I dieci comandamenti della comunicazione rivoluzionaria

Luis Britto Garcíadi Luis Britto García

1. Rivoluzione vuol dire innovazione: un mezzo rivoluzionario innova nella sostanza e nella forma. Esempio: Il cinema sovietico, il muralismo messicano, la trova cubana.

2. La comunicazione rivoluzionaria è il sistema educativo di tutta la società. Esempio: Così come l’apparato della comunicazione privata sostiene il capitalismo promuovendo falsità, vizi, avidità, consumismo, globalizzazione e superstizione, il rivoluzionario promuoverà il socialismo trasmettendo conoscenza, valori, solidarietà, produttività, identità e scienza.

3. Non ripeteremo nei mezzi di comunicazione rivoluzionari calunnie e menzogne della destra. Esempio: Nel commentare questo precetto non abbiamo menzionato nessuna delle falsità dell’opposizione.

4. Non daremo rilievo né risonanza a figure insignificanti polemizzando con loro, né menzionandole fino alla noia. Esempio: Nel pugilato il campione si batte con lo sfidante, e non con il secondo. La propaganda di Colacola non dice “non bevete Sevenseven”, ma “bevete Colacola”. Alcune pubblicazioni culturali sono un Pantheon dei Denti Rotti delle Reputazioni Consacrate e delle Nullità Insuperbite della destra. Eduardo Galeano sostiene che i compagni cubani hanno trasformato una insignificante dissidente in una figura di caratura mondiale a forza di menzionarla nei loro mezzi di comunicazione soggetti a censure.

5. Un sistema di comunicazione rivoluzionaria deve essere fonte continua di dati concreti, obiettivi, opportuni e di effettiva attualità. Esempio: Quattro giorni dopo le elezioni dell’8 dicembre la pagina Web del CNE non include ancora il secondo bollettino, se mai sia stato redatto, né i totali a livello nazionale. A un anno dall’inizio della Guerra Economica, non sappiamo ancora i nomi delle imprese e degli imprenditori che hanno ottenuto 60.000 milioni di dollari per importazioni che non hanno mai realizzato. Quattro anni dopo il 2009 ancora non abbiamo cifre reali sul numero di omicidi in Venezuela, bensì un’assurda inchiesta sulla Percezione dell’Insicurezza, secondo la quale in quell’anno 21.132 omicidi produssero 19.113 vittime! Un inconcepibile strafalcione grazie al quale ci percepiscono come il secondo paese più insicuro del mondo.

6. Non copieremo i tratti peggiori dei mezzi di comunicazione dell’ultradestra. Esempio: L’interruzione ripetuta, il martellamento di una propaganda sempre uguale, l’aumento del volume quando si trasmette pubblicità, l’autosabotaggio del riempire lo schermo di logo, scritte, titoli, finestre e finestrelle che impediscono di sapere cosa si sta trasmettendo, l’interruzione dell’interruzione dell’interruzione.  Non si può trasmettere un messaggio diverso da quello dei media commerciali utilizzando i suoi stessi codici.

7. Non lasceremo che la programmazione sia sabotata da pagliacci presenzialisti in competizione fra loro per un’apparizione nei programmi di maggiore successo. Esempi: Ce ne sono anche troppi.

8. Non imiteremo la destra nel credere che la presenza nei mezzi di comunicazione possa sostituire il lavoro politico. Esempi: Ce ne sono anche troppi.

9. Comunicazione rivoluzionaria deve essere sinonimo di eccellenza. Esempio: La sinistra dispone della schiacciante maggioranza dei poeti, narratori, drammaturghi, sceneggiatori, attori, cineasti, registi, documentaristi, musicisti, saggisti, pittori, muralisti, scultori, architetti e analisti critici del paese. Perché non utilizzarli?

10. Useremo appieno i mezzi di cui disponiamo. Esempio: Il popolo, sprovvisto di mezzi, improvvisò nel giro di minuti una rete di notizie comunicate a voce o al cellulare che fece fallire in poche ore il golpe del 2002. Il sistema dei mezzi di comunicazione pubblici deve articolare in qualche settimana una stretta cooperazione e collaborazione con quello dei mezzi alternativi e comunitari. Il bolivarianismo potrà usare i satelliti di cui dispone per articolare nel giro di qualche mese una rete nazionale, latinoamericana e mondiale di contenuti progressisti.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Pier Paolo Palermo]

Quito: XVIII FMGS solidale con la Siria

da Sana-Sy

I partecipanti al 18° Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti tenutosi a Quito, capitale dell’Ecuador, hanno dichiarato la loro solidarietà con il popolo siriano nella loro lotta contro il terrorismo e condannato l’intervento diretto e indiretto estero negli affari interni della Siria.

In un comunicato di solidarietà con il popolo siriano, rilasciato ieri dopo i lavori del festival, molti giovani e studenti hanno dichiarato la loro solidarietà con il governo siriano e il suo popolo nella lotta contro l’imperialismo mondiale e condannato gli atti criminali commessi dai gruppi terroristici armati.

Essi hanno chiesto la revoca immediata delle sanzioni ingiuste imposte al popolo siriano, dicendo che la soluzione politica e del dialogo inter-siriano è l’unico modo per risolvere la crisi in questo paese.

Durante il Festival c’è stata la partecipazione attiva della delegazione siriana e della gioventù araba, la quale ha presentato documenti sui crimini e i massacri contro i bambini, le donne commessi dai gruppi terroristici armati sostenuti dagli Stati Uniti, dall’ l’entità sionista e dai governi europei.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

(VIDEO) Quito 2013: Le interviste al XVIII Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti/3

Maria Camila Carvajal della Federazione Giovanile Studentesca di Colombia Intervista a Maria Camila Carvajal della Federazione Giovanile Studentesca di Colombia

di Davide Matrone – Quitolatino

Il Festival è abbastanza completo, malgrado abbia i suoi limiti. A mio avviso c’è l’assenza di delegati di altri settori sociali della società che oggi, insieme a noi, stanno cercando di costruire una nuova società. E’ un peccato non averli invitati.

Com’è la partecipazione colombiana a questo Festival?

La nostra delegazione è la seconda per numero di partecipanti. I primi ovviamente sono gli ecuadoriani ma loro giocano in casa. Dalla Colombia c’è la Federazione Giovanile Studentesca Nazionale, la Gioventù Comunista Colombiana e tante altre organizzazioni giovanili di sinistra di quartiere, di zona. La maggioranza che viene dalla Colombia appartiene alla Marcia Patriottica. 

In America Latina la Colombia non appartiene al gruppo dei paesi progressisti.

Il deterioramento che ha avuto la Colombia rispetto ai paesi che oggi applicano politiche progressiste è molto noto. Noi qui in Ecuador veniamo ricevuti con calore e rispetto, in Colombia invece ci reprimono con la violenza. Nel mio paese c’è molta violenza, c’è la guerriglia e le organizzazioni di sinistra vengono perseguite. Penso che in Colombia un cambiamento reale possa avvenire solo se, noi tutti in America Latina continua questo processo d’integrazione e di recupero della proprio sovranità. Sto dicendo che i fattori esterni oggi possono determinare un cambio nel mio paese visto che la società colombiana non ha ancora maturato un processo chiaro di alternativa al neoliberismo.

Qual è stato il contributo della tua organizzazione in questo Festival?

Il contributo della Federazione Studentesca qui al Festival è stata la numerosa presenza dei nostri delegati e gli interventi in tutti i seminari che si sono svolti. In ogni incontro – dibattito avevamo una folta rappresentanza colombiana con le proprie esperienze da presentare. Ora ci aspetta un altro lavoro in patria cioè di montare un video e presentarlo nelle nostre scuole. E’ giusto che i nostri compagni rimasti in Colombia sappiamo di questa straordinaria esperienza vissuta.

Il saluto da La Habana -Cuba della Delegazione di Pace della FARC-EP al XVIII FMJE – Quito 2013

Quito 2013: Le interviste al XVIII Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti/2

Ray Vargas della Gioventù Nazionalista Peruviana Intervista a Ray Vargas, Gioventù Nazionalista Peruviana attualmente al governo.

di Davide Matrone – Quitolatino

Tutti noi qui abbiamo una sola visione cioè quella di recuperare la dignità dell’essere umano rispetto al mercato finanziario ed economico

Sei della Gioventù Nazionalista Peruviana oggi al governo del Paese.

Si, apparteniamo ad un partito giovane che da 6 anni è nella legalità. Dal 2000 il nostro leader, attualmente Presidente del Perù (Ollanta Humala), si ribellò contro il gruppo di potere di Fujimori e cominciò il suo cammino verso la conquista della Presidenza. Qui al Festival ci incontriamo con un gruppo di 40 giovani delegati. La nostra partecipazione è mirata fondamentalmente all’intercambio con le organizzazioni giovanili di sinistra presenti qui al XVIII Festival. 

Oggi in Perù, con la nostra organizzazione giovanile, stiamo partecipando attivamente ad un processo democratico, che si realizza dopo decenni di Fujimorismo.

Qual è la situazione attuale della sinistra peruviana?

Nel 2011 durante le elezioni Presidenziali non tutta la sinistra peruviana appoggiò al primo turno Ollanta Humala, però al secondo turno ricevemmo l’appoggio totale perché bisognava ostacolare la destra più conservatrice e reazionaria legata al vecchio gruppo di potere di Fujimori. Nel frattempo alcuni partiti di sinistra sono andati all’opposizione come il Partito Comunista Peruviano, il Partito Comunista Patria Rossa e il Partito Socialista Peruviano. I nostri nemici non sono i partiti di sinistra all’opposizione, ma la destra reazionaria e conservatrice che ancora oggi conserva un forte potere all’interno degli apparati statali.

Perché sono all’opposizione i partiti comunisti e il partito socialista?

Perché ci ritengono un governo neo liberale. Certo ci troviamo all’interno di un modello economico liberista ereditato dai governi precedenti (Garcia), però stiamo realizzando una serie di riforme che non si sono mai realizzate nel paese.

Per esempio?

Oggi c’è maggiore intervento dello stato nell’economia e dopo 19 anni di privatizzazione selvaggia del settore petrolifero abbiamo recuperato un blocco che produce il 60% del petrolio nazionale nella zona nord – est del paese nella regione LORETO ed inoltre c’è la nascita del Ministero di Inclusione Sociale, nato per la prima volta con il governo Humala, che gestisce programmi sociali per inserire alcune fasce della popolazione nel mercato produttivo del paese. 

Termina il Festival. Una tua opinione generale

La mia opinione generale è positiva. Il grande comandante Hugo Chávez ci diceva (parafrasando Bolivar) “servir a una revolución es arar en el mar”: servire a una rivoluzione è arare nel mare. Qui ci sono migliaia di giovani coraggiosi, determinati e coerenti con la lotta rivoluzionaria dei nostri popoli. Tutti noi qui abbiamo una sola visione, cioè quella di recuperare la dignità dell’essere umano che deve essere prioritaria rispetto al mercato finanziario. La crisi negli Stati Uniti e in Europea ci insegna questo. La gioventù peruviana e latinoamericana ha un impegno storico importante in questo momento di crisi economica internazionale e cioè di far capire ai nostri popoli che la sovranità territoriale e l’essere umano devono essere recuperati.

Quito 2013: Le interviste al XVIII Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti/1

Intervista a Saad Maher, delegato palestinese

di Davide Matrone – Quitolatino

E’ importante incontrare molta gente e conoscere da vicino i problemi e le lotte di ogni popolo. E’ altrettanto importante il poter intendere le sofferenze causate dal neoliberismo a livello mondiale. Intendere le varie forme di lotta, solidarizzare con gli altri e ricevere anche la solidarietà degli altri popoli nei confronti della nostra causa.

Qui al Festival si stanno affrontando vari temi come la pace, la sovranità, la solidarietà. Temi che vengono sempre più calpestati dal sistema capitalista.

Si, ogni volta sempre di più. L’imperialismo si inventa qualsiasi scusa per tentare di sopraffare i popoli e fa di tutto per accaparrarsi le risorse naturali espropriando i territori.

L’imperialismo non si limita solo intervenendo militarmente, ma cerca di corrompere i rappresentanti dei governi imponendo politiche di privatizzazione, discriminando qualsiasi forma di lotta giusta. Noi siamo per unire i paesi del sud oggi in lotta e aiutarci mutuamente.

Questo Festival si sta realizzando qui in Ecuador, un paese che sta proponendo un modello di società partecipativo. Cosa ne pensi?

Il modello ecuadoriano è un buon esempio da seguire per molti paesi che dicono di appartenere al primo mondo. Già sappiamo quali sono gli obiettivi che vuole raggiungere il capitalismo, cioè il benessere di pochi gruppi, dove prevalgono gli interessi delle banche, delle industrie private nei confronti dei più bisognosi. L’Ecuador sta proponendo un modello alternativo a quello che sta avvenendo in Europa. Ovviamente questo modello viene boicottato e ostacolato dalle destre europee che lo considerano troppo radicale.

La stampa che spazio riserva a questo evento?

Devo ammettere che nonostante la numerosa partecipazione, noto la totale assenza dei mezzi di comunicazione. La stampa locale, quella della destra legata alle banche non pubblica un mezzo articolo. Qui abbiamo migliaia di giovani internazionali che non meritano di essere ignorati; anzi meritano di essere accolti e di avere la possibilità di esporre le loro tematiche. 

Maher delgato palestineseOgni delegato è qui con la sua esperienza. Tu come delegato palestinese porti con te la causa del tuo popolo in lotta e in guerra da decenni.

Io non dico che siamo in guerra, piuttosto dico che stiamo vivendo da molti decenni un genocidio, una mattanza senza precedenti, ingiustificata. Questa è la mia terra. Purtroppo, nel corso degli anni, le varie organizzazioni internazionali come l’ONU, non hanno potuto fare niente nonostante abbiano riconosciuto fatti ingiusti. 

Io seguo sempre quello che succede lì nel mio paese e ritengo che non bisogna mai cedere, perché altrimenti il nemico ci calpesta sempre di più. Dobbiamo sperare che la lotta continui nei territori occupati. La causa palestinese raccoglie un insieme di lotte come quella per la conquista dell’identità, quella per la conquista dei territori, quella per l’acqua e quella mediatica. Vedo che c’è molta solidarietà nei nostri confronti, però non bisogna mai abbandonare la lotta per la pace.

Jorge Giordani: «Porte aperte alle Piccole e Medie Imprese italiane»

di Geraldina Colotti – Il Manifesto

Venezuela. Intervista al ministro della Pianificazione, presente alla VI Conferenza Italia-America Latina e Caraibi, organizzata alla Farnesina dal Ministero degli Esteri e dall’Ila

«Il nostro paese favo­ri­sce la cre­scita delle pic­cole e medie imprese, nel rispetto dei lavo­ra­tori e dell’ambiente. Lo abbiamo riba­dito a que­sta Con­fe­renza: pre­fe­riamo faci­li­tare il loro ingresso, non quello delle grandi mul­ti­na­zio­nali pre­da­trici». Così dice al mani­fe­sto Jorge Gior­dani, mini­stro della Pia­ni­fi­ca­zione vene­zue­lano, che ha rap­pre­sen­tato il suo governo alla VI Con­fe­renza Italia-America latina e Caraibi, orga­niz­zata alla Far­ne­sina dal mini­stero degli Esteri e dall’Ila. E domani, Gior­dani sarà a Bolo­gna per pre­sen­tare il suo libro La tran­si­zione boli­va­riana al socia­li­smo (edito da Natura Avven­tura) in un dibat­tito con l’economista Luciano Vasa­pollo (Rete dei comu­ni­sti). Figlio di un anti­fa­sci­sta ita­liano, Gior­dani è stato il pro­fes­sore di Hugo Chá­vez quando l’ex pre­si­dente vene­zue­lano (scom­parso il 5 marzo) era in car­cere come sovver­sivo: per aver diretto la ribel­lione civico-militare del 4 feb­braio ‘92 con­tro il governo di Car­los Andrés Pérez. Da allora, “il monaco” (come lo ha sopran­no­mi­nato l’opposizione per la sua lon­ta­nanza dai riflet­tori), ha accom­pa­gnato la sto­ria e la poli­tica eco­no­mica del Vene­zuela boli­va­riano, costruen­done il per­corso nel più stretto gruppo di col­la­bo­ra­tori di Chávez.

Dopo 14 anni di governo e seri pro­blemi ancora irri­solti, che bilan­cio fa delle poli­ti­che eco­no­mi­che messe in campo?

Il primo pro­blema che abbiamo affron­tato è stato quello dell’enorme debito sociale con­tratto con le classi popo­lari e con gli esclusi. Abbiamo distri­buito 550.000 milioni di dol­lari pro­ve­nienti dalla ren­dita petro­li­fera per la rea­liz­za­zione dei prin­ci­pali diritti umani, quelli eco­no­mici. Tutti gli indi­ca­tori sociali atte­stano i risul­tati rag­giunti nella lotta con­tro la povertà, l’analfabetismo e per il miglio­ra­mento della qua­lità della vita del nostro popolo. Però dipen­diamo ancora troppo dal modello petro­li­fero in un paese che pos­siede grandi ric­chezze pro­ve­nienti dagli idro­car­buri, ma anche da una natura pro­diga: che si estende su un ter­ri­to­rio di oltre un milione di km qua­drati e per quasi 600.000 km qua­drati di acque ter­ri­to­riali. Siamo quo­ti­dia­na­mente con­fron­tati alla rea­zione rab­biosa dei poteri forti: per­ché abbiamo seguito un altro indi­rizzo rispetto a quello impo­sto dal Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale, dalla Banca mon­diale e dalla Banca cen­trale euro­pea. Noi non licenziamo, né ridu­ciamo le coper­ture sociali per far qua­drare i conti dei potenti. Quale paese capita­li­sta può dire altrettanto?

Dopo la morte di Chá­vez e lo stretto mar­gine con cui Maduro ha vinto le ele­zioni del 14 aprile, in molti hanno scom­messo che il socia­li­smo boli­va­riano non sarebbe soprav­vis­suto al suo lea­der. Qual è invece la situa­zione per il “governo della strada” di Maduro? 

Il socia­li­smo boli­va­riano si arti­cola in una demo­cra­zia testata in 19 tor­nate elet­to­rali: tutte vinte da noi, salvo per il refe­ren­dum costi­tu­zio­nale del 2007, perso di misura. L’ultima, ha colo­rato di rosso la mag­gio­ranza dei muni­cipi vene­zue­lani, impe­dendo all’opposizione di tra­sfor­mare le ammi­ni­stra­tive dell’8 dicem­bre in un “ple­bi­scito” con­tro il governo Maduro. Abbiamo vinto in 255 muni­cipi, il 76% del totale, la destra invece ne ha vinte 75, ovvero il 22%. Chá­vez è morto, ma il suo lascito poli­tico si evi­den­zia nel Plan della patria 2013–2019, con­ce­pito con lui in vita e ora appro­vato dall’Assemblea come pro­gramma di governo dell’attuale pre­si­dente Maduro. Un pro­gramma a cui tutti i cit­ta­dini hanno potuto par­te­ci­pare inviando cri­ti­che e pro­po­ste, online o mediante appo­site cas­sette, dis­se­mi­nate in tutto il paese. Il Pro­gramma si arti­cola intorno a cin­que obbiet­tivi sto­rici che mirano a con­so­li­dare l’indipendenza nazio­nale, costruire il socia­li­smo boli­va­riano, tra­sfor­mare il Vene­zuela in un paese-potenza, con­tri­buire a una nuova geo­po­li­tica inter­na­zio­nale e alla difesa del pia­neta, gra­ve­mente minac­ciato dall’irrazionalità degli esseri umani. Obiet­tivi che impli­cano la difesa della demo­cra­zia vene­zue­lana, arti­co­lata nella costi­tu­zione del 15 dicembre’99. Allora, i cit­ta­dini l’hanno appro­vata con il 71,78% dei voti.

Que­sta VI Con­fe­renza ha riba­dito l’interesse del governo ita­liano per l’America latina, in cre­scita rispetto all’Europa in crisi. Il sot­to­se­gre­ta­rio Mario Giro ha pro­po­sto «un’agenda oltre la crisi per un par­te­na­riato allo svi­luppo». Qual è la rispo­sta del Vene­zuela bolivariano?

Noi rispet­tiamo le deci­sioni auto­nome dei governi e soprat­tutto dei popoli, anche quando esi­stono dif­fe­renze nei modelli di svi­luppo. Il capi­ta­li­smo vive una crisi strut­tu­rale che fa pagare ai popoli con guerra e bar­ba­rie. Il nostro modello mette al primo posto l’essere umano, non il pro­fitto dei sin­goli. In quest’ottica e sulla base di rela­zioni di reci­proco bene­fi­cio che però vada a van­tag­gio della col­let­ti­vità, c’è spa­zio per la col­la­bo­ra­zione tra unità pro­dut­tive: nel qua­dro della costru­zione di un’economia sociale basata, tra le altre opzioni, sulla pro­prietà col­let­tiva comu­nale. Con­clu­de­remo accordi con quel tes­suto pro­dut­tivo ita­liano che resi­ste all’attacco delle grandi imprese mono­po­li­sti­che e mul­ti­na­zio­nali e che non si sente a disa­gio in un modello poli­tico come il nostro: inclu­sivo, indi­pen­dente e sovrano».

Europa: superprodução, saturação econômica, degrado social, ou seja a crise de um projeto político

https://albainformazione.files.wordpress.com/2013/12/c5fef-crisi2bdebito2beuropea.jpgEscrito por Achille Lollo para Correio da Cidadania – São Paulo/Brasil, aos 14-12-2013

Nos discursos de fim do ano que os secretário de imprensa dos presidentes dos países membros da União Européia redigem, haverá a fatídica frase de sempre: “…estamos no fim do túnel da crise e a saída desponta à nossa frente com um luminoso crescimento econômico…” Enfim, uma frase que em alguns países será recebida como um convite para um feliz chá paulista, enquanto em outros, será pior que uma xícara de amargo café requentado, onde o único sabor será o da recessão com o desemprego cada vez mais generalizado em uma sociedade em via de decomposição. De fato, esse é o contexto sócio-econômico da Europa que, na prática, renega tudo, ou quase tudo, que foi prometido e legislado em favor da União Européia. Tendo em conta que o antigo Tratado de Roma (25/03/1957) pretendia criar um estado federativo europeu que, por sua parte, nunca chegou a ser realizado, criando apenas controversos e contraditórios instrumentos institucionais. Primo entre eles o Euro e a dita União Econômica Monetária (UEM) que, hoje, após treze anos de atividade, existe em apenas 17 dos 28 países da União Européia.

Na prática, isso significa que em 2014, e talvez nos próximo dez ou vinte anos a União Européia nunca se transformará em uma federação de estados e que, somente com muitos compromissos e mudanças na sua atuação, a BCE conseguirá preservar o Euro como moeda única dos países da União Européia.

Em segundo lugar o próprio conceito de unidade européia ficou definitivamente desvalorizado em 1993 com o Tratado de Maastricht, que no lugar de unificar os 27 países, na realidade, aprofundou, ainda mais, as diferencias políticas e jurídicas, que por efeito das repetidas crises econômicas e financeiras multiplicou os elementos diferenciais entre os estados membros da União Européia.
Praticamente, as múltiplas características institucionais e o florescer de diferentes e contraditórias situações conjunturais nos 28 países da UE, retiraram à União Européia o potencial geoestratégico, em base ao qual devia negociar com os países do Terceiro Mundo a alternativa econômica, financeira, comercial, cultural e, sobretudo, monetária que os Estados Unidos e o dólar não ofereciam mais.

A silenciosa luta subterrânea que desde 1990 pôs frente-a-frente os EUA e a União Européia, sobretudo no que diz respeito às normas reguladoras do comércio internacional e da propriedade industrial, bem como os elementos capazes de determinar os fluxos dos investimentos e das atividades especulativas, abrandou somente quando os países da União Européia aceitaram os termos globais da dependência ao Impero, que cada país europeu torna mais nítida o até acentuada – como é o caso da Itália, de Portugal, da Espanha e da Grécia – em função do nível de crise que suas economias estão vivendo. Portanto, em 2014, mais a crise atacará os quatro países mediterrâneos e mais seus governos aumentarão a dependência política da Alemanha e, sobretudo, dos Estados Unidos. Pois, somente com esses dois poderosos intermediários, os primeiros-ministros portugueses, espanhóis, italianos e gregos poderão obter “compreensão” dos diretores da Tríade (FMI, Banco Mundial e BCE).

Trabalho X Subsistência?

À diferença dos Estados Unidos e do Japão, nos países da União Européia a crise é, antes de tudo uma crise de superprodução industrial, setorialmente diversificada que abrange as principais nações européias. Uma crise que nos próximos anos ao sancionar a saturação econômica, registrará o avanço do degrado social em quase todos os 27 países da União Européia, também, à causa das contínuas ondas migratórias que trazem dos países árabes, do continente africano, do oriente Médio e das antigas repúblicas socialistas mão-de-obra desempregada pela qual não há mais trabalho. Mesmo assim as centrais de recrutamento continuam a manter aceso o falso farol do “bem-estar europeu para todos”, com o único interesse de saturar o mercado de trabalho em toda Europa e assim criar uma situação onde será o trabalhador que oferecerá sua força de trabalho a preços cada vez mais aviltantes. Desta forma, graça a cumplicidade dos sindicatos e dos partidos “social-reformistas”, o capital europeu estará conseguindo impor a equação “Trabalho X Subsistência”, quando na década de setenta a mesma equação era “Trabalho X Bem-Estar”!

Uma operação que, no passado, teve muito êxito com os imigrantes da România, de Albânia, da Polônia, da Tunísia e do Egito. Agora é a vez da Ucrânia, onde os jovens estão sendo mobilizados para provocar a queda do governo, caso este não assine o protocolo de adesão à União Européia. Um acordo que vai permitir há mais de um milhão de jovens ucrainos de emigrar livremente para Alemanha, Republica Ceca, República Slovaca, Polônia e Áustria. Um numeroso fluxo emigratório que dará aos empresários o poder de flexibilizar ainda mais as normas para a ocupação e que deixará na rua cada vez mais desempregados. Muitos desses, infelizmente irão engrossar a economia ilegal das organizações criminosas (contrabando, venda de órgãos, prostituição, narcotráfico, falsificação de produtos industriais e medicinais, etc. etc.).

No próximo futuro, esse contexto deverá tornar mais solidas as diferencias sócio-econômicas na Europa, além de congelar para sempre o projeto comunitário europeu. Isso significa que países como Grã Bretanha, Suécia, Finlândia e Dinamarca (que não aceitaram entrar na “Euro-Zona” e que não usam o Euro como moeda oficial), deverão alcançar mais autonomia em definir os níveis de relacionamento financeiro e comercial com os EUA, o Japão e a China. É claro que para a Grã Bretanha essa autonomia é, na realidade, uma escamoteação política para permanecer na União Européia, apenas, nos termos que dão benefícios à sua economia. De fato, a idéia de Margareth Thatcher de integrar globalmente a Grã Bretanha ao sistema econômico, financeiro e geoestratégico dos Estados Unidos é, ainda, um elemento vigente no Parlamento britânico que acomuna conservadores e trabalhistas.

Uma Alemanha cada vez mais poderosa

Entretanto o cético auto-isolamento da Grã Bretanha e da Suécia, favoreceu a afirmação da Alemanha em todos os setores econômicos. Hoje, ao ser donos de mais de 50% das dividas soberanas de 15 estados da União Européia, os bancos teutônicos ocasionaram a “germanização” das políticas financeiras e econômicas da União Européia. De fato, em meados de 2014, a maior parte dos países europeus deverão refinanciar suas dividas. Por sua parte, os bancos alemães continuarão a especular com os títulos das dívidas soberanas dos estados devedores, revendendo-os aos bancos públicos e privados dos mesmos estados devedores. Desta forma a ciranda da dívida tornará mais duras e cruéis as medidas de austeridade.

Por isso, na Alemanha, o governo de “grande coalizão”, formado pelos conservadores e os social-democratas, em 2014, irá exercer, em todos os níveis, um eficaz controle social, para poder continuar a impor aos governos dos países da União Européia a austeridade como solução política para os problemas provocados pela crise e a conseqüente recessão. É claro que os principais beneficiários serão novamente os bancos e os conglomerados da Alemanha, os únicos com fantásticas reservas financeiras capazes de sustentar o desenvolvimento e a projetação de novas tecnologias.

Ao invés, França, Bélgica, Luxemburgo, Países Baixos, Áustria e Irlanda que, em 2007/2008 salvaram seus sistemas financeiros da bancarrota com os polpudos empréstimos da União Européia, continuarão a sustentar os diferentes planos de austeridade concebidos pela BCE, apesar de uma parte de suas indústrias ter voltado à normalidade e o restante estar saindo do vermelho.
É preciso sublinhar que se a perigosa luz do “DEFAULT continua apagada nestes países, seus governantes, em 2014, continuarão a “liberalizar” suas economias privatizando as principais empresas de serviços públicos e, no mesmo tempo vender nas Bolsas parte dos ativos acionários das empresas públicas de energia e de transporte. Operações que visam desmantelar o antigo “Welfar Stade”, cujo custo, evidentemente, vai recair no bolso dos consumidores e, sobretudo, dos contribuintes, penalizado-os com o aumento das alíquotas fiscais dos produtos de consumo e com a introdução de novos impostos (IVA, Irpep, ICI, etc. etc.).

Por exemplo, o primeiro-ministro irlandês, Edna Kenny, anunciou aos 14 de dezembro, que a Irlanda, havia finalmente concluído o “programa de salvação” imposto pela BCE, pelo qual o governo, em apenas dois anos foi obrigado: 1) a mutilar o orçamento das despesas e investimentos públicos com um corte de 30 bilhões de euro (93 bilhões de Reais) equivalente a 20% do PIB; 2) introduzir novos impostos; 3) Aplicar um “desconto” de 20% em todos os salários; 4) Decepar 85% dos benefícios assistenciais; 5) Congelar o valor das reformas.

Para o 2014 o arquejante primeiro-ministro irlandês prometeu cortar mais dois bilhões de Euro no orçamento dos serviços públicos e fixar novos impostos com a justificação de que “…assim estaremos financeiramente preparados para intervir e sanear eventuais sinais de crise…” Na verdade, os novos impostos servirão, apenas, a pagar as dividas contraídas com a BCE e seus bancos alemães e franceses associados no dito “programa de salvação da Irlanda”. Cabe dizer que as medidas recessivas que afetaram os salários e as reformas continuam efetivas, de forma que o povo irlandês, hoje, vive em condições mais ruins que aquelas registradas em 2007/2008 quando o país entrou no caminho da bancarrota.

Nacionalismo anti-europeu e fascistóides

As excessivas medidas de austeridade provocaram um contragolpe político que é mais grave que a própria crise financeira. De fato, na França, na Bélgica, na Grécia e na Áustria foi se afirmando, cada vez mais, um nacionalismo fascistóide para exigir a saída da “Euro-Zona”, o retorno da moeda nacional, a abolição do tratado de Lisboa e de Maastricht e, sobretudo, o fim dos programas de austeridade. Na França, por exemplo, a fascista Marie Le Pen, da Frente Nacional, conseguiu manipular esses conceitos anti-europeus, responsabilizando o governo de centro-esquerda liderado por François Hollande. Pois, todos sabem que para evitar que a França entrasse no perímetro vermelho do “Default”, o governo social-reformista de Hollande espremeu o bolso dos franceses impondo mais impostos e mais cortes nos serviços públicos. Medidas que foram tomadas por que o anterior governo de direita de Nicolas Sarkozy havia deixado as contas públicas num estado lastimável.

Um contexto que, na França e na Bélgica, poderá provocar desagradáveis surpresas nas eleições européias de maio de 2014, do momento em que uma grande percentagem de eleitores perdeu a confiança na política e nos partidos. Conseqüentemente não vai mais a votar, enquanto outro 30% está praticamente cansado e disposto em votar todos aqueles que prometem não só o fim da austeridade, mas, sobretudo, o fim do Euro.

Austeridade e mais austeridade

Em 2014, os países mediterrâneos da União Européia, nomeadamente: Portugal, Espanha, Itália, Croácia, Grécia e Cipro, devem registrar os mesmos índices negativos apontados em 2012 e 2013, com algumas melhorias para as indústrias exportadoras que, por sua parte, não modificam a situação de crise dos respectivos países. Motivo pelo qual a principal tendência será um endurecimento das medidas de austeridades.

Na Itália, por exemplo, apesar do país estar em plena recessão desde 2011, à cauda da irresponsável administração do governo direitista chefiado por Silvio Berlusconi e depois com as cruéis medidas de austeridades impostas pelo paladino da União Européia, Mario Monti, o governo de “amplos entendimentos” (centro-esquerda, centro-direita e direita), liderado por Enrico Letta do PD, nada está fazendo para aliviar os italianos do peso dos impostos – que encararam os produtos de um mínimo de 45% até 62%.

Neste contexto, a direita e os grupos fascistóides começaram a manipular o nacionalismo, o drama dos desempregados, a revolta dos comerciantes à beira da falência e o protesto anti-europeu, com o objetivo de ocupar um importante espaço político e propor soluções autoritárias diante da evidente falência da classe política que hoje administra o estado.

De fato, o que está acontecendo na Itália é um complexo processo de agregações políticas extremamente perigosas, por que o genérico e emotivo protesto anti-europeu vai culpabilizar somente o governo liderado por Enrico Letta que é o último ator de uma comédia política que o capitalismo levou à cena durante vinte e três anos com seus programas neoliberais.

Achille Lollo é jornalista italiano, correspondente do Brasil de Fato na Itália e editor do programa TV “Quadrante Informativo” e colunista do “Correio da Cidadania”

Quo Vadis Partido Democrático?

https://i0.wp.com/www.formiche.net/wp-content/uploads/2013/12/matteo-renzi-188808.jpgEscrito por Achille Lollo (ROMA), para Correio da Cidadania – São Paulo/Brasil aos 10/12/2013

Este é o questionamento que a maioria dos eleitores do PD faz após as eleições primárias de 8 de dezembro, onde Matteo Renzi, prefeito de Florência, ganhou a cadeira de Secretário Geral, juntamente a doze desconhecidos dirigentes, membros da nova direção que, agora, pretendem “rottamare”, isto é “mandar embora” o velho grupo dirigente, filhote do compromisso histórico de Enrico Berlinguer e dos “acordos amplos” de Giorgio Napolitano.

Neste contexto – que toda a mídia exalta -, a principal característica política da “Onda de Matteo Renzi” é que com ele o PD não vai atacar o capital financeiro ou o mundo empresarial. De fato, a Confindustria (CIESP italiana) os diretores da “grande mídia”, o Departamento de Estado e o Banco Central Europeu sabem perfeitamente que Renzi é, apenas um “democrático progressista” que nunca teve a ver com o marxismo e nunca integrou a contestação juvenil! Renzi é, praticamente, o produto político e cultural da crise ideológica que o PCI introduziu na esquerda italiana quando optou em querer entrar nas salas do poder sustentando a componente progressista da Democracia Cristã. De fato, a componente “cristão social”, cujos principais líderes são o chefe do governo Enrico Letta e Dario Franceschini, hoje é quase majoritária no PD.

Por outro lado, Renzi, ao manifestar o projeto de rejuvenescer o partido revelou, também, que seu objetivo é acabar com as ícones do passado, que, a partir de 1989, favoreceram a maquilagem política do “PCI-PDS-Ulivo-PD”. Declarações que satisfazem plenamente as excelências do capital porque desta forma o PD vai concluir sua projeção social-democrata, para assumir, concretamente, o caminho do social-neoliberalismo, também conhecido por Terceira Via. Se isso vai mesmo acontecer, em muitos sindicatos e, sobretudo, na central sindical CGIL e na Federação dos Metalúrgicos (FIOM), muitas carteiras do PD serão queimada em sinal de protesto. Uma contestação feita por os setores de esquerda da base operária que, porém, não modificará o rumo que o partido vai assumir.

Em linhas gerais, a possível transformação política do PD, prevê pensionar a velha guarda berlingueriana, isto é dirigentes históricos, tais como D’Alema, Veltroni, Epifani, Bersani, Finocchiaro, Rosy Bindi etc., que no PD são donos de poderosas “correntes” que controlam cerca de 68% do “aparelho partidário”.

Um problema complicado que Matteo Renzi, e, sobretudo, seus doze apóstolos da Secretaria, deverão enfrentar com muito cuidado, porque sem este 68% o PD não se movimenta e, em caso de conflito interno, pode ficar definitivamente parado por que o Partido Democrático, desde sua fundação, em 2007, priorizou profissionalizar o pessoal indicado pelas correntes, no lugar de recorrer ao voluntariado dos militantes. Desta forma, em poucos anos, o controle do partido passou nas mãos das correntes que aparentemente dizem de velar pela unidade do partido, mas, na verdade, praticam uma ferrenha luta subterrânea em todas as federações e círculos partidários.

É suficiente lembrar o famoso “caso dos 101 sabotadores”, isto é os 101 parlamentares do PD ligados às correntes que inviabilizaram a eleição à presidente de Romano Prodi, abrindo assim o caminho ao segundo mandato de Giorgio Napolitano, antigo líder da corrente “melhoradora” no então PDS (ex-PCI) e grande aliado da nomenclatura berlingueriana, liderada por Massimo D’Alema.

Mas se a situação do PD e tão imbricada por que dois milhões de eleitores do PD escolheram Matteo Renzi e não o candidato continuista, Gianni Cuperlo?

Antes de tudo por que Renzi é um candidato jovem, extremamente comunicativo, que não usa tergiversações quando fala, sabendo contentar as platéias e, então, dizer o que elas querem que seja dito. Na pratica é um populista moderno que encantou todos aqueles que perderam a confiança no PD e a esperança de governar a Itália dentro de uma ótica de esquerda. De fato, cerca da metade do eleitorado do PD é formado, por comunistas que, por absurdo, acreditam que os dirigentes que em 1989 enterraram o PCI e a ideologia do marxismo, ainda são comunistas! Um equivoco político e histórico que se consolidou a partir de 1994, em função da grande saudade pelo PCI e pela incapacidade de Pietro Ingrao e dos dirigentes do PRC (Partido da Refundição Comunista) de refundar o Partido Comunista Italiano.

Ao analisar o complexo cenário de crise do PD é preciso dizer que a vitória de Matteo Renzi foi um mal inevitável para a salvação desse partido, visto que D’Alema ou Bersani nunca conseguiram que o PD fosse um verdadeiro partido social-democrata e também Veltroni nunca conseguiu transformar o PD em um partido liberal-democrático clintoniano. De fato, o próprio D’Alema, líder da maior corrente do PD, admitiu que “…a vitória de Matteo Renzi permitirá ao PD de recompor os laços de confiança com o eleitorado e assim afastar a grave crise que havia submergido o PD nesses últimos dois anos”.

Será, portanto, nesta base, que nos próximos meses os líderes das correntes deverão fechar um acordo tácito com Renzi, do momento que o PD deve sustentar o governo de amplias coligações de Enrico Letta pelo menos até julho de 2014, visto que aos 22 de junho se realizarão as eleições européias.

Eleições que o PD deve absolutamente ganhar para dar oxigênio político ao governo liderado por Enrico Letta e, conseqüentemente marcar as eleições legislativas somente em maio de 2015.

Para garantir essa agenda é preciso que o novo secretário do PD, Matteo Renzi, trabalhe em concomitância com o primeiro ministro, Enrico Letta, o presidente da República, Giorgio Napolitano e a Secretária Geral da central sindical CGIL, Susanna Camusso. Isto é dar continuação, em nível econômico e financeiro, aos laços de dependência que a Itália mantém com a Troika (FMI, Banco Mundial e BCE). Em nível político, o governo e o PD deverão respeitar todos os parâmetros de austeridades fixados pela BCE, e implementar as diretivas da União Européias para abaixar a dívida pública que alcançou 132% do PIB. No que diz respeito ao contexto geoestratégico da região mediterrânea as regras serão sempre ditadas pelos generais do Pentágono e da OTAN.. Questões que Matteo Renzi, nunca questionou, nunca criticou, e que nunca se atreverá a por em discussão na reunião de Secretaria do PD.

O 9º Congresso do PRC que a mídia ignorou

Pela primeira vez, nos últimos vinte anos de história do jornalismo político italiano, todos os órgãos da grande mídia, seja ele jornal, revista, rádio, televisão ou até webtv, censuraram o PRC (Refundição Comunista),  recusando-se de escrever uma única linha sobre o 9º Congresso desse partido. Não é exagero mas, sim, a simples verdade, visto que até dia 10 nenhum jornalista do progressista diário La Repubblica criticou os “cripto-comunistas do PRC”, como sempre faz e nenhum editor do “L’Unità” (o jornal do PD) repetiu os maldosos comentários, com os quais esse jornal sempre atacou o PRC .

Praticamente ninguém veiculou a miserável notinha com 250 caracteres para dizer que “…de 6 a 8 de dezembro se realizou em Perugia o Congresso do PRC (Partido da Refundição Comunista), que nesses últimos dois anos sofreu 5 cisões e uma volumosa sangria de militantes, que determinaram o rebaixamento eleitoral a menos de 1,5%…”

O motivo é simples, talvez o de sempre: as excelências da direita, do centro-direita e do centro-esquerda, ao uníssono, decidiram que para a grande mídia ampliar, ainda mais, a crise política que Paolo Ferrero e Claudio Grassi determinaram no PRC com suas devassantes propostas eleitorais e organizativas, devia-se ignorar a realização do Congresso do PRC.

Uma situação difícil, para um pequeno partido comunista como o PRC, que não tem mais seu jornal “Liberazione”, para comunicar com o movimento e com a sociedade, não tanto por falta de dinheiro, mas por excessos de incompatibilidade política na redação. De fato, quando os conflitos políticos quebraram a unidade na Comissão Política Nacional (CPN), algumas “tendências” começaram a atuar como mini-partidos no seio do PRC, exasperando ainda mais as brigas pessoais e as pretensas “diferenciações ideológicas”, alimentando, assim, a corrida em direção da cisão. Primeiro foi SEL (Esquerda, Ecologia, Liberdade), depois foi a vez de Esquerda Crítica, a seguir foi o PCL (Partido Comunista dos Trabalhadores), e ainda Esquerda Anti-capitalista e por último foi a vez de Reconstrução do Partido Comunista!

Diante desse cenário de fragmentação política e ideológica, Claudio Grassi – líder da corrente majoritária “Reconstruir a Esquerda”, propôs neste Congresso a formação de uma “Syriza ita­liana” com a qual poder voltar no universo parlamentar e negociar uma aliança eleitoral com o PD. Praticamente Claudio Grassi sonha consolidar a formação de um novo partido federativo da esquerda alternativa, cujos principais sujeitos seriam o PRC, liderado por Paolo Ferrero, SEL (Socialismo, Ecologia e Liberdade) de Niki Vendola – que já está no Parlamento por ter apoiado o PD nas últimas eleições – e o PDCI (Partido dos Comunistas Italianos) de Oliviero Diliberto – que também apóia o PD em nível regional. Uma proposta que foi vaiada no Congresso e que mereceu uma crítica pelo próprio secretário Paolo Ferrero que, por sua parte, pretende dar uma nova identidade à esquerda italiana sem ficar atrelado ao aparelho eleitoreiro do PD e do centro-esquerda.

Porém, o que mais surpreendeu nesse congresso, do ponto de vista ideológico, foi a “Moção 3”, que é um documento político apresentado por Raul Mordenti e Andrea Fioretti, que, praticamente sintetizaram as conclusões dos debates que se realizaram nas bases (federações e círculos do PRC). Um documento, politicamente interessante, que rompeu com o falso jogo antagonista entre Paolo Ferrero e Claudio Grassi. De fato, na sua introdução a “Moção 3” rejeita e condena o conceito e a prática das tendências e auspicia a retomada do trabalho político no território para, finalmente refundar o Partido Comunista em uma ótica comunista gramsciana e não apenas parlamentarista.

A linearidade das propostas políticas da Moção 3, seu apego à ideologia marxista e a tenacidade com que foram resgatadas as idéias de Gramsci, na realidade impediram que a dupla Ferrero-Grassi verticalizassem o debate congressual em seu favor. À causa disso não houve a eleição da nova cúpula dirigente, que será realizada somente após um ulterior debate nas bases (federações e círculos). É também por isso que a “grande mídia” ignorou o Congresso e nada disse a cerca das propostas políticas da Moção 3, que, na realidade, foram o principal elemento político inovador deste 9º Congresso do PRC. Propostas que, muito provavelmente, determinarão a volta do PRC no cenário político e sua atuação como verdadeiro partido comunista italiano, com uma línea classista, anticapitalista, antiimperialista e solidário com os povos em lutas.

Achille Lollo é jornalista italiano, correspondente do Brasil de Fato

Mandela e Cuito Canavale os marcos da derrota do Apartheid

https://i0.wp.com/blackagendareport.com/sites/www.blackagendareport.com/files/imagecache/feature400/mandela_castro.jpgEscrito por Achille Lollo por Correio da Cidadania – São Paulo/Brasil

Nelson Mandela morreu vinte cinco anos após a batalha de Cuito Canavale, que na história do continente africano simboliza o marco da derrota do regime do Apartheid e do Imperialismo. De fato, os EUA e as potências européias, durante quarenta anos, ampararam política e juridicamente os arbítrios e as violações da minoria branca sul-africana em função da estrondosa riqueza do subsolo da África do Sul. Foi também para preservar essas riquezas que Ronald Reagan e seu Secretário de Estado, George Schutz tiveram que engolir dois sapos, o cubano e o angolano, e decretar aos 4 de maio de 1988, o fim da ocupação sul-africana no território da “South-West Africa” (Namíbia), para realizar eleições livres, que a SWAPO ganhou com ampla maioria, podendo, finalmente, proclamar, em 1990, a independência da Namíbia.

Assim, com quase doze de atraso e milhares de namibianos mortos, encarcerados, torturado e exilados, a resolução 435/78 das Nações Unidas foi implementada, criando um novo cenário político na África Austral que o Império nunca mais com seguiu controlar. De fato, Mandela, apesar de estar preso em Robben Island, após o desfecho de Cuito Canavale e a proeza realizada na Cahama pelas forças cubanas, conseguiu fazer chegar a Joe Slovo – o único membro ainda em liberdade do Estado Major do braço armado do ANC (Umkhontoata we Sizwe – Lança da Nação) a ordem para criar em todo o país um clima político insurrecional promovendo grandes e continuas manifestações de massa. Nelson Mandela, entendeu que se a derrota da SADF em Cuito Canavale, havia, finalmente, aberto a estrada à independência da Namíbia, também na África do Sul havia, finalmente, chegado o momento para o ANC chamar o povo sul-africano a desafiar o establishment do Apartheid, com a realização de continuas mobilizações nos bairros negros e manifestações nos centros das cidades.
Hoje, a “grande mídia” comemora a morte de Mandela de forma extemporânea, apresentando-o não como o chefe da resistência armada do ANC, mas, sim, como o gentil e dócil colaborador sul-africano que teria dado continuidade ao sistema de exploração mineira e industrial. De fato, a África do Sul, como antes dela a Namíbia e o Zimbábue, não ficou refém da guerra civil que o Império, através da direita participação conspiratória do regime de Apartheid, provocou em Angola e depois em Moçambique.
Nelson Mandela sabia, muito bem que: 1) Em 1990, o ANC, política e sobretudo militarmente nunca poderia suportar os efeitos destruidores de uma guerra civil a longo prazo, pela qual grande parte da minoria branca estava preparada; 2) O acordo quadripartido (Angola, Cuba, EUA e África do Sul) assinado em Nova Yorque aos 4 de maio de 1988, fixava em dois anos a retirada do contingente cubano de Angola e em um ano a saída dos batalhões sul-africanos da Namíbia, fazendo, assim aumentar a presencia da SADF (exército) nas províncias da RSA mais urbanizadas; 3) O presidente da URSS, Mikhail Gorbatchov e sobretudo seu ministro das relações exteriores, Eduard Shevernadze, eram totalmente contrários que o ANC organizasse a insurreição do povo negro nas principais cidades da RSA; 4) Lembrando também que Shevernadze batteu o pé, quando Fidel ordenou ao comandante das FAR cubanas em Angola, Arnaldo Ochoa Sanchez, de manter-se preparado para continuar a ofensiva, a partir de Cahama, contra as unidades do exército sul-africano no norte da Namíbia.

1988: Cuito Canavale e Cahama quebram o mito do exército racista

A batalha de Cuito Canavale começou em 15 de novembro de 1987 e acabou aos 23 de março de 1988 com o desfalecimento orgânico das unidades da UNITA, que nessa batalha perdeu oficialmente 3.980 homens. Porém informações fidedignas relatam que mais de 2.500 “soldados da UNITA morreram nos rios e nas lagoas e seus corpos nunca foram recuperados”. Outros 1.500 se entregaram e cerca de 8.000 soldados ficaram feridos e evacuados para a Namíbia, a maioria deles com pernas amputadas à causa da explosão das minas anti-homem. Por sua parte, o general Magnus Malan, Ministro da Defesa sul-africano, nas suas memórias escreveu que, durante quase um ano de operações de guerra na região de Cuito Canavale morreram, apenas, 39 soldados sul-africanos!
De fato, o general não revelou que a “Operação Hooper”, havia sido planejada para salvar fisicamente a UNITA entrincheirada em Mavinga e que o Estado Major sul-africano havia transferido para o sul de Angola as melhores unidades do exército equipadas de tanques Olifant e Ratel; numerosas baterias moveis anti-aéreas; as rampas de lançamento dos mísseis Cactus e Tigercat; mais dois batalhões de artilharia armada com os poderosos canhões G5 de 155mm, capazes de disparar seu projétil até 40Km. Também, em suas memórias o general não especificou que a maior parte dos soldados que a SADF utilizava em operações fora dos confins sul-africanos eram mercenários estrangeiros, cujo massivo recrutamento, iniciou em 1975, com a criação do Batalhão 32 “Buffalo”. Na realidade os mortos dessa Legião Estrangeira do exército sul-africano nunca resultaram nas listas dos soldados sul-africanos mortos em combate, pelo fato de ser estrangeiros e mercenários.
É preciso lembrar que o elemento estratégico mais dinâmico do regime de Apartheid foi transferir os conflitos armados para além de suas fronteiras e localizá-los diretamente nos territórios do inimigo. Assim foi em Angola, quando, em 1981, as unidades regulares da SADF e os mercenários do Batalhão 32 “Buffalo” invadiram o sul do país, ocupando uma longa faixa no sul das regiões de Cunene e de Huila, até serem derrotados em Cahama pelas FAPLA angolanas e as FAR cubanas.
Em Moçambique, a SADF criou e sustentou a RENAMO durante doze anos, com o único objetivo de pressionar o governo moçambicano e o partido FRELIMO em não ajudar militarmente o ANC e antes dele o ZANU e o ZAPU do Zimbábue (ex-Rodesia).
Em 1986, o general Malan submeteu à “eminência parda do Apartheid”, o Ministro das Relações Exteriores Pik Botha, o projeto de reforçar a presença militar da UNITA de Savimbi, em Mavinga, para permitir aos parceiros europeus da África do Sul (França, Grã Bretanha, Bélgica e Alemanha) de apoiar as tentativas de Ronald Reagan em deslanchar o líder da UNITA, Jonas Savimbi, em nível internacional através da interposição de Freedom House, que qualificava Mavinga um mini-estado rebelde governado pela UNITA no seio de Angola e portanto digna de um debate nas Nações Unidas.
Para evitar isso o Estado Major das FAPLA , em 1987, lançou uma ofensiva conseguindo cercar Mavinga. Porém, para evitar a possível morte ou captura de Savimbi, o Ministro da Defesa sul-africano, general Magnus Malan lançou a “Operação Hooper’, empregando cerca de 20.000 homens, com 500 tanques Olifant e Ratel, e o melhor da aviação de guerra sul-africana, que de fato provocou a retirada das quatro brigadas angolanas até a cidade de Cuito Canavale.
É nesse momento que Fidel Castro começou a jogar um papel determinante em termos políticos e estratégico mundial, inclusive por que não acreditava muito na “mala suerte de los assessores soviéticos”. De fato, não era a primeira vez que Fidel e Raul Castro tiveram que emendar erros táticos, operativos e sobretudos estratégicos cometidos pelos “camaradas generais soviéticos”. Por isso, Fidel comunicou ao presidente de Angola, Eduardo Dos Santos, que Cuba tomava o comando das operações para derrotar os sul-africanos em Cuito Canavale.
Assim, a famosa Divisão 50, e outras unidades de especialistas das FAR, além dos melhores pilotos de Mig 23 desembargaram em Luanda para integrar no sul do país uma linha de defesa que somava 40.000 cubanos, 60.000 angolanos e 10.000 soldados da SWAPO. Conseqüentemente, os generais cubanos, Arnaldo Ochoa e Cintra Frias alinharam na região de Cuito Canavale cerca 1000 Tanques T54/55, enquanto 300 helicópteros e 200 Mig 23 ficavam estacionados na base de Menongue, para depois ganhar todos os combates com os Mirages sul-africanos.

As crônicas das batalhas e a análise dos documentos militares sul-africanos e cubanos demonstram, sem sombra de dúvida, que a “Operação Hooper” depois do inicial sucesso nos redores de Mavinga, se transformou em um autêntico desastre político e militar, visto que os comandantes cubanos Ochoa e Cintra Frias ao fingir a retirada, atraíram as colunas de tanques e blindados sul-africanos e os homens da UNITA em um funil onde passaram a ser alvejados pelos canhões de 120mm e os foguetes S-25 (SAM Guild) e Strela 1 (AS-9 Gaskin) tendo como única saída os mortíferos campos de minas.
Segundo o presidente angolano, Eduardo Dos Santos, “com a vitória em Cuito Canavale e as medidas tomadas posteriormente foram eliminados os principais fatores externos que ainda condicionavam o conflito em Angola e abriu-se uma via favorável à sua resolução interna”. De fato, foi a partir desse momento que o Sub-Secretário dos EUA para as questões africanas, Chester Croker, começou a querer negociar com a Republica Popular de Angola o fim do conflito.
Aos 10 de março os jornais do mundo inteiro veicularam que os 15.000 soldados cubanos que estavam de prontidão na capital da região de Huila, Lubango, haviam sido transferidos por ordem dos generais Cintra Frias e Miguel Lorente Leon, até Cahama, onde os especialistas cubanos haviam criado, em apenas dois meses, uma pista para os Mig-23, outras duas para os helicópteros e uma base militar inteiramente subterrânea. Outra base com semelhantes particularidades estava sendo construída mais à sul em Xangongue, a menos de 200 quilômetros da fronteira com a Namíbia. Por duas vezes, os sul-africanos tentaram impedir essa concentração de tropas cubanas, mas, nada puderam fazer contra a supremacia da artilharia cubana e dos Mig-23, que, em resposta, foram bombardear os quartéis da SADF em Calueque, em território namibiano.
Diante da possível invasão dos 10.000 combatentes da SWAPO, apoiados pelos 40.000 cubanos que começavam a entrincheirar-se ao longo da fronteira namibiana, Chester Croker convenceu George Schutz e o presidente Reagan de que o principal objetivo era evitar a entrada dos cubanos na Namíbia. Por isso, era necessário iniciar imediatamente as negociações com Angola, negociando e aceitando todas as reivindicações da SWAPO. Assim, em menos de dois meses, os negociadores de EUA, África do Sul, Angola e Cuba, se encontraram primeiro no Cairo, depois em Londres e por fim em Nova Yorque, onde aos 4 de maio foi assinado o acordo de paz com base a implementação da resolução da ONU 438/78.

O desmanche do regime de Apartheid

É evidente que a batalha de Cuito Canavale e depois o acordo para a independência da Namíbia quebram os principais conceitos políticos e geoestratégicos do regime de Apartheid. Nas mãos do sucessor do ultra-conservador Pieter Botha, Willem de Klerk, permaneceu, apenas, a opção de uma resistência militar com a explosão de uma guerra civil que podia degenerar no extermínio da minoria branca e a destruição de um rico e poderoso parque industrial. De fato, o Ministro da Defesa Malan tentou cavalgar por certo tempo, essa opção colocando os mercenário do Batalhão Búfalo na repressão das manifestações nos centros urbanos e nos bairros negros das periferias das grandes cidades. Mas os resultados eras sempre os mesmos: mortos, feridos, jovens presos e o dia seguinte mais manifestações para lembrar quem morreu, quem foi ferido quem estava sendo torturado nas prisões!

O povo negro da África do Sul voltou a ocupar as ruas e a enfrentar a polícia por que Cuito Canavale e Mandela haviam quebrado o mito da imbatíbilidade do regime de Apartheid. Havia a certeza de que aquela era uma luta justa, por isso ninguém recuava quando apareciam os blindados do Exército ou da polícia sul-africana. O motivo do atrevimento político por parte dos jovens sul-africanos era a extrema certeza de que estavam lutando para acabar com o Apartheid, mesmo sem ter canhões e tanques. E foi por isso que o regime de Apartheid foi derrotado, obrigando o presidente Willem de Klerk em assinar a lei que aos 2 de janeiro de 1990 legalizava o ANC, o PAC, o Partido Comunista Sul-africano e todos os outros organismos anteriormente proibidos. A seguir veio a lei que libertava os presos políticos e por fim a negociação com Mandela sobre a transição.

Depois de dezoito meses de intenso debate e preparação, o novo parlamento sul-africano aprovou o Ato de Promoção da Unidade e Reconciliação Nacional, que estabelecia a Comissão de Verdade e Reconciliação. Em 1995, a comissão foi chefiada pelo arcebispo Desmond Tutu. As audiências para ouvir o testemunho de mais de 23 mil vítimas e testemunhas começaram em 1996 e acabaram em 1998 com a publicação dos trabalhos em cinco volumes.
Na Comissão de Verdade e Reconciliação, que foi muito criticada por oferecer a anistia aos agentes da opressão, prevaleceu a idéia de recorrer à justiça restaurativa e não à retributiva. Apesar da anistia, o reconhecimento da verdade e a rejeição social dos atos cometidos funcionaram como um processo de reprovação moral. O arcebispo anglicano Desmond Tutu, um dos maiores defensores das comissões de verdade e da justiça restaurativa, ressaltou que esta visão é baseada não só em idéias cristãs de perdão para aqueles que reconhecem seus erros, como também no conceito indígena africano de ubuntu. Pois, segundo o arcebispo Desmond Tutu “…a concepção de “ubuntu” está ligada à busca por harmonia social visto que um ser humano só é um ser humano por meio de outros e, se um deles é humilhado ou diminuído, o outro o será igualmente. É praticamente a idéia de compartilhar e de pertencer a uma comunidade…” (Tutu, 2000, p. 35,).

Achille Lollo é jornalista italiano, correspondente do Brasil de Fato na Itália e editor do programa TV “Quadrante Informativo” e colunista do “Correio da Cidadania”

Nelson Mandela e a derrota do regime de Apartheid

Tal como Agostinho Neto, Amilcar Cabral e Samora Machel, Nelson Mandela nunca aceitou renegar publicamente a luta de libertação na África do Sul para receber em troca a liberdade. Uma oportunidade que, em 1985, o regime de Apartheid lhe ofereceu. Porém, Mandela não traiu seus ideais e disso poucos se lembram disso.

Achille Lollo (ROMA) — Em novembro de 1976, Joe Slovo, se encontrou com os primeiros militantes sul-africanos do ANC que estávamos treinando no campo da Funda, a 30 Km de Luanda, capital da República Popular de Angola. Um encontro que, evidentemente, por motivos de segurança não foi veiculado, inclusive por que Joe Slovo estava na lista dos “comunistas que deviam ser eliminados” – tal como aconteceu em Maputo com sua mulher Ruth First. Assim, no campo de treino da Funda ficou fortalecida a decisão política do Estado Major do  Umkhonto we Sizwe (braço armado do ANC) em aproveitar a recém libertação de Angola para começar a treinar em moldes de guerrilha organizada os militantes que deviam fugir d África do Sul. Naquela reunião, Joe Slovo lembrou aos jovens aspirantes guerrilheiros – alguns com apenas 16 ou 17 anos – que eles “…estavam em Angola para trilhar o caminho que o camarada Nelson Mandela havia iniciado logo após o massacre de Sharperville em 1960 – e finalizando sua intervenção pedia de lembrar que – …. a palavra de ordem era lutar, lutar, e nunca para de lutar até acabar com o regime de Apartheid...”.

Hoje, somente três qüinquagenários daquele batalhão de 115 aspirantes guerrilheiros, podem lembrar que cumpriram com a palavra d’ordem do MK (Umkhonto we Sizwe) e com o compromisso político que assumiram com Nelson Mandela para derrotar o Apartheid e criar a nação sul-africana.

Na realidade, esse compromisso sofreu dois desdobramentos. Um de âmbito internacional e outro em nível nacional que condicionou o processo intentado contra o Apartheid, delimitando, assim, a construção da nação sul-africana tal como Mandela havia teorizado.

Sem dúvida a sabotagem à central do Sasol, realizada por um grupo especial do MK (Umkhonto we Sizwe, onde o regime de Apartheid estava testando a tecnologia para poder sobreviver ao embargo petrolífero e, a seguir, a grande batalha em Kuito Canavale, no sul de Angola, onde os batalhões das FAPLA (Exército angolano) e as unidades do corpo expedicionário cubano derrotaram o exército sul-africano, foi o primeiro golpe mortal que o Apartheid sofreu.

O segundo foram as inúmeras manifestações que aconteceram em todo o território da África do Sul, com o objetivo de querer mesmo derrubar o regime, mesmo se naquele momento não havia armas e munições para o fazer. De fato, o MK (Umkhonto we Sizwe) e o PAC haviam muito bem organizador a rebelião em termos políticos nos subúrbios das grandes cidades, mas não haviam conseguido criar os “territórios libertados”, a partir do qual promover o cerco militar ás cidades. Pois, este era o velho projeto político-militar que o Estado Major do MK (Umkhonto we Sizwe), formado por Nelson Mandela, Joe Slovo e Walter Sisulu, não conseguiu materializar, porque a força dos batalhões de contra-insurgência do exército sul-africano, as unidades de rastreamento do serviço secreto, os grupos especiais da policia territorial conseguiram criar uma cortina ao redor das fronteiras nacionais e regionais. Poucos, muitos poucos conseguiram furar essas linhas de defesa, que, porém, se tornaram obsoletas quando a rebelião popular explodiu em todos os perímetros urbanos de uma forma incontrolável, apesar dos mortos, dos feridos e das prisões.

As lutas e as negociações

O presidente sul-africano Frederik Willen de Klerk, aos 11 de fevereiro de 1990, determinou a libertação de todos os presos políticos começando a negociar o futuro do país com Nelson Mandela. Uma negociação que iniciou por que a evolução da conjuntura sul-africana e a determinação política dos 9 países da África Austral  (Angola, Moçambique, Zimbábue, Tanzânia, Zâmbia, Botsuana, Lesotho, Suazilândia e Malaui) obrigou os estrategistas do capitalismo mundial a sacrificar o regime do Apartheid para garantir a manutenção na África do Sul de um sistema de industrialização mineira, que é um dos mais rico do mundo e que, em termos econômicos tinha a potencialidade de controlar as economia de todos os países da África Subsaariana.

Uma constatação que Nelson Mandela entendeu e utilizou para construir a nova nação sul-africana dando à população negra a oportunidade de ser cidadão de verdade dessa nação, além de criar vários instrumentos institucionais capazes de fazer respeitar o conceito de democracia, de liberdade e de igualdade.

Muitos se perguntam, hoje porque o ANC e seu braço armado o MK (Umkhonto we Sizwe), não atacaram o que restava do regime de Apartheid. Muitos acham que Mandela e Oliver Tambo desabrocharam quando deviam endurecer no lugar de aceitar as condições fixadas pelo império.

O próprio Nelson Mandela reconhece que ele mesmo cometeu erros quando foi finalizada a Comissão para a Verdade e a Reconciliação (Truth and Reconciliation Commission, TRC), onde com uma simples declaração de culpa os torturadores, os policiais e os políticos ganharam outra oportunidade de vida na nova republica sul-africana.  O problema, é que Mandela, bem como Oliver Tambo, sabiam que no seio da população negra havia uma pequena burguesia criada pelo próprio Apartheid que queria ser e fazer apenas o que a burguesia branca fazia. Eles sabiam que também no seio do ANC se havia consolidado a formação de uma nomenclatura negra que desejava, apenas, uma parte do poder dos brancos ou das oportunidades oferecida pelo sistema capitalista. Eles sabiam que mesmo se os brancos aceitassem de se retirar, os representantes dos setores negros progressistas não eram em quantidade suficiente e, sobretudo não tinham a capacidade de assumir de um dia para outro a direção do sistema industrial e do financeiro. Eles sabiam também que o ANC e, sobretudo, seu braço armado o MK (Umkhonto we Sizwe), não havia quadros para substituir os brancos no exército, na polícia, nos serviços secretos, na aviação e na marinha militar. Além disso, Nelson Mandela sabia, muito bem que em 1991, apesar do fim da guerra fria, o mundo capitalista não teria permitido que a África do Sul seguisse a mesmo conturbado caminho do Zimbábue ou de Angola ou de Moçambique com uma interminável guerra civil.

Nelson Mandela foi, de fato, o presidente do ANC até 1999 e apesar da cara sorridente com todos, conhecia muito bem os efeitos e os problemas da conjuntura internacional e, sobretudo, da sul-africana. Por isso tentou obter o melhor do que podia para o povo negro da África do Sul. Talvez um dos erros cometidos na negociação foi de ter deixado aos herdeiros do Apartheid demasiada liberdade no controle do poder econômico. Talvez foi concedida demasiada abertura para influenciar as normas e as leis do novo estado. Talvez….

Mas será que todo o povo negro sul-africano, com suas etnias, com a eterna divisão entre Xhosas, Sothos, Zulus, Shangans e Pondo estava dispostos em construir uma nação sul-africana como o ANC apontou em 1965, quando optou pela luta armada, enquanto os regentes dessas etnias continuaram a querer sobreviver com as migalhas que o sistema do Apartheid lhe oferecia? Acredito, como muitos também afirmam, que a situação histórica e política da Palestina e o comportamento da ONU e de todos os países do Ocidente que sempre estiveram em favor de Israel, foi um exemplo que Nelson Mandela não deixou escapar. Pois, apesar de ter recebido todos os prêmios, as medalhas e as condecorações por parte dos antigos inimigos e detratores ele nunca rejeitou seu passado de comandante do Umkhonto we Sizwe.

Achille Lollo é jornalista italiano, correspondente do Brasil de Fato na Itália e editor do programa TV “Quadrante Informativo”.

Il trionfo della rivoluzione venezuelana è responsabilità dei popoli…

…le sue conquiste sono conquiste di tutti: tutti a difenderla!

buenabad@gmail.com

Bisogna creare una rete di comunicazione mondiale. Nessuno me l’ha chiesto ma io suggerisco che in maniera massiccia si inviino piccole note, messaggi urgenti al popolo rivoluzionario del Venezuela. Non sarebbe sbagliato dire cose all’orecchio, cose da fratelli, da amore fraterno, di necessità e di urgenza. Frasi come ad esempio: Venezuelani, compagni! il vostro voto è anche il nostro voto, in Bolivia, a Cuba, in Ecuador, in Nicaragua, in Colombia, in Messico… uscite e votate per tutti noi, andate e abbiate successo ancora una volta, con la vostra forza morale, con la vostra rivoluzione al galoppo, andate sempre più decisi e trionfate come si deve. Esprimere la solidarietà internazionale non significa annullare o ignorare le discussioni interne che possono avere un valore sostanziale, ma non devono impedire di moltiplicare i nostri sforzi sostenuti anche dalla mobilitazione dei paesi fratelli. Che nessuno se ne resti a casa sua, che nessuno si sottragga alle proprie responsabilità di votare, fatelo per tutti noi. Non è certo chiedere troppo!

 

Nessuno me l’ha chiesto, ma sento la necessità e l’urgenza (forse per non poter fare di più) di chiamare chi può e come può di trascinare tutti a connettersi con la patria venezuelana. 

 

Trascinare per conoscerla e per ascoltarla, capirla ed andare a sostenerla in ogni modo e come si deve. Invitare, insomma, a far conoscere alla rivoluzione venezuelana quanto ci teniamo e di quanto abbiamo bisogno di un suo netto trionfo. Cosa certamente opportuna.

 

Il Venezuela ha portato la lotta di classe ad un livello più avanzato, cosa che è stata censurata in mille modi. Sarebbe quasi il caso di ringraziare i golpisti per i numerosi trucchi sporchi messi in campo, per la rapidità e per l’abiezione investita al fine di organizzare i loro attacchi perché ci semplifica, ci fa risparmiare sforzi e ci dà la comprensione del cammino della rivoluzione. Oggi è estremamente chiaro che la rivoluzione venezuelana beneficia tutti (tutti i proletari che ricercano l’unità) per ridurre la distanza tra la realtà che ci travolge e la coscienza di cui abbiamo bisogno per agire in modo corretto. Il popolo rivoluzionario del Venezuela si è proposto di distruggere la borghesia, grande esempio, fonte di ispirazione e risultato magnifico. Abbiamo bisogno che quest’esempio si espanda e si approfondisca. Per questo è necessario che votino tutti. 

 

Le conquiste della rivoluzione venezuelana in materia di salute, alloggi, istruzione e lavoro… sono, tra mille cose, anche un dono e una scuola, nonostante la giovane storia della rivoluzione, cosa che ha prodotto benefici diretti e indiretti per molte compagne e molti compagni americani (e non solo). La lista è enorme, se solo si prende in considerazione il contributo delle “missioni” che aprono gli occhi sconfiggendo le malattie, aprendo gli occhi dell’anima e del pensiero.

 

Vediamo che il Venezuela con la sua rivoluzione socialista ci ha dato la certezza definitiva che la lotta per la dignità conduce al trionfo delle aspirazioni democratiche più profonde e sincere dei popoli. La parola di questo Venezuela rivoluzionario nel mondo di oggi è la parola della speranza e dell’impegno che ispira e risveglia. Dobbiamo riconoscere al Venezuela rivoluzionario questa forza simbolica, la sua ricca storia, i valori e la morale combattiva e guerriera che, nonostante tutte le contraddizioni, interne ed esterne, non perde la sua strada e non perdere la calma.

 

Vediamo le cifre; il Venezuela, anche al momento della peggiore crisi economica globale (causata dal capitalismo e dalle sue perversioni) mantiene il suo tasso di crescita reale e dei suoi principali programmi di sviluppo rivoluzionario. Nessun paese europeo, che si arroga il diritto di fregiarsi del titolo di “primo mondo”, è in grado (in questo momento) di vantare gli stessi risultati. Il Venezuela ha adottato misure energiche con la pianificazione economica subordinata al bene collettivo e subordinando la politica alla volontà democratica e alla giustizia sociale. Le cifre sono più che positive. Pochissimi possono vantare qualcosa di simile.

 

Per questo e molto altro, propongo che ci si assuma il compito di far sapere al popolo venezuelano quanto ci teniamo e quanto sia vitale per tutti noi una vittoria fortemente democratica nelle loro prossime elezioni. Far sapere loro, in mille modi, quello che abbiamo imparato e quali benefici abbiamo ottenuto grazie allo sforzo rivoluzionario del popolo venezuelano e al suo talento esemplare. Fate loro sapere che il loro trionfo è necessario nella misura in cui fanno ciò che molti altri non possono fare. Por ahora.

 

Si tratta di farlo sapere per incoraggiare i convinti, i dubbiosi ma anche i non convinti. Per mobilitare una contagiosa corrente mondiale di speranza affinché tutte e tutti vadano a votare alle prossime elezioni. Affinché si raggiungano cifre e numeri da record, affinché l’affluenza sia inedita. Che vadano a votare e che siano accompagnate e accompagnati dalla solidarietà di centinaia di popoli fratelli che sanno di essere beneficiati e corresponsabili per l’ascesa della rivoluzione e la sua proliferazione mondiale. Dobbiamo raggiungere ogni venezuelana e venezuelano parlando al suo cuore e al suo pensiero, ogni venezuelana e venezuelano che ha sulle spalle il compito di estendere ed approfondire, amplificare e radicalizzare la rivoluzione perché sappia quanto vale per noi all’estero, e quanto ci sta a cuore la sua opera collettiva e socialista. Che senta, pertanto, nelle sue mani (nel momento del voto), la storica responsabilità e il privilegio di avere la spinta fraterna e solidale di milioni di anime in tutto il mondo.

 

Si tratta di aprire uno spazio per una campagna internazionalista che racconti al Venezuela l’importanza del suo voto e quanto ci preme, in ogni paese, il suo successo esemplare alle prossime elezioni. Chiedere con tutti i mezzi di inviare messaggi al popolo rivoluzionario del Venezuela, per comunicare perché il loro voto sia così prezioso e perché la rivoluzione venezuelana ha una responsabilità internazionale. Dobbiamo trovare mille modi per far arrivare i messaggi… e poi replicarli per visualizzarli su tutti i media alternativi, comunitari e sociali, sulla stampa operaia, sulla stampa dei movimenti, delle università… blog, pagine twitter… L’idea è di generare un mobilitazione nell’ambito della comunicazione che raggiunga tutte e tutti (compresi gli indecisi) affinché votino, per accompagnare internazionalmente le elezioni poiché il trionfo del popolo venezuelano è il trionfo di tutti i popoli. Aiutiamoci.

 

* filosofo della comunicazione, Universidad de la Filosofía, Messico.

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

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