La democrazia del Venezuela nell’era Chavista

https://i0.wp.com/www.t-mag.it/wp-content/uploads/2013/03/hugo_chavez.jpgdi João Carlos Amoroso Botelho*

Nonostante sia un po’ datata (pubblicata nel 2008) la ricerca sulla democrazia in Venezuela di João Carlos Amoroso Botelho, professore della Pontificia Università Cattolica di San Paolo (Brasile), possiede un valore teorico che ancora oggi non è stato smentito dai fatti. Sicuramente questo lavoro aiuterà ad arricchire enormemente lo studio e la ricerca italiana sulla rivoluzione venezuelana, ancora oggi insufficiente da un punto di vista della produzione e della traduzione, nonostante gli sforzi e la sfida editoriale di alcune case editrici, per capire la reale portata di questo processo continentale.

Vincenzo Paglione

Introduzione

Lo scopo di questo articolo è di determinare, sulla base dei criteri stabiliti da Dahl (2005), lo stato in cui si trova la democrazia nel Venezuela dell’era chavista. Per questo motivo si useranno anche i parametri definiti da O’Donnell apparsi in articoli successivi alla pubblicazione originale del lavoro di Dahl.

Questa analisi è importante perché con l’ascesa di Hugo Chávez al potere nel 1999 sono state mosse molte critiche, sia dall’interno sia dall’esterno, sul livello di democrazia presente nel paese. Ci sono stati persino degli analisti che hanno affermato che il Venezuela è diventato un paese semi democratico, ma senza avvalersi degli indicatori che provino questa affermazione.

Nel presente lavoro si pretende fare una valutazione più oggettiva, seguendo i criteri di Dahl e di O’Donnell e di altre variabili, in modo da stabilire se ancora si può parlare dell’esistenza della democrazia in Venezuela. La definizione di democrazia utilizzata è quella di tipo minimalista. Una scelta che non implica una concordanza esplicita con quel concetto, bensì il riconoscimento che per valutare se il regime di un determinato paese è o non è democratico, facendo riferimento alla Scienza Politica, è necessario lavorare con la definizione minimalista.

La valutazione della qualità della democrazia in Venezuela, anche se pertinente, non fa parte degli obiettivi di questo articolo, così come la sua enfasi non si sofferma a stabilire gli effetti dello stile della leadership populista di Chávez[1]. Il suo intento si sofferma esclusivamente nel provare a rispondere alla domanda se il regime del paese nell’era chavista è o non è democratico.

L’ipotesi di lavoro si basa sul fatto che, nonostante i problemi, non esistono elementi sufficienti per affermare che il regime venezuelano ha smesso di essere democratico. Di conseguenza chi difende il contrario, in genere sostiene una posizione di natura più ideologica che empirica.

STORIA DELL’ATTUALE PERIODO DEMOCRATICO

Tra il 1959, quando s’insediò il primo governo dell’attuale periodo democratico, e il 1993 il Venezuela è stato gestito da due partiti: AD (Azione Democratica), socialdemocratico, e COPEI (Comitato per l’Organizzazione Politica Elettorale Indipendente), social cristiano. Il sistema partitico del paese si distinse in forma più evidente sin dall’inizio del decennio dei ’70 con l’adozione del bipartitismo, condizione attenuata solo dall’esistenza di una terza forza, il MAS (Movimento per il Socialismo), che è riuscita a mantenere la rappresentanza parlamentare per tutto il periodo dominato da AD e COPEI.

Tuttavia all’inizio degli anni ’80 il Venezuela cominciò ad affrontare serie difficoltà economiche a causa della caduta dei prezzi del petrolio, i quali avevano avuto un boom nel decennio precedente, e per via del debito estero contratto nel periodo dell’euforia. Caballero (2003) osserva nel fenomeno della svalutazione del 1983, noto a tutti come “Venerdì Nero”, l’esaurimento del modello economico fondato esclusivamente sulla rendita petroliera. Sotto l’influsso della situazione economica degli anni ottanta il sistema bipartitico manifestò i primi segni di crisi.

Nel 1989 l’aumento della tariffa dei trasporti pubblici come conseguenza dell’innalzamento dei prezzi della benzina che rispondeva a un pacchetto di riforme neoliberali annunciato dall’allora presidente in carica Carlos Andrés Pérez (AD), provocò l’esplosione di una rivolta popolare nota come “Caracazo”, lasciando un saldo di 270 morti secondo la versione ufficiale. Nel 1992 ci furono due tentativi di colpo di stato contro lo stesso Carlos Andrés Pérez, uno dei quali capeggiato dall’allora tenente colonnello dell’esercito Hugo Chávez. L’anno successivo un processo per impeachment destituì il presidente con le accuse di corruzione.

La letteratura sull’argomento (Hellinger, 2003; Caballero, 2003) coincide sul fatto che la gestione di Carlos Andrés Pérez segnò la fine di un modello politico, definito da Rey (1972) come un sistema populista di riconciliazione, basato nella distribuzione dei benefici della rendita petroliera mediante il clientelismo.

Per Maingon (2004), il processo che condusse alla fine del bipartitismo si può dividere in tre crisi simultanee: quella della rappresentanza poggiata nei partiti tradizionali; quella dello Stato di fronte alle difficoltà economiche e della caduta della rendita petroliera, il che colpì le capacità delle forze dominanti di sostenere le reti clientelari di distribuzione dei benefici; e quella della legittimità del regime democratico in vigore nel paese, come conseguenza delle due precedenti. Ci sono, inoltre, anche dei fattori esterni che hanno colpito, a livello mondiale, i partiti.

 

LE ELEZIONI A PARTIRE DAL 1993

 

            La combinazione tra crisi economica e politica contribuì, pertanto, a creare un clima di malcontento nei confronti del dominio esercitato da AD e COPEI e la conseguente fine del bipartitismo. Nel 1993 per la prima volta fin dal 1958 il presidente eletto non apparteneva a nessuna delle due forze.

Nel frattempo il vincitore, Rafael Caldera, era stato un leader storico di COPEI e presidente della repubblica dal 1969 al 1973. Si ricandidò per un secondo mandato nella neoformazione Convergencia. Anche in Parlamento AD e COPEI ottennero il 46% dei voti nella Camera dei Deputati e occuparono 108 dei 203 seggi, mentre la sigla di Caldera conquistò solo 26 seggi e dovette stabilire delle alleanze per governare.

In ogni caso il ciclo del bipartitismo in Venezuela si era già esaurito, costringendo i suoi due rappresentanti a cedere un sempre maggiore spazio in Parlamento. Nelle elezioni del 1998 AD si riconfermò come il partito con maggiori voti (24,1%) e seggi (61). Conquistò persino sei seggi in più della volta precedente. COPEI, invece, passò da 53 a 26 seggi, allontanandosi dal totale dei voti delle due forze tradizionali (36,1%) inferiore a quello del 1993. Ciò che avvantaggiò ancora AD e COPEI fu lo spostamento della data delle elezioni legislative, anticipate affinché non coincidessero con quelle presidenziali, nelle quali Chávez appariva come preferito.

Confermando i pronostici, Chávez divenne il presidente eletto nel 1998. Anche lui aveva creato un partito, il MVR (Movimento Quinta Repubblica), poco prima della disputa elettorale. La sigla di Chávez raggiunse un risultato migliore di quello della Convergencia nel 1993, ottenendo il 19,9% dei voti e 35 seggi, ma non conseguì la maggioranza nemmeno con le alleanze.

Questa situazione di assenza della maggioranza nel governo durò poco tempo, giacché l’Assemblea Costituente convocata dal presidente e approvata con referendum popolare dove il chavismo aveva conquistato il 94% dei seggi, indisse elezioni generali per il 2000. In queste elezioni Chávez ottenne altri sei anni di mandato, mentre il suo partito attinse il 44,38% dei voti e 95 dei 165 seggi nell’Assemblea Nazionale che divenne l’unica Camera del Parlamento. AD e COPEI videro scemare la loro percentuale di voti dal 21,21% con 33 seggi il primo (poco più della metà di quelli che aveva) e sei il secondo (meno di un quarto dei 26 della legislatura precedente).

Da quel momento si aprì un altro dibattimento nell’Assemblea Nazionale, ma le forze di opposizione a Chávez la abbandonarono adducendo la mancanza d’imparzialità mostrata dal CNE (Consiglio Nazionale Elettorale). In questo modo il chavismo rimase con la totalità dei 167 seggi, 114 dei quali appartenevano al MVR.

I CRITERI

Dahl (2005) adotta otto requisiti per valutare se c’è democrazia in un determinato paese, consentendo alle persone di avere la possibilità di formulare preferenze, esprimerle e osservarle nella condotta del governo. Questi criteri sono: 1) libertà di formare e partecipare nelle organizzazioni; 2) libertà di espressione; 3) diritto al voto; 4) elezioni per ricoprire cariche pubbliche; 5) diritto dei leader politici di contendersi il sostegno; 6) fonti alternative d’informazione; 7) elezioni libere e idonee; 8) istituzioni che lavorino affinché le politiche governative dipendano dai risultati delle elezioni o da altre formule di preferenza.

Considerando insufficienti i requisiti di Dahl, O’Donnell in studi posteriori alla pubblicazione originale dell’opera del collega ha aggiunto altri parametri, ma senza definirli come requisiti per la democrazia e sì come condizioni che la possano rendere effettiva con un funzionamento adeguato.

O’Donnell si basa sui diritti civili, l’applicazione egalitaria delle leggi, l’uguaglianza di trattamento da parte degli organi pubblici e i diritti umani, aggiungendo un concetto di propria creazione, l’accountability horizontal, il quale fa riferimento alla presenza e al grado di controllo che esercitano su se stesse le istituzioni dello Stato.

Nell’aggiunta al suo libro, Dahl espone variabili per sette degli otto requisiti sopra riportati, abbandonando il percorso dell’eleggibilità per le cariche pubbliche e inserendo delle categorie per ciascuna variabile. Queste categorie, a loro volta, si basano su concetti e non sugli indicatori. Nel caso di O’Donnell non c’è questo tipo di approccio.

L’ANALISI

Pertanto la valutazione seguirà l’ordine dei criteri e delle variabili di Dahl fino a giungere a quelle di O’Donnel. Il primo requisito è quello della libertà di costituire e partecipare in una organizzazione. Le sue variabili sono la libertà di opposizione in quanto gruppo e l’articolazione degli interessi dei gruppi associativi. Per quanto concerne la prima variabile esistono quattro categorie. Dalla descrizione di ciascuna di esse quella che più sembra incasellarsi al Venezuela è la numero uno, secondo la quale i gruppi autonomi sono liberi di entrare nella scena politica e capaci di esercitare l’opposizione al governo.

Un’altra valutazione possibile potrebbe essere la numero due, poiché prevede che i gruppi autonomi sono liberi per organizzarsi in politica, ma limitati nella loro capacità di esercitare opposizione al governo, dovuto alle accuse di frode elettorale che l’opposizione muove nei confronti di Chávez e del CNE. Su questo aspetto non ci sono prove. Le votazioni in Venezuela sono state seguite da osservatori internazionali e dichiarate idonee. Nel referendum del 2007 sulla riforma costituzionale la posizione chavista fu perfino sconfitta. Nella contesa legislativa del 2005 la valutazione degli osservatori è stata ancora più dura, ma non segnalò frodi, ma ha enfatizzato la necessità di recuperare la fiducia della popolazione e degli attori politici da parte del CNE. Esistono anche dei problemi, riconosciuti dallo stesso organo elettorale, per quanto concerne i votanti, dove ancora si presentano a votare persone già decedute, ma ciò non è motivo di frode poiché avviene in molte democrazie.

La capacità di articolazione da parte dell’opposizione si sarebbe vista pregiudicata se la proposta di riforma costituzionale, che consentiva la rielezione illimitata del presidente, fosse stata approvata con il referendum. Le attuali circostanze politiche che vedono a Chávez come il candidato vincitore con l’intenzione di raggiungere il traguardo dei 22 anni al potere[2], inquadrerebbero il Venezuela nella categoria numero due.

Nella seconda variabile del primo requisito nuovamente si presentano quattro categorie. Ancora una volta il Venezuela si può inserire nella numero uno, di rilevante articolazione degli interessi da parte dei gruppi associativi. Non esistono elementi per affermare che nel paese le associazioni, di ogni natura, non possono articolare o articolano poco i loro interessi. Al contrario, la possibilità di potere fare ciò è così elevata che due gruppi associativi, la CTV (Confederazione de Lavoratori del Venezuela) e Fedecámaras, associazione degli imprenditori, capeggiarono la manifestazione prima del colpo contro Chávez nel 2002 e anche il successivo sciopero generale di circa due mesi che richiedeva l’uscita del presidente.

Un fatto che può essere criticato alla politica del governo è di voler agire nel settore delle associazioni corporative, patrocinando la formazione di entità fedeli che aprano la concorrenza nei confronti di quelle che stanno all’opposizione, ma ciò non vuol dire che i gruppi associativi non possano articolare i loro interessi.

Il secondo criterio è la libertà di espressione che ha come sua unica variabile la libertà di stampa, divisa in quattro categorie. Questo è un aspetto che genera molte critiche al regime chavista. L’ideologia del critico e non i fatti erano soliti essere il suo fondamento. Ma la misura presa nel 2007 di negare il rinnovo della concessione alla rete televisiva RCTV, anche se aveva appoggiato il colpo del 2002, di fatto offre dei motivi per le critiche e configura una rifilatura della libertà di stampa. Fino allora si poteva dire che in Venezuela c’era piena libertà di stampa al punto di paragonare Chávez con una scimmia e che canali televisivi stimolassero e persino articolassero il golpe contro di lui. Ora la categoria che più si confà alla situazione del paese è la seconda, quella di libertà intermittente, cioè quando c’è censura occasionale o selettiva tanto della stampa nazionale quanto quella dei corrispondenti stranieri, anche se questa censura non è estensibile verso i corrispondenti.

Dopo l’appoggio del colpo da parte dei media televisivi il presidente aveva modificato la legge che regola gli adempimenti della stampa, fissando pene più dure per azioni come quella che aveva contribuito alla sua destituzione provvisoria. In un primo momento si paventò che Chávez sarebbe passato alle sanzioni contro qualsiasi tipo di lavoro giornalistico, ma ciò non avvenne. I media lo aiutarono a decidere di non prendere quel tipo di decisione, poiché avevano abbandonato la radicalizzazione delle loro posizioni. Ci fu perfino chi, come il proprietario della rete Venevisión, Gustavo Cisneros, preferì abbandonare la critica per trarre profitto dal governo chavista. Un altro dei problemi per il lavoro della stampa sono state le aggressioni e le minacce dei sostenitori del presidente contro quei mezzi che assumevano il ruolo di fare opposizione attiva, ma questa è una conseguenza difficile da evitare quando si sceglie di lasciare il giornalismo e si diventa militante politico in un ambiente di confronto.

Il prossimo requisito, quello del diritto al voto, possiede due variabili. Una di queste, tuttavia, è stata scartata dagli autori dalla scala in cui Dahl si basa, perché ridondante. Rimane il sistema elettorale corrente che si divide in quattro categorie. La democrazia nell’era chavista si potrebbe inserire sia nella numero uno, con sistema competitivo, secondo il quale non esiste nessuna proibizione partitica o si proibiscono solo i partiti estremisti o extra costituzionali, sia nella numero due, con sistema parzialmente competitivo, dove uno dei partiti ha l’85% o più dei seggi parlamentari.

Difatti  non esistono limiti alla concorrenza partitica, ma l’occupazione dell’Assemblea Nazionale da una delle forze ha superato l’85% con la creazione del PSUV (Partito Socialista Unificato del Venezuela). Nelle elezioni legislative del 2005, dove l’opposizione non partecipò con il pretesto che il CNE non era imparziale, il MVR conseguì 114 dei 167 seggi nell’Assemblea Nazionale, il che corrispondeva al 68,3% del totale. Dopo la creazione del PSUV per mettere insieme la base che sostiene il chavismo, la concentrazione dei seggi ha raggiunto l’89,2%. Di modo che il Venezuela deve essere incluso nella categoria numero due, cioè quella di sistema parzialmente competitivo.

Ed è così che si arriva al quarto criterio che consiste nel diritto dei leader politici a contendersi gli appoggi. Per quest’ultima regola ci sono quattro variabili, due delle quali (libertà di opposizione di gruppo e sistema elettorale vigente) sono già state trattate in questa sede, giacché sono parte integrante dei requisiti precedenti. Restano da prendere in considerazione l’articolazione degli interessi da parte dei partiti politici e il sistema partitico: quantitativo.

Le categorie della prima variabile sono quattro e si definiscono con degli aggettivi. Quella che più si confà al contesto venezuelano è di nuovo la numero uno, per essere la più indicativa. Non bisogna considerare che in Venezuela i partiti non possono articolare i loro interessi o che fanno poco. Quando qualche forza politica decide di non partecipare alle elezioni, come è accaduto nel 2005, è ovvio che l’articolazione dei loro interessi resti compromessa, ma quell’atteggiamento è stato una scelta fatta dai propri partiti oppositori e non si è poggiata su prove tangibili.

Per quanto concerne la variabile del sistema partitico: quantitativo, ci sono sei categorie, tutte descrittive. Risulta difficile che si possa inserire alla perfezione la democrazia dell’era chavista in qualcuna di queste descrizioni, perché questa presenta tratti appartenenti a più di una categoria. Avendo come fondamento, oltre alle caratteristiche, i nomi di ciascuna, quella scelta deve corrispondere al sistema pluripartitico. Secondo questa categoria è prevista l’esistenza di un governo di coalizione o di un partito di minoranza regolarmente contemplato solo se il sistema è parlamentare.

Alcune sfumature sono però necessarie. La definizione più consona per l’attuale sistema partitico venezuelano è quella del pluralismo polarizzato, in quanto esistono diversi partiti che, dovuto il livello di polarizzazione, si dividono in due categorie, i chavistas e gli antichavistas. Un altro aspetto da considerare è che il governo di coalizione di Chávez è debole, giacché egli non valorizza come si deve i partiti che in esso partecipano dopo averli riuniti nel PSUV. La categoria di partito egemonico si avvicina al panorama venezuelano, poiché si definisce dall’esistenza di una opposizione apprezzabile ma incapace di conquistare la maggioranza. Nelle ultime elezioni presidenziali, ad esempio, il principale candidato dell’opposizione ha ottenuto il 36,9% dei voti, ma non ha conquistato il potere. L’incapacità di conquistare la maggioranza da parte dell’opposizione si osserva sin dal 2000 ma, in termini numerici, il Venezuela non può rientrare nella classificazione di partito egemonico, nonostante il PSUV. Dunque la definizione che più si avvicina alla realtà è quella di sistema pluripartitico.

Per i requisiti successivi, il quinto e il sesto, ci sono quattro variabili per quanto concerne le fonti alternative d’informazione e cinque per le elezioni libere e idonee, ma sono state tutte esposte in questa sede. La graduatoria del Venezuela risulta essere la migliore in quasi tutte le variabili. Le eccezioni sono la libertà di stampa, presente nel quinto e nel sesto criterio, e il sistema elettorale in vigore, che integra il sesto.

Infine, per il settimo e ultimo requisito, che definisce le istituzioni incaricate a far dipendere le politiche governative dalle elezioni e da altre espressioni di preferenza, le variabili prese in esame sono quattro. La prima, sulla condizione costituzionale del regime, presenta tre categorie. La categoria che fa riferimento alla situazione venezuelana è quella costituzionale, giacché considera che il governo sia guidato secondo norme costituzionali da tutti riconosciute. C’è chi sostiene che il regime chavista è autoritario e persino totalitario. Le altre categorie disponibili non consentono d’inserire il governo venezuelano in nessuna delle due descrizioni. Per farlo corrispondere nella prima delle categorie è fondamentale che non esista alcuna reale limitazione costituzionale o che esso sia ricorso con regolarità all’uso di poteri extra costituzionali, descrizioni che non fanno al caso del Venezuela.

La seconda variabile si riferisce alla concordanza d’interessi da parte del potere Legislativo, la quale a sua volta si suddivide in quattro categorie. A questo punto anche se l’opposizione ha scelto la via del ripiegamento nelle ultime elezioni parlamentari con conseguente assenza delle forze di opposizione nell’Assemblea Nazionale, questi fattori non possono essere imputati esclusivamente alle caratteristiche del regime. È anche un dato di fatto che una parte consistente della società venezuelana non è rappresentata in Parlamento. Pertanto la classificazione più idonea è quella di limitata concordanza d’interessi, vale a dire la numero tre.

La variabile successiva è quella che si riferisce alla distribuzione orizzontale del potere, la quale comprende tre categorie. Nuovamente, però, si presentano dei problemi al momento della classificazione del Venezuela. La definizione più consona sarebbe quella della distribuzione limitata, secondo la quale un ramo del governo non possiede una genuina autonomia funzionale, oppure due rami del governo hanno una limitata autonomia funzionale. Quest’ultima parte corrisponde al caso venezuelano, giacché i poteri Legislativo e Giudiziario posseggono una limitata autonomia funzionale di fronte all’Esecutivo. Il Legislativo si presenta così perché, come si è già detto altrove, annovera solo i rappresentanti di quella contingenza. Negli ultimi mesi del 2006 il potere Giudiziario disponeva il 33,3% dei giudici temporanei in carica e ciò gli creava serie difficoltà al momento di prendere delle decisioni autonome di fronte alle pressioni dell’Esecutivo, in modo diretto o mediante le manifestazioni popolari. Un altro problema che riguarda l’autonomia del potere Giudiziario è stato quello dell’ampliamento da 20 a 32 i magistrati della principale corte del paese,  il TSJ (Tribunale Supremo della Giustizia). I 12 nuovi integranti sono stati nominati dalla maggioranza che il governo Chávez possedeva nell’Assemblea Nazionale durante la legislatura precedente.

Per chiudere con i requisiti richiesti da Dahl manca la quarta variabile del settimo criterio, ovvero quella che si riferisce alla odierna condizione del Legislativo. Nuovamente i criteri per una valutazione non s’inquadrano con l’attuale regime del Venezuela. Una classificazione consona sarebbe la numero due, cioè quella di parzialmente effettivo, secondo la quale esiste una tendenza di dominio da parte dell’Esecutivo, oppure il Parlamento è parzialmente limitato nell’esercizio della propria funzione. I due scenari sono presenti nel caso venezuelano, poiché un Legislativo privo di una opposizione, nonostante questo fatto sia avvenuto nell’ambito delle regole, finisce per sottomettersi all’Esecutivo, il che tende a limitare l’operato parlamentare. Pertanto il saldo per il settimo requisito sarebbe il peggiore di tutti.

L’accusa che fondamentalmente muove l’opposizione è quella che sostiene che il regime chavista favorisce le prigioni politiche. In questo caso è difficile esporre un giudizio accurato, perché da una parte si possono verificare delle esagerazioni, dall’altro invece alcuni oppositori che, in genere, sostengono di essere stati prigionieri politici in qualche maniera sono stati coinvolti in azioni criminali o sospette come il golpe del 2002, l’assalto all’ambasciata di Cuba dopo aver ricevuto risorse finanziarie per scopi politici da parte del governo di George W. Bush. Per questo motivo è più consono prendere in considerazione i dati sulle violazioni adoperate più sopra e considerare che, siccome la situazione con Chávez è peggiorata con un indicatore ed è migliorata con un altro, lo scenario, in genere, è lo stesso a quello del governo precedente.

 

CONCLUSIONI

 

Con il seguente articolo si è compiuto uno sforzo per rendere sistematico il criterio per stabilire se in Venezuela è ancora presente un regime democratico, un dibattito che è diventato la regola negli ambienti accademici, nella politica, nei media e nelle strade sin dall’ascesa di Chávez, anche se in genere con argomentazioni di carattere più ideologico. Per questa ragione sono stati usati criteri e variabili stabiliti da due autori largamente noti per le loro analisi sulle condizioni della democrazia.

Lo sforzo fin qui fatto, tuttavia, non bisogna considerarlo come definitivo e nemmeno libero da criteri soggettivi, poiché si fonda su variabili definite da categorie qualitative o invece è sprovvisto da categorie ben precise come nel caso di O’Donnell. Anche in questo modo esso costituisce una valutazione più oggettiva che soggettiva. Ciò è dovuto al fatto che si fonda su criteri ben chiari presi da altri autori, oppure si può considerare una evoluzione qualitativa in rapporto a delle analisi di carattere semplicemente impressionistico o ideologico.

Dei sette criteri dai quali Dahl (2005) presenta delle variabili, il regime chavista ottiene il migliore punteggio in solo uno: libertà di formare e partecipare nelle organizzazioni. D’altro canto, nel punto numero quattro, libertà di espressione, diritto di voto, diritto dei leader politici di contendersi gli appoggi e le fonti alternative d’informazione, il Venezuela si presenta come il secondo migliore. Nel caso delle elezioni libere e idonee il paese raggiunge i sei punti, due punti al di sopra del migliore valore possibile. La soddisfazione maggiore è rappresentata dal punto concernente le istituzioni e il modo in cui le politiche governative dipendono dalle elezioni e da altre espressioni di preferenza, dove il regime venezuelano raggiunge il doppio del migliore punteggio possibile.

In definitiva il Venezuela raggiunge 29 punti su una scala che parte da 19, considerata come la situazione migliore, fino ad arrivare a 80, considerata la peggiore. Nel suo libro Dahl non chiarisce quali sono le fasce di punteggio che corrispondono a ciascun tipo di regime. Se si dovessero definire le categorie ideali con criteri del tipo democratico, semi democratico, autoritario o totalitario e dividere la differenza tra 19 e 80 per quattro, a ogni 15,25 punti si configurerebbe una categoria. In questo modo la fascia corrispondente al regime democratico si situerebbe tra 19 e 34,25, quella del semi democratico arriverebbe fino a 49,5, quella dell’autoritario fino a 64,75 e, infine, quella del totalitario fino a 80, posizionando il regime chavista nella condizione di democratico.

Anche se non si dovesse adottare questa divisione in fasce, la distanza di dieci punti per il migliore valore possibile non sembra essere sufficiente per togliere al Venezuela la condizione di paese democratico. I problemi riguardanti i criteri di Dahl si concentrano nella libertà di stampa, anche se fino ad ora il restringimento non supera il livello dell’irregolarità per quanto concerne la concentrazione di quasi il 90% dei seggi parlamentari da parte del PSUV e la separazione dei Poteri.

Sui parametri di O’Donnell ci sono dei problemi per l’accountability horizontal. Sull’uguaglianza davanti alla legge e il rispetto dei diritti umani i possibili scenari da indicare sono quelli della continuità rispetto al governo precedente. Per quanto attiene l’uguaglianza di trattamento negli organi pubblici, la stima ha indicato un miglioramento. Ancora una volta i problemi identificati hanno a che fare con la separazione dei Poteri.

I requisiti di Dahl e di O’Donnel presi nel loro insieme segnalano che la democrazia nel Venezuela dell’era chavista presenta problemi in sei dei sette criteri secondo il metro del primo autore e, significativamente, in due di essi, e in due dei quattro parametri del secondo autore con una maggiore gravità in uno di essi. Ma queste categorie sono insufficienti per proporre un cambio di regime. Dunque si può concludere che il Venezuela continua a essere un paese democratico e non semi democratico e nemmeno autoritario.

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* João Carlos Amoroso Botelho, Dottorando in scienze politiche nell’Università di Salamanca (Spagna), professore in Scienze Politiche nella PUC-SP e ricercatore del Demos (Gruppi di Studi sulla  Democrazia e la Politica Comparata) nella PUC-SP. Il presente articolo è stato pubblicato sulla rivista digitale Aurora come da link sopra indicato.

[Trad. dal portoghese per AlbaInformazione di Vincenzo Paglione]


[1] La definizione sulla quale si fonda la valutazione che Chávez possiede uno stile populista nella sua leadership  fa riferimento a quella classica del populismo latinoamericano, così come a quella di Ianni (1991). I punti in comune tra quella definizione e il caso chavista sono il personalismo, l’atteggiamento antisistemico e di rifondazione del paese, il nazionalismo e il sostegno da parte degli strati più bassi della popolazione. Una delle caratteristiche assenti è quella della ricerca di una conciliazione tra le classi (Botelho, 2006).

[2] Sarebbero otto anni dei primi due mandati, sette di quello attuale e sette di una eventuale quarta amministrazione.  Perché la proposta di riforma costituzionale prevedeva anche il cambiamento del mandato presidenziale dai sei ai sette anni, il che sarebbe valso con l’attuale gestione. Un altro punto da porre in chiaro è che il mandato di Chávez costituisce il terzo in sequenza, ma il secondo a partire dalla Costituzione del 1999, la quale consentiva una rielezione. Il primo governo chavista, che ebbe inizio nel 1999, è stato più breve ed è durato solo fino all’inizio del nuovo periodo raggiunto con le elezioni del 2000, convocate dall’Assemblea Costituente.

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