Quito: XVIII FMGS solidale con la Siria

da Sana-Sy

I partecipanti al 18° Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti tenutosi a Quito, capitale dell’Ecuador, hanno dichiarato la loro solidarietà con il popolo siriano nella loro lotta contro il terrorismo e condannato l’intervento diretto e indiretto estero negli affari interni della Siria.

In un comunicato di solidarietà con il popolo siriano, rilasciato ieri dopo i lavori del festival, molti giovani e studenti hanno dichiarato la loro solidarietà con il governo siriano e il suo popolo nella lotta contro l’imperialismo mondiale e condannato gli atti criminali commessi dai gruppi terroristici armati.

Essi hanno chiesto la revoca immediata delle sanzioni ingiuste imposte al popolo siriano, dicendo che la soluzione politica e del dialogo inter-siriano è l’unico modo per risolvere la crisi in questo paese.

Durante il Festival c’è stata la partecipazione attiva della delegazione siriana e della gioventù araba, la quale ha presentato documenti sui crimini e i massacri contro i bambini, le donne commessi dai gruppi terroristici armati sostenuti dagli Stati Uniti, dall’ l’entità sionista e dai governi europei.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

(VIDEO) Quito 2013: Le interviste al XVIII Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti/3

Maria Camila Carvajal della Federazione Giovanile Studentesca di Colombia Intervista a Maria Camila Carvajal della Federazione Giovanile Studentesca di Colombia

di Davide Matrone – Quitolatino

Il Festival è abbastanza completo, malgrado abbia i suoi limiti. A mio avviso c’è l’assenza di delegati di altri settori sociali della società che oggi, insieme a noi, stanno cercando di costruire una nuova società. E’ un peccato non averli invitati.

Com’è la partecipazione colombiana a questo Festival?

La nostra delegazione è la seconda per numero di partecipanti. I primi ovviamente sono gli ecuadoriani ma loro giocano in casa. Dalla Colombia c’è la Federazione Giovanile Studentesca Nazionale, la Gioventù Comunista Colombiana e tante altre organizzazioni giovanili di sinistra di quartiere, di zona. La maggioranza che viene dalla Colombia appartiene alla Marcia Patriottica. 

In America Latina la Colombia non appartiene al gruppo dei paesi progressisti.

Il deterioramento che ha avuto la Colombia rispetto ai paesi che oggi applicano politiche progressiste è molto noto. Noi qui in Ecuador veniamo ricevuti con calore e rispetto, in Colombia invece ci reprimono con la violenza. Nel mio paese c’è molta violenza, c’è la guerriglia e le organizzazioni di sinistra vengono perseguite. Penso che in Colombia un cambiamento reale possa avvenire solo se, noi tutti in America Latina continua questo processo d’integrazione e di recupero della proprio sovranità. Sto dicendo che i fattori esterni oggi possono determinare un cambio nel mio paese visto che la società colombiana non ha ancora maturato un processo chiaro di alternativa al neoliberismo.

Qual è stato il contributo della tua organizzazione in questo Festival?

Il contributo della Federazione Studentesca qui al Festival è stata la numerosa presenza dei nostri delegati e gli interventi in tutti i seminari che si sono svolti. In ogni incontro – dibattito avevamo una folta rappresentanza colombiana con le proprie esperienze da presentare. Ora ci aspetta un altro lavoro in patria cioè di montare un video e presentarlo nelle nostre scuole. E’ giusto che i nostri compagni rimasti in Colombia sappiamo di questa straordinaria esperienza vissuta.

Il saluto da La Habana -Cuba della Delegazione di Pace della FARC-EP al XVIII FMJE – Quito 2013

Quito 2013: Le interviste al XVIII Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti/2

Ray Vargas della Gioventù Nazionalista Peruviana Intervista a Ray Vargas, Gioventù Nazionalista Peruviana attualmente al governo.

di Davide Matrone – Quitolatino

Tutti noi qui abbiamo una sola visione cioè quella di recuperare la dignità dell’essere umano rispetto al mercato finanziario ed economico

Sei della Gioventù Nazionalista Peruviana oggi al governo del Paese.

Si, apparteniamo ad un partito giovane che da 6 anni è nella legalità. Dal 2000 il nostro leader, attualmente Presidente del Perù (Ollanta Humala), si ribellò contro il gruppo di potere di Fujimori e cominciò il suo cammino verso la conquista della Presidenza. Qui al Festival ci incontriamo con un gruppo di 40 giovani delegati. La nostra partecipazione è mirata fondamentalmente all’intercambio con le organizzazioni giovanili di sinistra presenti qui al XVIII Festival. 

Oggi in Perù, con la nostra organizzazione giovanile, stiamo partecipando attivamente ad un processo democratico, che si realizza dopo decenni di Fujimorismo.

Qual è la situazione attuale della sinistra peruviana?

Nel 2011 durante le elezioni Presidenziali non tutta la sinistra peruviana appoggiò al primo turno Ollanta Humala, però al secondo turno ricevemmo l’appoggio totale perché bisognava ostacolare la destra più conservatrice e reazionaria legata al vecchio gruppo di potere di Fujimori. Nel frattempo alcuni partiti di sinistra sono andati all’opposizione come il Partito Comunista Peruviano, il Partito Comunista Patria Rossa e il Partito Socialista Peruviano. I nostri nemici non sono i partiti di sinistra all’opposizione, ma la destra reazionaria e conservatrice che ancora oggi conserva un forte potere all’interno degli apparati statali.

Perché sono all’opposizione i partiti comunisti e il partito socialista?

Perché ci ritengono un governo neo liberale. Certo ci troviamo all’interno di un modello economico liberista ereditato dai governi precedenti (Garcia), però stiamo realizzando una serie di riforme che non si sono mai realizzate nel paese.

Per esempio?

Oggi c’è maggiore intervento dello stato nell’economia e dopo 19 anni di privatizzazione selvaggia del settore petrolifero abbiamo recuperato un blocco che produce il 60% del petrolio nazionale nella zona nord – est del paese nella regione LORETO ed inoltre c’è la nascita del Ministero di Inclusione Sociale, nato per la prima volta con il governo Humala, che gestisce programmi sociali per inserire alcune fasce della popolazione nel mercato produttivo del paese. 

Termina il Festival. Una tua opinione generale

La mia opinione generale è positiva. Il grande comandante Hugo Chávez ci diceva (parafrasando Bolivar) “servir a una revolución es arar en el mar”: servire a una rivoluzione è arare nel mare. Qui ci sono migliaia di giovani coraggiosi, determinati e coerenti con la lotta rivoluzionaria dei nostri popoli. Tutti noi qui abbiamo una sola visione, cioè quella di recuperare la dignità dell’essere umano che deve essere prioritaria rispetto al mercato finanziario. La crisi negli Stati Uniti e in Europea ci insegna questo. La gioventù peruviana e latinoamericana ha un impegno storico importante in questo momento di crisi economica internazionale e cioè di far capire ai nostri popoli che la sovranità territoriale e l’essere umano devono essere recuperati.

Quito 2013: Le interviste al XVIII Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti/1

Intervista a Saad Maher, delegato palestinese

di Davide Matrone – Quitolatino

E’ importante incontrare molta gente e conoscere da vicino i problemi e le lotte di ogni popolo. E’ altrettanto importante il poter intendere le sofferenze causate dal neoliberismo a livello mondiale. Intendere le varie forme di lotta, solidarizzare con gli altri e ricevere anche la solidarietà degli altri popoli nei confronti della nostra causa.

Qui al Festival si stanno affrontando vari temi come la pace, la sovranità, la solidarietà. Temi che vengono sempre più calpestati dal sistema capitalista.

Si, ogni volta sempre di più. L’imperialismo si inventa qualsiasi scusa per tentare di sopraffare i popoli e fa di tutto per accaparrarsi le risorse naturali espropriando i territori.

L’imperialismo non si limita solo intervenendo militarmente, ma cerca di corrompere i rappresentanti dei governi imponendo politiche di privatizzazione, discriminando qualsiasi forma di lotta giusta. Noi siamo per unire i paesi del sud oggi in lotta e aiutarci mutuamente.

Questo Festival si sta realizzando qui in Ecuador, un paese che sta proponendo un modello di società partecipativo. Cosa ne pensi?

Il modello ecuadoriano è un buon esempio da seguire per molti paesi che dicono di appartenere al primo mondo. Già sappiamo quali sono gli obiettivi che vuole raggiungere il capitalismo, cioè il benessere di pochi gruppi, dove prevalgono gli interessi delle banche, delle industrie private nei confronti dei più bisognosi. L’Ecuador sta proponendo un modello alternativo a quello che sta avvenendo in Europa. Ovviamente questo modello viene boicottato e ostacolato dalle destre europee che lo considerano troppo radicale.

La stampa che spazio riserva a questo evento?

Devo ammettere che nonostante la numerosa partecipazione, noto la totale assenza dei mezzi di comunicazione. La stampa locale, quella della destra legata alle banche non pubblica un mezzo articolo. Qui abbiamo migliaia di giovani internazionali che non meritano di essere ignorati; anzi meritano di essere accolti e di avere la possibilità di esporre le loro tematiche. 

Maher delgato palestineseOgni delegato è qui con la sua esperienza. Tu come delegato palestinese porti con te la causa del tuo popolo in lotta e in guerra da decenni.

Io non dico che siamo in guerra, piuttosto dico che stiamo vivendo da molti decenni un genocidio, una mattanza senza precedenti, ingiustificata. Questa è la mia terra. Purtroppo, nel corso degli anni, le varie organizzazioni internazionali come l’ONU, non hanno potuto fare niente nonostante abbiano riconosciuto fatti ingiusti. 

Io seguo sempre quello che succede lì nel mio paese e ritengo che non bisogna mai cedere, perché altrimenti il nemico ci calpesta sempre di più. Dobbiamo sperare che la lotta continui nei territori occupati. La causa palestinese raccoglie un insieme di lotte come quella per la conquista dell’identità, quella per la conquista dei territori, quella per l’acqua e quella mediatica. Vedo che c’è molta solidarietà nei nostri confronti, però non bisogna mai abbandonare la lotta per la pace.

Jorge Giordani: «Porte aperte alle Piccole e Medie Imprese italiane»

di Geraldina Colotti – Il Manifesto

Venezuela. Intervista al ministro della Pianificazione, presente alla VI Conferenza Italia-America Latina e Caraibi, organizzata alla Farnesina dal Ministero degli Esteri e dall’Ila

«Il nostro paese favo­ri­sce la cre­scita delle pic­cole e medie imprese, nel rispetto dei lavo­ra­tori e dell’ambiente. Lo abbiamo riba­dito a que­sta Con­fe­renza: pre­fe­riamo faci­li­tare il loro ingresso, non quello delle grandi mul­ti­na­zio­nali pre­da­trici». Così dice al mani­fe­sto Jorge Gior­dani, mini­stro della Pia­ni­fi­ca­zione vene­zue­lano, che ha rap­pre­sen­tato il suo governo alla VI Con­fe­renza Italia-America latina e Caraibi, orga­niz­zata alla Far­ne­sina dal mini­stero degli Esteri e dall’Ila. E domani, Gior­dani sarà a Bolo­gna per pre­sen­tare il suo libro La tran­si­zione boli­va­riana al socia­li­smo (edito da Natura Avven­tura) in un dibat­tito con l’economista Luciano Vasa­pollo (Rete dei comu­ni­sti). Figlio di un anti­fa­sci­sta ita­liano, Gior­dani è stato il pro­fes­sore di Hugo Chá­vez quando l’ex pre­si­dente vene­zue­lano (scom­parso il 5 marzo) era in car­cere come sovver­sivo: per aver diretto la ribel­lione civico-militare del 4 feb­braio ‘92 con­tro il governo di Car­los Andrés Pérez. Da allora, “il monaco” (come lo ha sopran­no­mi­nato l’opposizione per la sua lon­ta­nanza dai riflet­tori), ha accom­pa­gnato la sto­ria e la poli­tica eco­no­mica del Vene­zuela boli­va­riano, costruen­done il per­corso nel più stretto gruppo di col­la­bo­ra­tori di Chávez.

Dopo 14 anni di governo e seri pro­blemi ancora irri­solti, che bilan­cio fa delle poli­ti­che eco­no­mi­che messe in campo?

Il primo pro­blema che abbiamo affron­tato è stato quello dell’enorme debito sociale con­tratto con le classi popo­lari e con gli esclusi. Abbiamo distri­buito 550.000 milioni di dol­lari pro­ve­nienti dalla ren­dita petro­li­fera per la rea­liz­za­zione dei prin­ci­pali diritti umani, quelli eco­no­mici. Tutti gli indi­ca­tori sociali atte­stano i risul­tati rag­giunti nella lotta con­tro la povertà, l’analfabetismo e per il miglio­ra­mento della qua­lità della vita del nostro popolo. Però dipen­diamo ancora troppo dal modello petro­li­fero in un paese che pos­siede grandi ric­chezze pro­ve­nienti dagli idro­car­buri, ma anche da una natura pro­diga: che si estende su un ter­ri­to­rio di oltre un milione di km qua­drati e per quasi 600.000 km qua­drati di acque ter­ri­to­riali. Siamo quo­ti­dia­na­mente con­fron­tati alla rea­zione rab­biosa dei poteri forti: per­ché abbiamo seguito un altro indi­rizzo rispetto a quello impo­sto dal Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale, dalla Banca mon­diale e dalla Banca cen­trale euro­pea. Noi non licenziamo, né ridu­ciamo le coper­ture sociali per far qua­drare i conti dei potenti. Quale paese capita­li­sta può dire altrettanto?

Dopo la morte di Chá­vez e lo stretto mar­gine con cui Maduro ha vinto le ele­zioni del 14 aprile, in molti hanno scom­messo che il socia­li­smo boli­va­riano non sarebbe soprav­vis­suto al suo lea­der. Qual è invece la situa­zione per il “governo della strada” di Maduro? 

Il socia­li­smo boli­va­riano si arti­cola in una demo­cra­zia testata in 19 tor­nate elet­to­rali: tutte vinte da noi, salvo per il refe­ren­dum costi­tu­zio­nale del 2007, perso di misura. L’ultima, ha colo­rato di rosso la mag­gio­ranza dei muni­cipi vene­zue­lani, impe­dendo all’opposizione di tra­sfor­mare le ammi­ni­stra­tive dell’8 dicem­bre in un “ple­bi­scito” con­tro il governo Maduro. Abbiamo vinto in 255 muni­cipi, il 76% del totale, la destra invece ne ha vinte 75, ovvero il 22%. Chá­vez è morto, ma il suo lascito poli­tico si evi­den­zia nel Plan della patria 2013–2019, con­ce­pito con lui in vita e ora appro­vato dall’Assemblea come pro­gramma di governo dell’attuale pre­si­dente Maduro. Un pro­gramma a cui tutti i cit­ta­dini hanno potuto par­te­ci­pare inviando cri­ti­che e pro­po­ste, online o mediante appo­site cas­sette, dis­se­mi­nate in tutto il paese. Il Pro­gramma si arti­cola intorno a cin­que obbiet­tivi sto­rici che mirano a con­so­li­dare l’indipendenza nazio­nale, costruire il socia­li­smo boli­va­riano, tra­sfor­mare il Vene­zuela in un paese-potenza, con­tri­buire a una nuova geo­po­li­tica inter­na­zio­nale e alla difesa del pia­neta, gra­ve­mente minac­ciato dall’irrazionalità degli esseri umani. Obiet­tivi che impli­cano la difesa della demo­cra­zia vene­zue­lana, arti­co­lata nella costi­tu­zione del 15 dicembre’99. Allora, i cit­ta­dini l’hanno appro­vata con il 71,78% dei voti.

Que­sta VI Con­fe­renza ha riba­dito l’interesse del governo ita­liano per l’America latina, in cre­scita rispetto all’Europa in crisi. Il sot­to­se­gre­ta­rio Mario Giro ha pro­po­sto «un’agenda oltre la crisi per un par­te­na­riato allo svi­luppo». Qual è la rispo­sta del Vene­zuela bolivariano?

Noi rispet­tiamo le deci­sioni auto­nome dei governi e soprat­tutto dei popoli, anche quando esi­stono dif­fe­renze nei modelli di svi­luppo. Il capi­ta­li­smo vive una crisi strut­tu­rale che fa pagare ai popoli con guerra e bar­ba­rie. Il nostro modello mette al primo posto l’essere umano, non il pro­fitto dei sin­goli. In quest’ottica e sulla base di rela­zioni di reci­proco bene­fi­cio che però vada a van­tag­gio della col­let­ti­vità, c’è spa­zio per la col­la­bo­ra­zione tra unità pro­dut­tive: nel qua­dro della costru­zione di un’economia sociale basata, tra le altre opzioni, sulla pro­prietà col­let­tiva comu­nale. Con­clu­de­remo accordi con quel tes­suto pro­dut­tivo ita­liano che resi­ste all’attacco delle grandi imprese mono­po­li­sti­che e mul­ti­na­zio­nali e che non si sente a disa­gio in un modello poli­tico come il nostro: inclu­sivo, indi­pen­dente e sovrano».

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