Argentina e Italia al bivio: dal ‘Que se vayan todos’ alla proposta politica


mafaldadi Marco Nieli

Una recente inchiesta condotta dalla Facultad Latinoamericana de Ciencias Sociales (Flacso) e dall’Ente di Ricerca Ibarómetro sulla politicizzazione della società argentina, ha dato dei risultati davvero sorprendenti[1], che credo valga la pena confrontare, fatte le debite distinzioni, con la situazione italiana.

Su di un campione di 1700 persone di varie province e varia estrazione sociale, è emerso da questa ricerca il dato che circa due terzi dei 40 milioni di Argentini parlano abitualmente di politica, più della metà cerca di convincere parenti e amici della propria idea politica e circa il 16% milita in qualche partito o formazione politica. Sei su dieci Argentini hanno partecipato nell’ultimo anno a una qualche iniziativa politica e sette su dieci riconoscono che “la politica ha una grande influenza sulla vita quotidiana di tutti”.

Dopo 1 anni di governi social-democratici “kirchneristi”, solo un terzo degli Argentini è ancora sulle posizioni “qualunquiste” del “que se vayan todos” (che se ne vadano tutti) del 2001, anno in cui la crisi economico-finanziaria provocata dalla scellerate politiche neo-liberiste applicate da Menem a de la Rua, raggiunse il suo acme, con proteste di massa in piazza e una brutale repressione poliziesca, costata vari morti e centinaia di arresti. In questo terzo del campione indagato, che qui in Italia sarebbe definito l’area dell’”anti-politica” (termine coniato strumentalmente dal giornalismo main-stream nostrano), lo studio comprende, non tanto stranamente, sia gli “incazzati” irriducibili (equivalenti agli indignados di Spagna), sia gli indifferenti totali (i pasotistas, come dire quelli che si fanno passare tutto addosso), ossia quelli che pensano che tutti i politici si equivalgono e che quindi mandare al governo l’uno o l’altro non cambia niente.

In riferimento al genere e all’età, risulta che circa il 55% dei maschi si interessa in qualche modo di politica, di fronte al 45% delle donne e il 47% dei giovani di fronte al 53% dei maturi/anziani (tra gli studenti universitari, il dato sale, ovviamente, al 70%). È da ricordare che una legge federale ha introdotto in Argentina, dall’anno scorso, il voto obbligatorio anche per i giovani tra i 16 e i 18 anni, il che incoraggia gli strati meno protetti della società (le malelingue insinuano: le masse degli abitanti dei barrios che votano in maggioranza per Cristina) a partecipare alla vita politica e a prendere coscienza dei propri interessi.

In effetti, vivendo nell’Argentina del dopo crisi, uno si rende conto di come la catastrofe del 2001, comportante il crollo totale del potere d’acquisto dei salari, il sequestro del piccolo risparmio dovuto alla socializzazione del debito privato, i licenziamenti in massa per fallimento di industrie e imprese già svendute dal menemismo negli anni ’90, etc. etc. abbia indotto negli abitanti di questo paese un livello medio di conoscenza politico-economica e di coscienza critica verso i problemi della conduzione della “cosa pubblica” che qui da noi è ancora impensabile. L’Argentino medio, di media cultura e media capacità critica e di lettura del reale, sa cosa significano le privatizzazioni selvagge, cosa implicano le ricette del FMI e della Banca Mondiale, sa di cosa si parla quando si nominano i fondi “avvoltoio” e sa illustrare, anche per sommi capi, il buono e il cattivo di ciascuna proposta politica in campo. E tutto questo, nonostante la manipolazione dell’opinione pubblica da parte dei monopoli mediatici sia anche in Argentina un serio problema, con il gruppo Clarín che detiene circa 300 tra TV nazionali e locali, radio, testate giornalistiche, etc. e che da 3 anni resiste all’applicazione della Ley de Medios  (del 2011), voluta dal governo progressista della Kirchner per promuovere un maggiore  pluralismo dell’informazione.

Va anche notato, infine, che l’oficialismo kirchnerista, lungi dal considerare la politicizzazione come un fenomeno negativo da combattere a tutti i livelli, ha invece da sempre apertamente promosso e incoraggiato la partecipazione e la militanza politica, magari con qualche intolleranza verso le critiche “qualunquiste” provenienti dalla piazza, ma cercando di rispondere nel merito delle critiche più argomentate – per es. sul tema dell’inflazione. Segno che il progetto politico-economico di recupero della sovranità nazionale c’è; che si è dimostrato, entro certi limiti almeno, efficace e che gli Argentini si sono lasciati dietro il peggio della loro storia recente, imparando, attraverso la lotta dal basso -si pensi ai mille progetti di fabricas recuperadas ancora vivi e vegeti in questo paese – e la conquista di una nuova egemonia politico-culturale, a stare in piedi di fronte a tutti i diktat della rapace finanza internazionale e dell’imperialismo USA-UE. Prova ne è che, tra i più interessati alla politica, circa il 55% appoggiano il governo in carica – con uno “zoccolo duro” di circa il 25 % – e il restante 45% è contro, diviso tra l’UCR e le “nuove” opposizioni, tipo la coalizione di centro-sinistra UNEN, arrivata seconda alle legislative del 2013.

E in Italia?

Sono in molti a notare, da più parti, che ci sarebbero anche da noi tutte le pre-condizioni per aspettarsi un ritorno alla grande della politicizzazione, date le conseguenze devastanti della crisi economica, dovuta a un non casuale –almeno secondo chi scrive – intreccio perverso tra lo smantellamento produttivo – che dura ormai da più di venti anni nel nostro paese -, la speculazione finanziaria sui titoli del debito pubblico e l’unificazione europea promossa dai vari Trattati di Maastricht, di Lisbona, dal MES e dal Fiscal Compact[2], mai discussi veramente nel nostro Parlamento – per non parlare fuori – e che quella speculazione favoriscono alla grande.

A questo proposito, appare curioso notare che, da noi, lo stesso termine “politicizzazione” appare sempre in Italia in un contesto estremamente negativo, tanto da non meritare nemmeno uno straccio di inchiesta seria a livello di quella argentina testé citata: non è un caso che le uniche inchieste a proposito che si fanno in Italia riguardano la magistratura “politicizzata”, i libri di testo o i docenti “politicizzati”, come se la politica fosse, di per sé, un ambito tecnico ristretto, da riservare al periodico esercizio di voto, sempre più del resto esautorato di significato e di vera scelta dal basso. I “veri” politici appaiono, in questo contesto di “de-politicizzazione” imposta dall’alto e promossa dal clima istituzionale-mediatico dettato dall’agenda Builderberg e dalla Trilateral Commission[3], come gli “specialisti” della politica, che siedono in Parlamento per risolvere i problemi dei loro elettori. Tutto il resto, comitati No-Tav e No-Muos, movimento dei Forconi, FIOM e sindacati di base sono gli abusivi della politica, perché operanti fuori dal gioco parlamentare.

In contrapposizione con questa presunta “vera” politica all’interno dei Palazzi, si agita poi lo spettro “dell’anti-politica, forcaiola, populista e qualunquista”, che con il Movimento 5 Stelle avrebbe varcato anche le soglie del Palazzo. L’”anti-politica” va in parte ascoltata, nella misura in cui la si teme, ma va anche demonizzata perché ci porterebbe –ci si dice – al caos dell’uscita dall’euro e alla disgregazione sociale.

Tutti effetti che, guarda caso, sta invece realizzando la “politica” istituzionale, etero-diretta dai poteri forti della finanza internazionale e della tecnocrazia europea, sotto il nostro sguardo impassibile nel quotidiano. Gli stessi effetti devastanti di una struttura neo-coloniale sovra-determinata, retta sul ruolo fondamentale delle élites locali, che saccheggia le risorse umane e naturali di un territorio, a unico vantaggio degli interessi economici della madre-patria, come appunto successo dall’epoca della dittatura in Argentina (nel caso non fosse ancora chiaro agli Italiani, la nostra madrepatria odierna sono diversi gruppi transnazionali di potere economico-finanziario che agiscono tra gli USA, il Nord-Europa e la Germania).

Ma perché allora da noi prevalgono ancora le tiepidezze degli indifferenti, il pressapochismo dei qualunquisti – della serie, “è tutto inutile, tanto sono tutti uguali…” – e gli “astratti furori” dei genericamente incazzati, rispetto al serio progetto di sinistra di alternativa che ci vorrebbe nel nostro paese, cosa che invece sta prendendo piede con Syriza nella vicina Grecia (anche se criticata dagli stessi comunisti greci)? Perché la disinformazione o la mancata informazione regnano ancora tanto incontrastate, nonostante l’ottimo lavoro fatto negli ultimi anni dal Movimento 5 Stelle per spingere i cittadini a informarsi e a informare correttamente attraverso la rete – che, però, resta da noi ancora una nicchia frequentata da pochi e per giunta a perenne rischio di censura? O anche, soltanto, perché non siamo capaci di ritrovare, nel dibattere e discutere i nostri problemi quotidiani, quel minimo di passione e partecipazione politica che ha permesso all’Argentina di risalire la china e di ritrovare una direzione in avanti, per quanto contraddittoria e perfettibile, ma che sia comunque una direzione scelta democraticamente dal popolo stesso e non da un’oscura cricca di banchieri e tecnocrati che operano dietro le quinte della politica ufficiale? Mi riferisco, ovviamente, ai vari Builderberg members come Prodi, Draghi, Monti e Letta, che, operando dietro le quinte di questa finta alternanza tra destra e sinistra, ci stanno, tutti, criminalmente portando allo sfascio?[4]

Infine: sarà forse da considerare politicizzazione “autentica” quel fenomeno di polverizzazione della sinistra massimalista o rivoluzionaria che dir si voglia, che, da circa un ventennio a questa parte, ha perso ogni capacità di incidere sui reali rapporti di forza in campo, per una questione di miope auto-referenzialità teorica o anche per semplice, banale incapacità a intercettare il malcontento delle masse colpite dalla crisi?

Le risposte a questi complessi interrogativi sono molteplici, aperte e multi-fattoriali. Probabilmente, si potrebbero scrivere fiumi di inchiostro per analizzare in modo serio, – scientifico, dialettico – l’anomalia della situazione attuale italiana all’interno dell’ormai sempre più evidente anomalia dell’Unione (puramente monetaria) Europea. Sicuramente, la crisi economica, pilotata strumentalmente dal potere finanziario, da noi non ha ancora raggiunto quei livelli di non-ritorno che ha invece provocato in paesi come l’Argentina e la Grecia. Inoltre, come si sa, la concentrazione dell’informazione in Italia e il perverso intreccio tra sistema politico e sistema mediatico costituiscono un unicuum tra gli stessi paesi dell’aerea atlantica e nord-occidentale, che blocca ancora in gran parte il processo di coscientizzazione delle masse italiane riguardo alla perdita in atto di sovranità politico-economica.  Pesano, poi, come macigni alcuni ingombranti retaggi del nostro passato peculiare, come l’eredità onnipresente della Chiesa cattolica, oggi rinnovata in chiave “pauperista” – che, però, secondo alcuni riecheggia il new world order di Rockefeller & Co  e la soluzione “autoritaria” alla crisi, che, in Italia, forse a causa di una mai sopita fascinazione verso i miti irrazionali del Ventennio, fa mostra di avere ancora una certa presa sulle masse disorientate dalla fase storica. Un effetto psicologico diffuso, indotto anche dal clima mediatico e dall’ideologia dominante, ci induce a credere che certi livelli di diritti sociali e lavorativi conquistate con le lotte del movimento operaio negli anni ’60 e ’70, siano da noi baluardi intoccabili, proprio mentre, nel quotidiano, il nostro pur carente sistema di welfare viene aggredito, esautorato e smontato pezzo dopo pezzo. Ci costa ancora accettare l’evidenza della nostra perfetta violabilità di fronte all’offensiva capitalistica imperante internazionalmente.

Anche l’inconcludenza e faziosità dei gruppi  e partiti di quello che resta della sinistra di alternativa, incapaci di andare al di là della formuletta teorica di comodo o del semplice ruolo di testimonianza storica della fine di un’epoca, ha dimostrato, ovviamente, di giocare un ruolo determinante nella congiuntura attuale.

Non del tutto paradossalmente, sono oggi i popoli ex-colonizzati del Sudamerica – Venezuelani, Equadoregni, Boliviani, ma anche Brasiliani, Uruguaiani e Argentini – che ci insegnano a leggere il mondo in una maniera diversa dai soliti dogmatismi e determinismi del fossilizzato marxismo nostrano o dai contorsionismi verbali della fraudolenta “Terza Via” alla Blair, scimmiottato dal neo-nominato Segretario PD Renzi. La differenza sta, forse, nella capacità di analizzare spietatamente, senza paraocchi, con lucidità, la propria condizione di colonia e nella volontà di  attivare processi politici – dal basso e in maniera cosciente, responsabile, “protagonica e partecipativa” – utili a contrarrestare le tendenze in atto e determinare una nuova direzione dell’economia e della società.

—-

[1] Citata in “La política en el centro de atención”, di R. Kollman, in Pagina 1/2 , 13.01.2014.

[2] Sarebbe interessante leggere in un’inchiesta quanti Italiani sui circa 60 milioni censiti sappiano spiegare cosa prevedono questi trattati, cosa significano queste sigle, ma, soprattutto, cosa comportano praticamente sulle nostre esistenze quotidiane.

[3]Si veda, a proposito, la documentatissima opera di D. Estulin, The True Story of the Bilderberg Group, trad. ital. Il gruppo Builderberg, edizioni Arianna, 2010.

[4]A proposito: qualcuno ha notato il tempismo sospetto di Letta che partecipa nel 2012 al meeting annuale del Builderberg in Svizzera e l’anno dopo diventa Presidente del Consiglio da noi in Italia? Solo una coincidenza?

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