Roma contro la Chevron

da El Chentro Sociale di Torbellamonaca (Roma)

Oggi a Piazza Barberini si è svolto un sit-in, contro la multinazionale Chevron-Texaco (organizzato dalla comunità Ecuadoriana presente a Roma e che sostiene la Revolucion Ciudadana nel loro paese) per protestare contro il disastro ambientale che la stessa Multinazionale ha provocato nella regione Andina in Ecuador a discapito del territorio e delle popolazioni indigene che vi vivono. Lo slogan era … Che Chevron paghi per il disastro che ha provocato!

Ovviamente abbiamo aderito e partecipato, l’iniziativa ha coinvolto turisti e non che transitavano nella piazza ed erano molto incuriositi nel vedere il sit-in … Verranno fatte altre iniziative nei diversi luoghi della città, cercheremo di coinvolgere realtà politiche e sociali dei territori e sosterremo la campagna contro la multinazionale Chevron-Texaco in solidarietà delle popolazioni indigene Ecuadoriane colpite dal disastro prodotto dalla stessa, inoltre il nostro sostegno alla Revolucion Ciudadana in Ecuador.

James Petras: «Il Governo bolivariano sta prendendo le misure necessarie»

https://i0.wp.com/th03.deviantart.net/fs70/300W/f/2011/305/e/9/james_petras_by_kritikalpoint-d4eqv8h.jpgda nuestra-america.it

L’analisi di James Petras, lunedì 11 novembre 2013

«Il governo ha cominciato a intervenire, a controllare, confisca merci che poi vende a prezzi giusti, con guadagni accettabili. È anche per questo che ora ci sono lunghe file di gente nei negozi per comprare i prodotti a prezzi controllati, ridotti», ha detto James Petras.

Il sociologo nordamericano James Petras ha salutato la decisione del governo venezuelano di combattere duramente la speculazione e arrestare i responsabili. «Finalmente il governo bolivariano sta prendendo le misure necessarie per evitare la sconfitta economica e politica. Credo che siano sulla strada buona, dovrebbero solo intensificare questa campagna estendendola ai funzionari complici, arrestandoli, perché c’è molta corruzione tra i governativi», ha detto. Inoltre ha analizzato la congiuntura delle elezioni cilene; la prossima conferenza di Ginevra per la pace in Siria; ha affermato che le morti nelle Filippine non sono dovute solo al tifone ma alla mancanza di impegno politico di quel governo.

«Un chiaro esempio è Cuba, ci sono i peggiori uragani e, al massimo, a volte muoiono due o tre persone perché cercavano di proteggere una mucca invece di obbedire agli ordini del governo. Ma sono solo due o tre persone a fronte di oltre diecimila. È la differenza tra il socialismo a Cuba e il capitalismo nelle Filippine» ha affermato. Ha pure commentato che l’UNICEF ha espulso dalla sua organizzazione gli Stati Uniti. Quanto segue è la trascrizione di queste analisi che potete ascoltare/scaricare a questo link.

 Efraín Chury Iribarne: Come ogni lunedì a quest’ora diamo il benvenuto a James Petras da New York. Buon giorno Petras. Come va?

James Petras: Molto bene. Buon giorno agli ascoltatori e a tutta l’equipe di Radio Centenario.

 EChI: Cominciamo con la prossima realizzazione della Conferenza verso la pace in Siria, che si svolgerà a Ginevra. Che c’è dietro?

JP: In prima istanza abbiamo un altro esempio di come la socialdemocrazia europea tradisce tutti gli ideali che si suppone rappresenti. È il caso specifico del Partito Socialista Francese, in cui Laurent Fabius (ex Primo Ministro e attuale Ministro degli Affari Esteri francesi), sabota i primi passi degli accordi a Ginevra, sostenendo che l’Iran deve smantellare il suo programma multimilionario sull’energia nucleare, sull’arricchimento dell’uranio e su tutto quello che esiste in Iran come parte del suo programma alla ricerca di generare energia.

Ora: perché Fabius ha agito contro tutti i negoziati precedenti?

Prima di tutto, il Partito Socialista è fortemente influenzato dal sionismo. Da molti anni la Francia sta collaborando con Israele contro tutti i popoli nelle terre occupate, aiutando Israele, e persino aiutandolo con componenti per la sua bomba nucleare.

Inoltre, la famiglia di Laurant Fabius è ebrea convertita al cattolicesimo; e lo stesso Fabius è un sionista convertito al cattolicesimo. E ha completamente appoggiato Israele. Ma non solo questo, il signor Fabius non è un venduto, è un affittato e ora che l’Arabia Saudita ha annunciato che comprerà mille milioni di armi direttamente dall’industria francese, c’è una ragione in più perché la Francia cerchi in tutti i modi di provocare uno scontro con l’Iran e sabotare questi negoziati. Perché le condizioni che pone Fabius non possono essere la base per una discussione, poiché per loro l’Iran deve consegnare la sua sovranità, negare le sue ricerche scientifiche sull’energia nucleare, deve sottomettersi completamente alle esigenze di Israele ed essere molto più vulnerabile, specie in un momento in cui l’Arabia Saudita sta chiedendo armi nucleari al Pakistan, adducendo che, siccome i sauditi hanno finanziato le bombe nucleari in Pakistan, questo deve consegnargliene qualcuna.

Credo che pure i paesi occidentali coinvolti, oltre a Francia e Stati Uniti, Israele continuino a infastidire Teheran. Questo fine settimana hanno assassinato a Teheran il vice ministro dell’Industria, un assassinio, ovviamente, legato alle provocazioni di Israele che sta sempre ad assumere assassini per punire, minacciare e intimidire i leader di Teheran.

Credo pure possibile che l’agire della Francia non sia semplicemente per conto proprio. È  possibile che stiano giocando al poliziotto buono e quello cattivo, in cui alla Francia tocca il ruolo di quello cattivo che prende posizioni estremiste, così che poi emergano Stati Uniti, l’Inghilterra e la Russia, come poliziotti buoni,  a chiedere non l’eliminazione totale, ma la metà di tutto il programma, cosa che nemmeno è accettabile.

L’Iran fa varie concessioni: ispezioni, diminuzione di programmi relazionati con l’elaborazione delle armi nucleari. Questa mi pare una posizione ragionevole, accettabile e pacifica. Ma l’Iran non smetterà totalmente l’arricchimento dell’uranio. Può modificarlo e aprirlo a ispezioni, ma non lo consegneranno totalmente. In questa situazione dobbiamo mettere in discussione tutta la sinistra in Francia, marxisti, trozkisti, maoisti, che non criticano né affrontano mai il grande potere del sionismo in Francia. I quattro paesi più influenzati da Israele sono gli Stati Uniti, Canada, Inghilterra e Francia, in cui c’è un enorme potere economico, finanziario e politico del sionismo, specie nel Partito Socialista che cerca sempre il finanziamento per le sue campagne elettorali.

Il signor Fabius ha una lunga storia di legami con Israele, per spirito, per ideologia e per impegno politico; e per questo era coinvolto più oltre della vendita di armi all’Arabia Saudita. La Francia è coinvolta con i paesi più reazionari in Medio Oriente. L’Arabia Saudita e Israele hanno appoggiato il bombardamento e la distruzione della Libia, hanno invaso il Mali, stanno attaccando ed appoggiando i mercenari in Siria, e ora vogliono sabotare i negoziati. Il Partito Socialista francese è un partito social-imperialista, con una politica coloniale fascista, e tutta la sinistra che sarebbe marxista, i grandi intellettuali che parlano del Che Guevara e della Rivoluzione francese, alla fine dei conti sono poveri miserabili che non alzano la voce contro il loro stesso nemico interno: i sionisti.

 EChI: L’Alleanza del Pacifico a cui aderisce anche il mio paese, è orientata a danneggiare o far sparire raggruppamenti come ALBA, UNASUR e CELAC?

JP: Bene, l’Alleanza del Pacifico è un’alleanza tra le grandi banche e le multinazionali. Non dobbiamo dire che è un progetto di un paese, un popolo o una nazione.

 EChI: Neanche degli Stati Uniti?

JP: Gli Stati Uniti sono uno degli importanti organizzatori di questo patto commerciale. Noi non ci opponiamo alle relazioni commerciali, e ancor meno all’espansione del commercio, però dobbiamo chiederci chi sono i protagonisti.

Nell’ALBA, i capi sono governanti nazionalisti e in qualche caso con tendenze socializzatrici e cercano di approfondire il mercato interno, complementare alle loro attività; in un senso o in un altro le imprese statali hanno un forte protagonismo; le considerazioni sociali, i progetti di miglioramento degli standard di vita giocano un ruolo al di là del profitto e del capitale che sta circolando. Ma c’è un’enorme differenza, perché il Venezuela è la forza motrice dell’ALBA e la CELAC e il mercato interno giocano un ruolo importante nelle rivendicazioni sociali. L’Alleanza del Pacifico, invece, ha a capo le multinazionali, il grande settore finanziario, l’imperialismo e non tengono conto delle rivendicazioni sociali. Tutto è sotto il dominio e loro dettano le condizioni, e tutta la piccola e media industria, il mercato interno, gioca un ruolo molto secondario. Perciò c’è un forte contrasto tra l’uno e l’altro. Uno è un progetto tra i grandi poteri economici insieme all’imperialismo, e l’altro è un progetto che condivide lo sviluppo e le riforme sociale, in cui i governanti devono tenere in conto le necessità sociali.

È una forte dicotomia. Una forte polarizzazione tra due progetti.

 EChI: Domenica ci sono le elezioni in Cile. Che si può sperare lì?

JP: Beh, in Cile non ci saranno grandi cambiamenti.

(Michele) Bachelet, come tutti i socialisti del mondo, in campagna elettorale, molto demagogicamente, mette alcuni comunisti e studenti nelle liste, per dare l’impressione di progressismo. Ma abbiamo oltre 20 anni di storia di collaborazione del Partito Socialista con il più rancido neoliberismo. Il Cile è il luogo in cui le multinazionali ottengono il maggior livello di profitto in tutta l’America Latina, superando persino il Brasile che è dieci volte più grande. 26 miliardi di dollari è il profitto in Cile. Il resto è schiuma.

La Bachelet dice che migliorerà le condizioni dell’Istruzione, abbasserà il costo e migliorerà la qualità. È la retorica di sempre. Dice che aumenterà le possibilità elettorali per la sinistra, il Partito Comunista, in modo che i comunisti possano avere 3 o 4 deputati nel Congresso e siano contenti. Il resto è la stessa cosa che abbiamo visto nel passato.

Lei dice che aumenterà le tasse per i ricchi, ma capisce che il Cile ha le peggiori tasse, le più regressive delle imposte di tutto il mondo. Per questo le entrate delle multinazionali sono spettacolari. È la ‘poster child’, la bambina viziata, a Wall Street e nella City di Londra.

Basta leggere gli articoli e gli editoriali per capire che non succederà niente in Cile, salvo alcune briciole per il Partito Comunista e che alcuni settori possano dire che “la sinistra vince”, com’è successo con la “sinistra” di Hollande, il campione del sionismo, che, quando ha vinto, tutta la sinistra francese, il Partito Comunista festeggiavano. Hollande diceva: «siamo il governo dei popoli». Ed è finita in condizioni miserabili. In Cile c’è tanta ricchezza, non finiranno esattamente come François Hollande, perché, inoltre, non c’è la capacità di mandare truppe, occupare terreni come la Francia, ma nel contesto latino americano è l’avanguardia dell’Alleanza del Pacifico, del libero commercio e del neoliberalismo.

EChI: Il governo di Nicolás Maduro si è impegnato a combattere la speculazione. Come analizzi la situazione che attraversa la Rivoluzione Bolivariana di fronte agli attacchi della destra?

JP: Beh, dalle elezioni dello scorso aprile, gli Stati Uniti, con la loro quinta colonna, hanno lanciato un’offensiva molto aggressiva di sabotaggio, di scarsità di provviste, vale a dire tutto il possibile per sabotare il processo politico economico del Venezuela.

È una vera guerra. Abbiamo visto documenti di riunioni della destra che pianifica esplicitamente sabotaggi per danneggiare la politica economica del governo, fomentare il malcontento e vincere le elezioni a dicembre. Questo è molto evidente, pubblico. E fino a poco tempo fa il governo si teneva sulla retorica, sulla difensiva, ma ora comincia ad arrestare in Venezuela amministratori coinvolti in questa attività sovversiva.

Ieri hanno arrestato cinque amministratori delle catene che vendono elettrodomestici a usura.E questo cos’è? I prezzi, l’inflazione. Questo accade in tutta la linea delle merci di consumo popolare, alimenti, ecc. E finalmente il governo ha cominciato a intervenire, a confiscare merci che poi vende a prezzi giusti, con guadagni sì, ma accettabili. Per questo ora ci sono lunghe code di gente nei negozi per comprare i prodotti a prezzi controllati, ridotti. Questa è una tattica necessaria per la strategia di sconfiggere la campagna di sabotaggio e intervenire per costruire un’economia alternativa, per lo meno un’alternativa socialmente progressista.

Se il governo non ha la capacità di nazionalizzare per mancanza di persone capaci di comprare e vendere; deve controllare i prezzi, intervenire direttamente, perché questi atti di sabotaggio sono criminali. Sono azioni che in qualsiasi paese sono punite. Può variare la pena: un anno, due di carcere, lavoro socialmente utile, comunità ecc. Ma si deve intervenire. Finalmente, il governo sta prendendo le misure necessarie per evitare la sconfitta economica e politica. Credo che stanno andando sulla strada buona, devono solo intensificare questa campagna estendendola ai funzionari che sono complici, carcerandoli, perché c’è molta corruzione tra i funzionari governativi. Nel governo non c’è una formazione politica omogenea, ci sono settori che si sono autodefiniti bolivariani e che sono molto corrotti. Perciò è una doppia lotta contro i commercianti all’ingrosso e i gestori su grande scala, e dall’altro lato contro gli stessi funzionari coinvolti in quella corruzione che hanno rubato milioni negli ultimi tempi.

 EChI: Molto bene. La chiusura la lasciamo per i temi su cui stai lavorando.

JP: Bene, sono tre le cose che volevamo citare.

Prima una voce che sembra minore, ma l’UNICEF ha espulso gli Stati Uniti dalla sua organizzazione che tratta grandi avvenimenti culturali, aiuta i bambini del mondo che soffrono la denutrizione e la carenza di cure mediche, ecc.

La storia è iniziata perché l’UNICEF ha condannato Israele per abuso e violenza su bambini palestinesi. Questa storia è stata trattata in un’approfondita indagine dopo la quale hanno condannato Israele e l’hanno obbligato a correggersi o a uscire, e Israele se n’è andato. Allora, per solidarietà, gli Stati Uniti non hanno pagato all’UNICEF la loro quota di finanziamento per i lavori, ma vogliono essere presenti per sabotarli. Perciò l’UNICEF ha preso in questo caso la decisione molto positiva e progressista di espellere gli Stati Uniti, il che ovviamente va ad abbassare le entrate a un quinto, ma è meglio perché così avranno più chiarezza e capacità di lavorare alle grandi mete. L’UNICEF è una delle organizzazioni internazionali più progressiste.

L’altro tema è il tifone nelle Filippine che ha fatto più di 10.000 morti. Ma non sono morti semplicemente per i forti venti, ma perché non c’è nessuna preparazione nelle isole colpite. Si sapeva con 72 ore di anticipo che sarebbe arrivato il tifone. Cioè avevano tempo di prepararsi, eppure sono morte circa quindicimila persone… Il governo delle Filippine è più preoccupato di agire come quinta colonna contro la Cina, militarizzare il paese per contrastare l’insorgenza popolare, ecc… E destina risorse enormi a spese in progetti frivoli, mentre davanti alla mancanza di sicurezza pubblica non fa nulla, non ha neanche un programma di difesa civile di cui valga la pena di parlare. Pertanto non è semplicemente prodotto di un disastro naturale, ma le terribili conseguenze di questo disastro naturale sono un problema dovuto soprattutto alle decisioni e alla mancanza di impegno politico. Le case, i palazzi non hanno ispettori, sono fatte male.

Un evidente esempio è Cuba in cui ci sono i peggiori uragani e, tutt’al più, a volte, muoiono due o tre persone perché cercavano di proteggere una mucca invece di obbedire agli ordini del governo. Ma sono due o tre persone a fronte di dieci, quindicimila. È la differenza tra il socialismo a Cuba e il capitalismo nelle Filippine.

Infine voglio menzionare la Siria, perché l’opposizione dice che è d’accordo ad assistere alla Conferenza di Ginevra, ma che il presidente siriano – Bashar Al Assad – che è il principale protagonista non deve essere presente. È una falsa offerta, una barzelletta di cattivo gusto. Se fossero seri dovrebbero accettare l’interlocutore e non inventare un altro interlocutore che sia d’accordo con il loro progetto. È una farsa.

Credo che i francesi e i nord americani hanno messo questo in bocca a questi signori, collaboratori dei terroristi islamici finanziati dal Golfo e dai paesi occidentali e che non rappresentano niente di nazionale, sono sepoy che rappresentano all’estero i nemici dei popoli, quelli che sono ora impegnati a sabotare i negoziati con l’Iran e in altro momento mirano a sabotare la possibilità di una risoluzione pacifica nel caso della Siria.

 EChI: Molto bene Petras, molte grazie per questa relazione completa.

JP: Molte grazie. Un abbraccio a tutta l’equipe di CX36 e i miei saluti agli ascoltatori.

 

(*)Ascolta dal vivo il lunedì alle 11:30 (ora locale) la trasmissione con James Petras a CX36, Radio Centenario da Montevideo (Uruguay) per tutto il mondo su www.radio36.com.uy

[Si ringrazia Leonaro Landi per la segnalazione]

Honduras vota Libre. O almeno ci proverà

https://i2.wp.com/ultimahora.hn/sites/default/files/imagecache/adentro/lanzamiento%20de%20xiomara%20castro_0.jpgdi Geraldina Colotti – il manifesto

Xiomara Castro, moglie del deposto presidente Zelaya e candidata del nuovo partito Libertad e Refundacion, punta a una «rivoluzione pacifica»

Oltre 200 osservatori internazionali sono in Honduras per le elezioni di domani. Si vota per eleggere il presidente che sostituirà quello in scadenza, Porfirio Lobo, i tre vicepresidenti, 128 deputati al Congresso, 20 al Parlamento centroamericano (Parlacen) con altrettanti supplenti, e 298 rappresentanti locali. Ai 5.437 seggi allestiti in tutto il paese, sono attesi 5,3 milioni di cittadini, compresi i 46.000 che vivono negli Stati uniti. Possono scegliere tra nove partiti e altrettanti candidati alla presidenza. I più quotati dai sondaggi risultano Juan Orlando Hernandez, del Partido Nacional (la destra che governa) e Xiomara Castro. Quest’ultima, che rappresenta il partito Libre (Libertad y Refundacion) è la moglie dell’ex presidente Manuel Zelaya, deposto con un colpo di stato il 28 giugno del 2009. Quattro dei nove partiti in campo sono stati fondati dopo il golpe: Libre, Anticorrupción, Frente Amplio Político Electoral en Resistencia (Faper) e Alianza Patriótica, quest’ultimo diretto da Romeo Vasquez, ex Capo di stato maggiore delle forze armate al momento del golpe. Per la giornata elettorale verrà intensificata ulteriormente la già altissima presenza militare e poliziesca nelle strade. Il piccolo paese centroamericano (circa 8 milioni di abitanti) è in cima alle statistiche mondiali per numero di omicidi: 85,5 ogni 100.000 persone, secondo l’Onu. Molti assassinii riguardano attivisti per i diritti civili e giornalisti. L’ultimo in ordine di tempo è stato Manuel Murillo Varela, 32 anni, ucciso nella capitale Tegucigalpa con tre colpi di pistola. Era un militante di Libre, già vittima di sequestro e tortura da parte di poliziotti in borghese, il 2 febbraio del 2010. La Corte interamericana per i diritti umani, che ha effettuato diverse visite nel paese, gli aveva attribuito una protezione, ma non è bastato.

Un altro modello di stato
«Il capitalismo selvaggio non vuole che i popoli ottengano giustizia, pace ed equità», ha detto la candidata Xiomara Castro nel comizio di chiusura davanti a un mare di sostenitori. La candidata di opposizione, leggermente in testa nei sondaggi, ha promesso «una rivoluzione pacifica e democratica». Un cambiamento regolato da una nuova costituzione, che dovrà essere il risultato di un ampio processo costituente. Libre, nato ufficialmente il 15 marzo del 2011, punta a rompere il bipartitismo imperante dei due partiti tradizionali, il Partido Nacional e il Partido Liberal. Propone un altro modello di stato, basato «sulla trasformazione della società e del sistema economico e politico, sulla costruzione di una vera democrazia partecipata e inclusiva, frutto di uguaglianza, libertà, solidarietà e giustizia, garanzia del rispetto universale dei diritti umani». L’equipe di presidenza di Xiomara Castro è composta da Juan Barahona, dirigente del Fronte nazionale di resistenza popolare (Fnrp), dal politico Enrique Reina e dall’imprenditrice Juliette Handal. Una rappresentanza dell’arco di forze che compone il partito, frutto di un’articolata ricomposizione politica iniziata dopo il golpe. Un variegato embrione di resistenza popolare si era messo in moto già all’indomani dell’espulsione di Zelaya dal paese ad opera dei militari. Poi, ne aveva appoggiato i vari tentativi di rientro, sostenuto dall’attività diplomatica del Brasile, del Venezuela e del Nicaragua. Dopo il ritorno dell’ex presidente in Honduras, le forze del cambiamento hanno intensificato l’attività politica, arrivando a fondare Libre e a eleggere Xiomara Castro come rappresentante. L’annuncio di una costituente, unito all’adesione di Zelaya al campo dei paesi socialisti latinoamericani, aveva messo in moto i piani destabilizzanti e innescato la crisi politica, già nel novembre del 2008. Poi, il colpo di stato e l’azzeramento delle timide riforme sociali avviate da Zelaya. A rimetterci, sono stati i lavoratori delle maquilas – le fabbriche ad alto sfruttamento che prosperano in centroamerica -; i contadini dell’Aguan, uccisi dalle squadracce dei proprietari terrieri, e gli oppositori, perseguiti, ammazzati o fatti scomparire. Dopo un lustro di crescita annuale del 5,6%, nel 2009 l’Honduras è entrato in recessione, come la maggior parte dei paesi del Centroamerica, per riflesso della crisi finanziaria del 2008. Dal 2010 al 2013, l’economia ha però ripreso a crescere di un 3,6% annuale: sempre a vantaggio, tuttavia, delle élite che reggono, per conto terzi (Stati uniti e grandi imprese transnazionali) l’ex repubblica delle banane. Un paese formalmente democratico dai primi anni ’80, ma sempre sotto la tutela dei militari e delle grandi imprese straniere, che hanno in concessione circa la metà del territorio, controllano e sfruttano tutte le risorse (minerarie, idroelettriche, agricole, commerciali e industriali).

Garifuna a rischio
Da ultimo, dopo un’opportuna modifica costituzionale, il governo Lobo è arrivato a concedere pezzi di territorio ai capitali nordamericani per costruire città private fuori controllo, che comportano ulteriori devastazioni ambientali e sociali. La prima, sulla costa caraibica, disboscata e cementificata per circa 1.000 km quadrati, mette a rischio la sopravvivenza della popolazione indigena Garifuna. Con il pretesto della lotta al narcotraffico che domina parte del territorio e permea tutti i livelli delle istituzioni, si alimenta il business delle imprese private del controllo e l’apparato poliziesco-militare. L’Honduras è sempre il cortile di casa degli Stati uniti, che solcano gli spazi marittimi come fossero i propri con navi da guerra, e usano il territorio nazionale per le proprie basi militari come quella di Palmerola. E così, l’indice di povertà e quello di povertà estrema sono arrivati rispettivamente al 13,2% e al 26,3%. È povero circa il 70% della popolazione. Tra il 2006 e il 2009, durante la gestione del pur moderato Zelaya, gli indici erano rispettivamente al 7,7% e al 20,9%. Il coefficiente di Gini, che misura le disuguaglianze e fino al 2009 era allo 0,50, alla fine del 2011 ha registrato un aumento del 12,3%, il più alto della regione. Una situazione destinata ad aggravarsi se passa il piano di governo di Orlando Hernandez che ha promesso una maggior militarizzazione del territorio, e la creazione di «120.000 nuovi posti di lavoro con le maquilas». Sul modello del Frente Amplio uruguayano, Libre propone invece un patto sociale «contro un modello di paese che favorisce un piccolo gruppo ed esclude il popolo». Durante il suo comizio conclusivo, Xiomara Castro ha proiettato un messaggio video dell’ex presidente brasiliano Lula da Silva, che ne inviò uno analogo a Nicolas Maduro in Venezuela e un altro alla candidata presidente in Cile, Michelle Bachelet, domenica 17. Lula, che dette asilo a Zelaya nell’ambasciata del Brasile a Tegucigalpa ha detto che Libre – affiliata al Foro di San Paolo – rappresenta «un gran momento di rinnovamento e speranza per l’Honduras». Anche altri presidenti socialisti latinoamericani come l’ecuadoriano Rafael Correa, hanno inviato messaggi a Xiomara. Per questo, la destra ha scatenato un putiferio. Il Tribunal Supremo Electoral (Tse), che presiede le operazioni di voto, ha invitato gli osservatori «a non interferire nelle elezioni». E intanto ha stabilito che alcuni membri del Foro di San Paolo come la ex Nobel per la pace guatemalteca Rigoberta Menchu potranno assistere solo come accompagnatori. In compenso, nessuna protesta istituzionale per l’arrivo nella capitale di un noto mercenario venezuelano, Robert Carmona Borjas. In fuga dal suo paese dov’è accusato di aver attentato alla vita del defunto presidente Hugo Chávez, Carmona è ritenuto l’ispiratore del golpe contro Zelaya.

[Si ringrazia Leonardo Landi per la segnalazione]

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