddistingue le operazioni della polizia e dell’esercito in paesi che eppure sono politicamente distanti anni luce tra loro, la Colombia e il Brasile, o all’estrema violenza con cui agiscono gli agenti degli stati centroamericani. Al contrario, in relazione alle politiche di sicurezza, il governo ha inaugurato la Misión Seguridad, un piano che comprende la formazione della polizia, ma interessa anche la riforma del sistema penale, in base al quale sono allo studio misure alternative alla detenzione. Si tratta di misure coraggiose in un paese tra i più violenti del continente latinoamericano. Non solo si gioca su slogan positivi volti alla rieducazione dei detenuti, da malandros (malandrini) a bienandros, ma si lavora anche sulla trasformazione dei poliziotti in difensori dei diritti umani “nella prospettiva di uno stato socialista”. La polizia, secondo il progetto bolivariano, “deve ricevere una formazione continua per andare nelle strade e svolgere attività sociale di prevenzione”. Prima dell’arrivo del chavismo al palazzo presidenziale di Miraflores, la polizia venezuelana era rinomata per commettere ogni tipo di abuso nella più totale impunità: spesso gli agenti giungevano all’improvviso nei quartieri popolari e rastrellavano i giovani di leva per il reclutamento forzato. Allo stesso tempo, ad un progetto che, all’interno del carcere, mira al recupero del detenuto e al suo reintegro nella società , corrisponde anche un lavoro specifico sull’operato degli agenti penitenziari. Sulla questione carcere-sicurezza emerge lo sguardo particolare, e al tempo stesso delicato, dell’autrice, che ha scontato una condanna a 27 anni di carcere per la sua militanza nelle Brigate Rosse. Scrive infatti Geraldina: “Negli anni in cui il modo migliore per dare sostegno alle altre cause nel mondo era quello di cambiare le cose in casa propria, non c’era tempo per viaggiare, se non con la valigia leggera della clandestina. Dopo, mi sarebbe piaciuto <<andare a vedere>>, ma essendo ancora detenuta, potevo solo osservare a distanza, schivando le innumerevoli trappole della disinformazione”. E allora Geraldina ha scavato nel profondo di una società venezuelana probabilmente davvero polarizzata tra i chavisti e coloro che nutrono per il proceso un odio viscerale, ma raccontando, quasi l’unica tra i giornalisti italiani e occidentali, la rivoluzione bolivariana dall’interno, permettendo al tempo stesso a noi cultori dell’America Latina, di scoprire cose interessanti. Ad esempio, se è vero che le alte gerarchie ecclesiastiche hanno appoggiato il golpe del 2002 e che la Chiesa è in gran parte allineata con l’opposizione, esistono anche religiosi vicini al proceso, compresa una suora originaria di Reggio Emilia, Chiara, proveniente da un percorso nell’estrema sinistra italiana antecedente alla vocazione, ed un piccolo nucleo di suore italiane. Alcun sacerdoti di frontiera sono stati minacciati dal vescovo di riferimento per il loro legame con il chavismo, altri sono stati spediti in parrocchie di quartieri della classe medio alta a seguito dell’effimero golpe del 2002, che sembrava poter incoronare alla presidenza del paese l’imprenditore della Confindustria venezuelana Pedro Carmona Estanga. Anche in ambito religioso Geraldina Colotti smentisce un’altra grande balla utilizzata per gettare la croce addosso a Chávez: il presidente bolivariano, quello che tutta la stampa ha accusato per anni di voler imporre una Costituzione su misura, era contrario all’aborto e all’eutanasia e non ha mai negato i finanziamenti alle scuole private, eppure la Chiesa d’apparato ha continuato a descriverlo come il diavolo.

È vero, come scrive l’autrice, che in Venezuela si sta giocando la partita più importante delle attuali vicende bolivariane e in molti, quantomeno in Italia, non sembrano averlo capito. Del resto da noi il proceso bolivariano è praticamente sconosciuto e i pochi che ne hanno qualche infarinatura insistono a dire che, nel migliore dei casi, il Venezuela è nelle mani di un governo illiberale. Talpe a Caracas è un libro che ha un innegabile e dichiarato approccio militante, ma Geraldina Colotti ha indagato nel profondo del paese, per questo è un libro intellettualmente onesto che vale la pena di leggere.

Geraldina Colotti: Talpe a Caracas – Jaca Book, 2012, Milano

Italia: la riforma del “Punto Fijo”

Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Foto ANSA

Matteo Renzi, “canta” in omaggio a Silvio Berlusconi

di Vincenzo Basile, it.cubadebate.cu

Tra l’incertezza politica ed economica che affligge l’Italia, dopo nove anni di incessanti proteste cittadine contro l’attuale legge elettorale, formulata nel 2005 dall’allora Ministro per le Riforme, il leghista Roberto Calderoli, che successivamente la definì una “porcata”, oggi è approdato in Commissione per gli Affari Costituzionali della Camera dei Deputati un primo progetto-base per riformarla e per l’eliminazione del Senato della Repubblica (secondo ramo del Parlamento italiano).

 

Il progetto è il risultato di un paradossale accordo politico tra il giovane Matteo Renzi, Segretario Generale del Partito democratico (centro-sinistra), sindaco di Firenze e presentato con il volto del «rottamatore» della vecchia guardia politica, e Silvio Berlusconi, leader del ricostituito Forza Italia (centro-destra), recentemente espulso dal Senato a causa di una condanna penale definitiva per evasione fiscale, ed esponente di quella stessa vecchia guardia che Renzi aveva promesso di «rottamare».

 

Nel dettaglio, la nuova riforma prevede l’esistenza di due soglie di sbarramento per partiti e coalizioni di partiti, la cui legittimazione sarà garantita se otterranno rispettivamente l’8 e il 5% dei voti nazionali; introduce la possibilità di una seconda tornata elettorale se alle prime elezioni nessun partito o coalizione di partito ottiene almeno il 35% dei voti; riconosce un premio di maggioranza e la possibilità di controllare la Camera, nominando tra il 53 e il 55% dei deputati, al partito (o coalizione) che ottiene il 35% dei voti.

 

Stabilisce inoltre che i deputati non saranno eletti direttamente dai cittadini in quanto si conferma la presenza di liste bloccate, e quindi, la formazione, da parte del segretariato di ogni partito, di liste di candidati in ogni circoscrizione elettorale, ai quali gli elettori potranno solamente concedere – votando a favore di un partito – un tacito voto di approvazione, senza possibilità di fare proposte o esprimere preferenze alternative.

 

Restano quindi – almeno per il momento – completamente disattese le numerose manifestazioni popolari che negli ultimi anni sono state dirette, tra gli altri mali, contro due aspetti dell’attuale legge elettorale e sostanzialmente confermati in questa riforma.

 

In primo luogo, il premio di maggioranza, che dà il controllo del Parlamento e la possibilità di formare un Governo a un partito che ottiene poco più di un terzo dei voti (in un paese dove alle ultime elezioni l’astensione è stata del 25%).

 

E in secondo luogo, le liste bloccate, che espongono i deputati a ogni tipo di pressione politica e coercizione da parte del partito che li nomina discrezionalmente (spesso scegliendoli tra pregiudicati e altri personaggi con dei trascorsi poco puliti) e dalla cui decisione dipendono concretamente le loro future carriere politiche, il che di fatto li trasforma in delegati di partito e non in mandatari dei cittadini.

 

Di questo progetto – che sarà sottoposto ad un lungo periodo di discussioni parlamentari e modifiche – si prevede che il grande vincitore sarà il sistema bipolare, con due grandi partiti o coalizioni (centrosinistra e centrodestra) che con minime o quasi nulle differenze ideologiche e programmatiche si alterneranno al potere, lasciando fuori dalla scena politica i partiti più o meno minori e ignorando le speranze di legittimazione di un organo legislativo sempre più criticato per la sua mancanza di rappresentatività.

 

Nonostante tutti i cambiamenti che si potranno apportare durante il complesso iter parlamentare, il progetto di riforma già si identifica di per sé: una ratifica non troppo camuffata di vecchi schemi, stile il Pacto de Punto Fijo venezuelano, dove il diritto politico di un cittadino nasce, si sviluppa e finisce con una «X» su un simbolo vuoto che formalmente conferisce legittimità a una casta politica alienata e perpetratasi nel potere, e che – con modifiche di facciata e alleanze tra «rottamatori» e «rottamati» – è riuscita a imporre nella società l’idea che più partiti politici sono non solo condizione necessaria ma anche condizione sufficiente per far parte del cosiddetto mondo democratico.

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