Ecuador: la Rivoluzione cittadina contro la Chevron

Alla fine, il 13 novembre, la Corte Nacional de Justicia de Ecuador (CNJ) ha chiuso il processo che da venti anni la popolazione dell’Amazzonia ecuadoriana ha mosso contro la multinazionale Texaco, che dal 1992 si è unita alla Chevron. Questa è la quarta sentenza negativa che la Chevron ha raccolto negli ultimi otto anni, durante i quali i suoi  100 avvocati hanno fatto di tutto per evitare di pagare la multa di 19 miliardi di dollari.

di Achille Lollo*

(ROMA) — Nel 1993, la multinazionale Texaco Petroleum Company (oggi Chevron) portò a termine il contratto che aveva firmato nel 1964, con il governo dell’Ecuador per realizzare, in quasi due milioni e mezzo di ettari di selva amazzonica, 357 pozzi per la prospezione petrolifera, costruire 22 stazioni per pompare il petrolio dai pozzi dichiarati produttivi, per edificare nel 1980, un oleodotto di 500 Km (Trans-Ecuadoriano) e ripulire le aree dove fossero rimasti rifiuti tossici, le acque inquinate e le fosse con i fanghi petroliferi degradati. Norme che il governo ecuadoriano stabilì nel 1976 con la legge di “Prevenzione e monitoraggio dell’inquinamento ambientale”.

Di fatto, con l’uscita dall’Equador della multinazionale i tecnici della compagnia statale Petroequador hanno potuto constatare che:

1) le norme di legge per la prevenzione ed il monitoraggio dell’inquinamento non sono mai state prese in considerazione dalla Texaco Petroleum Company;

2) le denunce sul disastro ambientale in Equador che John Kimerling registrò nel suo libro Amazon Crude erano reali;

3) le accuse di genocidio per la sparizione delle comunità indigene, Tetetes e i Sansahuari, avanzate dall’organizzazione Acción Ecológica, erano veritiere, tanto che nel giugno del 1991 militanti di questa organizzazione occuparono gli uffici della Texaco nella capitale, Quito, per dare a conoscere al mondo quello che la Texaco aveva provocato nell’Amazzonia.

Alla fine, nel 1993, con l’inizio a New York dell’azione giuridica intentata dagli avvocati Steven Donzinger e Cristobal Bonifaz, su mandato di 30.000 indigeni delle comunità Cofán, Siona, Secoya, Kichwa e Huaorani, originarie delle province di Sucumbios, Orellana e Pastaza, è stato possibile definire che:

a) invece di riciclare 650.000 barili di residui petroliferi (petrolio non commerciabile) i tecnici della Texaco, li hanno semplicemente nascosti sotto terra aggravando l’inquinamento, dal momento che gli elementi tossici dei residui sono penetrati nelle falde idriche della regione in questione intossicando definitivamente il biosistema amazzonico;

b) Sono finiti nei fiumi e nei corsi amazzonici circa 80 miliardi di scorie petrochimiche insieme ai prodotti chimici utilizzati per il lavaggio delle perforazioni tra i quali il temibile “cromo-esavalente”, un composto chimico altamente cancerogeno;

c) De 1970 al 1992, la Texaco ha sottratto “quotidianamente e gratuitamente” dai fiumi circa 200.000 litri d’acqua per le operazioni di perforazione, per alimentare i sistemi di raffreddamento e per i consumi dei lavoratori. Per questo 60 miliardi di litri d’acqua, completamente inquinati sono stati sversati nei fiumi, nei laghi o direttamente nei terreni intorno ai pozzi delle stazioni senza il dovuto trattamento;

d) l’usa massiccio della dinamite lungo i fiumi ha provocato la morte di oltre 30 milioni di pesci e la loro sparizione da molti fiumi sottraendo, così, il principale alimento per le popolazioni fluviali dell’Amazzonia;

e) l’enorme inquinamento indiscriminato – soprattutto nella regione del Bloco 13 – è stato una conseguenza della tecnologia obsoleta che la Texaco aveva trasferito dagli USA in Equador, nel momento che, a partire dal 1960, in governo degli USA ha emanato una serie di leggi molto rigide che hanno proibito l’uso di un certo tpo di strumenti tecnologici per perforare i pozzi a causa dei danni che gli stessi provocavano per l’ambiente e per le persone;

f) Si è verificato l’uso discriminante di un contratto di lavoro – esclusivo della Texaco – che non remunerava i lavoratori ecuatoriani nella medesima misura degli statunitensi e che reclutava forzatamente lavoratori indigeni per “servizi aggregati” somministrando loro, solo il cibo e l’alloggio come salario;

g) Durante la costruzione dell’oleodotto (500 Km) i tecnici della Texaco hanno provocato la sparizione fisica delle comunità indigene nomadi Tetetes e Sansahuari;

h) Nel 1987 un terremoto ha distrutto 40 Km. dell’oledotto Trans-equadoriano che la Texaco per trasportare il petrolio dall’Est dell’Equador fino alla costa ovest, nella regione di Balao dove il governo ecuatoriano aveva costruito la raffineria Esmeraldes. Analizzando le distruzioni dell’oleodotto i tecinici della CEPE (Corporacion Estatal Petrolera Ecuatoriana) hanno scoperto gli errori della struttura dinamica della stessa opera, come le falle nella costruzione che si sono verificate perché gli ingegnieri della Texaco avevano ricevuto l’ordine di “risparmiare”. Quindi, oltre ad avere utilizzato prodotti di pessima qualità (come il cemento) è stato usato molto materiale difettoso (assi di ferro al posto dell’acciaio) che non avrebbero resistito ai movimenti tellurici. Una contingenza che ha evidenziato come la Texaco aveva ingannato il governo ecuadoriano, anche in funzione dell’alto livello di corruzione.

Infine, nel 1994, è stato fondato, a Quito, il Fronte per la Difesa dell’Amazzonia con l’obiettivo di organizzare, difendere e assistere giuridicamente le popolazioni indigene e i contadini che hanno sofferto per gli abusi della Texaco. Ed è stato grazie a questa organizzazione e alla perseveranza dell’avvocato Pablo Fajardo che il processo avanzato contro la Chevron-Texaco è continuato fino ad arrivare ad una giusta conclusione attraverso la Corte Nacional de Justicia de Equador.

Una lunga lotta

Dopo avere ottenuto nel 1994, che i tribunali degli USA accettassero che la Texaco fosse giudicata negli USA per i crimini commessi in Equador ed avere ottenuto alcune sentenze favorevoli che obbligavano la multinazionale a realizzare lavori per riparare i danni provocati, gli avvocati del Fronte per la Difesa dell’Amazzonia denunciarono il falso procedimento della Texaco che, in verità, non fece nulla in termini di bonifica delle aree interessate. Ma, quando i periti nominati dai tribunali USA presentarono nuove prove che condannarono la multinazionale è avvenuta la fusione della Texaco con la Chevron. La nuova direttrice approfittò di questo per chiedere, nel 2002, al giudice Rakoff della Corte di Appello di New York che l’intero procedimento della Texaco fosse giudicato in Equador dal momento che questa compagnia non esisteva più negli USA.

In risposta il giudice Rakoff – contraddicendo la regola generale relativa alle fusioni delle imprese che considera leggittima le associazioni a scopo di lucro, proprietà, progetti, perdite o pendenze giuridiche di uan imprese che si associa ad un altra – stabilì che il processo contro la Chevron-Texaco si sarebbe dovuto trasferire nei tribuali dell’Equador la cui sentenza sarebbe stata considerata esecutiva anche negli USA e che non avrebbe avuto prescrizione se l’allungamento del processo giuridico avesse avuto necessità di più tempo che negli USA.

A partire da questo momento la Chevron-Texaco che, che successivamente si trasformerà nella multinazionale Chevron farà di tutto per evitare il processo, persino tentando di corrompere periti e giudici. Quando ciò non le riuscì, cominciò a far circolare nell’impresa la tesi assurda che fossero stati gli indigeni ad aver corrotto i giudici della Corte Nacional de Justicia dell’Equador comportandosi come i mafiosi statunitensi!

Risulta chiaro che tale comportamento non ha per nulla aiutato la transnazionale che il 14 febbraio del 2011 è stata condannata a pagare una multa di 9,5 miliardi di dollari per i danni ambientali oltre a chiedere “scusa” alle popolazioni indigene. Rifiutando di chiedere scusa la multa sarebbe raddoppiata.

Tale multa, che rappresenta un record mondiale, è stata definita dai giudici dopo aver avallato ed analizzato i lavori dei periti. 600 miloni di dollari avrebbero dovuto essere utilizzati per bonificare le falde idriche e i flussi di acqua sotterranei. 5,396 miliardi per la bonifica dei terreni inquinati. 200 milioni da investire per il recupero della flora e della fauna. 150 milioni peer ricostruire le condotte di acuq potabile. 1,4 per ripagare i danni considerati irreversibili (malattie di cancro nella popolazione). 100 milioni para per riparare i danni culturali. 800 milioni per sostenere un fondo di salute pubblica per le popolazioni delle regioni colpite e 860 milioni in favore del Fronte di Difesa Amazzonica in qualità di rappresentante delle comunità vittime nei territori interessati.

Contro la Mano Nera

Non riuscendo a trovare ulteriori giustificazioni per sfuggire alla sentenza, la direzione della Chevron ha provato a giocare la carta dell’arbitraggio della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, che, come tutti sanno, ha sempre formulato sentenze che hanno favorito le grandi imprese, soprattutto le statunitensi e le britanniche. Di fatto, i giudici di questa corte da un lato hanno riconosciuto l’accordo che la Texaco fece nel 1995 con il governo dell’Equador, in base al quale garantiva di risolvere i problemi dell’inquinamento e, in seguito non tenendo in cosiderazione il fatto che la Chevron e la Texaco si sono fuse definitivamente nel 2001, liberano la transnazionale Chevron da qualsiasi responsabilità affermando che in base all’accordo del 1995 spetta alla Texaco e non alla Chevron la bonifica dei territori inquinati in particolare nella regione del Lago Agrio. Sentenza che ha fatto fare salti di gioia al responsabile dell’ufficio giuridico della Chevron, Hewitt Patê e a tutti gli azionisti della transnazionale.

Fu in questo contesto che il peso politico e morale della Revolución Ciudadana si è fatto sentire a livello internazionale dal momento in cui che lo stesso presidente Rafael Correa ha condannato l’attitudine della Chevron chiedendo al mondo intero una dimostrazione di solidarietà con i popoli indigeni che sono stati vittime della Texaco, oggi Chevron.

Il 12 novembre la Corte Nacional de Justicia dell’Equador al ratificare la sentenza ha mantenuto la multa di  9,511 miliardi di dollari necessari per la ricostruzione dell’ecosistema amazzonico danneggiato dall’inquinamento della Texaco senza confermare i dieci miliardi richiesti per non aver presentato le sue scuse alla popolazione.

Di fronte a questa sentenza il Ministro delle Relazioni Estere dell’Equador e militante attivo della Revolución Ciudadana, Ricardo Patiño, ha dichiarato:«I nostro popoli indigeni hanno avuto il coraggio e la fermezza di resistere durante 26 anni contro una transnazionale che fa profitti tre volte superiori all’intero PIL dell’Equador e di vincere, obbligando la Chevron – che nel 2001 ha comprato la Texaco – a pagare quello che è stato distrutto. Visto che negli USA, in Europa e perfino nei paesi arabi la Texaco non lavorava con una teconologia tanto obsoleta come quella utilizzata in Equador. Lì ha rispettato le regole. In Equador ha simulato di rispettarle, ma in realtà nasondeva i residui e corrompeva i magistrati per non essere denunciata. Non hanno voluto attendere il giudizio di appello della Corte Nacional de Justicia de Equador e hanno fatto ricorso all’arbitraggio della Corte Internazionale dell’Aia che, a sua volta ha commesso errori inammissibili, più evidente perché pretende di stare dalla parte delle grandi imprese. L’errore è chiaro perché l’accordo tra l’Equador e gli USA al quale fanno riferimento non ha effetto retroattivo. Il problema è che il risultato di questo processo adesso apre nuove prospettive per tanti altri processi in corso in Brasile, in Argentina, persino in Canada, contro il dramma dell’inquinamento per gli effeti dello sfruttamento petrolifero o delle grandi imprese minerarie. Per questo abbiamo bisogno della solidarietà dei popoli per continuare questa lotta fino alla fine».

*giornalista italiano, corrispondente di “Brasil de Fato” in Italia, editore del programma TV  “Quadrante Informativo” e editorialista del periodico brasiliano “Correio da Cidadania”

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

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