Il governo bolivariano e il nuovo anno 2014: minacce golpiste e provvedimenti popolari

di Gianmarco Pisa

I leader dell’opposizione venezuelana, come è chiaro, non commettono alcun crimine quando viaggiano in vacanza in altri Paesi e hanno ragione quando dicono che è un loro diritto farlo. Ma non si vuole parlare qui di una questione di diritto, bensì di una questione di politica, e come detto più volte, la politica è soprattutto il regno della percezione, di ciò che si comunica e di ciò che si percepisce, soprattutto nel mondo di oggi, segnato in gran parte dalla comunicazione di massa.

Subito dopo aver condannato i propri sostenitori a una bruciante sconfitta alle elezioni municipali dello scorso dicembre, impantanati in sindromi depressive post-traumatiche post-elettorali, si sono avvolti nelle proprie mantelle e si sono diretti a Natale in questa o quella destinazione estera, evidentemente investendo per la vacanza milioni e milioni. Tanto è vero, che la difesa su Twitter del proprio “leader”, massiccia in altre circostanze, è stata stavolta piuttosto debole.

Non è di fronte ai “propri”, ma è davanti alla maggioranza del popolo che i politicanti della destra si rivelano come i peggiori. È il tema della doppia morale. Di fronte alle migliaia di persone che vivono tirando avanti con difficoltà e disagi, questi politicanti si cimentano in viaggi e vacanze, in lussi e ricchezza ostentata, smentendo ogni spirito di solidarietà nei confronti delle “sofferenze” dei propri concittadini. Essi potranno dire o fare qualsiasi cosa, ma le cose non stanno come costoro sembrano sbandierare nella loro propaganda. Come dice la famosa canzone: «Chiunque va a New York diventa così bugiardo…».

Un brutto inizio d’anno, per la destra; un nuovo punto a favore della Rivoluzione Bolivariana. Tuttavia, difficilmente questo colpo spezzerà la loro propaganda. Essi sono dotati di ogni mezzo e questo fattore sarà presente durante tutto l’anno che inizia. Ad esempio, proseguirà la cospirazione economica, alla ricerca di nuove occasioni, ricorrendo a nuovi strumenti, tra cui un vero e proprio terrorismo mediatico che stanno seminando con insistenza.

Capriles ha detto che «la febbre del Paese è salita a 40 gradi. Ci sono due opzioni: o il governo applica la medicina necessaria o il paziente andrà in terapia intensiva. Dico questo come un cittadino venezuelano, non come leader dell’“alternativa democratica”. Sono preoccupato per quello che si profila per il prossimo anno. Non sono un economista, ma devo esserlo per comprendere la situazione. Il Paese è sull’orlo del precipizio». Il contro-economista Alexander Guerrero prevede l’inflazione, la penuria, la diminuzione del prodotto interno lordo, il deficit fiscale e la crisi nella bilancia dei pagamenti nel 2014.

Per quanto riguarda l’economia, ha detto che «il PIL arretrerà (-5%)». Per quanto riguarda il deficit fiscale, ha detto che si attesterà «tra il 25 e il 28 %: il governo dovrà battere moneta senza disporre delle risorse della Banca Centrale e l’inflazione raggiungerà livelli a tre cifre… Il governo nel 2014 andrà in crisi, tra contrazione economica, aumento della povertà e iperinflazione, e non sarà facile sopravvivere in queste condizioni. Iperinflazione, svalutazione, scarsità, povertà e razionamento possono davvero infiammare la piazza. Adesso tocca all’opposizione!».

Intanto il MUD, la piattaforma delle opposizioni liberiste e anti-chaviste, in una nota, prevede che «nel 2014 il Venezuela subirà una forte contrazione, segnata da declino del PIL, alta inflazione e deficit della bilancia dei pagamenti… Non è una situazione facile da gestire ed è ancora più complicata se si aggiunge l’incremento della povertà e della scarsità a causa del controllo dei prezzi, il conseguente declino della produzione e il deterioramento delle opportunità di marketing. Tutti questi elementi sono evidenti nella contrazione degli stipendi dei lavoratori dipendenti».

A fronte di dati che smentiscono tali catastrofiche previsioni, il piano dell’opposizione è chiaramente la creazione di una situazione psicologica che favorisca la possibilità di disordini sociali, come è stato a lungo, esplicitamente o implicitamente, annunciato. Essi stanno scommettendo sul deterioramento economico in quanto questo influenza e condiziona fortemente la maggioranza dei cittadini, e cercano la miccia che possa dare luogo ad un incendio, anche con un «piccolo aiuto dai propri amici» (l’impero e i suoi diversi canali e strumenti di comunicazione e di pressione). Essi cercano di infiammare la piazza per provare ad accelerare l’epilogo, in un momento in cui la prossima occasione elettorale, dopo la recente tornata municipale nella quale sono stati sconfitti, non sembra essere così vicina (la fine del 2015).

La traccia sembra essere quella tracciata da María Corina Machado: «I venezuelani desiderano pace e tranquillità, e preferiscono passare da questa dittatura corrotta ad una democrazia quale che sia. Dopo 15 anni di lotta e di resistenza, abbiamo scoperto che il regime non è disposto a condividere il potere, tanto meno a lasciare il potere». Alla luce delle ripetute vittorie elettorali del movimento bolivariano (18 su 19 elezioni vinte negli ultimi quattordici anni…) e dei candidati espressione di Chávez, prima, di Maduro, adesso, la proposta è, né più né meno, di rovesciare Maduro e di abbattere il governo bolivariano: una vera e propria confessione…

La tesi dei disordini sociali è alimentata dall’esterno. Secondo uno “studio”, presentato dall’Economist, 19 di 150 Paesi presi in esame saranno a rischio “molto elevato” di disordini sociali nel 2014. L’indice pubblicato dalla rivista britannica “misura” la probabilità di sconvolgimento sociale nel corso del 2014, basandosi principalmente sulla “debolezza o instabilità politico-istituzionale”. Secondo questa classifica, 19 Paesi hanno un “altissimo rischio” di disordini sociali: in America Latina, i soli Paesi elencati in questa categoria sono l’Argentina, il Venezuela e la Bolivia. Chiaramente, si tratta di una coincidenza: tutti e tre sono governi nazionali, patriottici e popolari!

In realtà, il fiore all’occhiello per l’imperialismo e i portavoce del capitale internazionale, come l’Economist, è e resta il Venezuela. Ora, è chiaro che ci sono difficoltà economiche in Venezuela, nonostante le misure popolari adottate dal governo alla fine dello scorso anno. Il 2014 non sarà, in questo senso, un anno facile. È uno dei motivi della prolungata crisi strutturale del capitalismo globale, che colpisce tutti i Paesi, alcuni più di altri, come del resto tutti i governi navigano nel mare tempestoso dell’economia mondiale in tempo di crisi.

Eppure, è chiaro che in Venezuela non vi sono, al momento, né le ragioni né le condizioni per una esplosione sociale, anche se segni di malcontento, soprattutto nei settori meno coscienti della società bolivariana, esistono e non vanno sottovalutati, in parte anche perché tali segmenti sono spesso vittima della campagna mediatica. È una sfida per il governo bolivariano, soprattutto sul piano concreto, a intraprendere misure e leggi adeguate e coerenti, in grado di mantenere il sostegno alla rivoluzione della maggioranza del popolo.

Il governo Maduro non ha cessato di agire in tal senso. Ad esempio, la creazione di un sistema nazionale per la vendita di prodotti agricoli, proposta dal Ministro dell’Agricoltura, Yvan Gil, per porre fine alle mafie e alle speculazioni degli intermediari, è stata già annunciata: «È un sistema che permetterà un maggior reddito per gli agricoltori e prezzi più bassi per i consumatori.. un sistema moderno per aggirare l’inter-mediazione improduttiva e sostenere in modo diretto la giustizia sociale».

Secondo il ministro, i prezzi al consumo delle verdure e delle carni potranno calare fino al 60%. Obiettivo della battaglia economica adottata dal governo, infatti, è quello di attaccare le mafie economiche e le speculazioni commerciali, a favore dei più vulnerabili. Alla maniera di Chávez, insomma, e non c’è altro percorso possibile. È la grande scommessa che ha di fronte il governo rivoluzionario, soprattutto per affrontare efficacemente il difficile scenario macro-economico.

 

[Rielaborazione da materiali di analisi di ANROS – Venezuela, si ringrazia Mario Neri del Circolo Bolivariano “A. Gramsci” di Caracas per la messa a disposizione del materiale documentario di riferimento.] 

La CELAC compie due anni

da cubadebate.cu

La Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC) compie due anni di fondazione e mancano meno di tre settimane dal suo II Vertice dei Capi di Stato e di Governo che avrà per sede L’Avana, Cuba, 28 e 29 gennaio 2014.

A dispetto della sua giovinezza, il forum si consolida come strumento di accordo e di difesa dell’identità, delle aspirazioni e della cultura regionali, con una visione umanista.

La CELAC raggruppa i 33 paesi indipendenti dell’America Latina e dei Caraibi, ed ha realizzato la sua riunione di fondazione in Venezuela i giorni 2 e 3 dicembre 2011, incontro in cui si sono adottati una ventina di documenti, tra i quali emergono la Dichiarazione di Caracas ed il Piano di Azione, come gli statuti per il suo funzionamento.

Con questi strumenti, il blocco ha cominciato ad avviare l’accordo politico, economico, sociale e scientifico-tecnico e l’integrazione, ispirata a trasformarsi nell’interlocutore dell’America Latina e dei Caraibi con altre regioni del mondo.

Sebbene la CELAC sia nata ufficialmente nel dicembre del 2011 a Caracas, avendo come anfitrione uno dei suoi massimi ispiratori, il presidente Hugo Chávez, le origini sono da individuare nell’impegno del Vertice di Costa do Sauipe, nel 2008 in Brasile, quando per la prima volta si sono riunite le 33 nazioni dell’America Latina e dei Caraibi, nella casa di un altro dei promotori dell’unità latinoamericana e caraibica, l’allora presidente Luiz Inacio Lula da Silva.

Passaggi importanti dell’appuntamento brasiliano sono stati la convocazione da parte dell’allora presidente del Messico, Felipe Calderon, di un vertice straordinario del Gruppo di Rio, affinché questo forum desse il benvenuto a Cuba, ingresso permesso perfino senza realizzarsi uno dei tradizionali requisiti del desaparecido blocco, il quale stabiliva che il paese entrante dovesse fare un sollecito formale.

La cosa certa è che Cuba si è aggiunta al Gruppo di Rio perché è stata invitata.

Nel febbraio del 2010, i 33 paesi della regione sono tornati ad incontrarsi in quello che sarebbe stato il Vertice dell’Unità che ha avuto come sede Playa del Carmen, nella Riviera Maya, stabilimento balneare messicano di Cancun.

Nel documento finale dell’appuntamento in Messico, i leaders hanno definito la loro decisione di «costruire uno spazio comune col proposito di approfondire l’integrazione politica, economica, sociale e culturale della nostra regione e stabilire compromessi effettivi di azione congiunta per la promozione dello sviluppo sostenibile dell’America Latina e dei Caraibi».

Ed è in corrispondenza col suo postulato di fondazione che il II Vertice della CELAC, che avrà per sede L’Avana alla fine di gennaio, avrà come asse centrale la lotta contro la disuguaglianza.

“La nostra regione, piena di ricchezze, è il più disuguale del pianeta. Ha le condizioni per smettere di esserlo”, ha commentato recentemente in una visita in Messico il cancelliere cubano, Bruno Rodriguez.

Alla chiusura del I Vertice dei capi di Stato e di Governo delle nazioni che compongono la CELAC, realizzatosi a Santiago del Cile nel dicembre del 2012, Cuba ha ricevuto dalle mani degli anfitrioni la presidenza pro tempore del meccanismo integratore.

Sotto il mandato dell’isola caraibica, hanno avuto luogo varie riunioni settoriali a livello ministeriale con agende centrate nelle priorità della regione.

Tra queste ricordiamo un incontro dei ministri della Cultura, realizzato a Paramaribo, in Suriname, in marzo scorso, ed il primo forum dei ministri di Educazione che ha avuto per sede L’Avana in aprile del 2013.

La capitale ecuadoriana, Quito, è stata anche in aprile lo scenario di un incontro sull’ecosistema e sullo sviluppo sostenibile, ed ha accolto, giorni fa, i ministri delle Finanze, che hanno conciliato le proposte che in questa materia presenteranno i mandatari delle nazioni della CELAC nell’appuntamento de L’Avana alla fine del mese.

I titolari hanno lasciato pronti i punti che deve includere la Dichiarazione che si adotterà nella capitale cubana, con misure orientate a prevenire gli effetti della crisi economica in temi economici e finanziari internazionali delle economie della regione, ed idee su un’architettura regionale secondo le particolarità e le necessità dell’America Latina e dei Caraibi.

Riconoscendo la diversità di posizioni politiche ed ideologiche, i paesi sono stati concordi nel promuovere una riforma integrale del sistema delle Nazioni Unite, con l’obbiettivo diretto alla democratizzazione del Consiglio di Sicurezza.

Le nazioni della CELAC hanno dimostrato la loro opposizione alle misure unilaterali ed extraterritoriali, come il bloqueo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti a Cuba, ed alle valutazioni ed alle certificazioni che emettono alcuni paesi sviluppati.

Si tratta di un’organizzazione diversa, della Gran Patria, che si estende al sud del Rio Bravo, quella che José Martí ha chiamato la Nostra America, ed alla quale non appartengono Stati Uniti e Canada poiché hanno storia, cultura e proiezioni socioeconomiche nonché politiche differenti.

[Con informazioni dalla pagina ufficiale di CELAC Cuba e PL, traduzione di Ida Garberi]

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