Quo vadis, Partito Democratico?

di Achille Lollo (ROMA), per il Correio da Cidadania  – São Paulo/Brasile, il 10/12/2013* 

Questo è l’interrogativo che la maggior parte degli elettori del PD si pone dopo le elezioni primarie dell’8 dicembre, in cui Matteo Renzi, sindaco di Firenze, ha guadagnato la carica di Segretario Generale, insieme a dodici quadri sconosciuti, membri della nuova direzione che, ora, intende “rottamare”, cioè “mandare via” il vecchio gruppo dirigente, uscito dal compromesso storico di Enrico Berlinguer e dalle “larghe intese” di Giorgio Napolitano.

In questo contesto – che tutti i media esaltano – la caratteristica politica principale dell’”Onda Matteo Renzi” è che con lui il PD non attaccherà il capitale finanziario o il mondo degli affari. Infatti, la Confindustria (CIESP italiana), i dirigenti del “mainstream mediatico”, il Dipartimento di Stato e la Banca Centrale Europea sono ben consapevoli del fatto che Renzi è solo un “democratico progressista”, che non ha mai avuto a che fare con il marxismo e che non ha mai aderito alla contestazione giovanile! Renzi è, praticamente, il prodotto politico e culturale della crisi ideologica che il PCI ha introdotto nella sinistra italiana quando ha optato per il voler entrare nelle stanze del potere, sostenendo la componente progressista della Democrazia Cristiana. Infatti, la componente “cristiano sociale”, i cui leader principali sono il capo del governo Enrico Letta e Dario Franceschini, oggi è quasi maggioranza nel PD.

D’altro canto, Renzi, nel manifestare il progetto di ringiovanire il partito, ha anche rivelato che il suo obiettivo è quello di porre fine alle icone del passato, che, dal 1989, hanno favorito la mascheratura politica del “PCI – PDS – Ulivo – PD”. Dichiarazioni che soddisfano pienamente le eccellenze del capitale, perché, in questo modo, il PD completerà la sua proiezione social- democratica, per assumere, concretamente, il cammino del social-neoliberalismo, anche conosciuto come Terza Via. Se davvero questo accadrà, in molti sindacati e, soprattutto, nel Sindacato confederale CGIL e nella Federazione dei Metalmeccanici(FIOM), molte tessere del PD saranno bruciate in segno di protesta. Una contestazione fatta dai settori di sinistra della base operaia che, tuttavia, non modificherà la direzione che il partito va assumendo.   

A grandi linee, la possibile trasformazione politica del PD, intende mandare in pensione la vecchia guardia berlingueriana, cioè dirigenti storici come D’Alema, Veltroni, Epifani, Bersani, Finocchiaro, Rosy Bindi, etc. che, nel PD, sono i referenti di potenti “correnti” che controllano il 68% “dell’apparato partitico”.

Un problema complicato che Matteo Renzi e, soprattutto, i suoi dodici apostoli della Segreteria, dovranno affrontare con molta attenzione, perché senza questo 68% il PD non si mette in moto e, in caso di conflitto interno, può bloccarsi definitivamente, dal momento che il Partito Democratico, dalla sua fondazione nel 2007, ha preferito professionalizzare il personale indicato dalle correnti, al posto di ricorrere al volontariato dei militanti. In questo modo, in pochi anni, il controllo del partito è passato nelle mani delle correnti che, apparentemente, dicono di tenere all’unità del partito, ma, in realtà, praticano un’aspra lotta sotterranea in tutte le federazioni e circoli di partito.

Basti ricordare il famoso “caso dei 101 sabotatori”, cioè dei 101 parlamentari del PD legati alle correnti che hanno bloccato l’elezione a presidente di Romano Prodi, aprendo così il cammino al secondo mandato di Giorgio Napolitano, antico leader della corrente “migliorista” nel PDS (ex-PCI) di allora e grande alleato della  nomenclatura berlingueriana, comandata da Massimo D’Alema.

Ma se la situazione del PD è tanto ingarbugliata, perché due milioni di elettori del PD hanno scelto Matteo Renzi e non il candidato continuista, Gianni Cuperlo?

Prima di tutto perché Renzi è un candidato giovane, estremamente comunicativo, che non usa tergiversare quando parla, che sa accontentare le platee e, dunque, dire quello che loro vogliono sentirsi dire. In pratica, è un populista moderno che ha incantato tutti quelli che hanno perso la fiducia nel PD e la speranza di governare l’Italia in un’ottica di sinistra. Infatti, quasi la metà dell’elettorato del PD è formato da “comunisti” che, per assurdo, credono che i dirigenti che nel 1989 hanno sepolto il PCI e l’ideologia del marxismo, sono ancora comunisti! Un equivoco politico e storico che si è consolidato a partire del 1994, come riflesso della grande nostalgia per il PCI e per la incapacità di Pietro Ingrao e dei dirigenti del PRC (Partito della Rifondazione Comunista) di rifondare il Partito Comunista Italiano.

Nell’analizzare il complesso scenario della crisi del PD, bisogna dire che la vittoria di Matteo Renzi è stato un male inevitabile per la salvezza di questo partito, visto che D’Alema o Bersani non sono mai riusciti a far sì che il PD diventasse un vero partito social-democratico e anche Veltroni non è mai riuscito a trasformare il PD in un partito liberal-democratico clintoniano. Infatti, lo stesso D’Alema, ha ammesso che “… la vittoria di Matteo Renzi permetterà al PD di ricomporre i vincoli di fiducia con l’elettorato e così allontanare la grave crisi che aveva sommerso il PD in questi ultimi due anni”.

Sarà, quindi, su questa base, che, nei prossimi mesi, i dirigenti delle correnti dovranno stilare un tacito accordo con Renzi, dal momento che il PD deve sostenere il governo delle larghe intese  di Enrico Letta, almeno fino al luglio 2014, visto che il 22 giugno si terranno le elezioni europee.

Elezioni che il PD deve assolutamente vincere per dare ossigeno politico al governo guidato da Enrico Letta, e di conseguenza, fissare le elezioni legislative solo nel maggio 2015.

Per garantire questo ordine del giorno è necessario che il nuovo segretario del Pd, Matteo Renzi, lavori in tandem con il primo ministro, Enrico Letta, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e la Segretaria Generale della CGIL, sindacato confederale, Susanna Camusso. Come dire dare continuità, in termini economici e finanziari, ai legami di dipendenza che l’Italia mantiene con la Troika (FMI, Banca Mondiale e BCE). A livello politico, il governo e il PD dovranno rispettare tutti i parametri di austerità fissati dalla BCE, e attuare le direttive dell’Unione Europea per ridurre il debito pubblico che ha raggiunto il 132% del PIL. Per quanto riguarda il contesto geo-strategico della regione mediterranea, le regole saranno sempre dettate dai generali del Pentagono e della NATO. Questioni che Matteo Renzi non ha mai messo in discussione, mai criticato, e che mai avrà il coraggio di mettere in discussione nelle riunioni di Segreteria de del PD.

Il 9 ° Congresso del PRC che i media hanno ignorato

Per la prima volta negli ultimi venti anni di storia del giornalismo politico italiano, tutti gli organi del mainstream mediatico, che si tratti di giornali, riviste, radio, televisione o addirittura webtv, hanno censurato il PRC (Rifondazione Comunista), rifiutando di scrivere una sola riga sul IX Congresso di quel partito. Non è esagerazione, ma la semplice verità, dal momento che fino al giorno 10 nessun giornalista del quotidiano “progressista” La Repubblica ha criticato gli “pseudo-comunisti del PRC”, come fa sempre e nessun editorialista de L’Unità (il giornale del PD) ha ripetuto i malevoli commenti, con i quali questo giornale ha sempre attaccato il PRC.

Praticamente nessuno ha fatto passare la miserabile piccola nota con 250 caratteri per dire che “… dal 6 all’8 dicembre si è tenuto a Perugia il Congresso del PRC ( Partito della Rifondazione Comunista), che in questi ultimi due anni ha subito 5 scissioni e una fuga massiccia di militanti, che hanno determinato la retrocessione elettorale a meno del 1,5 % …”.

La ragione è semplice, forse quella di sempre: le eccellenze della destra, del centro-destra e del centro-sinistra, all’unisono, hanno deciso che i media mainstream, per ampliare ulteriormente la crisi politica che Paolo Ferrero e Claudio Grassi hanno determinato nel PRC con le loro devastanti proposte elettorali e organizzative, si doveva ignorare la realizzazione del Congresso del PRC.

Una situazione difficile per un piccolo partito comunista come il PRC, che non ha più il suo giornale Liberazione, per comunicare con il movimento e con la società, non tanto per mancanza di soldi, ma per eccessi di incompatibilità politica nella redazione. Infatti, quando i conflitti politici ruppero l’unità nella Commissione Politica Nazionale (CPN), alcune “tendenze” hanno cominciato ad agire come mini-partiti all’interno del PRC, esasperando ulteriormente le liti personali e le presunte “differenze ideologiche”, alimentando, così, la corsa verso la scissione. La prima è stata SEL (Sinistra, Ecologia e Libertà), dopo c’è stata Sinistra Critica, poi c’è stato il PCL (Partito Comunista dei Lavoratori); ancora, la Sinistra anti-capitalista e, infine, è stata la volta della Ricostruzione del Partito Comunista!

In questo contesto di frammentazione politica e ideologica, Claudio Grassi – leader della corrente di maggioranza “Ricostruire la sinistra”, in questo Congresso ha proposto la formazione di una “Syriza italiana”, con la quale si potrebbe tornare nell’universo parlamentare e negoziare un’alleanza elettorale con il PD. Praticamente, Claudio Grassi sogna di consolidare la formazione di un nuovo partito federativo della sinistra alternativa, i cui soggetti principali sarebbero il PRC, guidato da Paolo Ferrero, SEL (Socialismo, Ecologia e Libertà) di Niki Vendola – che è già in Parlamento per aver sostenuto il PD alle ultime elezioni – e il PdCI (Partito dei Comunisti Italiani) di Oliviero Diliberto – che anche supporta il PD a livello regionale. Una proposta che è stata fischiata al Congresso e che ha meritato una critica da parte dello stesso Segretario Paolo Ferrero, che, da parte sua, si propone di dare una nuova identità alla sinistra italiana senza essere legati all’apparato elettorale del PD e del centro-sinistra.

Tuttavia, ciò che più ha sorpreso in questo congresso, dal punto di vista ideologico, è stata la “Mozione 3”, che è un documento politico presentato da Raul Mordenti e Andrea Fioretti, che ha praticamente riassunto le conclusioni delle discussioni svoltesi nella base (federazioni e circoli cerchi del PRC). Un documento politicamente interessante, che ha rotto con la falsa partita antagonista tra Paolo Ferrero e Claudio Grassi. Infatti, nella sua introduzione, la “Mozione 3” respinge e condanna il concetto e la pratica delle tendenze e auspica la ripresa del lavoro politico sul territorio, per arrivare finalmente a rifondare il Partito Comunista in una prospettiva comunista gramsciana e non solo parlamentare.

La linearità delle proposte politiche della Mozione 3, il suo impegno per l’ideologia marxista e la tenacia con cui sono state salvate le idee di Gramsci, in realtà hanno impedito che il duo Ferrero-Grassi verticalizzassero il dibattito congressuale a loro favore. Per questo motivo, non c’è stata l’elezione del nuovo vertice di dirigenza, che si terrà solo dopo un’ulteriore discussione nelle basi (federazioni e circoli). È anche per questo che il “mainstream mediatico” ha ignorato il Congresso e non ha detto nulla circa le proposte politiche della mozione 3, che, in realtà, erano l’elemento innovativo principale di questo IX Congresso del PRC. Proposte che determinerebbero, molto probabilmente, il ritorno del PRC sulla scena politica e il suo ruolo come vero Partito Comunista Italiano, con una linea classista, anti-capitalista, di solidarietà anti-imperialista con i popoli in lotta.

*Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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