“Questioni socialiste” di Jorge Giordani

Qui di seguito vi proponiamo la traduzione per ALBAinformazione realizzata da Marco Nieli del terzo capitolo del libro di Jorge Giordani, La transición venezolana al socialismo. Intanto, per chi fosse interessato, l’intero volume è stato pubblicato in italiano per la Casa Editrice Natura Avventura Edizioni.  

Terzo capitolo – Questioni socialiste

 

3.1 Socialismo del XXI secolo per il Venezuela

Stiamo appena entrando nel secondo lustro di un nuovo secolo e di un nuovo millennio. Tempo per la riflessione e per l’azione, affinché non si faccia eterno il presente contraddittorio e conflittuale che viviamo, affinché la storia non si cristallizzi nel freddo marmo delle statue, lasciando aperte, allo stesso tempo, le porte di un futuro da scriversi, da costruirsi, come tutti i finali non predeterminati, mediato dall’azione degli esseri umani nel qui e nell’adesso, nel Venezuela dove viviamo.

 

Questo paese vive momenti di transizione politica da un regime che si rifiuta di sparire, per effetto di un passato che lo condiziona e un futuro che già comincia a intravedersi nei nuovi tempi, egualmente contraddittorio, pieno di rischi ma anche di opportunità. Il socialismo è qualcosa che non si costruisce da solo, che non si decreta né politicamente né economicamente e meno ancora per via sociale e culturale, soprattutto in un paese la cui storia di quasi un secolo è stata impregnata fino al midollo dalla risorsa petrolio e dalla rendita internazionale che si percepisce quotidianamente.

Di fronte alla parola socialismo non bisogna riempirsi di illusioni e nemmeno di sconforto, perché molti sono stati i fallimenti storici come le eroiche lotte per realizzarlo, da parte di milioni di esseri che hanno offerto le loro vite e i loro sacrifici per attuarlo. Lì risiede l’immensa eredità della storia di coloro che hanno profuso i loro sforzi e sacrifici indirizzati verso una società più giusta e verso un’eguaglianza sostanziale tra tutti noi che abitiamo il pianeta terra. Ciò nonostante, in poco contribuiremmo alla sua definizione, se non partissimo da presupposti fermi, ma da una realtà che si muove sotto i nostri piedi. La logica implacabile del capitale, con tutte le sue conseguenze, esiste senza poter risolvere o rinviare le contraddizioni che la appesantiscono e che indicano la prospettiva di altri tempi.

Non è possibile eliminare e lasciare di lato, come osservatori distratti, la concretezza delle determinazioni attuali e le limitazioni temporali che ci preoccupano al presente. Il punto di partenza appare un riferimento imprescindibile per continuare nel cammino della pretesa costruzione di un socialismo, che non si voglia soltanto utopia pura e dichiarazione normativa di un futuro desiderabile. Si rende indispensabile esaminare il contesto  dato del presente, affinché possiamo proiettarci verso le possibilità future di un cambio trasformatore e, per giunta, radicalmente transustanziatore nelle intenzioni, nell’azione e nella riflessione profonda sulla realtà con la quale ci confrontiamo al presente.

Ci troviamo di fronte a una realtà impregnata di ciò che si è stabilito chiamare la fase dell’imperialismo globale, dominato dall’impero del Nord. Ci siamo lasciati dietro le altre fasi del cosiddetto imperialismo “redistribuzionista”, risultato dalla Seconda Guerra Mondiale e, ancora più dietro nel tempo, le realtà che si sono date con il cosiddetto imperialismo coloniale moderno, costruttore di imperi, più riferito a ciò che accadde agli inizi del secolo XX. Fasi tutte che non esprimono cosa differente dall’espansione della logica del capitale, tanto nel capitalismo del Secolo XX come nel socialismo che si è cercato di costruire con l’esperienza sovietica durante questo stesso periodo. Questa logica comune a entrambe esperienze si basava sull’estrazione del pluslavoro per via economica, nel caso della società capitalista, o per via politica, durante lo sviluppo della società sovietica.

Nel caso che ci riguarda più da vicino, l’accumulazione che si è data dal punto di vista produttivo si trova impregnata della rendita che si ricava dalla ricchezza petroliera. Ripetiamo una e più volte che detta rendita non si produce, ma si ricava internazionalmente e di ciò ha vissuto la società venezuelana, a partire dalla scoperta di questa risorsa energetica naturale. Altra cosa ancora è il processo di distribuzione di detta rendita, che persistente il regime che adesso giunge a termine, ha permesso la concentrazione della stessa in poche mani e all’esterno del territorio nazionale. In poche mani, dato che le migliaia di milioni di dollari prodotto della stessa rendita internazionale, hanno finito per depositarsi fuori dei nostri confini nei conti di relativamente poche persone, lasciando dietro di sé un territorio apparentemente ricco, accompagnato da un’altra realtà fatta di esclusione, piena di esseri umani ridotti alla miseria.

Un tale livello di contrasto è visibile a semplice vista, senza ulteriori studi socio-demografici; per rendersene conto, basta percorrere le strade e le città del paese e così verificare l’ovvio e l’inoccultabile, l’altra faccia dell’abbondanza e dello spreco. Nei primi sette anni che corrispondono all’avvento di un nuovo regime politico formalizzato con la Costituzione della Repubblica Boliviariana del Venezuela (CRBV), a partire dal dicembre 1999, le intenzioni e i desideri formulati nel suo testo hanno costituito un riferimento giuridico  legittimato dalla stessa popolazione nel referendum del 15 dicembre dell’anno già menzionato.

Dobbiamo premettere che non è stato nel contesto di una discussione intorno al socialismo che si è creata e approvata la CRBV; non c’era questa premessa sul tappeto, e, per constatarlo, basta ripassare il testo e riconoscere che detto vocabolo non appare né nell’esposizione dei motivi né nello stesso testo della Carta Magna. In questo senso, si è superato il testo con il divenire del processo di costruzione di una nuova società che presenti il segno del socialismo. Ma di quale socialismo stiamo parlando?

È qui che cominciano a operare le necessarie interpretazioni e visioni intorno a ciò che chiamiamo Socialismo del XXI Secolo. Da quali premesse partiamo per la sua analisi? Con quali postulati si predica l’esistenza di un socialismo per il Venezuela in questo nuovo secolo che appena comincia? Con che marchio strutturale necessario si produrrà il tanto desiderato cambio di modello di sviluppo e di accumulazione, in modo da permettere l’inizio  e il germoglio del socialismo al quale si aspira? In quale contesto nazionale e internazionale si pretende  tendere verso un nuovo modello con  caratteristiche socialiste?

Molte sono le domande che possiamo formulare per tentare di cominciare una discussione che sia nazionale, profonda, aperta, volta alla fondazione di una Nuova Repubblica, che vada anche al di là dell’appena denominata V Repubblica. La discussione sul socialismo richiederà per prima cosa l’approfondimento del processo di trasformazione reale e obiettivo, prima ancora di essere indirizzata verso un nuovo testo costituzionale che parrebbe entrare da subito in un’obsolescenza di fatto, prematura, quando appena ha compiuto i suoi primi sei anni di vita.

Rosa Luxemburg ha proposto il dilemma Socialismo o barbarie, nella sua lotta per costruire una società differente a partire dagli inizi del secolo passato. La sua visione del futuro è stata raccolta da altri autori alla fine del secolo appena terminato, che hanno drammatizzato ancora di più le condizioni di crisi strutturale che comporta la logica del metabolismo del capitale.[1]

Si presenta in maniera più che drammatica la possibilità di una sparizione degli esseri umani che abitano questo pianeta, dato il potere distruttivo delle forze che dominano la dinamica della società capitalista attuale, nella fase, ripetiamo, di un imperialismo globale egemonico guidato dagli Stati Uniti. Quest’ammonizione non lascia luogo a certezze o a una certa tranquillità dello spirito razionale dell’essere umano dei nostri tempi, né qui nel Venezuela attuale, né in nessun luogo del mondo, da parte dei 6.500 milioni di persone che occupano la Terra. Affermare, allo stesso tempo, che questi ultimi cinque anni dentro del secolo e millennio appena cominciato pongono delle sfide serie all’ingegno e alla volontà umana, nella lotta in vista di una società differente, sembrerebbe perfino ovvio. Come arrivò una volta ad affermare Albert Einstein, nel dire che si aveva bisogno di fatti e non di parole, dato che le parole non portavano i pacifisti da nessuna parte, e che si doveva cominciare ad agire e cominciare con quello che si poteva dal presente.

Oltre alla discussione teorica intorno alla natura del socialismo nella società attuale, e particolarmente nel Venezuela di oggi, la possibilità di costruire un socialismo di tipo nuovo si presenta aperta come la propria storia futura, e, in questa prospettiva, tanto la teoria come la stessa pratica della sua costruzione sarà fondamentale per avanzare verso una società più egualitaria e giusta. Andiamo per questo cammino, stiamo appena dando i primi passi…

3.2 Democrazia rivoluzionaria   

I termini e il loro posizionamento danno un senso differente alle idee e ai concetti. Senza pretendere di ricorrere ad acrobazie lessicali, vorremmo porre una differenza tra ciò che potrebbe definirsi una “democrazia rivoluzionaria” e ciò che si indica con una “rivoluzione democratica”. Qualcosa in più di una semplice inversione di termini tra qualificativi e sostantivi.

Entrambi i concetti, la democrazia come la rivoluzione, riempiono libri interi, secondo l’epoca storica alla quale ci riferiamo o il senso che desideriamo dare agli stessi da una data posizione politica. Per democrazia in quanto tale, si intende in senso letterale una dottrina politica favorevole all’intervento del popolo nel governo o anche come il protagonismo del popolo nel governo politico di uno Stato. Dal canto suo, per rivoluzione s’intende la trasformazione violenta delle istituzioni politiche, economiche o sociali di una nazione o anche, in altra accezione, la trasformazione rapida e profonda a ogni livello. Fin qui, le definizioni derivanti dal dizionario della lingua spagnola. Qualificare la democrazia nel suo senso rivoluzionario o la rivoluzione nella sua modulazione democratica sono due questioni ben differenti che, collocate nel qui e adesso venezuelano, presentano anche implicazioni di natura varia.

Cominciamo con l’affermare che né nel preambolo alla Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela (CRBV) né nel contenuto del suo testo appare la parola rivoluzione, bensì il termine democrazia, che si propone come conseguenza dell’obiettivo supremo di rifondare la Repubblica. Non pretendiamo fare un’analisi di natura costituzionale, per comprendere l’uso ripetuto del concetto di democrazia dentro le varie parti che compongono la totalità del testo. Sostantivata la democrazia, la si qualifica in molti modi, fino a raggiungere il significato di un’intelaiatura dentro del governo, lo Stato, la nazione e infine la società, visti come un tutto.

Il termine “democrazia rivoluzionaria”, qualificata in funzione di una trasformazione strutturale, profonda, radicale, che arrivi alle radici non solo dell’esercizio del potere da parte delle maggioranze del paese, ma che permetta anche di incidere nei modi di produzione e distribuzione dell’eccedente prodotto, è parte integrale di questo tipo di democrazia illustrata nella CRBV  e che viene qualificata come rivoluzionaria. Essa si riempie di contenuto come espressione della lotta di coloro che fondarono la Repubblica, la prima nella lotta indipendentista, e di coloro che, durante tutta la storia venezuelana, hanno profuso i loro migliori sforzi per realizzare un processo di trasformazioni strutturali che modificasse il livello di vita delle masse. L’aspetto rivoluzionario qualifica l’essenza democratica di ciò che si cerca di costruire in Venezuela. La cornice costituzionale, realizzata all’interno del processo costituente in corso, forma parte di questa lotta dei popoli per la conquista dell’indipendenza, per la propria liberazione e per la definizione di un destino in sintonia con le proprie aspirazioni. Questa lotta oggi si dà nei termini che piace utilizzare a Mészáros, quelli di una crisi strutturale del capitale, come metabolismo di trasformazione o di “transustanziazione”, per usare gli importanti concetti di García Bacca. Andare al di là della forma, per raggiungere la sostanza ed essenza della trasformazione sociale.

La tappa attuale, che vive il paese dopo le difficili situazioni dei recenti anni 2002 e 2003, indica un certo assestamento del regime politico, legittimato dai processi elettorali del 15 agosto e del 31 ottobre 2004 e, più recentemente, dalle elezioni del 3 dicembre 2006.

Come avanzare nel senso di una “democrazia rivoluzionaria” in Venezuela, nel contesto di questa crisi strutturale del capitale, è parte della sfida che viviamo noi Venezuelani, impegnati a modificare sostanzialmente le relazioni politiche e materiali del paese. Continuare nella ricerca di una sostanziale trasformazione sociale risulta essere l’aspirazione di molti; se questo ha importanza, egualmente, in questa prospettiva, importante è il suo consolidamento nella pratica, nelle circostanze concrete date, in maniera tale da continuare a costruire, a partire dalla stessa realtà specifica che vive il paese, quelle forme e modi democratici che vanno verso una trasformazione veramente rivoluzionaria.

Come avanzare nella direzione di una trasformazione che possa ispirarsi ai concetti della nostra CRBV? Quali percorsi seguire per un’azione politica concreta nel qui e adesso, che orienti i processi di trasformazione? Quali strategie ci permetteranno di avanzare nella direzione delineata dalla Costituzione?

Queste domande devono ricevere risposte, che vadano oltre la semplice retorica politica e permettano di compiere i passi utili a consolidare il processo in corso.

Dalla prospettiva dell’azione di governo, il Presidente della Repubblica ha fatto cenno a cinque motori per accelerare il processo di trasformazione: ciò, insieme alle sette linee strategiche per il prossimo periodo 2007-2013, costituisce un inizio e una proiezione di obiettivi, strategie, politiche, programmi e progetti, per continuare a consolidare la trasformazione politica, il miglioramento sociale della maggioranza della popolazione, l’unità del popolo e delle sue Forze Armate, oltre alla possibilità di avanzare nella direzione di una società che, superando la transizione tra Quarta e Quinta Repubblica, possa cominciare a stabilire le basi di un’organizzazione basata sul lavoro. Ci interroghiamo intorno agli obiettivi strategici che, allo stesso tempo, accompagnano la possibilità di approfondimento della trasformazione strutturale, in una prospettiva che vada verso la sostanza tanto del regime politico come della base produttiva. Di qui, la riflessione necessaria intorno alle trasformazioni richieste tanto dal modello di sviluppo come da quello dell’accumulazione nella fase attuale che viviamo noi Venezuelani.

Domande difficili per un agire che non può perdere di vista, in nessun momento, ciò che accade a livello internazionale, tanto in ciò che concerne le minacce cui si vede sottoposto il processo di trasformazione in atto nel paese, come anche nei punti di forza e possibilità che si aprono nelle lotte che intraprendono altri popoli del continente americano, senza sottovalutare quelle che hanno luogo nei paesi di maggior potere relativo.

La costruzione di una “democrazia rivoluzionaria” in Venezuela passa necessariamente per il consolidamento dell’attuale regime politico, fondato sui principi costituzionali che ci siamo dati, come maggioranza dei Venezuelani, alla fine del 1999. Parallelamente a questo necessario consolidamento politico, c’è bisogno di intraprendere trasformazioni nella struttura produttiva, in modo da permettere una migliore e più equitativa distribuzione degli eccedenti generati dalla ricchezza petroliera. Democrazia rivoluzionaria non significa solamente avanzare nella democrazia politica, ma anche e soprattutto approfondire la democrazia economica e sociale e, più in profondità, quella culturale. In questa prospettiva si muove la gran parte della popolazione venezuelana, disposta a non farsi strappare le vittorie raggiunte: gli eventi dell’aprile 2002, la sconfitta del sabotaggio petroliero a cavallo tra il 2002 e il 2003, le recenti sfide elettorali del 15 e del 31 ottobre 2004 e, infine, il mandato ricevuto il 3 dicembre passato, sono un chiaro segnale del potenziale di trasformazione e della forza popolare che lo nutre.

 

3.3 Sinistra latino-americana?  

Non c’è dubbio che il tema va di moda. La cosa triste è che, a paragone con il governo degli Stati Uniti d’America, tutti impallidiscono, perché nessuno può trovarsi alla sua destra. In questo potente paese si è insediato uno dei governi più conservatori e reazionari della storia, da quando questa nazione ha visto la luce in quanto tale. Si è scatenata una guerra fondamentalista, che pone in scacco il mondo intero e mette a rischio la vita dell’intero pianeta. Si sono alzati in volo i falchi del Pentagono e i loro consimili della Casa Bianca possono solo soffiare venti di guerra contro tutto ciò che si oppone ai loro piani.

Eppure, questi sintomi hanno finito per diventare una tremenda debolezza: si sentono tanto accerchiati che hanno deciso di costruire un Muro capitalista,  che finirà per convincere il critico più acerrimo tra quelli che ha avuto il già famoso e tragico Muro di Berlino. Alla fine, la storia come ripetizione smette di essere tragedia per diventare una farsa…

Collocarsi a destra dell’attuale governo yankee sarebbe una specie di aberrazione in America Latina, a meno che si tratti della forma più feroce che possa esprimere una tirannia come le tante militari, sufficientemente note, che hanno pullulato nel continente durante decadi. Tutto ciò, senza  accennare ai governi che le hanno promosse e a quelli che hanno permesso che si arrivasse a questa situazione, sempre o la maggior parte delle volte sostenuta dai governi dell’emisfero Nord. A dimostrazione di ciò, quello che è successo in quasi tutti i paesi da nord a sud e da est a ovest, senza apparenti eccezioni.

È per questo che, al parlare di sinistre latino-americane, si corre il rischio di incorrere in banalità descrittive. Senza dubitare dell’esistenza di venti di cambiamento a queste latitudini, quello che sta venendo fuori come presupposto è la crisi profonda nella quale si dibatte il mondo della logica del capitale e il suo correlato nell’ambito più specifico del capitalismo. Allo stesso modo che le relazioni di dipendenza agiscono per fare pressione sui paesi meno sviluppati, l’altro lato della moneta agisce per imporre la presenza di forze che si oppongono a essa. Ciò che potremmo denominare propriamente la sinistra latino-americana non sarebbe altra cosa che l’altra faccia dell’imperialismo, soggetta chiaramente alle diverse sfumature storiche del momento, con differenti tipi di dirigenza popolare, con gradi altamente differenziati nella strutturazione dell’organizzazione del movimento popolare, con storie specifiche di forme di lotta durevoli, come potrebbero dimostrare i casi della Colombia da un lato, con la presenza di una guerrilla secolare che sembrerebbe convivere tra mille difficoltà con i governi di turno in più di mezzo secolo di esistenza, e dall’altro, la lotta del popolo cubano per sopravvivere all’incessante blocco di un altro mezzo secolo.

Eppure, all’interno di altre condizioni di esistenza, molti regimi si sono mantenuti durante gli anni, ancora oggi con la presenza di governi che pretendono risolvere ingenti problemi sociali, che risultano assillanti e dolorosi. La maggioranza di loro, afflitti da forme istituzionali e giuridiche che non permettono di avanzare verso nuove più radicali fasi dello sviluppo nazionale. Tutto ciò, grazie all’opposizione interna, risultante da forze estremamente conservatrici, legate agli interessi finanziari e produttivi locali, senza sottovalutare i partiti e le organizzazioni politiche che, dietro una maschera populista e demagogica, occultano e ideologizzano i loro veri orientamenti. In questa prospettiva, sono tali le disuguaglianze sociali in quanto a distribuzione del reddito e della ricchezza che, alla fine, essi non possono negare la miseria esistente, per quanto pretendano parlarne, predicando una democrazia semplicemente inesistente.

Parlare di sinistra latino-americana potrebbe implicare un eufemismo politico, che illustra il contrasto con quanto successo nelle decadi degli Ottanta e dei Novanta, a causa del grado di oppressione che misero in campo i governi sotto il manto dell’ideologia neoliberale e del cosiddetto Consenso di Washington. In questa prospettiva, le lotte popolari, che si vengono esprimendo in differenti spazi del continente latino-americano, hanno trovato una canalizzazione favorita dalla stessa aggressione impietosa dei governi del Nord, tra i quali, in particolare, l’attuale governo del Sr. Bush. Il quale, va detto, è molto occupato e preoccupato per ciò che accade in Afghanistan, per la sconfitta subita in Iraq o per la recente invasione del Libano. L’impantanamento che hanno conosciuto le sue azioni in questi luoghi lontani dalla geografia latino-americana, l’ha tenuto occupato. In caso contrario, l’intensità dell’attacco a queste latitudini avrebbe finito per cancellare democraticamente l’opposizione che è venuta sorgendo in queste patrie latino-americane. Non esiste dubbio sopra il loro potere militare e produttivo, che gli permetterebbe di spegnere immediatamente qualsiasi opposizione da parte della sinistra latino-americana o da parte di coloro che, semplicemente assumendo posizioni nazionaliste e sovrane, si fossero opposti ai loro piani. La cosa grave per loro, nella loro guerra fondamentalista, è che, all’interno dello stesso popolo nord-americano, avvertendosi già gli effetti dei figli che ritornano in borse nere come cadaveri inspiegabili, cominciano ad apparire piccole opposizioni a un tale magnicidio accumulato in giro per il mondo.

Con la convergenza nascente tra coloro che si oppongono a questa guerra senza senso, al di là delle pretese di controllare le fonti energetiche altrui (in qualunque posto si trovino), la felicità media raggiunta da una logica capitalistica comincia a scontrarsi con i propri limiti, ed è precisamente lì che si forma il brodo di coltura che sintonizza i problemi dei paesi latino-americani con le stesse lotte del popolo nord-americano. Giungere a questo grado di azione congiunta permetterebbe di socializzare, universalizzandole, lotte apparentemente diverse e distanti, tra coloro che potrebbero pensare di trovarsi fuori delle fauci del mostro divoratore della forza-lavoro e le incompiutezze del consumo quotidiano che riducono altri alle condizioni della miseria umana.

In questo contesto si collocano le lotte che oggi cominciano ad avere una proporzione che non si è raggiunta in una fase di riflusso dei movimenti popolari dell’America Latina, ed è in questa stessa proporzione che si potrebbe pensare all’esistenza di differenti tipi di sinistra a livello latino-americano, nella misura in cui le forze che accompagnano queste lotte riescano a realizzare forme organizzate e strutturate con un impatto maggiore di quello che si raggiunge in termini strettamente rivendicativi e locali. In questo contesto si potranno presentare differenti sfumature nell’insieme del continente e l’esito di queste lotte sembra essere determinato dall’orientamento offensivo delle stesse lotte, in sintonia con ciò che accade nella situazione che vivono coloro che nel Nord lottano per la sopravvivenza. Da ciò, deriva la necessità di un riposizionamento, difficile da realizzare nella pratica per le difficoltà inerenti alle lotte specifiche di ciascuno in ogni contesto particolare, ciò che potremmo chiamare una specie di internazionalismo popolare, che faccia sentire ed emergere gli interessi comuni di coloro che lottano a spada tratta in differenti luoghi e spazi. Così come si internazionalizza il capitale con tutti i suoi benefici rispetto ai propri propositi, la lotta internazionale richiede, nei tempi odierni cosiddetti globalizzatori, sforzi inauditi in questo tipo di lotta solidaria e internazionale. E non sarà altra cosa che la pratica di queste lotte a permetterci di penetrare a fondo in questa soggiacente solidarietà internazionale.

 3.4 Rivoluzione venezuelana?

Le parole rivoluzione e socialismo sono entrate nella discussione venezuelana recentemente, dopo di essere state condannate dal lessico popolare e accademico. Pronunciarle in certi ambienti comportava un senso di esclusione immediato per coloro che osassero introdurle nella conversazione. Il lungo e pesante letargo delle decadi perdute, dalla caduta del mondo del cosiddetto (per alcuni)  “socialismo reale” e per altri del “post-capitalismo”, faceva sì che l’abbandono delle idee di trasformazione, cambiamento o, ancora meglio, transustanziazione sociale, rimanesse nell’oblio. Appena alcuni piccoli gruppi quasi clandestini osavano utilizzare simili linguaggi, si trattava di una vera e propria “esclusione sociale e politica”: soltanto dentro le catacombe era possibile parlare di detti temi. La parola socialismo era associata nel migliore dei casi alla democrazia, a volte in senso significativamente qualificativo, altre peggiorativo. Non c’era spazio per una discussione sul tema. Il socialismo era stato decretato cadavere insepolto, proprio nel momento in cui i problemi della società che si vantava si rimpiazzarlo, continuavano il percorso di crisi o semplicemente di stasi.

La caduta dell’Unione Sovietica alla fine degli Ottanta, dopo circa sette decadi di sfruttamento di un modello che è imploso, faceva pensare a molti che la fine della storia era arrivata per durare. Lottare a favore del socialismo risultava fuori di moda, non corrispondeva al trionfo dei regimi più conservatori e neoliberali che aveva incontrato il XX secolo sul suo accidentato e tragico percorso. Alcuni di loro sopravvivevano impantanati nella social-democrazia, nel riformismo puro e semplice. La dicotomia riforma verso rivoluzione aveva ceduto terreno alla conservazione dei privilegi sociali ed economici dei più potenti. Il mondo bipolare dell’equilibrio, che si costruì dopo la sconfitta dell’asse Germania, Giappone e Italia, del quale si commemorano sei decenni, ha smesso di esistere per lasciare luogo a un’unica potenza militare, gli Stati Uniti dell’America del Nord. Passando dalla polarità all’unipolarità, si sarebbe tentato in seguito di realizzare un altro spazio geo-politico più prossimo alla multipolarità. Altre potenze mondiali avrebbero tentato di occupare lo spazio lasciato vuoto dall’Unione Sovietica. Il lancio dell’offensiva in Europa da parte delle forze alleate forzava la resa della Germania di Hitler, mentre, alcuni mesi più tardi, un paio di bombe nucleari di Nagasaky e Hiroshima ponevano fine alla guerra dell’Estremo Oriente. Ci volle la forza militare per schiacciare la follia di dominio che si era tentato di istallare attraverso i regimi nazisti, fascisti e autoritari d’Occidente e d’Oriente.

In Venezuela, dopo la fine della dittatura gomezista nel 1935, iniziò un periodo di transizione che precedette il decennio del regime militare di Pérez Jiménez. In seguito, ha iniziato la sua traiettoria di quattro decenni (fino al 1998) la cosiddetta democrazia rappresentativa del “Patto del Punto Fisso”. Eppure, il fermento di una reazione popolare alla crisi del regime di democrazia rappresentativa bipolare cominciava già a evidenziare segnali di declino nel progetto di applicare le ricette delle politiche neoliberali alla fine degli Ottanta. La rivolta popolare del 1989 e le ribellioni militari del 1992 smuovevano la coscienza popolare nel tentativo di svegliarla dal lungo letargo; questi movimenti non lasciavano presumere la riapparizione delle parole proibite: rivoluzione o socialismo, per non parlare della loro combinazione “rivoluzione socialista”. Esse erano sparite dal dizionario politico venezuelano ed entrate in disuso grazie alla capacità “mediatizzatrice” dei grandi mezzi di comunicazione e alla “de-ideologizzazione” dei partiti dello status quo. Tanto la social-democrazia quanto il social-cristianesimo perdevano forza popolare, per finire come raggruppamenti clientelari  dedicati alla semplice distribuzione dell’eccedente petroliero. La crisi di legittimità del regime democratico rappresentativo si rendeva sempre più evidente. Le masse popolari, disincantate dalle élites  partitiche, cercavano reali alternative alla grave esclusione sociale, che concentrava il potere e la ricchezza nei settori economici nazionali e transnazionali.  La rendita petroliera restava nelle mani di pochi all’estero, senza possibilità di ritorno: dalla decada degli Ottanta la fuga dei capitali finì per generare una tendenza alla dis-accumulazione, la quale non soltanto si cristallizzò nelle fasce meno abbienti e nell’80% della popolazione, ma che anche lasciò una stagnazione visibile e notoria nell’infrastruttura nazionale. La delegittimazione è stata causa e insieme conseguenza di questo processo di de-capitalizzazione, con le masse che finirono per perdere fiducia nei loro rappresentanti a tutti i livelli dei poteri nazionali. I partiti politici maggioritari entravano in un processo di decomposizione galoppante, il deterioramento  si  rendeva  evidente. Il Re era nudo…

Dopo l’avvento del nuovo governo e l’approvazione della nuovissima Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela (CRBV), ancora la parola socialismo non risultava di dominio pubblico, la stessa legge fondamentale non la menziona e il termine rivoluzione neppure si applica in questo contesto della legge madre.  Eppure, ciò nonostante, non sono mancate le reazioni dei settori dominanti interni, in corrispondenza con i fattori esterni. Il periodo iniziato alla fine del 2001, che non è stato altro che la continuazione dell’opposizione messa in campo all’approvazione della CRBV nello stesso giorno del referendum che l’ha vista nascere; il 15 dicembre 1999; il colpo di Stato di aprile 2002; il sabotaggio petroliero della fine dello stesso anno e inizi del 2003 e le reazioni che si osservano da parte del governo degli U.S.A. dopo le elezioni del 15 agosto e quelle del 31 ottobre 2004, formano parte di una stessa strategia volta a evitare che, nella pratica,  parole che oggi conoscono una così vasta risonanza, come rivoluzione e socialismo, abbiano un destino diverso da quello della semplice retorica.  L’opposizione interna legata a quella proveniente dall’estero, soprattutto con l’uso di potenti mezzi di comunicazione, in qualche modo cercano di sostituire la débacle che ancora si osserva nei partiti politici dell’opposizione venezuelana, i quali ancora non hanno assimilato le recenti sconfitte elettorali e neppure si trovano disposti ad accettare l’impegno verso una trasformazione profonda delle strutture del paese, in maniera tale che i detti termini “rivoluzione” e “socialismo” non rimangano, ripetiamolo, una semplice arguzia linguistica. Il cammino si fa andando, diceva il grande poeta spagnolo….

 

3.5 Accelerando nella direzione del socialismo

Il Venezuela della metà del 2006 si trova coinvolto in un processo di trasformazione che non solo riguarda la sua struttura interna, ma che si relaziona anche con altre realtà, le più vicine dell’ambito latino-americano e caraibico, e anche con altre, lontane dai suoi confini, le quali osservano ciò che avviene qui a volte con curiosità o con una certa disinvoltura. Questo effetto non corrisponde a nessuna illusione ottica, dato l’accecamento dei grandi poteri mondiali che non possono, in fondo, permettere il successo di ciò che qui è in corso e può continuare ad accadere: nemmeno alla possibile illusione che si tratterebbe di una conseguenza semplice e chiara della sua relativa prosperità, proveniente dalla ricchezza petroliera, di per sé esauribile.

La volontà umana ha i limiti propri nelle restrizioni che ci presenta, da un lato, la natura, dall’altro la stessa società come contesto, ma soprattutto e al di sopra dei summenzionati elementi, in ciò che proviene dagli stessi esseri umani, che giocano ognuno la propria partita, per mantenere privilegi di epoche anteriori. Si tratta della resistenza alla trasformazione da parte di coloro che hanno tutto e non pensano minimamente a disfarsi dei loro averi, a rischio di perdere i vantaggi basati sulla solidarietà altrui.

Dominarsi l’un l’altro, fondare la ricchezza di alcuni sullo sfruttamento degli altri non è cosa nuova né una novità. La società basata sullo sfruttamento è stata la norma dalla notte dei tempi, e lo conferma la stessa logica del capitalismo che ha vari secoli alle spalle. È l’estrazione del plus-lavoro, nel segno dell’implacabile azione della natura del capitale, che vive e sopravvive in una dinamica accumulativa infernale e che allo stesso tempo evidenzia i  propri limiti. La produzione di ricchezza che, nel nostro paese, ha, in larga misura, radici nella rendita generata internazionalmente, presuppone anche la necessità di cambiare le relazioni interne di produzione e distribuzione, tanto della rendita quanto del resto del prodotto realizzato. All’origine di questa produzione, si trova un fattore strutturante che coadiuva il processo, il cosiddetto imprenditore. Un imprenditore legato alla logica interna e intrinseca che lo condiziona, quella del capitale, per cui, seguendo Mészáros, detta logica sussume il lavoro al capitale, in un processo storicamente costituito, nel quale gli esseri umani relazionati tra di loro si organizzano in un sistema di produzione e di intercambio. All’interno di questa subordinazione, si stabiliscono mediazioni di ordine differente, alcune di primo ordine, che hanno come finalità il mantenimento delle funzioni vitali di riproduzione individuale e sociale e altre di secondo ordine, corrispondenti a un periodo specifico della storia umana, con strutture e pratiche sociali impostate e protette istituzionalmente. La necessità implicita nel sistema capitalistico, come logica particolare del capitale, nella quale l’estrazione del plus-lavoro si dà per via economica, consiste nell’espansione del valore di scambio come uno degli aspetti della produzione delle merci, subordinando l’altro lato della medaglia, i valori di uso, che rimangono soggetti, in quanto soddisfazione di necessità umane, ai dettati della generazione del valore di scambio. Questa dipendenza  soggiacente del valore d’uso al valore di scambio come rovescio della merce fa sì che le necessità umane rimangano subordinate all’auto-realizzazione espansiva del capitale.

Nel caso della transizione politica che vive la società venezuelana, un’accelerazione nella direzione del socialismo significa l’approfondimento necessario delle forme produttive associate al lavoro collettivo, che nei termini classici significa l’organizzazione di imprenditori liberi associati che, soggetti alla razionalità prevalente, permettano di creare le condizioni di forme produttive alternative. Non c’è dubbio che la presenza congiunta del lavoro da un lato, del capitale dall’altro e, inoltre, dello Stato come entità politica dominante, viene a conformare una triade, che orienta egualmente la possibilità di creare un’economia sociale basata sulla proliferazione di una logica del lavoro, che possa crescere e consolidarsi dalle sue proprie fondamenta; di un’economia pubblica basata sulla razionalità che pretende imporre lo Stato; infine, dell’esistenza di un’economia privata soggetta e dominata dall’esistenza del capitale, agendo la stessa come la reale personificazione dello stesso capitale nella figura dell’imprenditore.

La convergenza di questi differenti tipi di economia, quella sociale, quella pubblica e quella privata, vengono a costituire uno spazio di confronto che domina la scena produttiva. Quella di tipo capitalistica, come anche la pubblica, sono soggette a condizionamenti, come la produzione di una rendita di carattere internazionale (tipo quella proveniente dal petrolio e dai derivati energetici). Dall’altro lato, l’economia sociale, appena esistente in maniera germinale e incipiente, che sopravvive all’ombra della distribuzione di questa rendita petroliera ottenuta a partire dallo Stato petroliero, potrebbe servire da base per un cambio di direzione, per l’accelerazione di un’ economia incipiente al momento e in fase di germinazione a partire dall’economia sociale, che potrebbe dare origine nel tempo e con una direzione politica adeguata, a un processo di transizione produttiva. Il che permetterebbe da subito la formazione di un tipo di produttore libero associato, che possa  soppiantare la ratio estrattiva del plus-lavoro e della rendita internazionale, sulla quale si appoggiano in primo luogo le imprese pubbliche, ma che in fondo significa il mantenimento dell’attuale modello produttivo venezuelano, alla stessa maniera che permette la possibilità di creare un’alternativa produttiva differente, basata su di una logica del lavoro.

Sappiamo che si tratta di un processo di largo respiro che non si attua semplicemente per decreto né per volontà politica né attraverso la creazione di un corpo giuridico differente adattato alla norma ideale che si vuole instaurare. La trasformazione delle relazioni  produttive va al di là della transizione politica che vive il paese e richiede cambi transustanziali, per seguire l’intuizione garciabaquiana, al di là anche delle trasformazioni delle relazioni sociali.

Il  condizionamento della rendita petroliera generata internazionalmente diventa all’improvviso un’opportunità,  una sfida, che offre possibilità per trasformazioni della struttura produttiva, a livello del Venezuela, in particolare, e dell’America Latina e dei Caraibi in generale. Come primo elemento di riferimento in questo processo di trasformazione, l’uso della rendita petroliera internazionale deve permettere di pagare un severo e profondo debito sociale, accumulato durante vari decenni, anche attraverso il ricorso a meccanismi concreti, dei quali alcuni già pienamente identificati, come: l’uso delle risorse economiche per trasformare i modelli produttivi attraverso l’importazione di beni fondamentali e di tipo intermedio inesistenti nel paese, come anche la distribuzione dei detti eccedenti attraverso il veicolo del sistema finanziario pubblico o il lasciare briglia sciolta alla capacità di generare la domanda da parte dell’apparato pubblico venezuelano, in particolare in ciò che concerne le sue imprese petroliere e petrolchimiche, come anche il resto delle imprese basiche. Egualmente, non è da disprezzare la possibilità di accompagnare i processi produttivi attraverso l’uso di una serie di risorse che permetterebbero un migliore accompagnamento delle esperienze germinali che si stanno iniziando in Venezuela. In questa prospettiva, il confronto dei concetti teorici individuati dalle cosiddette Imprese di Produzione Sociale e dalle Unità Produttive Comunitarie con ciò che sono state le esperienze pratiche, denominate con lo slogan Dentro la Fabbrica, come anche con quelle che hanno copertura nel campo della produzione sociale associativa, fa parte del campo di soluzioni che sdoganerebbe l’Economia Sociale in quanto tale, e la disseminazione creativa di un sistema di produttori liberi associati, che marchi la differenza rispetto alla produzione pubblica dipendente dall’apparato dello Stato e che vada allo stesso tempo occupando terreno nel campo della produzione privata basata sulla logica capitalista.

La costruzione dell’Economia Sociale come parte del nuovo modello produttivo indirizzato al Socialismo del XXI secolo, ha la sua origine nelle Imprese di Produzione Sociale (EPS). Le stesse sono entità economiche dedicate alla produzione di beni e servizi, nelle quali il lavoro ha un significato proprio, non alienato ma autentico, non esiste la divisione sociale e gerarchica del lavoro, la ricchezza sociale è distribuita in maniera auto-determinata: sono entità auto-sostentate, con eguaglianza sostanziale tra i propri membri e sono basate su di una pianificazione partecipativa e protagonica.

Questo fenomeno così complesso, in quanto accelerazione verso un apparato produttivo con caratteristiche di nuovo tipo, oggi identificato in generale con una società socialista per definizione e pianificazione (per non dire utopica), permetterebbe di continuare a creare un ambio produttivo che funga da incubatrice al nuovo tipo in gestazione. Non c’è dubbio che la sfida e il pericolo maggiore proviene dalla natura petrolifera di una rendita generata internazionalmente, e non dai punti di forza  intrinseci di un sistema produttivo atrofizzato, dove i supposti creatori di ricchezza non sono più che unità come quelle che compongono la nostra società, dipendenti da una logica basata sull’estrazione di plusvalore dall’estero e non da una vera e genuina organizzazione, che permetta la soddisfazione dei valori di uso, cioè, delle necessità umane.

 

3.6 Nuova tappa vs accelerazione   

Orientarsi in un processo, per tentare di osservarne la prospettiva futura, richiede non solo una migliore conoscenza della realtà dove uno si trova, ma anche una capacità intuitiva di percepire la direzione degli avvenimenti futuri. Conoscenza più percettività sono allora due elementi che aiutano a realizzare un certo orientamento interno alla situazione.

In quanto alla conoscenza, partiamo dalla base sulla quale si regge la produzione venezuelana, ossia la rendita petroliera, la generazione di questo flusso di risorse dall’estero che continua a essere il motore principale dell’economica venezuelana. Fin quando esisterà, potrà mantenersi una certa dinamica che attivi il resto dell’apparato produttivo nazionale, dati i suoi significativi contributi al reddito nazionale, alla capacità di acquisto all’estero e alla possibilità di investire gli eccedenti generati da questa rendita nel resto delle attività meno dinamiche del nostro apparato produttivo. D’altro lato, la possibilità di destinazione del nostro eccedente al pagamento dell’immenso debito sociale accumulato, permetterebbe di mitigare il deficit nella soddisfazione delle necessità, particolarmente nei settori di minori risorse e con un minore accesso alla distribuzione della ricchezza e del reddito.

Quanto su detto, insieme alla proiezione dello sfruttamento petroliero, permetterà di proseguire in un sentiero di redistribuzione della nostra ricchezza e del nostro reddito.  La sua possibilità risiede nella maggiore generazione della rendita petroliera in futuro. La generazione della rendita petroliera appare come condizione necessaria perché si aprano possibilità per il processo sociale iniziato di andare avanti. Ciò nonostante, sarebbe temerario pensare che detto processo si trovi subordinato in maniera inesorabile alla stessa generazione della rendita, eppure questa lo facilita, nel rendere meno traumatica la situazione sociale e l’investimento necessario per uscire dal regime di scarsità, che genererebbe una situazione caratterizzata dall’assenza di queste risorse.

La discussione circa l’approfondimento del processo, in maniera da consolidare il già realizzato e da proseguire nella diminuzione della breccia esistente in termini di necessità basiche della maggioranza della popolazione, nel contesto dell’entrata in una nuova tappa dello stesso processo verso una società di carattere socialista (come si è cominciato a intravvedere nel caso venezuelano), è una questione da discutere con i maggiori dettagli, soprattutto per le differenze tra il tipo di discorso che si prospetta e la realtà concreta del possibile avanzamento nella direzione di un futuro concepito come radicalmente alternativo all’esistente fase (chiamiamola con il suo nome vero, in termini della logica del suo metabolismo) dell’accumulazione del capitale.

Contrapporre l’accumulazione della ricchezza alla soddisfazione delle necessità non ha solo a che vedere con il consumo attuale e quello differito delle nuove generazioni. Accumulare per crescere più in avanti o consumare sul momento per diminuire il deficit nella soddisfazione di necessità umane, è stato oggetto di considerazione in molte esperienze previe, che, per dirlo in maniera attuale, si contrappongono alla possibilità di un socialismo della scarsità, basato sullo sfruttamento e generazione della rendita petroliera nel caso del Venezuela. Come afferma István Mészáros,

…”… La completa subordinazione delle necessità umane alla riproduzione del valore di scambio – nell’interesse dell’auto-realizzazione allargata del capitale – è stata il tratto distintivo del sistema capitalista dagli inizi…”…[2]

 

Focalizzarsi sull’essere umano come fine della produzione, facendo prevalere la produzione di valore di uso sopra il preponderante valore di scambio, significa che la soddisfazione delle necessità viene a regolare e determinare il processo produttivo in contrapposizione alla dinamica accumulativa, preceduta dalla produzione di valore di scambio con  le sue finalità di accumulare ricchezza.

Nel caso venezuelano attuale, la generazione di una rendita internazionale, proveniente dallo sfruttamento del petrolio, permette di accelerare un’accumulazione a beneficio della soddisfazione delle reali necessità umane, liberandosi in questo modo dalla presenza di un condizionamento che nasca dal consumo insoddisfatto accumulato, cioè il deficit nella soddisfazione delle necessità umane. Si potrebbe, in questo modo, superare, con la generazione della rendita, una delle limitazioni dei sistemi anteriori  alla logica di accumulazione del capitale, riconoscendo una certa praticabilità al modello che si cerca di promuovere. In questa prospettiva, l’orientamento del valore d’uso nella futura società socialista risulta inseparabile dalla questione dello sviluppo multilaterale delle necessità e delle capacità produttive dell’individuo sociale.

Un secondo elemento che richiede precisione si riferisce al senso della proprietà. La proprietà come possesso che relaziona il soggetto produttore con l’oggetto dell’attività produttiva si trova radicalmente svincolata, a causa della frammentazione e degrado del lavoro, arrivando alla reificazione del soggetto produttore, separato dal possesso dei mezzi di produzione che gli sono estranei.

Mészáros orienta la ricerca della nuova società nell’affermare che

… “… La produzione è consapevolmente controllata dai produttori associati al servizio dei propri scopi, o li controlla e impone loro i propri imperativi strutturali, come presupposti ineludibili della pratica sociale. Così, solo l’auto-realizzazione attraverso la ricchezza della produzione (e non l’alienante e reificata produzione di ricchezza), in quanto proposito dell’attività di vita degli individui, può offrire un’alternativa praticabile alla cieca spontaneità auto-riproduttiva del capitale e alle sue conseguenze distruttive. Questo significa la produzione e realizzazione di tutte le potenzialità creative umane, non meno che la riproduzione continuata delle condizioni materiali e intellettuali dell’inter-scambio sociale… “… [3]

Alla ricchezza come scopo della produzione si antepone la produzione come finalità dell’umanità, particolarmente in tempi di crisi strutturale cronica della logica del capitale, che colpisce direttamente per la prima volta nella storia l’umanità tutta. Si configura, seguendo la riflessione di Mészáros, un’inevitabile ri-orientamento, da una produzione di ricchezza restrittiva e basata sullo spreco a una ricchezza della produzione umanamente arricchente, ciò che necessariamente richiede trasformazioni importanti nell’organizzazione del lavoro.

Con il socialismo, l’uso non si troverà più determinato dal tempo minimo di produzione ma, al contrario, il tempo di produzione dedicato a qualsiasi bene o servizio sarà determinato dal suo grado di utilità sostanziale, in una specie di coscienza etica emancipatrice, come quella che proponeva Lukács. A questa specie di regressione al tempo minimo di produzione, che determina l’uso nel capitalismo, si contrappone nel socialismo un grado di utilità sostanziale, che viene a determinare il tempo minimo di produzione, secondo le modalità di un perfezionamento dell’opera produttiva collettiva. Tutto ciò, attraverso una ristrutturazione della divisione del lavoro, nella quale le mediazioni socialiste necessarie si rendono praticabili solo se si intraprende una ricostituzione radicale della relazione tra produttività e uso, attivando la soddisfazione e creazione di nuove necessità umane e il potenziale di soluzione per realizzare prodotti di utilità sostanziale.

L’orientamento di un processo produttivo basato sul raggiungimento di un’utilità sostanziale a beneficio della maggioranza della popolazione può assumere prospettive diverse, che tendano al miglioramento immediato delle condizioni di vita, di contro ad altre alternative che mirino a rimandare al futuro una maggiore soddisfazione di dette necessità. Nel caso venezuelano, in particolare, l’immenso debito sociale accumulato da vari decenni obbliga in parte a rispondere in maniera più o meno immediata a questa richiesta popolare, il che allo stesso tempo potrebbe permettere, con la crescita della coscienza popolare e con un processo di costruzione del potere popolare, di realizzare una maggiore adesione e legittimazione della volontà politica, che tenta di portare avanti le trasformazioni in questione. Il continuo rinvio della soddisfazione delle necessità tanto profondamente sentite e accumulate durante tanto tempo, configura un’urgenza, alla quale bisogna rispondere in maniera efficace ed efficiente.

In questa prospettiva, lo sforzo di captare la maggior rendita possibile, proveniente dalla risorsa petroliera, ha dato in parte i suoi frutti, nello sconfiggere il modello “aperturista” e desnazionalizzatore che si cercava di instaurare nell’industria petroliera, e che ha mostrato quanto forti erano le tendenze che lì comandavano e il potere accumulato oltre e al di sopra dello stesso Stato Nazionale. L’impresa petroliera come uno Stato dentro lo Stato non è da considerarsi un’affermazione semplicemente teorica: nella pratica il confronto che si è dato con il sabotaggio petroliero di fine 2002 e inizio 2003, con tutta la sua intensità e nefaste conseguenze, è stato semplicemente un esempio della posta che si stava giocando. La dipendenza del paese da una tecnocrazia petroliera, che credeva sua proprietà la stessa industria, era tale che il confronto al quale si è arrivati ha mostrato i limiti e la necessità di un conflitto per liberare le risorse provenienti dalla rendita internazionale captata, allo scopo di porli al servizio e distribuirli alla maggioranza della popolazione venezuelana. Questo fatto risaputo ha marcato una differenza tra il Venezuela del passato e la possibilità di raggiungere un Venezuela nuovo nel futuro, contribuendo con l’industria a una migliore distribuzione del reddito e della ricchezza nazionale.

Il socialismo venezuelano  non aveva una base di supporto previa al 2002, soprattutto a causa della dipendenza da una logica produttiva legata a interessi transnazionali, più che a una direttiva autonoma di carattere nazionale e sovrano. Captare la maggior rendita internazionale, come parte del processo produttivo di trasformazione e raggiungere la più democratica distribuzione della stessa, è stato un successo indiscutibile del processo che si è aperto dopo della sconfitta del sabotaggio petroliero del 2002-2003, insieme a un processo di internalizzazione, in netta opposizione alla strategia desnazionalizzatrice della precedente internazionalizzazione. L’efficacia e l’efficienza  nella captazione delle risorse e nella loro distribuzione allargata allo spettro sociale è stato un contributo significativo al pagamento del debito sociale accumulato, il quale, per la sua grandezza e intensità, non potrà essere chiuso a brevissimo termine, anche prendendo in considerazione la normativa esplicita contenuta nella Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, approvata il 15 dicembre 1999.

A partire dalla continuità di captazione di una rendita internazionale sostanziale e sostenuta da giusti prezzi internazionali per il petrolio venezuelano, si potrà continuare ad approfondire una politica sociale inclusiva, che abbracci sempre più settori. La viabilità del modello produttivo nazionale si troverà direttamente vincolata alla possibilità di risorse esterne, provenienti dalla captazione di detta rendita internazionale. Da lì viene anche la rapidità delle trasformazioni da realizzare, le quali dipendono indubbiamente dalla quantità di risorse, come anche dall’elevazione del livello di coscienza e di costruzione del potere popolare nella direzione politica collettiva del processo. Da ciò dipende in parte il passaggio della transizione politica che attualmente vive il Venezuela verso una rivoluzione politica compiuta. Dal momento che, in questi stessi termini, si potrà realizzare un’irreversibilità del processo in corso, in una specie di decollo necessario e indipendente dalle condizioni iniziali di partenza che si vengono costruendo, soprattutto a partire dalla sconfitta del sabotaggio petroliero e dal superamento del Colpo di Stato dell’aprile 2002.

Proseguire verso il consolidamento di un processo legittimato è parte della posta in gioco nel confronto elettorale del 2006, in una lotta che va al di là di una semplice e importante elezione per scegliere il nuovo Presidente della Repubblica. Le divagazioni che si osservano e la politica dell’opposizione etero-diretta per lo più dall’estero si volgono a una delegittimazione delle istituzioni e, in particolare, del governo attuale, in modo da preparare il terreno per nuove offensive come quelle già osservate negli anni 2002 e 2003. L’esempio rappresentato dal ritiro dei candidati dell’opposizione nelle elezioni legislative del 2005 non è altro che un segnale della forma di lotta che si continuerà a impiegare nel futuro, data la debolezza interna dell’opposizione.

La fase post-elezioni di dicembre offrirà la possibilità di un ricompattamento delle forze orientate verso la trasformazione, aprendo allo stesso tempo nuove strade per un’accelerazione del processo in vista di una nuova tappa.

3.7 Un nuovo socialismo per il Venezuela

Passare dalla logica del capitale a quella del lavoro, andare al di là del capitale, configurare l’alternativa egemonica del lavoro come oggetto della strategia socialista, sono questioni che sembrano appartenere a un livello di astrazione che non hanno nulla a che vedere con la situazione che vive il Venezuela nella fase attuale, nel qui e adesso.

Dall’astrazione alla realtà concreta, nelle sue note e molteplici determinazioni, non c’è altro che un passo, soprattutto nel cercare di comprendere quest’ultima non solo attraverso di un riconoscimento “oggettivo” della stessa, ma soprattutto quando si tratta di modificarla, di cambiarla, di trasformarla. Ed è a questa livello che entra in gioco anche l’essere umano, con il carico della sua soggettività, come agenzia sociale, costituita da individui sociali, che cercano di superare detta realtà, per metterla al servizio dei propri interessi.

E allora, come realizzare un’azione umana trasformatrice che orienti i processi di trasformazione sociale, cercando di disalienarsi  da una logica che la coinvolge e la condiziona? Quali sono gli obiettivi che deve porsi una strategia trasformatrice, che orienti la transizione da una logica del capitale a un’altra retta dal lavoro? È possibile costruire un’alternativa di questo tipo, senza il completo sradicamento della logica del capitale come dominante del metabolismo sociale nel quale ci troviamo? Il lavoro e la sua personificazione non devono forse portare avanti le funzioni vitali della riproduzione sociale, in modo tale da controllare positivamente i processi di produzione e di distribuzione, a partire da subito e nella fase di transizione verso il nuovo tipo di società? Come superare l’inerzia delle strutture che premono perché tutto continui come prima? Come ottenere una ri-articolazione radicale del movimento socialista nelle attuali circostanze storiche? Come ottenere che gli obiettivi parziali individuati strategicamente dall’opzione socialista possano essere durevoli e progressivi? Se, come affermava Marx, il capitale era una contraddizione vivente, succede e succederà la stessa cosa al lavoro come suo alter ego, nella futura società da costruirsi?

Il famoso detto che afferma: da ognuno secondo la propria capacità e a ognuno secondo le sue necessità, continua ad avere validità tanto nel campo della produzione che in quello della distribuzione, in un’inter-relazione per lo più dialettica, che da un lato permetterebbe il pieno sviluppo delle potenzialità creative degli individui sociali e dall’altro, la soddisfazione delle necessità individuali in maniera non alienata: in vista di ciò, l’azione dei produttori liberamente associati permetterebbe di soddisfare le necessità di coloro che producono, così come quelle di coloro che risultano beneficiati da questa realizzazione.

Sotto l’egida della logica del capitale, la produzione di valori di scambio prevale sopra quella dei valori di uso, facendo sì che la sua propria dinamica, orientata dall’espansione e guidata dall’accumulazione, risulti essere la vera forza che muove il suo metabolismo. Il mercato appare dentro la società capitalista come una specie di “auto-regolatore neutro”, ripulito di polvere e paglia, che agisce sicuramente come meccanismo distributore di risorse e misure produttive. Al contrario, con l’avvento di una società di carattere genuinamente socialista, lo sostituisce l’”auto-regolamentazione consapevole degli inter-scambi produttivi e distributivi” da parte di produttori liberamente associati. Le personificazioni del capitale vengono marginalizzate, per essere sostituite da quelle dei lavoratori liberamente associati in qualità  di produttori che lottano e superano l’alienazione del prodotto. Il lavoro nella fase di transizione mantiene il suo “potere di resistenza esplosiva”. Nella sua modalità conflittuale rispetto al capitale, stabilisce una lotta antagonistica, che diventa irreversibile nel cercare di superare la logica dello stesso capitale.

Si configura come obiettivo della trasformazione socialista l’andare oltre il capitale, il superare la logica del suo metabolismo distruttivo. Essendo il capitale lavoro oggettivato e alienato, allo stesso modo che il capitale può acquistare coscienza e volontà a partire dalle sue proprie personificazioni, pure il lavoro deve, nella logica che gli è propria (quella del superamento del capitale), raggiungere la finalità di un processo decisionale nelle relazioni produttive e distributive che sia materialmente sostenibile, come anche democratico nel suo senso sostanziale.

3.7.1 Obiettivi emancipatori del socialismo

Mészáros contrappone vari obiettivi a coloro che operano dentro la logica del capitale: di fronte all’incessante ricerca del “pieno impiego”, prospetta la garanzia di un lavoro significativo da parte dei propri produttori associati; all’”eguaglianza delle opportunità”, contrappone l’eguaglianza sostanziale  di tutti gli individui; allo “stato di benessere” oppone una distribuzione auto-determinata della ricchezza sociale, tanto materiale come culturale, e finalmente, all’”intervento del governo” la creazione delle condizioni materiali e politiche necessarie, mediante le quali si possa assicurare l’estinzione graduale dello Stato.[4]

Una tale contrapposizione risulta utile per riassumere, dal punto di vista dell’agenzia sociale trasformatrice, alcuni criteri di superamento della logica del capitale. Osserviamo in questi quattro obiettivi alcuni elementi degni di commento. Il  lavoro significativo ha un effetto liberatore sul lavoro,  soprattutto nel suo aspetto legato all’alienazione. Il prodotto del lavoratore gli risulta alienato in grado supremo, se si considera l’appropriazione del suo pluslavoro trasformato in plusvalore dalla personificazione del capitale, sia per via economica (come accade nella società capitalistica attuale) o per via politica, nelle esperienze che cercano di costruire il post-capitalismo (nell’accezione di Mészáros, cioè il cosiddetto mondo socialista attuale).

In quanto all’eguaglianza sostanziale da parte del lavoro dentro la logica del capitale, il potere generale dello stesso e quello delle mediazioni che lo accompagnano, costringono e condizionano l’esistenza di queste opportunità reali  secondo la capacità di ognuno. La produzione, nella sua ricerca della maggiore espansione possibile, guidata da un’accumulazione che non può arrestarsi pena una severa crisi di tipo strutturale (come quella di cui parla Mészáros), orienta la distribuzione e il consumo in maniera talmente contraddittoria da raggiungere la completa realizzazione. Non esiste un’eguaglianza sostanziale tra gli elementi in conflitto del capitale e del lavoro: il secondo appena può realizzare quella ribellione contenuta nei limiti che storicamente permette il primo.

La distribuzione auto-determinata della ricchezza sociale si presenta soggetta alle possibilità di realizzazione in condizioni specifiche, relative a ogni società particolare. Lo Stato, come forma generalizzata del potere politico del capitale, permette questa distribuzione attraverso il suo ruolo di gestione delle contraddizioni tra capitale e lavoro in prima istanza, ma egualmente nel partecipare alla lotta per la distribuzione tra le differenti frazioni del capitale, finalizzata ad avere i più grandi benefici. In quanto tale, il suo ruolo di garante è sufficientemente noto e apprezzato dalle diverse personificazioni del capitale.

Infine, in relazione con il terzo (quarto?) obiettivo, la lotta per realizzare un esautoramento progressivo dello Stato si trova collocata nella cornice di una rottura o di una fase di trasformazione, verso una logica alternativa dove risulti prioritaria l’egemonia del lavoro.

All’interno degli obiettivi che prospetta Mészáros, un concetto acquista importanza vitale: ci riferiamo alla solidarietà, intesa come il perseguimento razionale di un oggetto comune, permeato di sacrificio personale, se necessario, a favore della realizzazione di uno scopo condiviso.

 

3.7.2. Pianificazione vs mercato

Il mercato, come esempio di un’incontrollabilità del capitale realmente esistente, si pretende convertirlo in un meccanismo di regolamentazione fuori dell’azione dello Stato, il quale in fondo agisce come la forma più generale  del potere politico del capitale. Nel sistema socialista, la pianificazione esiste come una possibilità di superamento della razionalità economica, come un processo sociale, che si oppone all’irrazionalità fatalmente incontrollabile e distruttiva della logica del capitale, e che deve essere capace di permettere lo sviluppo delle forze produttive in una cornice di auto-regolamentazione consapevole dei produttori associati. In una transizione verso il socialismo, la prevalenza della produzione di valori d’uso si trova direttamente intrecciata alla soddisfazione delle necessità umane.

Nei termini in cui lo pone Mészáros, il destino della pianificazione e della sua riuscita:

dipende dal coordinamento volontario delle sue attività produttive e distributive da parte di coloro che devono realizzare gli obiettivi previsti consapevolmente. Così, la pianificazione genuina è inconcepibile senza un processo decisionale democratico sostanziale dal basso, mediante cui si rendano fattibili tanto il coordinamento laterale come l’integrazione includente le pratiche riproduttive. E viceversa. Perché, senza l’esercizio, coscientemente pianificato e coordinato globalmente, delle loro energie e attitudini creatrici, tutto quanto si dice intorno al processo decisionale democratico da parte degli individui sono parole vuote. Soltanto l’unione delle due componenti può definire i requisiti elementari dell’alternativa egemonica socialista all’ordine metabolico sociale del capitale.”[5]

 

3.8 Dar adito alla transizione

Il Venezuela di oggi vive momenti di trasformazione. Molti sono stati gli eventi accaduti a partire dall’inizio della decade dei Novanta, segnata dalle sequele della rivolta popolare conosciuta come il “Caracazo”. Ha avuto inizio in questa maniera una catena di eventi che hanno portato a configurare i momenti che si stanno vivendo attualmente.

Il sistema politico, inaugurato a partire dalla caduta del governo dittatoriale del Generale Pérez Jiménez nel gennaio 1958, ha compiuto una lunga tappa storica riconducibile a un progetto riformista, che è durato a lungo grazie alle risorse provenienti dal petrolio. Detto sistema, che si è retto durante decenni sulla base di un clientelismo politico distributivo della rendita petroliera, ha finito per alienarsi le basi di appoggio che gli davano legittimità, lasciandosi dietro disastri sociali di grandi proporzioni. Ha finito per cucinarsi nella sua propria salsa, nel tradire le aspirazioni popolari  che pretendeva rappresentare. Il cosiddetto governo “burletta”, a partire dagli interessi delle cupole partitiche che lo sostenevano, ha visto crollare le proprie ambizioni di continuare al potere, dopo della sconfitta subita nelle elezioni del 6 dicembre 1998.

Le ribellioni militari di febbraio e novembre 1992 hanno permesso di  scompaginare ancora di più l’apparente solidità del regime bipartitico che si era istallato nel paese da quando gli autori del “Patto di Punto Fijo” avevano concertato il loro consenso a livello di élites. Il governo, le associazioni imprenditoriali e la cupola sindacale permettevano un governo corporativo che distribuiva dividendi con la ripartizione della rendita petroliera. Nel frattempo, la distribuzione del reddito si faceva sempre più regressiva e la disaccumulazione dopo il boom petroliero del 1973 annunciava un maggiore indebitamento e fuoriuscita di capitali. La ricchezza di tutti i Venezuelani si concentrava sempre più in mano di pochi. Gli ultimi trent’anni dopo il boom hanno segnato un lungo ciclo di discapitalizzazione e di spoliazione del pubblico per arricchire i privati. La privatizzazione e l’apertura dell’inizio degli anni Novanta ha contribuito all’accelerazione della rivolta sociale e all’illegittimità del sistema politico partitico. Si entrava in una fase di crisi della legittimazione politica, che soccombeva di fronte alla sproporzione di accumulazione della ricchezza in poche mani. L’economia petroliera si prestava a tutto ciò e a ben altro.

L’equilibrio dei prezzi agli inizi del decennio dei Settanta, negli anni Ottanta saltava allo stesso ritmo di accumulazione del debito privato, ritmo che veniva giocosamente qualificato con l’eufemismo del “miglior rifinanziamento del mondo”. Al che si aggiungeva la sfacciataggine di dire che i membri dell’alto governo erano stati ingannati di fronte a tale monumentale follia. La decade dei Novanta cominciava con le cosiddette “riforme strutturali”, le quale hanno mostrato il loro volto feroce di fronte alla crescita dell’inflazione in cifre mai viste prima e l’avanzamento del processo desnazionalizzatore, non solo dell’industria petroliera, ma anche attraverso il subappalto dei beni pubblici, affidato a un meccanismo sempre più inefficiente e clientelare. Le cupole del governo corporativo distribuivano l’eccedente petroliero a loro arbitrio. Si accentuavano in quell’epoca le differenze sociali dentro la popolazione e la ricchezza trasformata in miseria invitava le coscienze a una ribellione popolare  prima e ad altre militari in seguito.

Visto a posteriori, si stava preparando una crisi di legittimazione dentro le strutture del sistema democratico rappresentativo. Si risvegliava la coscienza di ampli settori. L’esplosione sociale del 1989 non è stato un allarme sufficiente per scuotere la tranquillità del governo dell’epoca: le masse popolari dovevano comportarsi come indicavano i modelli che si avevano in mente per la gestione democratica. La tecnocrazia del momento non ebbe la capacità di percepire le trasformazioni che presupponeva la congiuntura, erano problemi che non corrispondevano ai modelli convenzionali del momento. La forza popolare e certi settori delle Forze Armate diedero passi in avanti, nel cercare di superare quella crisi potenziale che era esplosa. Il genio della bottiglia era uscito nell’atmosfera della situazione sociale venezuelana: non era possibile arrestare né la sua furia né la necessità di trasformazione contenuta nelle sue viscere.

Il passaggio della transizione da un sistema politico all’altro stava per avere inizio, non esisteva marcia indietro a questo punto. Le barriere opposte dalle candidature provenienti dall’alleanza pro-governo andavano in pezzi con il passare del tempo. Il suo fallimento decretato elettoralmente fu definitivo con la tornata del 6 dicembre 1998. Sorgeva un’opzione a partire dalla guida di chi aveva portato avanti la ribellione militare del 4 febbraio. Dalla sua uscita dal Carcere di Yare nel marzo del 1994, dopo di aver pronunciato la famosa frase del “per adesso”, nel momento dell’ammissione del fallimento della rivolta militare, il Tenente Colonnello Hugo Chávez Frías ha cominciato a percorrere il paese avanti e indietro, in una campagna che è terminata nel dicembre del 1998. Come prima misura del governo, c’è stata la chiamata all’apertura del processo costituente tante volte riaffermato in lungo e largo per tutto il paese. Così, si è arrivati all’anno 1999 e alla nascita della Costituzione Bolivariana della Repubblica del Venezuela, in un gesto di ri-affermazione della nuova democrazia che si cercava di fondare: con un procedimento originale di tipo referendario, il 15 dicembre furono approvati a stragrande maggioranza i suoi contenuti.

 

La nuova cornice costituzionale consisteva nella norma giuridica fondamentale, a partire dalla quale sarebbe sorto il nuovo sistema legale e istituzionale. Parallelamente, durante l’anno 1999, si approvavano circa 40 leggi, come risultato della Prima Legge Abilitante consegnata all’Esecutivo dal vecchio Congresso Nazionale, che coabitava nella stessa sede con quelli che avrebbero prodotto il nuovo testo. Le forze dell’opposizione si raggruppavano per opporsi ai cambiamenti istituzionali in corso: la protesta cominciava e nuovi momenti di confronto apparivano all’orizzonte.

Un nuovo processo di legittimazione ha avuto luogo in seguito alla convocazione delle elezioni presidenziali nell’anno 2000: in quest’occasione, sotto l’egida della nuova costituzione. Così, hanno avuto luogo le nuove elezioni del luglio del 2000, in vista di un nuovo periodo di governo per i sei anni seguenti. Con questa prospettiva, (il governo) si è insediato a partire dall’Assemblea Nazionale sorta anch’essa dalla nuova tornata elettorale. Con l’inizio di un nuovo governo, all’interno del dettato costituzionale, dovevano essere presentate all’Assemblea Nazionale le “Linee Generali del Piano della Nazione” per il periodo 2001-2007.

Il paese seguiva il suo cammino istituzionale finché, alla fine del 2001, in seguito all’approvazione di un insieme di leggi (circa sessanta) risultato della Seconda Legge Abilitante, hanno cominciato a mobilitarsi le forze dell’opposizione politica al governo, che hanno portato ai fatti prodottisi nell’aprile 2002 con il colpo di Stato, e i successivi confronti che hanno segnato il sabotaggio petroliero della fine del 2002 e dell’inizio del 2003. Un periodo di intenso e acuto confronto con perdite umane e immense conseguenze sul piano economico produttivo. Dette situazioni hanno introdotto una profonda preoccupazione nella vita nazionale, con un severo impatto istituzionale non soltanto nelle Forze Armate Nazionali, ma anche nell’apparato tecnocratico dello Stato, con conseguenze che ancora si avvertono, dopo circa tre anni da quei momenti.

L’applicazione della lettera costituzionale ha permesso un referendum presidenziale, che si è realizzato il 15 agosto 2004, legittimando ancora una volta il carattere del governo e la popolarità del Presidente della Repubblica. Posteriormente, il 31 ottobre, le elezioni per i nuovi Governatori e Sindaci hanno ratificato la volontà popolare all’interno di un nuovo tipo di democrazia partecipativa e protagonica, contrapposta a quella di tipo rappresentativo e clientelare che dominava nel sistema anteriore.

La riaffermazione della legittimità istituzionale dell’Esecutivo, ai suoi diversi livelli nazionale, statale e municipale, ha permesso una trasformazione nei governi usciti dalle ultime elezioni. Con questa base interna, si è diffusa anche la curiosità nei paesi latino-americani e dei Caraibi su quello che succede in Venezuela. Il fenomeno politico venezuelano e le sue iniziative in campo internazionale, nella ricerca di un multilateralismo pacifico, in contrasto con le pretese egemoniche della massima potenza mondiale, ha determinato la necessità di mobilitare tutte le risorse del paese, data la minaccia tante volte espressa in maniera pubblica negli ultimi mesi dell’anno 2004 e in quello che segue, il 2005. Ora, questo nuovo fatto viene a qualificare dall’estero la situazione, all’interno del clima di legittimazione politica da un lato, e dall’altro del miglioramento sociale delle grandi masse destinatarie delle Missioni Sociali. Le quali tentano di rispondere all’immenso debito sociale accumulato. Accompagnando questi aspetti, il nuovo ciclo di crescita dal quale si vede interessato l’apparato produttivo passa, da una ripresa dopo del sabotaggio petroliero, a una crescita già notevole durante l’anno 2004 e proseguita negli anni seguenti.

Un clima di pace interna, legittimata dai processi democratici perseguiti in armonia con la Costituzione, al lato di possibili minacce alla sovranità nazionale: questa situazione forma parte di una nuova fase della transizione venezuelana, nella quale ci troviamo coinvolti attualmente.  Molteplici prospettive ci si presentano nella congiuntura che viviamo, in modo da potere affrontare le minacce all’orizzonte e da potere allo stesso tempo continuare a sviluppare le potenzialità che offre lo stesso processo di transizione.

 

3.9 Intellettualità rivoluzionaria venezuelana

Che significa essere intellettuale, in generale, e in particolare essere un intellettuale rivoluzionario, oggi e qui nel Venezuela della fine del primo lustro del nuovo secolo XXI e del terzo millennio della nostra epoca?

Cominciamo con la definizione più basilare. Per intellettuale, il Dizionario della Reale Accademia Spagnola (DRAE) intende ciò che riguarda o si riferisce alla comprensione, ciò che ha a che vedere con lo spirituale, l’incorporeo, colui che si dedica preferibilmente a coltivare le scienze e le lettere. Un punto di partenza tanto semplice già comincia a porci problemi per i molteplici aspetti che appaiono, come la comprensione, lo spirituale e l’attività a cui si dedica chi si considera o viene apostrofato: “senti un po’, tu, intellettuale…”

Per quanto riguarda la comprensione, tutti gli esseri umani che si considerino tali hanno a che vedere con essa, cioè con il comprendere di dove si viene, dove ci si trova, cosa si desidera, cosa si ricerca durante il proprio passaggio attraverso l’esistenza materiale del mondo insieme ai propri compagni, cosa che in fondo siamo tutti gli esseri terrestri, dipendenti gli uni dagli altri per l’una o l’altra ragione, dato che ci sentiamo inseparabili…

Comprendere si manifesta come proprio della natura umana. Da ciò si deduce come ogni essere (umano) sia, in fondo, un intellettuale. Qualcuno che comprende qualcosa, anche chi non comprenda nulla, lo sarà egualmente, dato che, assorto davanti al mondo e ai suoi compatrioti, la sua propria opacità gli farà comprendere o comprendersi come parte di qualche realtà, per vivere almeno la propria esistenza.

Nel campo filosofico, alla comprensione si associa un doppio significato, quello generico, come la facoltà di pensare in generale, e quello specifico, come una particolare attività o tecnica di pensare. A sua volta, questo secondo significato può essere intuitivo, operativo o comprensivo.

Eppure, essere intellettuale può essere sinonimo di varie cose, come essere sapiente, essere un erudito, un pensatore o un filosofo. Invece, la sua definizione più propria concerne l’essere speculativo, mentale, teorico. Con tutto ciò, la confusione aumenta, anche quando alcune luci cominciano ad apparire all’orizzonte (ancora del tutto teorico), per non parlare della cruda e dura realtà del Venezuela, la realtà del qui e ora.

Vediamo adesso il suo significato più politico-sociale. Da un lato, si può analizzare il termine al plurale, di intellettuali come una categoria o strato sociale che si differenzia dagli altri, dato il grado di istruzione e la competenza di coloro che si chiamano o si fanno chiamare così, a causa delle attività svolte. Un altro significato, più amplio, si riferisce a coloro che hanno acquistato autorità e influenza nelle discussioni pubbliche. L’aggettivo proveniente dal latino ha acquistato così una sostantivizzazione lunga, da analizzare attraverso l’evoluzione del suo proprio significato. L’appropriazione del suo contenuto da parte di gruppi specifici che si fanno chiamare così, o che si considerano diversi dal resto dei mortali, sicuramente ha portato non pochi problemi a coloro che cercano di impadronirsi di una definizione tanto attraente, o a coloro che, per opposizione al termine, finiscono per essere infelici tiranni del loro proprio sconforto spirituale. L’estremismo di certe posizioni porterebbe al rogo dei prodotti dell’intelletto umano, come le famose “guerre agli intellettuali”, soprattutto da parte di coloro che, in alcun modo, pretendono mantenere nelle tenebre coloro che hanno avuto meno opportunità nella loro esistenza terrena. Quest’opposizione terribile tra coloro che si considerano intellettuali e coloro che finiscono per odiare la produzione umana di qualsiasi tipo, quando non soddisfa le proprie posizioni politiche, si converte in aberrazione sociale la quale, come la storia del secolo passato ci insegna, genera determinati “olocausti”, non solo di idee ma più tragicamente di esseri umani.

La questione, nel divenire quotidiano del nostro tempo, nel Venezuela Bolivariano, fortunatamente non arriva a tanto. La difficoltà, se consideriamo bene, è cercare di individuare il tipo di “intellettuale rivoluzionario”, quello di nuovo conio ma di vecchia estrazione clientelare, o quello nuovissimo appena incorporato al settore, che, nel riempirsi la bocca di termini esplosivi, finisce per demolire col suo intelletto coloro che praticano una qualche attività o semplicemente le persone che, dal suo punto di vista, hanno un’altra percezione della realtà. In questa prospettiva, si arriva rapidamente all’intolleranza, alla mancanza di rispetto per l’altro, all’obnubilazione delle passioni e allo sviluppo definitivo delle miserie umane, come recentemente abbiamo vissuto tutti i Venezuelani durante le tragiche giornate del Colpo di Stato dell’aprile 2002, o il successivo sabotaggio petroliero di fine dello stesso anno e inizi del successivo.

Non si tratta, in Venezuela, dell’esistenza degli intellettuali come una frazione della borghesia rivoluzionaria, come potrebbe pensarsi ad altre latitudini. E nemmeno della contestazione universitaria e della rivoluzione culturale dentro i sacrari accademici. Non si tratta di niente di tutto ciò. Parlare di “intellettuali rivoluzionari”, nel Venezuela  di oggi, col suo processo di chiara transizione politica da un sistema di governo rappresentativo a un altro di carattere più partecipativo e protagonico, deve intendersi riferito alla possibilità di aprire campi e spazi per la riflessione intorno alla trasformazione sociale del modello di sviluppo, in particolare, e del modello di accumulazione, in generale. Questo è uno dei molteplici compiti ai quali si vede sottoposta la realtà attuale in un paese che vive della rendita petroliera e di un passato che non finisce di condizionare.

Già Antonio Gramsci, fondatore del Partito Comunista Italiano, teorizzava  la costituzione di un blocco storico di classi e della lotta per l’egemonia come compito propedeutico alla presa rivoluzionaria del potere. Nel caso del Venezuela, molti sono stati i contributi di illustri pensatori per trovare dette vie e a questo compito hanno dedicato con dedizione la loro stessa vita, dalle tribune della lotta sociale diretta, o anche dai pulpiti da dove trasmisero tante acute riflessioni nel merito. Si tratta in fondo della trasformazione della società, o ancora meglio, della transustanziazione garcia-bacciana, in un processo che qui e adesso continua valido con tutta la sua intensità e conflitto. Non arriviamo ad affermare che qualificare il processo venezuelano di trasformazione come rivoluzionario sia una temerità, eppure quello di cui siamo convinti è la necessità di approfondire il tipo di trasformazione cui stiamo assistendo, tanto alla luce del processo produttivo di rendita che vive il paese, quanto del confronto tra il vecchio sistema che resiste a tramontare e il nuovo che ancora si trova nel grembo, in attesa di un nuovo storico parto.

La qualifica di rivoluzionaria attribuita alla realtà venezuelana nel tentativo di comprenderla; alla prefigurazione delle sue prospettive future; alla costruzione teorica e pratica delle trasformazioni a venire; al contributo all’aumento della coscienza transustanziatrice di coloro che meno posseggono a causa dell’ingiusta distribuzione della ricchezza; alla difesa della sovranità oggi più che mai minacciata dai gruppi imperialisti; alla realizzazione di un campo internazionale solidale con il processo che si vive nel paese, e, infine, a tutte quelle riflessioni e azioni che permettono che gli ideali di trasformazione si realizzino nell’ambito della lotta per il socialismo, indica alcune delle questioni che coloro che pretendano inserirsi nel campo dell’intellettualità venezuelana dovranno sviluppare, insieme alle lotte popolari future. Seguiamo questa via… tutti noi che, senza pretesa di essere intellettuali, desideriamo accompagnare coloro che genuinamente lo sono, senza chiamarsi tali… Non bisogna credersi intellettuali senza dimostrarlo attraverso l’impegno, la costanza, lo sforzo nel pensiero creatore e nell’azione concreta, nel qui e adesso.

3.10 Socialismo desiderabile vs socialismo possibile

Il vocativo socialismo è arrivato a essere una cattiva parola, soprattutto negli anni Novanta, dopo l’implosione del modello sovietico, il quale è crollato senza nemmeno metaforicamente “sparare un tiro”. La sua caduta ha ricordato quella degli edifici che nel mondo moderno bisogna dinamitare, date alcune crepe nella loro struttura, o per motivi di crescita delle città e di loro sostituzione con altri nuovi; altri edifici, in cambio, debbono essere “implosi” come è successo con le Torri Gemelle dopo la tragedia dell’11 settembre 2001. Costruzioni civili che sono scomparse per dar luogo ad altre che si suppone migliori nella loro struttura, le quali sorgono in seguito sulla base di differenti concezioni architettoniche, sottoposte alle contingenze e circostanze del giorno. Infine, così come cambia la parte materiale, la bellezza delle loro facciate e i loro intricati interni, anche nelle società si producono trasformazioni che devono essere in consonanza con i tempi, con le nuove situazioni,  con il mondo in cui si vive, pieno di realtà e di contraddizioni proprie del genere umano che non è perfetto eppure perfettibile, migliorabile, mutevole, soggetto a  trasformazioni, a “transustanziazioni” per citare il Maestro García Bacca.

La realtà cambia costantemente, soggetta alla volontà degli umani che abitiamo questa terra. Alla stessa maniera, lo fa il socialismo, nelle sue disavventure, nelle sue avventure, nelle sue tragedie, le sue commedie, ma anche nel generare aspettative, emozioni, speranze per un mondo più giusto, equitativo, solidario, libero, in fondo umano, per realizzare ciò cui ogni essere dotato di coscienza di sé e di rispetto per gli altri anela, la cosiddetta astratta “felicità”.

Nota è la capacità degli uomini e delle donne di distruggere i loro congeneri, quando affiorano le “miserie” che ci accompagnano, e non ci riferiamo al senso individuale della distruzione, bensì alla capacità di distruggere l’intero genere umano, basti ricordare gli eventi di appena sei decenni fa, con le due bombe atomiche nel Giappone, che hanno posto fine alla guerra e conclusione a una delle storie più oscure che si sono vissute da parte dell’umanità, la Seconda Guerra Mondiale. Milioni e milioni di esseri sono spariti in questa tragedia che si è dovuta affrontare, fino ad arrivare a una resa incondizionata di coloro che l’hanno provocata e perseguita senza pietà, soggetti solo ai limiti della follia e alla perdita di ogni ragione, da qualsiasi punto di vista la si voglia guardare.

Nel mondo attuale, il potere raggiunto dalla gran potenza nord-americana, con una capacità distruttiva senza limiti immaginabili, nel pieno esercizio del suo complesso “militare-industriale”; questo mondo unipolare comincia ad avere anch’esso le sue brecce, delle quali si ravvisò una crepa diversi decenni fa, con la conclusione della guerra del Vietnam e, più recentemente, con l’occupazione dell’Iraq, per motivi chiaramente orientati al dominio delle risorse strategiche di quest’altro paese millenario. Eppure, la situazione ha cominciato a cambiare e l’opposizione dei popoli, delle comunità, dei paesi, dei governi, dei continenti ai piani dei più potenti rende necessaria la discussione, ancora una volta, della possibilità di sviluppo del socialismo.

Vecchia discussione, esperienze varie, iniziative molteplici, che nel nostro presente rinascono alla luce della permanenza di problemi non risolti, di ingiustizie flagranti, visibili in tanti luoghi della terra. Finché queste situazioni continueranno a ferire la luce degli esseri umani, finché persistono, la possibilità di un’alternativa di carattere socialista sarà sempre presente.

I momenti che vive il Venezuela, in seguito all’offensiva iniziata alla fine dell’anno 2001, volta ad abbattere il governo legittimamente uscito dalle elezioni del 6 dicembre 1998, e i ripetuti confronti elettorali che lo hanno riaffermato, come l’ultimo del 6 dicembre 2006, non potevano darsi, secondo il criterio di coloro che per decenni avevano goduto degli eccedenti provenienti dalla ricchezza nazionale. Quest’offensiva totale, cominciata alla fine del 2001, è continuata fino all’attualità, passando per il tentativo di colpo di Stato dell’aprile 2002, per il sabotaggio petroliero, la guerra mediatica permanente, le continue azioni di destabilizzazione, volte a non permettere che il nuovo regime giungesse a rafforzarsi e a continuare nel processo di consolidamento. Non  si poteva ammettere una simile possibilità e adesso, con la nuova discussione sulla natura del processo di transizione politica, con l’utilizzo delle risorse provenienti dalla rendita petroliera per pagare l’enorme debito sociale accumulato e per recuperare la capacità produttiva duramente mutilata nelle ultime tre decadi (grazie alla fuoriuscita massiccia di capitali derivanti dalla ricchezza collettiva, che sono terminati nelle mani di pochi), si riapre il dibattito, più di una volta messo da parte, sulla natura del processo che stiamo vivendo. Non possono permettere, quelli che hanno avuto il governo e il potere nelle proprie mani, che la ricchezza si distribuisca in modo più equitativo. Non solo, allo scopo di migliorare la distribuzione del reddito ma anche per andare più in là, nei termini di un’appropriazione collettiva della stessa.

Il panorama internazionale ogni volta più esplicito di uno scenario multipolare, dove la maggior potenza e quella che ha avuto la capacità più distruttiva, deve rinunciare alla propria arroganza, per andare incontro all’influente mondo europeo, ogni volta più ripiegato sul suo euro-centrismo per bilanciare la potenza occidentale, o la crescita di altri paesi, per lo più millenari, in Asia, o la conformazione di altri poli, come nel caso dell’America Latina, che possano permettere a nuove opportunità di aprirsi cammino e spazio, in vista dello sviluppo pacifico e pieno di una vera “democrazia rivoluzionaria” radicale; nella ricerca delle proprie radici, in modo da permettere un più aperto multilateralismo, con contro-equilibri allo squilibrio unipolare attualmente in corso. La nuova prospettiva mondiale apre speranze alla discussione del nuovo socialismo, e alla possibilità di esperimenti sovrani autentici, al di là della tutela delle vecchie e nuove potenze. Il rispetto verso la libera determinazione dei popoli, la solidarietà internazionale, la ricerca di nuove strade costituiscono sfide che non possono essere evitate nelle prospettive aperte dal nuovo millennio.

Il Venezuela, con le sue particolarità, nel contesto dell’America Latina e dei Caraibi, può essere appena un riferimento in incubazione. I suoi successi e i suoi fallimenti saranno seguiti da vicino da altri paesi della regione e in ciò concentrano i loro timori coloro che considerano questi paesi il cortile dietro casa loro. È per questo, che le sfide che abbiamo noi Venezuelani, che ci appoggiamo a questa prospettiva e anche di coloro che si oppongono a essa, si fanno più grandi. La lotta sarà lunga, non c’è dubbio alcuno: il potere di coloro che sono contro qualsiasi possibilità di trionfo di un modello sovrano nazionale lo rendono evidente con le loro minacce ed azioni. Non è possibile che permettano una rivoluzione di successo in Venezuela, dal loro punto di vista di dominio, e una delle ragioni si trova nello svegliarsi della coscienza di altri popoli verso un avvenire proprio e di giustizia. Perciò, il confronto sarà duro e difficile. Come dice Eduardo Galeano e come lo riprendiamo noi parecchie volte dalla sua bocca, “la lotta per la libertà dei popoli è una lotta che non finisce mai” e questa che si libra nel Venezuela attuale, è solo una delle tante. Una lotta iscritta nei precetti costituzionali della “Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela” (CRBV), come quello di realizzare una democrazia partecipativa e protagonica. La transizione che viviamo ci porta a nuove tappe e quella attuale comincia ad avere un altro carattere, più radicale, più profondo, più complesso e più esigente, come anche sicuramente più impegnativo.

Dal socialismo desiderabile che molti abbiamo in mente, dobbiamo passare al socialismo realmente possibile, nelle condizioni attuali del paese, nelle sue vere possibilità, con l’incorporazione dell’alleanza del popolo e delle Forze Armate, con la radicalizzazione della presa di coscienza dei settori esclusi della società, che oggi partecipano in maniera attiva in questo processo. Il Venezuela, con la sua ricchezza energetica, rende possibile qualcosa che agli altri paesi risulterebbe molto difficile. È per questo che, in questa transizione politica che viviamo, uno degli elementi basilari per l’avanzamento di qualsiasi modello di tipo socialista deve passare per l’inclusione di milioni di persone escluse dalla politica, dalla produzione, dalla vita che deve corrispondere a qualsiasi essere umano di questi tempi. Vi sono le possibilità per la formazione di nuove generazioni, che recuperino in maniera diretta il diritto di decidere il proprio destino. La “presa di coscienza” dei nuovi portatori di questo futuro è un compito urgente e necessario, la loro incorporazione alla discussione e alla creazione del nuovo modello di socialismo è un’obbligazione delle generazioni passate. Non c’è dubbio che l’educazione e il lavoro formano parte di quegli elementi già previsti dalla CRBV. La lotta tra la logica del capitale in conflitto con quella del lavoro sta nell’essenza delle nuove possibilità. Il momento in cui la seconda potrà sostituire la prima sarà parte della lotta storica che oggi si pone quasi come vitale e necessaria. L’opposizione tra la natura distruttiva di una logica e la costruttiva dell’altra è parte di ciò che deve lasciare il campo affinché nasca quello che sta per venire. Si tratta di un nuovo parto, che darà vita a differenti modelli di distribuzione della ricchezza, oltre che di produzione della stessa.

Da una discussione sul socialismo desiderabile, che può tradursi in modelli normativi adattati ai nostri sempiterni sogni e aspirazioni, un punto di vista della discussione deve trovarsi nella realtà delle cose, nelle loro vere possibilità. Agire con i piedi per terra e con lo sguardo volto all’universo, ci aiuterebbe a far sì che questa discussione che si apre ancora una volta, sia più fruttifera in modo da avanzare nel qui e adesso. Il socialismo desiderabile, la felicità umana in quanto tale, è stato e continuerà a essere una conquista, come dicevano i classici del “socialismo”, e giungerà quando l’essere umano sarà capace di passare dal regno della necessità a quello della libertà. Per quest’obiettivo, sembra che il cammino sia lungo, perciò dobbiamo fare il primo passo, come ci insegna un vecchio proverbio cinese…

3.11. Socialismo venezuelano

Per caratterizzare il socialismo possibile, legato a una particolarità nazionale, dobbiamo riferirci, nel caso venezuelano, alle fondamenta che fornisce la rendita petroliera al modello di accumulazione. Non abbiamo dubbi sui progressi realizzati finora nella transizione petroliera che vive il paese, progressi che si devono in gran parte alla possibilità offerta dalla captazione di una rendita internazionale originata dalla risorsa petroliera, unita sicuramente alla volontà politica di stabilire una trasformazione nella sua captazione e distribuzione ulteriore. Un fattore, questo, che ha permesso una maggiore captazione di questa rendita, allo scopo di poter pagare in parte l’immenso debito sociale accumulato lungo gli anni, che risalgono agli inizi stessi dello sfruttamento del petrolio nel paese da parte della dittatura di Gómez.

Se si pensa al sistema socialista come a un’idea, essa possiede un suo profilo dall’Antichità e dall’Età Moderna nel contrapporre il sociale all’individuale, il comune al privato: è solo dopo la rivoluzione industriale e quella politica, che ebbe luogo verso la fine del secolo XVIII, che si comincia a riferire l’idea di socialismo con la produzione manifatturiera e la nascita dell’estrazione di plus-lavoro per via economica. In questi termini, lo ha inquadrato Marx, che cercava di comprendere la logica del metabolismo sociale che soggiaceva a questo tipo di società, la quale, con il sorgere della forza-lavoro libera di offrirsi al miglior datore di lavoro, permise la nascita delle associazioni socio-politiche volte alla difesa degli interessi della classe lavoratrice e a cercare di evitare l’estrazione semplice e pura del plus-valore.

Con la creazione dei sindacati come movimenti politici in Inghilterra, con il sorgere delle idee politiche in Francia a partire dai cosiddetti socialisti utopici, e con i contributi critici provenienti dalla filosofia tedesca, si cominciò a elaborare il cosiddetto socialismo scientifico. I contributi di Marx ed Engels permisero, con la critica al sistema capitalista e la difesa di una produzione collettiva che permettesse di soddisfare le necessità delle masse lavoratrici, di elaborare una teoria e una pratica orientate alla trasformazione di quella società basata sullo sfruttamento. Passare dalla comprensione della realtà alla sua necessaria trasformazione diventò il leit-motiv dell’azione rivoluzionaria a metà del secolo XX, con la successiva apparizione dell’esperienza sovietica guidata da Lenin. La contrapposizione tra il progresso attraverso le riforme e il processo rivoluzionario ha trascinato la polemica fino ai giorni nostri, all’inizio del XXI secolo e ha permesso la costituzione di organizzazioni politiche e sindacali, volte alla costruzione di un Socialismo a cavallo del nuovo secolo.

In particolare, nel caso dell’America Latina esiste una lunga tradizione di lotta all’interno della quale si inquadra l’esperienza venezuelana. L’applicazione di principi generali alla particolarità di sviluppo del socialismo alle nostre latitudini costituisce un tema importante di riflessione, nella ripresa di proposta e rilancio nel nostro paese dell’idea della costruzione di una società basata sui principi del socialismo.

Si rende necessaria la distinzione di una definizione di socialismo come dottrina o pensiero e una relativa all’azione politica diretta, attraverso i partiti e i movimenti sociali. In quanto alla prima, l’idea di socialismo privilegia il principio dell’eguaglianza e della solidarietà, con forme produttive basate sulla logica del lavoro e non sull’estrazione del plus-lavoro da parte delle personificazioni del capitale. In quanto alle forme specifiche della lotta politica e alla realizzazione pratica degli ideali che propone la dottrina basata sul socialismo, le sue manifestazioni lungo la storia sono state molteplici e molto varie, parecchie volte perfino contraddittorie nella maniera di raggiungere il potere, allo scopo di realizzare gli ideali proposti dalla dottrina socialista.

 

3.12. Dal capitalismo petroliero al socialismo produttivo venezuelano

È corretto affermare che la prima cosa da chiarire nel caso venezuelano, quando si tratta del secolo XX e degli inizi del secolo XXI, è la relazione tra i fattori del capitale e la rendita della terra. Questo nesso si riferisce all’origine e alla destinazione del reddito e alla natura dello stesso.[6] Si tratta semplicemente di ciò che è successo alla società venezuelana, a partire dall’apparizione del petrolio, prodotto naturale, il cui proprietario è stato lo Stato, che ha utilizzato la rendita proveniente da un diritto giuridico, la rendita assoluta. Rendita questa, che convive con il capitale ma che non si rinnova né si ammortizza.[7]

La captazione della rendita petroliera internazionale, che non si produce internamente, ha costituito l’oggetto di molte analisi e discussioni a partire dalla scoperta stessa della risorsa naturale esauribile, nella misura in cui il suo contributo al prodotto interno lordo del paese ancora oggi continua a essere significativo. Senza dubbio, la captazione di questa rendita internazionale ha conosciuto variazioni nel corso del tempo, e, in particolare, il governo che è sorto dalle elezioni del 6 dicembre 1998 si è attivato per massimizzarla, tentando di applicare una politica petroliera di accompagnamento degli altri paesi dell’Organizzazione dei Paesi Produttori di Petrolio (OPEP), dopo aver lasciato da parte una politica coincidente, a partire dagli anni ’90, con il processo che aspirava a realizzare la privatizzazione dell’industria petroliera venezuelana e della sua impresa-bandiera, la PDVSA. Da lì, la ricerca di prezzi giusti e volumi adeguati, che permettessero le massime entrate possibili. Si stabilì, allora, quali erano i livelli di detta rendita, che permettessero di realizzare una distribuzione e una destinazione della stessa adeguate a un processo di investimento sociale includente e al recupero di un processo di disinvestimento, che ha conosciuto il paese dalla fine della decada dei Settanta. Ne venne come conseguenza una nuova definizione del ruolo dello Stato nel quadro di un sistema produttivo capitalista, e l’interrogativo su come costruirne uno nuovo, momentaneamente sulla base della stessa rendita, però orientato a un altro sistema di tipo produttivo, il cui metabolismo principale non si fondasse sulla logica del capitale bensì su quella del lavoro, base questa per la realizzazione di una società di natura socialista.

Afferma Héctor Silva Michelena, che

“…La rendita petroliera, in quanto rendita della terra, è un’entrata che manca di legittimità all’interno dell’etica capitalista; perciò, la sua legittimazione non può trovarsi se non nella destinazione che le si assegna. Cioè, solo lo sviluppo delle forze produttive nazionali può giustificarlo…”[8]

Nel caso venezuelano, negli ultimi tre anni, dal 2004 al 2006, stimiamo che del totale della rendita petroliera, un 82% è stato destinato all’investimento sociale, mentre un 13,1% alla creazione di infra-strutture fisiche. Dell’investimento sociale, un 19% ha avuto come destinazione le cosiddette Missioni Sociali, con un ammontare totale di circa 13.500 milioni di dollari. La rendita petroliera potrebbe raggiungere una cifra approssimativa compresa tra un 15% e un 20% del totale del prodotto interno lordo venezuelano[9], e in questo senso, le cifre anteriori dimostrano, in parte, la destinazione per il pagamento di un debito sociale accumulato durante decenni, i quali includono il periodo corrispondente alla cosiddetta Quarta Repubblica, che è cominciato nel 1958. Solo dopo il recupero dell’industria petroliera nazionale, in seguito al sabotaggio petroliero del 2002-2003, è stato possibile  questo massiccio investimento in un elemento fondamentale per il superamento del sottosviluppo, vale a dire l’essere umano. Abbiamo così indicatori che segnalano come sia possibile aumentare la captazione della rendita internazionale proveniente dalla risorsa idrocarburo e distribuirla tra coloro che meno hanno e che sono stati emarginati da un sistema che, definendosi democratico, ha finito per lasciare da parte la maggioranza della popolazione e marginalizzarla in condizioni di vita che solo di poco superano le esistenti durante i regimi anteriori, dove la rendita terriera dava origine a un sistema di sfruttamento agricolo semi-feduale e semi-schiavista, proprio del capitalismo che ha retto i destini del paese prima dell’apparizione del petrolio nel paese.

Il recupero del disinvestimento che si è prodotto in Venezuela a partire della fine della decade dei Settanta passa dunque in primis per il miglioramento delle condizioni di vita della maggioranza degli abitanti di questo paese: insieme bisogna superare le insufficienze infra-strutturali nel campo dell’elettricità, delle vie di comunicazione, delle condizioni di abitabilità, dei sistemi di irrigazione, delle tele-comunicazioni, dei servizi sociali di sanità, educazione, scienza e tecnologia, in maniera tale da costruire una piattaforma di condizioni reali di trasformazione, affinché la rendita petroliera internazionale contribuisca realmente allo sviluppo delle forze produttive nazionali, come risulta essere aspirazione di tutti i Venezuelani. Chiaro che una cosa è il discorso politico, un’altra la realtà. Così è accaduto almeno durante le ultime due decadi del sistema democratico clientelare e rappresentativo della Quarta Repubblica, in contrasto con quello che è venuto accadendo  nelle successive tornate elettorali, dal dicembre 1998 al dicembre 2006, che hanno permesso di legittimare il governo prodotto dalle continue chiamate alle urne.

Le cifre più sopra riportate circa l’investimento prodotto della rendita petroliera, sono appena un segnale del progresso che si è realizzato in questi anni, soprattutto dopo aver superato il Colpo di Stato dell’aprile 2002 e il successivo sabotaggio petroliero.

Le modalità del passaggio da un sistema basato sulla logica del capitalismo petroliero, ancora in vigore, a un altro che si basi sulla logica del lavoro, con un carattere socialista, hanno a che vedere con un periodo di transizione, come quello che stiamo vivendo. Transizione che deve tenere conto dell’insufficiente sviluppo delle forze produttive nazionali, proprie del capitalismo sottosviluppato che ha caratterizzato il paese nell’ultimo secolo, dall’apparizione del petrolio. La caratterizzazione di un rentierismo petroliero, associato alla presenza di un sistema produttivo capitalista, dove l’estrazione del plus-lavoro si dà per via economica allo stesso modo che in qualunque sistema capitalistico, deve essere volta al superamento delle contraddizioni che lo caratterizzano, come quelle iscritte  dentro l’irrisolvibile crisi strutturale del capitale.[10]

Consideriamo che la società venezuelana attuale attraversa un periodo di transizione dal regime socio-politico della Quarta Repubblica a quello della Quinta, caratterizzato dal tentativo di lasciare da parte il sistema rappresentativo, partitico e clientelare, soprattutto dove questo impedisca una partecipazione diretta e protagonica del popolo venezuelano.

La struttura produttiva, lungi dal poter essere modificata a breve termine, a causa della dipendenza dagli introiti del petrolio e dell’insufficienza dello sviluppo delle forze produttive nazionali, fanno sì che la transizione ricercata verso un sistema basato sulla logica del lavoro, un sistema socialista, si possa realizzare nella misura in cui uno Stato basato sulla rendita del petrolio come quello attuale permette il passaggio verso un altro di carattere produttivo, con una maggiore integrazione, che si potrà dare internamente nel paese, nella misura in cui abbia effetto la politica di inclusione sociale avviata dagli inizi stessi del governo del 1999, e in corrispondenza di uno sviluppo accelerato delle forze produttive del paese. La politica sociale inclusiva, come anche lo sviluppo delle forze produttive nazionali, appaiono come condizioni necessarie, ma mai sufficienti, per poter superare questa dipendenza dal petrolio e dalla captazione della rendita internazionale, che proviene dal riscontro nei mercati internazionali.

Non ci sorprende che si qualifichi di politica esplicita il fatto di rafforzare lo Stato rentier, un fatto che appare necessario in una fase come quella che stiamo attraversando, caratterizzata dalle insufficienze della produzione interna e dal grado delle necessità accumulate come debito sociale, che ancora non sono state abolite e che in parte vengono a condizionare il progresso delle forze produttive del paese ancora nei momenti attuali. La questione consiste nel fatto che questa captazione della rendita internazionale e la distribuzione della stessa all’interno del Venezuela non vengono a rafforzare i proprietari del capitale che, pure nelle peggiori condizioni, finiscono per captare egualmente una parte della suddetta rendita all’interno della pressione distributiva. L’importante sta nel come detta rendita si distribuisce nei settori esclusi della società e tra quei settori produttivi che potrebbero sostituire l’economia estrattiva; nel come essa permetterà di affrontare la sfida di un ri-orientamento complessivo della società e, in particolare, del suo apparato produttivo, affinché funzionino con una logica differente, che permetta di superare il capitalismo petroliero attuale in vista di un altro, che, passata la fase attuale, possa portare a una società basata sul lavoro come logica che definisce l’essenza del socialismo.

3.13. Socialismo produttivo venezuelano

La storia del petrolio venezuelano è consustanziale a quello che è successo al paese dall’apparizione e sfruttamento di questa risorsa naturale alla fine del secolo XIX. Dopo le prime esperienze di illustri cittadini, la cui curiosità e senso dell’imprenditoria hanno illustrato il suo uso primario, la presenza delle transnazionali è risultata rapidamente in enclaves che hanno modellato non solo l’apparato produttivo ma anche la cultura da rentier che ancora permea fin nel midollo l’agire del venezuelano agli albori del nuovo millennio. In questa prospettiva, la lotta per captare un eccedente maggiore è stata egualmente un’aspirazione di coloro che hanno elaborato politiche per migliorare le condizioni di vita della maggioranza degli abitanti di questa nazione.

Grandi sforzi materiali da parte degli intellettuali sono stati messi in campo per comprendere e migliorare le condizioni di vita del Venezuelano durante tutto il secolo scorso, sempre nella prospettiva di comprendere l’origine e la destinazione della rendita petroliera internazionale, che, dobbiamo ripetere ancora una volta, non si produce ma si capta dall’estero. La pressione per la captazione dell’eccedente petroliero e il suo uso posteriore ha oggi giorno una base, data la proprietà statale della risorsa naturale: da qui la sfida che implica l’impostare, nella fase attuale, quello che chiamiamo il socialismo produttivo venezuelano. Tale denominazione trova la sua legittimazione nella ricerca di una massima appropriazione collettiva della rendita petroliera e nell’istituzione di una giusta e inclusiva distribuzione, che raggiunga la maggioranza della popolazione, e, conseguentemente, possa produrre un modello di accumulazione sostenibile e permanente di tipo riproduttivo, basato sulla logica del metabolismo del lavoro.

Consideriamo, ciò nonostante, che mentre coesistono un modello di accumulazione capitalista, basato sull’estrazione del plus-lavoro per via economica, questa transizione verso una società differente di tipo socialista dovrà elaborare un insieme di politiche e strategie economico-sociali, che promuovano progressivamente l’aumento della produttività dell’investimento sociale, la quale, a causa della sua lenta maturazione nel tempo e nello spazio venezuelano attuale, deve preservare la proprietà statale di questa stessa rendita, cercando di raggiungere la massima efficacia ed efficienza nella distribuzione collettiva della rendita stessa, in modo da raggiungere in un futuro non molto lontano una capacità di riproduzione indipendente. Di fatto, questo proposito è stato il sogno di varie generazioni di Venezuelani, espresso nella famosa idea di “seminare il petrolio”.

Nulla di nuovo, dunque, sopra e sotto il suolo venezuelano, anche in relazione al sogno del Liberatore Simón Bolívar che, con il decreto del 24 ottobre 1829, promulgato a Quito,esprimeva l’idea di appartenenza delle miniere di qualsiasi tipo alla Repubblica. Quest’idea oggi si fa più importante e, diciamo, strategica, nel serrare le fila nella lotta contro la privatizzazione della ricchezza petroliera da parte delle imprese transnazionali. La validità della proprietà dello Stato Nazionale nei confronti della propria ricchezza mineraria e, in particolare, quella proveniente dal sottosuolo, si rafforza con l’applicazione del concetto di regalia e con il calcolo del livello di questa risorsa non rinnovabile.

La possibilità di un’accumulazione basata sulla logica del lavoro, che superi la fase del capitalismo sotto-sviluppato e dipendente,  passa, secondo noi, per la riaffermazione di quello che chiamiamo il socialismo produttivo venezuelano. La prima condizione sine qua non si riferisce alla proprietà della risorsa da parte dello Stato. Di qui, la necessità di captare la massima rendita internazionale possibile, che dopo verrà destinata e distribuita alla maggioranza della popolazione. Stimiamo in maniera molto approssimativa che, circa un quinto del PIL del paese proviene da questa rendita, il che rende più necessario e rigoroso il calcolo della sua distribuzione verso l’investimento sociale e produttivo.

Sono conosciute le cause del processo di disinvestimento e de-capitalizzazione che ha cominciato a darsi nel paese a partire dalla fine della decade dei Settanta, in seguito al primo boom petroliero del 1973 e al successivo dell’inizio degli Ottanta, crisi che ha portato a un secolare trasferimento di risorse dal settore pubblico al settore privato nazionale e internazionale. Ancora oggi, questo processo di recupero non ha potuto realizzarsi in forma completa, nonostante la continua crescita che ha avuto l’economia nazionale a partire dall’ultimo trimestre dell’anno 2003, in seguito al superamento del sabotaggio petroliero di fine 2002 e inizio del 2003. In seguito all’insediamento del governo nel febbraio 1999, con il progetto di migliorare le condizioni di vita della maggioranza della popolazione attraverso una politica sociale includente e il pagamento di un debito sociale accumulato per decenni, il ribaltamento del processo di disinvestimento è stato lento, particolarmente a causa del ruolo assunto dall’investimento privato nazionale. Il motore dell’investimento pubblico, così come il recupero del consumo della grande maggioranza dei Venezuelani, continua a promuovere la crescita osservata a partire dalla fine del 2003.

In questa prospettiva, l’efficacia e l’efficienza dell’investimento sociale realizzato dal 1999 si rende sempre più evidente. Conseguentemente, lo spazio occupato socialmente e politicamente dalle Missioni Sociali, avviate in particolare dal 2003, costituisce un elemento di primaria importanza per la realizzazione di questa maturazione produttiva, che incide sull’aumento della produttività del nuovo modello che si cerca di costruire e che attualmente vive momenti di transizione. Dal momento che la politica di massimizzazione della rendita e la successiva giusta ed equilibrata distribuzione tra coloro che meno hanno si rende imprescindibile, la ricerca di una massima efficacia ed efficienza nell’uso delle risorse finisce per costituire un riferimento imprescindibile per cominciare a costruire le basi del nuovo modello produttivo, retto da una logica differente dall’estrazione del plus-lavoro per via economica (tipica del capitalismo e dunque di quello esistente in Venezuela di tipo sottosviluppato e dipendente), nella direzione di un’altra logica, basata sul metabolismo del lavoro. Basta che le insufficienze e carenze del livello di produttività dell’economia non petroliera attuale si possano sostenere mentre dura il flusso continuo della rendita internazionale proveniente dallo stesso petrolio. Fatto sta che nel mentre questa fase di transizione si sta superando, il ruolo dello Stato come proprietario e distributore della rendita passerà quasi in maniera inesorabile per la fase che abbiamo chiamato il socialismo produttivo venezuelano, forse in vista di una fase successiva  dove la produttività sociale, oggi in piena conformazione, maturerà significativamente a livelli che le permettano un nuovo modello di accumulazione di tipo socialista, non petroliero e indipendente.

      Le rivoluzioni socialiste non devono eludere l’auto-criticarsi  “con implacabile scrupolosità”, allo scopo di poter     realizzare gli obiettivi vitali dell’emancipazione.

                                                                                               Karl Marx[11]

3.14. Socialismo “di rendita” venezuelano

Parecchie sono le anomalie che presenta la comprensione del caso venezuelano a chi voglia comprendere il suo divenire storico: una di loro, carica di significato, si riferisce al carattere di rendita della sua economia. Questo fenomeno, che è stato studiato in profondità, permette di definire un’economia che non ha avuto bisogno del processo naturale di accumulazione originaria, proprio della società capitalistica. Come afferma Asdrúbal Baptista:

…”… Ci accompagna la certezza che il petrolio ha pagato il prezzo sociale dell’accumulazione originaria e nel dire petrolio devo specificare che si tratta della rendita internazionale che lo legittima…”… [12]

Modernità, come afferma l’autore, che si è data grazie a un’entrata di rendita proveniente dal mercato mondiale, il quale di fatto esprime la realtà attuale di un sistema generalizzato che permea tutti i pori del pianeta, in contrasto con la presenza di uno Stato Nazionale proprietario della risorsa naturale non prodotta, di un mezzo di produzione, cioè, che non risulta dal lavoro di nessun Venezuelano, né dal lavoro di nessuno nel paese.[13] Tutto ciò ha creato una peculiare struttura economica creata a partire dalla rendita petroliera.

Abbiamo affermato che la società venezuelana attuale sta cercando di risolvere la crisi di legittimità dello Stato attraverso il nuovo governo che si è dato il popolo dal dicembre 1998[14]:  in questa prospettiva, la presenza del capitalismo di rendita, che pesa sulla struttura del paese, non si modifica sul piano produttivo, né su quello delle relazioni più profonde del metabolismo della logica capitalistica, anche quando si dichiara la volontà politica di costruire una società di tipo socialista di nuova natura. Il Professor Baptista, alla fine del lavoro citato, intravede due opzioni in quanto al divenire della società venezuelana: o una soluzione non capitalistica, che comporti una totale separazione dal mercato mondiale, o un’altra che, dentro del mercato mondiale, accolga le specificità che includono le forze storiche in movimento.[15] Forse vale la pena segnalare altre possibilità che ci portano a individuare una nuova anomalia, di fronte alla situazione di un tipo di socialismo di rendita, finché durano le richieste di questo mezzo di produzione non prodotto che è il petrolio.

Non c’è da dubitare della dipendenza dal mercato mondiale legata all’utilizzo del petrolio nelle prossime decadi,  soprattutto derivante dal modello insostenibile dello spreco energetico seguito dalle società cinese e indiana e che già prevale in particolare nel mondo occidentale sviluppato, più specificamente nel caso degli Stati Uniti. A continuare questo spreco tragico e inquinante, le possibilità di sussistenza del modello socialistico di rendita venezuelano persisteranno, mostrando una nuova anomalia produttiva, differente dal modo di accumulazione originaria socialista che si è potuto praticare agli inizi dell’ex-URSS, o da quella propria e caratteristica dell’attuale sviluppo post-capitalista, per impiegare la terminologia di István Mészáros, applicabile al caso cinese in questione.[16]

Socialismo di rendita come anomalia nella costruzione di una nuova società nel Venezuela, il quale appena cerca di risolvere la crisi di legittimazione dello Stato, che ha rovinato il sistema anteriore della Quarta Repubblica e che sul piano produttivo propone la coesistenza di differenti forme di proprietà.[17] Vale a dire, la proprietà pubblica, quella sociale, quella collettiva, la mista e la privata. Si tratta di una proposta, che stabilisce la coesistenza del privato da un lato e del pubblico dall’altro, lasciando la proprietà dei mezzi di produzione non prodotti (come il petrolio) nelle mani dello Stato, e, conseguentemente, la destinazione sociale della rendita internazionale, derivante dallo sfruttamento di questa risorsa. Di conseguenza, la possibilità di continuare a captare la stessa, che tra l’altro risulta influire tra un 15 e un 20% del prodotto interno lordo del paese.[18]  Detta rendita, in quantità tanto significative, continuerà ad essere la base della trasformazione del modello produttivo del Venezuela.[19]

Sottolinea di nuovo Baptista come nel caso venezuelano si dia una sospensione del meccanismo normale di finanziamento dell’accumulazione, dato che non si generano eccedenti per l’investimento a partire dal mercato del lavoro e la sua relazione con il livello di produttività.[20] L’avere evitato i rigori dell’accumulazione originaria, prodotto della captazione della rendita internazionale proveniente dalle risorse petroliere, ha permesso, da un lato, il miglioramento della condizione di vita dei Venezuelani, questione che si comincia a ribaltare dalla fine dell’auge petroliero verso la decade degli Ottanta e che continua poi fino alla fine del secolo. Contestualmente, si dà anche il processo di de-capitalizzazione dell’apparato produttivo venezuelano, con una diminuzione della relazione tra il livello di investimento e il PIL. L’investimento privato diminuisce visibilmente con la virtuale sparizione (senza esagerazione) del settore produttivo nazionale, che preferisce de-capitalizzarsi nel paese, accumulando immense ricchezze all’estero. Questo lungo periodo di de-capitalizzazione si è andato accompagnando alla de-nazionalizzazione dell’industria petroliera e alla perdita della rendita internazionale, che è rimasta ancorata all’estero. Tale tendenza ha cominciato a ribaltarsi a partire dal febbraio del 1999, non senza costi in perdite umane e materiali con gli avvenimenti del 2002 e 2003, quando l’élite tecnocratica che dominava il PDVSA e che pretendeva di dirigere il paese passò ferocemente all’attacco con il sabotaggio petroliero. Il cambio di regime iniziato nel 1999 soffriva gli impatti di una trasformazione del modello di Stato e si rendeva necessaria una nuova forma di governo, che ribaltasse la grave de-capitalizzazione del quarto di secolo anteriore.

Socialismo di rendita come nuova anomalia storica, continuando gli schemi del capitalismo di rendita che l’ha preceduto in Venezuela, in parte come destino di maledizione legato al cosiddetto oro nero, ma anche come un’opzione di prospettiva che porterebbe a superare, come ha fatto il capitalismo di rendita, l’accumulazione originaria, che Marx stabiliva essere il fatto primigenio all’origine dell’ordine storico capitalista.[21] Nella nostra situazione attuale e per i prossimi anni, purché si ripeta l’anomalia e la volontà di costruire una società che superi la miseria, l’oppressione, la schiavitù, il degrado e lo sfruttamento della società, basati sulla logica del capitale[22], in direzione di un’altra dove prevalga la logica del lavoro.

Collocandoci in una transizione socio-politica come percepiamo esiste nel Venezuela attuale, la realizzazione di un Modello Costruttivo Socialista sarà questione del medio periodo, solo che per arrivarci si richiede percorrere un certo tratto che deve cominciare proprio adesso, ed è in questa prospettiva che la captazione della rendita internazionale derivante dal petrolio costituisce una premessa fondamentale. Il Venezuela già ha vissuto periodi in cui questa rendita nemmeno ha toccato la terra venezuelana, figuriamoci se si permetteva la sua distribuzione tra coloro che non vi avevano accesso: se ne conclude, prima, la necessità della sua captazione e poi del miglioramento della distribuzione a beneficio della grande maggioranza dei Venezuelani. Il transito verso un regime politico chiamato Quinta Repubblica non può fare a meno di garantirci in questa direzione, facendo sì che le azioni politiche coincidano con lo stesso senso delle trasformazioni dell’apparato produttivo, nella coscienza delle possibilità che ci pone l’anomalia della rendita, benché orientata a beneficio della logica del lavoro e non di quella del capitale.

Abbiamo affermato che il Venezuela vive una transizione alla ricerca del suo proprio cammino, quello del socialismo tanto desiderato da  molti lungo la storia universale, e con tanti sacrifici e dispendio di vite nel suo perseguimento: la sfida che si pone oggi deve terminare con il superamento di quello che si presenta come discrepanza da una regola o una norma, per  trasformarsi in una possibilità reale di trasformazione. In questo cammino andiamo…

3.15. La crisi strutturale del capitale e l’alternativa socialista  

Negare la realtà attuale come prima istanza per l’affermazione posteriore di una nuova alternativa, passa attraverso il conoscere profondamente la logica e il funzionamento intimo della società nella quale viviamo. Conoscere per trasformare diventa un passaggio necessario per avanzare nella costruzione di qualcosa di nuovo, che necessariamente dovrà fondarsi sull’esistente come piattaforma imprescindibile di quello che sarà, oltre che su di un passato che lo alimenta ci piaccia o meno, all’atto di giudicare quello che è successo per la nostra propria ed esclusiva convenienza.

Molto si è scritto sulle crisi ricorrenti alle quali si è visto sottomesso il sistema capitalista di produzione dalle sue origini, molte decadi e non pochi secoli or sono. L’aspetto singolare della situazione che ci tocca vivere, a noi esseri umani che abitiamo il pianeta, è la possibilità reale di sparire dalla faccia della terra: come prova di ciò, bastino gli avvenimenti di appena mezzo secolo fa, quando si pretese sopprimere per sempre lo spettro di una guerra mondiale con il lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, o, più recentemente, sull’Afghanistan prima e poi sull’Iraq, dove  è stato dimostrato che occupare un territorio  con la forza delle armi non significa vincere la resistenza di un popolo che si rifiuta di accettare i mandati della potenza più grande che sia esistita nell’intero arco della storia umana. Ci troviamo di fronte alla possibilità di una reale distruzione, che minaccia la sparizione della totalità dei poco meno che settemila milioni di esseri umani che abitano il globo terracqueo attualmente. Il detto di Rosa Luxemburg “socialismo o barbarie” si rende ogni volta più cogente o vicino, secondo l’angolo da cui si guarda.

Eppure, nella crisi strutturale che viviamo per lo meno dall’inizio della decade dei Settanta, molte delle contraddizioni esistenti appaiono non avere soluzione con i parametri della logica sottendenti tanto la politica come il modo di riproduzione materiale della società a livello mondiale. Il carattere controverso e dunque conflittuale, antagonistico, per lo meno contraddittorio, della logica del metabolismo sociale che prevale attualmente, risulta accompagnato da una modalità centrifuga di operare, il tutto in base a una prospettiva strutturale gerarchica, che pretende di determinare fino alla minima operazione le unità più semplici del modo di produzione. La pretesa globalizzazione produttiva, occupando tutti gli ambiti e gli interstizi del pianeta terra, sulla base di un controllo quasi assoluto delle grandi unità transnazionali, non lascia respiro alla supposta “mano invisibile” di un mercato monopolizzato nella sua essenza produttiva.

Eppure, questa dipendenza dal capitale in quanto al suo alter ego, il lavoro, è assoluta, causando  così un’asimmetria che sembra riprodurre le antiche caratteristiche dell’antico regime schiavista, dove la morte dello schiavo significava la disperazione del padrone. Il padrone doveva sfruttare al massimo possibile le possibilità del lavoro dello schiavo, senza eliminare il produttore della sua ricchezza, dato che sarebbe semplicemente suicida finirla con la fonte di estrazione del plus-lavoro, fonte di eccedente che beneficia lo stesso padrone, il quale lascia certamente alcune briciole affinché l’apprezzato schiavo possa sopravvivere e riprodursi ad infinitum.

 

Eppure, questa relazione di dipendenza tra il capitale e il lavoro risulta davvero asimmetrica e storicamente determinata e, dunque, superabile in quanto la decisione e la volontà dello schiavo si manifestino nella lotta per la sua libertà e liberazione, a proprio rischio e beneficio, dato che la sua sfida esistenziale ed ambientale è quella di rompere  le catene che lo obbligano ad essere schiavo e insieme essere umano alienato dal suo prodotto vitale, il lavoro umano, per non parlare della soddisfazione delle sue proprie necessità individuali di felicità umana.

L’asimmetria della relazione di dipendenza tra capitale e lavoro deve riflettere, per lo meno, la possibilità di affermare un’alternativa, che superi le contraddizioni di una crisi strutturale non superabile con la logica del dominio capitalista. Di qui, la necessità di fissare gli obiettivi immediati, vincolati alla libertà e alla liberazione del lavoratore come tale, e alla fissazione di finalità di carattere strategico, che possano permettere un controllo reale su di un ordine sociale alternativo. Si stabilisce, conseguentemente, il superamento di una diseguaglianza gerarchica sostanziale e controversa, in favore di un nuovo modello che implichi un’eguaglianza non solo formale ma anche sostanziale, opposta all’anteriore e che sia coscientemente organizzata sulla base di una pianificazione capace di unificare, da un lato, la dimensione politica di governo sociale (questione nella quale l’organizzazione dei partiti politici si confronta a una sfida straordinaria) ma che a sua volta, dall’altro, riesca per lo meno ad avviare il processo progressivo di organizzazione del sistema produttivo materiale. Entrambe le facce della moneta, come lati di una stessa unità, si pongono come condizione necessaria per la costruzione di un’alternativa che, superando la crisi strutturale attuale del capitale, orienti la sua lotta e il suo sforzo verso le finalità di una società socialista, basata sul lavoro come principio strutturante e organizzativo del modo sociale metabolico, inerente alla società nuova che si pretende costruire.


[1] Si vedano lavori di István Mészáros come: Oltre il capitale (Caracas, Editorial Vadell Hermanos, 2001); Il secolo XXI: socialismo o barbarie? (Argentina, Ediciones herramienta, 2003); Il potere dell’ideologia (Gran Bretagna, Harvester Wheatsheaf, 1989).

[2]István Mészáros, Oltre il capitale, (Caracas, Fratelli Vadell Editori, 2001), pp. 605-606.

[3] Ibidem, p. 613.

[4] István Mészáros, Oltre il capitale, (Valencia, Fratelli Vadell Editori, 2001), pp. 955.

[5] Ibidem, p. 971.

[6] Héctor Silva Michelena. El pensamento económico venezolano en el siglo XX. Un postigo con nubes. (Caracas, Fundación para la Cultura Urbana, 2006) p. XXIV-XXV.

[7] Ibidem. P. XXVI.

[8] Ibidem, p. 46.

[9] È conveniente rendere più esatto il calcolo della rendita internazionale venezuelana in relazione al PIL, per i nostri scopi il valore è illustrativo e ci si riserva di documentarlo con un maggiore rigore di calcolo.

[10] István Mészáros, Oltre il capitale (Caracas, Vadell Fr.li Editrice, 2001).

[11] Preso da István Mészáros, La sfida e il fardello del tempo (in stampa). Introduzione.

[12]Asdrúbal Baptista, La società capitalista: verso la sua fase finale? (Caracas, Accademia Nazionale delle Scienze Economiche, 2007), p. 24.

[13] Ibidem, p. 23.

[14] Jorge A. Giordani, La transizione venezuelana e la ricerca del suo proprio cammino (Caracas, Editore Fratelli Vadell, 2007).

[15] Baptista, Op. cit., p. 25.

[16] István Mészáros, Oltre il capitale (Caracas, Editrice Fratelli Vadell, 2001).

[17] Si veda la Bozza per la Prima Riforma Costituzionale. Proposta del Presidente Hugo Chávez (Caracas, Ministero del Potere Popolare dell’Ufficio di Presidenza. Agosto 2007). Articolo 11. Pp. 70-73.

[18] Cifre queste per niente disprezzabili, se teniamo presente che il PIL del Venezuela potrà raggiungere alla fine del 2007 i 200.000 milioni di dollari, dunque la rendita captata internazionalmente e non prodotta da nessuno dei Venezuelani si potrebbe trovare tra 35 e i 40 mila milioni di dollari l’anno.

[19]Si veda il Progetto Nazionale Simón Bolívar. Primo Piano Socialista. PPS. Sviluppo Economico e Sociale della Nazione. 2007-2013. (Caracas. Presidenza della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Settembre 2007). La quinta stesura del Piano stabilisce la costruzione di un Modello Costruttivo Socialista. Pp. 21-28.

[20]Baptista. Op. cit. p. 44.

[21] Ibidem. p. 22.

[22] Ibidem. p. 18.

Le vere fattezze del mostro imperiale

Dentro de las nuevas leyes a ser aprobadas próximamente, serán estipulados los porcentajes de ganancia para todos productos. Adelantó que los márgenes van a oscilar entre 15 y 30%Una riflessione di ANROS in Venezuela sulla situazione nel Paese e nel mondo

a cura di Gianmarco Pisa

L’annuncio di Nicolás Maduro di una «offensiva economica socialista profondamente popolare» – di cui l’iniziativa governativa contro il carovita e il rialzo arbitrario dei prezzi al consumo è solo uno degli aspetti – introduce un elemento interessante nel dibattito politico nel Paese. A tal proposito, Maduro ha fornito alcune anticipazioni: nessuna liberalizzazione dei prezzi, nessuna liberalizzazione del cambio con il dollaro, nessuna privatizzazione. Non è detto che prima o poi non ci sia uno scontro frontale in Venezuela, un confronto aperto più o meno intenso e drammatico. Un conflitto di tale portata potrebbe generare una vera e propria battaglia finale, per molti versi, la cui durata non può ancora essere prevista. Si potrebbe estendere per tre giorni, tre mesi, tre anni, tre decenni.

Alcune persone sono sfiduciate di fronte alle evidenti difficoltà economiche del Paese, in particolare per i settori popolari. Costoro criticano il governo, ad esempio, perché non socializza o non nazionalizza tutte le imprese capitaliste tutte insieme. È atteggiamento da FRS (Fronte Rivoluzionario Semplicistico). Per costoro questa opinione significa essere «riformisti», come le teste calde stigmatizzano tutti coloro i quali non si conformano alla loro pretesa di un assalto al cielo immediato, una volta per tutte? Come nel titolo spagnolo di una famosa commedia, “il paradiso può attendere”. La questione è semplice: si deve passare attraverso il purgatorio e si devono ancora eliminare alcuni difetti. E il purgatorio ha caratteristiche chiare: la maggior parte della produzione e della distribuzione di beni di consumo in Venezuela è governata dalle relazioni e dalle regole del capitalismo. Non vi è alcuna possibilità in questo momento di ribaltare immediatamente la situazione, senza, ciò facendo, condannare le persone a disagi insopportabili. Non si tratta solo di grandi imprese monopolistiche che producono e vendono i prodotti, ma dell’intera catena di intermediari, fino alle piccole e medie imprese, molte delle quali sono complici e beneficiarie della speculazione. Ma non si può cadere nella passività e stare sulla difensiva, ed è giusto che il governo bolivariano adotti misure adeguate, per aprirsi progressivamente la strada. Sono necessari in questo caso fermezza, polso, equilibrio.

E allora, si dice, se lo scontro catastrofico viene percepito come inevitabile, perché non affrontarlo una buona volta? Perché a quel punto si deve arrivare nella migliore condizione politica possibile e nella migliore posizione nazionale ed internazionale, quindi è necessario continuare a preparare il momento del confronto. In ogni caso, Maduro ha messo in chiaro un aspetto fondamentale: «sempre dalla parte e con l’appoggio del popolo». Nel momento della verità non si potrà agire pietosamente: non più perdono, non più condiscendenza, se la borghesia attacca violentemente, la risposta non dovrà essere, semplicisticamente, di una violenza eguale e contraria, ma sarà ferma, senza esitazioni e senza incertezze. Un altro fattore da considerare è l’integrazione dei lavoratori nella scena di un conflitto politico diffuso che è la borghesia a volere sollevare. Operai e leader rivoluzionari hanno annunciato una marcia contro la guerra economica messa in campo dalla borghesia e dal capitale.

Il caso del diffuso spionaggio degli Stati Uniti nel mondo intero ha rimesso in movimento le acque politiche, ma per ora difficilmente questo potrebbe provocare una tale tromba d’aria da scoraggiare l’imperialismo a cavalcare l’onda della sottomissione dei suoi alleati europei, piuttosto chiassosi in questo momento, insieme con il Brasile, per la questione delle azioni di spionaggio da parte degli Stati Uniti, che hanno preso di mira persino i capi di stato e di governo. La Germania ha inviato a Washington i suoi migliori capi della intelligence per chiedere spiegazioni, così come è stata proposta una commissione di inchiesta e di indagine da parte del Parlamento Europeo. Nel frattempo, il governo spagnolo ha convocato l’ambasciatore statunitense a Madrid, James Costos, presso il Ministero degli Affari Esteri della Spagna, a fornire informazioni su questa questione. Da parte loro Germania e Brasile preparano una risoluzione sulle intercettazioni da presentare all’ONU.

Da dove provengono queste schermaglie amorose? Queste rimostranze non influenzano i rapporti di forza nel mondo e le relazioni agitate tra l’Impero e i suoi alleati. Costoro condividono tutti i principali interessi strategici e non hanno certo intenzione di metterli in disparte a causa di questo disturbo domestico. La cosa più importante di tutta la vicenda è che consentirà a molti, soprattutto nei paesi in questione e sotto il comando dell’imperialismo, di conoscere le vere fattezze del mostro imperiale. 

[Si ringrazia Mario Neri del Circolo Bolivariano “A. Gramsci”, Caracas, per la messa a disposizione del materiale documentario di riferimento] 

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