Venezuela: «Guerra economica, arrestati 100 imprenditori»

Al via la Ley habilitante: più poteri al presidente Maduro

di Geraldina Colotti

il manifesto.- In vista delle elezioni comunali dell’8 dicembre, chavismo al contrattacco contro la speculazione e contro la destra che vuole sfiduciare il presidente.

Primo sì alla Ley habilitante. In Venezuela, il testo che concede al presidente Nicolas Maduro la possibilità di governare un anno per decreto ha ottenuto l’approvazione dell’Assemblea nazionale in prima lettura. La seconda, per il licenziamento definitivo del testo, ci sarà martedì 19. Come prevede la costituzione, il parlamento monocamerale ha dato il via libera in presenza di una maggioranza dei 3/5: ottenuta in questo caso con 99 voti su 165, dopo un acceso dibattito tra deputati del Partito socialista unito (Psuv) e quelli dell’opposizione conservatrice. La destra ha contrastato il tentativo «di distrarre i venezuelani dai loro problemi», l’illusione «di un’uscita rapida da una crisi molto più profonda di quanto si può risolvere con poteri speciali». «Potete rivolgervi a chi volete. Andate alle Nazioni unite. Ma qui ha votato il popolo, la patria e Chávez», ha dichiarato invece il presidente dell’Assemblea, Diosdado Cabello, a scrutinio concluso.

Il mese scorso, Maduro ha chiesto al parlamento l’approvazione della Ley habilitante, utilizzata molte volte da tutti i presidenti del Venezuela fin dagli anni ’70 e dal suo predecessore quando intendeva accelerare l’iter delle misure sociali. Il successore di Hugo Chávez intende servirsene per combattere «la guerra economica e mediatica» scatenata dai poteri forti, dentro e fuori il paese. «L’economia venezuelana sta attraversando una congiuntura particolare nella quale l’apparato produttivo subisce in pieno l’offensiva della speculazione, dell’accaparramento, del contrabbando e del mercato nero delle valute», ha detto l’8 ottobre il presidente davanti all’Assemblea.

Ad aprile, dopo aver battuto con uno stretto margine il leader di opposizione, Henrique Capriles, Maduro aveva promesso «un governo della strada», e una lotta senza quartiere ai mali storici del paese: speculazione, insicurezza, corruzione e inflazione stellare. Problemi incancreniti in quarant’anni di governi consociativi subalterni a Washington: mali difficili da sradicare in un paese che vive di petrolio e di rendita e importa ancora gran parte degli alimenti che consuma, a fronte dell’aumentato benessere. Guasti ampiamente bilanciati in 14 anni di governo chavista, durante i quali il paese si è trasformato, soprattutto dal punto di vista delle classi popolari, ma anche a vantaggio di altri settori, e il benessere si vede. Invece, a detta dei grandi media – controllati dal settore privato, che manovra ancora circa il 66% del Pil venezuelano -, il governo sta per implodere sotto il peso della propria inefficienza e di una inarrestabile crisi politica. I dollari ottenuti dalla vendita del petrolio crudo agli Usa non bastano per comprare gasolio, alimenti, farmaci. Ci sarebbe anche malumore nelle Forze armate nei confronti di Maduro. Per accelerare la crisi, l’opposizione intende trasformare le elezioni comunali dell’8 dicembre in un voto di sfiducia al governo: e se prima accusava Chávez – un militare – di troppo decisionismo, ora dipinge Maduro – un ex autista del metro – come un inetto.

Da una settimana, Maduro ha lanciato un’offensiva contro «chi rapina il popolo» con l’usura e la speculazione. Ha imposto alle grandi catene commerciali, che infrangono la Legge dei costi e prezzi giusti, una drastica riduzione dei loro profitti stellari. Ha annunciato di aver arrestato «oltre 100 imprenditori borghesi» e istituito una speciale squadra di «10 professionisti dei diversi settori» per mettere alla corda burocrati e inadempienti nelle aree produttive.

Imprenditori e commercianti ribattono che i dollari sussidiati dal governo a cui hanno accesso non bastano per coprire i costi delle importazioni, e che i ritardi nei pagamenti li obbligano a ricorrere al mercato nero, dove il dollaro vale anche 30 volte il bolivar. Intanto, tra il 2011 e il 2013, il numero di venezuelani che va all’estero è raddoppiato ed è in continuo aumento: la maggior parte, torna con buona parte dei dollari ottenuti per viaggiare e li scambia al mercato nero.

«Anche con un’inflazione al di sopra della media il prossimo anno avremo una crescita del 4%», ha detto ieri il ministro delle Finanze, Nelson Merentes, illustrando la prossima finanziaria in parlamento. Il ministro del Petrolio, Rafael Ramirez, ha per parte sua difeso la decisione di fissare a 60 dollari al barile il prezzo del greggio, al di sotto del valore di mercato a livello internazionale: «per via di una situazione geopolitica che il governo non può controllare», ha detto. La produzione di 3 milioni di barili per il prossimo anno, rimane però stabile, in un paese che possiede le prime riserve di petrolio al mondo.

(VIDEO) Il sabotaggio economico contro Cuba continua

Promuovono il libro di un investitore fallito a Cuba: paura di un massiccio investimento estero nella Zona Speciale del Mariel?

[Sottotitoli in italiano al Video a cura di Vincenzo Basile]

La transizione sociopolitica del Venezuela di fine secolo

Qui di seguito vi proponiamo la traduzione realizzata  a suo tempo per ALBAinformazione da Pier Paolo Palermo del secondo capitolo del libro di Jorge Giordani, La transición venezolana al socialismo. Intanto, per chi fosse interessato, l’intero volume è stato pubblicato in italiano per la Casa Editrice Natura Avventura Edizioni.  

CAPITOLO 2

Transizione sociopolitica del Venezuela di fine secolo da una prospettiva socialista[1]

2.1 Introduzione

Letteralmente, la parola “transizione” indica il passaggio da un modo di essere o da uno stato a un altro. Stato iniziale che corrisponde, dal nostro punto di vista, al Venezuela di questo secolo, da cui estendere lo sguardo non già a tutto il prossimo secolo, ma a un orizzonte entro il quale si possa avere una qualche visibilità. Stabilire limiti temporali all’analisi introduce da subito una problematica che non siamo nelle condizioni di poter risolvere in modo soddisfacente, in parte per via degli obiettivi più specifici che ci proponiamo in questo saggio, e anche per la lunghezza del medesimo. Percepiamo alcuni limiti nella transizione che vive il paese, e senza la minima pretesa di essere esaustivi, cercheremo di elaborare alcune idee che ci aiutino a delineare le possibili strade che si aprono al Venezuela in questa fase, concentrandoci soprattutto su aspetti della realtà politica. Proveremo a  formulare alcune ipotesi di futuro a mo’ di scenari, i quali avranno un carattere solo preliminare, e rimarranno passibili di ulteriori analisi future. Si tratta, insomma, di un primo approccio a un tema che ci appare enormemente complesso, ma allo stesso tempo affascinante e di assoluta importanza per il paese. Ci riferiamo in particolare a quelle alternative che possano avere rilevanza sotto il profilo della costruzione di una via al socialismo per il Venezuela. Quest’ultima costituisce il fulcro dell’argomentazione del presente lavoro.

2.2 Di che transizione stiamo parlando?

Quando si consultano fonti primarie sul termine “transizione”, nei dizionari e nei libri in generale, il vocabolo non risulta così prodigo di riferimenti. Abbiamo trovato una prima definizione che denota già un tipo particolare di transizione, quella relativa al passaggio dal feudalesimo al capitalismo, o anche quella che si riferisce al passaggio dal  capitalismo al socialismo[2]. Una transizione di questa natura implica una percezione delle fasi dello sviluppo della società umana, in cui l’asse temporale può attraversare vari secoli, a partire dall’apparizione della società feudale fino all’inizio della società capitalista, e da lì fino a una società di tipo socialista. In fin dei conti si tratterebbe di percepire i cambiamenti che vanno verificandosi attraverso varie fasi, che possono avere un senso teleologico oppure no. Nel riferimento appena menzionato si pone il problema dell’ambivalenza, e del fatto che non esista un’unica interpretazione di Marx in relazione alla transizione dal feudalesimo al capitalismo, e di come autori posteriori legati in parte a quella tradizione di pensiero – come Sweezey, Dobbs, Wallerstein, Anderson – abbiano cercato di contribuire al difficile compito di elaborare una teoria della transizione[3]. In quanto alla transizione dal capitalismo al socialismo, è un tema di cui ci occuperemo in parte, e che cercheremo di esaminare con particolare riferimento allo specifico caso venezuelano. Alcune questioni sembrano avere a che fare con i processi inerenti al transito da una modalità sociale a un’altra (ci riferiamo alla questione se sia possibile che il processo economico in sé conduca al socialismo, o se piuttosto sia necessaria la presa del potere da parte di un settore della società affinché ciò diventi fattibile). La strada riformista, in termini di gradualità, o quella di tipo rivoluzionario, con cambiamenti più profondi, sono questioni relative alla transizione e paiono temi ineludibili. In questo senso ci sembra che la transizione verso un mondo migliore, a partire dalla critica dell’esistente, è stata l’aspirazione di molti, nel corso di tutta la storia umana. Il cammino dell’utopia in qualunque epoca e situazione resta ancor oggi, alla fine di questo secondo millennio, un banco di prova della volontà e della tenacia di quelle forze sociali che lottano per una trasformazione sociale profonda.

Partire dall’esistenza di un mondo attuale di tipo capitalista sembrerebbe una premessa ovvia. A partire dall’analisi effettuata da Marx già più di un secolo fa, un lavoro che riprende quella prospettiva calandola nella realtà attuale è stato recentemente pubblicato e sarà un riferimento obbligatorio per gli obiettivi che si propone questo saggio. Si tratta dell’opera di István Mészáros, intitolata Beyond Capital. Toward a Theory of Transition[4]. In questo lavoro si ipotizza una transizione che ha una speciale connotazione, condizionata al superamento dei limiti della società attuale, basata nella logica del capitale, ovvero: le contraddizioni fra il capitale transazionale e la presenza degli stati nazionali, la distruzione delle condizioni di riproduzione del metabolismo sociale esistente, la sfida di una uguaglianza sostanziale, come nel caso nella liberazione della donna, e la disoccupazione cronica[5].  Mészáros mette in evidenza quelli che sono i limiti incontrollabili della suddetta logica, e le contraddizioni che non può superare.

L’analisi e l’impostazione di Mészáros puntano all’essenza stessa e al metabolismo del sistema retto dalla logica del capitale. Distingue inoltre la società capitalista, in cui si verifica un’estrazione economica dell’eccedente, da quella post-capitalista, denominata da altri come del “socialismo reale”, in cui l’estrazione dell’eccedente ha il suo fondamento nella sfera politica. La transizione di  cui parla Mészáros la consideriamo un primo livello, il più essenziale. Si tratta della transizione da una società in cui prevale la logica del capitale a un’altra in cui sia quella del lavoro a godere di tale supremazia. Questa nuova logica del lavoro può arrivare a costituirsi come nucleo strutturale di un nuovo modo di produzione nel momento in cui si definisca un’alternativa egemonica che completi lo sradicamento del capitale dal processo sociale. Il lavoro dovrebbe appropriarsi delle funzioni vitali del rapporto con la natura, e di quelli fra i membri della società, attraverso l’autodeterminazione degli stessi individui[6].

In termini storici, se andiamo a ritroso nell’esperienza umana per determinare da quanto tempo durano le società basate sulla logica del capitale, parliamo di secoli. Una logica, quest’ultima, che comprende il divenire delle società capitaliste e post-capitaliste finora conosciute. Se ci sarà nel futuro un cambiamento improntato alla logica del lavoro, resta da vedere in quale orizzonte temporale si realizzerà questo cambiamento; a tal proposito Mészáros sostiene che a partire dagli anni Settanta il capitale è entrato in una crisi strutturale, e pertanto esistono le condizioni oggettive affinché la strategia socialista passi all’offensiva. La tesi del suddetto autore farà da quadro di riferimento per questo lavoro, essendo  il nostro campo di studio più specifico e concreto, in quanto si riferisce all’esperienza venezuelana attuale. Un secondo livello di analisi della transizione, situato nell’ambito del precedente, consiste nell’eventuale passaggio da una società capitalista a un’altra post-capitalista, come Mészáros sostiene che si provò a fare durante l’esperienza sovietica[7]. Tale livello di transizione è stato proposto esplicitamente da forze politiche venezuelane come un’opzione da costruire. Questa proposta, formulata dal Movimiento al Socialismo (MAS), partì, fra le sue diverse premesse, da una critica di ciò che era stato fino a quel momento l’esperienza sovietica. Sappiamo che quella proposta non ha avuto grandi ripercussioni nella pratica[8]. Tale alternativa partì da una diagnosi che situava il paese nell’ambito del capitalismo sottosviluppato dipendente[9].

In America Latina l’unico caso che potrebbe verosimilmente essere collocato in questo secondo livello di transizione è Cuba, un caso che ha quattro decenni di vita e il cui destino è tutto da vedersi, secondo come si evolverà la situazione in futuro, in parte a causa di tutto quello che è accaduto negli anni Novanta, dopo lo smantellamento della vecchia Unione Sovietica. Un’esperienza singolare, quella cubana, all’interno delle attuali condizioni di crisi strutturale del capitale. L’esperienza del Nicaragua ha altre connotazioni che la differenziano.[10] Senza poterci addentrare nell’analisi di tali esperienze, pensiamo che quando si parla di transizione sia centrale il ruolo che svolge lo Stato nei suoi rapporti con l’economia; un ruolo che concepiamo come il farsi garante dei rapporti capitale-lavoro, controllore di quelli interni al capitale, e accumulatore diretto.[11] [12]

Un terzo livello di analisi della transizione riguarda per noi la fase in cui, compiutisi i due livelli precedenti, il passaggio da una modalità all’altra contempla una modifica della forma di organizzazione del potere politico, nel momento in cui cambiano le forme di mediazione politica fra il governo e la popolazione. La trasformazione avviene all’interno delle forme di dominio politico, preservando i rapporti fra Stato ed economia. Questo terzo livello lo esemplifica, nel caso venezuelano, ciò che accadde nel 1958.[13]

I tre tipi di transizione illustrati hanno per noi il senso di un cambiamento strutturale all’interno del sistema socio-economico. D’altra parte, abbiamo presente che la soluzione della crisi che si presenta in alcune situazioni viene associata alla possibilità di un transito da un modo di essere a un altro. In questo senso la transizione sembrerebbe vincolata alla soluzione di una determinata crisi. La crisi farebbe parte delle condizioni necessarie per definire il tipo di transizione necessaria. I primi tre tipi di transizione li associamo a crisi di tipo strutturale, trovandosi lo Stato al centro della transizione che abbiamo denominato di secondo e terzo livello.[14] Un altro elemento che va menzionato si riferisce alla connotazione strutturalista del concetto di transizione, nel supporre il passaggio da determinate strutture ad altre. Essendo queste ultime, a loro volta, a dare impulso a modifiche orientate al cambiamento strutturale.[15]

In un quarto livello di transizione troviamo, al massimo livello di concrezione, quelli che potremmo definire cambiamenti funzionali, passaggio da uno stato a un altro in cui non si alterino i rapporti essenziali del sistema sociale in questione. Si tratta di cambiamenti che non compromettono la stabilità del sistema. Un esempio attuale lo troviamo nei programmi di correzione macroeconomica tanto applicati negli ultimi due decenni a partire dalle raccomandazioni e dalle esigenze che esternano gli organismi internazionali come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e la Banca Interamericana di Sviluppo. Attraverso tali programmi non si cerca di ottenere né una modifica dei rapporti nelle forme di gestione del potere politico (livello III), né del tipo di sistema capitalista o post-capitalista (livello II), né tanto meno nel predominio della logica del capitale (livello I). Semmai, quello che si cerca di realizzare con questo tipo di programmi è radicare ulteriormente i rapporti esistenti nella logica del capitale, nella sua forma capitalista, e in fondo non importa sotto quale forma di regime politico si ottenga la loro implementazione; naturalmente, se si tratta di un regime democratico, i costi saranno minori per coloro che desiderano applicarli. Questo ovviamente dipenderà dalla capacità di resistenza e organizzazione esistente, e dalle conseguenze di tali programmi. Quando si applicano proposte di questo tipo i costi sociali e politici generalmente passano in secondo piano, in particolare per quanto riguarda questa categoria così astratta per alcuni, la sovranità del paese. Tipico problema, questo, relativo a una delle contraddizioni irrisolvibili, come fa notare Mészáros, quando si mantiene in funzione la logica del capitale.[16]

2.3 Transizione socialista per il Venezuela di oggi

Il Venezuela, da quando il petrolio assunse il suo ruolo preponderante nella produzione, è stato soggetto da una parte alle oscillazioni nella quotazione di questa risorsa naturale sui mercati internazionali, e dall’altra a un modello di sviluppo che ha ormai esaurito il suo dinamismo e la sua capacità di auto-rinnovamento. E questo per non parlare della questione relativa al modello di accumulazione, se sia entrato in una fase critica o di relativo esaurimento. Sosteniamo che, fintanto che la base del suddetto modello di sviluppo, come quella del modello di accumulazione, si mantenga nel tempo, più di recente nel tentativo di passare da una fase detta di rendita a un’altra di tipo produttivo e internazionalizzato, lo Stato e la società in generale permarranno in una condizione di letargo e immobilismo, immersi in una crisi senza apparente via d’uscita. Lo Stato lo intendiamo al suo massimo livello, come  patto fondamentale di denominazione. La cosiddetta globalizzazione, percepita da noi piuttosto come un processo di internazionalizzazione del capitale, riempie il discorso ufficiale e quello dei settori produttivi che la vedono come il sorgere di nuove opportunità per ottenere benefici. Nel frattempo, la grande maggioranza della popolazione rimane isolata da questa ipotetica corrente di rinnovamento, che se non si accetta, a detta dei suoi difensori, farebbe correre al paese il rischio di rimanere fuori dalla modernizzazione socio-economica di tipo capitalista. A partire da questa immagine del paese, espressa in modo così succinto, ci permettiamo di formulare la domanda su quali probabilità di realizzazione avrebbe una proposta di carattere socialista che risultasse egemonica. Proposta socialista che intendiamo nel suo significato più ampio, come proposta di trasformazione della società in senso collettivo, e, in termini più specifici, come critica severa del sistema capitalista e del sistema della proprietà privata, e che contemporaneamente difende una strutturazione collettiva della produzione e della distribuzione dei beni come fondamento materiale di un ordine giusto e conforme alle necessità della classe lavoratrice.[17]

Transizione per il Venezuela vuol dire per noi, da una prospettiva socialista, quel processo che prima condurrà a una rivoluzione politica (cambiamento del modello di sviluppo), a partire dalla situazione che attualmente vive il paese, per poi effettuare il passaggio verso una trasformazione produttiva (cambiamento del modello di accumulazione) che ponga le basi di una maggiore giustizia sociale per la maggior parte della popolazione. In quale orizzonte temporale si possano produrre questi cambiamenti, e se esistano le condizioni perché essi avvengano, sono questioni complesse che non abbiamo la pretesa di affrontare in questo saggio; tuttavia, si accennerà ad alcuni elementi correlati a tali tematiche, come ad esempio: la collocazione delle forze che attualmente propugnano un’alternativa di quel tipo, le condizioni materiali del paese che dovrebbero permettere tale processo, i vincoli che si profilano a livello internazionale, nel contesto della crisi globale del capitale.

Proviamo adesso a esplicitare alcuni dei termini suesposti, nel tentativo di comprendere le condizioni che orienterebbero il transito verso una società nuova e socialista. Per rivoluzione politica, legata al modello di sviluppo, intendiamo l’instaurazione di nuovi rapporti di potere con il blocco egemone imperante. Tali relazioni devono implicare la creazione di un blocco egemonico alternativo legato agli interessi dei ceti popolari e ai piccoli e medi produttori della campagna e della città. In quanto alla trasformazione produttiva, legata al modello di accumulazione, sarebbe definita da: la trasformazione della base produttiva del paese, alla ricerca di una maggiore democratizzazione del potere economico, il cambiamento del ruolo dello stato per far sì che il processo di accumulazione si orienti alla soddisfazione delle necessità fondamentali della maggior parte della popolazione e alla difesa della sovranità, l’incorporazione di meccanismi di autogestione produttiva a livello collettivo, l’utilizzo di una pianificazione democratica come meccanismo regolatore dei rapporti di produzione, e la collocazione autonoma del paese di fronte all’internazionalizzazione del sistema capitalista.

Vediamo adesso come si esprimono i livelli precedentemente enunciati a proposito della transizione nel caso venezuelano. Il livello di massima concrezione è il quarto. Abbiamo definito il tipo di organizzazione economica e sociale imperante nel paese come appartenente a un capitalismo sottosviluppato dipendente. Si potrebbe caratterizzare in quel senso la totalità dei paesi dell’America Latina. È risaputo lo sforzo compiuto dalla CEPAL e da coloro che proposero la teoria della Dipendenza, dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel cercare di formulare un modello esplicativo che costituisse il fondamento per la strategia proposta di sostituzione delle importazioni. Né questa proposta, né quelle che vennero dopo la crisi del debito all’inizio degli anni Ottanta, né tanto meno le proposte fondo-monetariste, sono riuscite a risolvere tanto il problema della dipendenza quanto quello del sottosviluppo. Mezzo secolo di sforzi sembra essere sfociato in un’acutizzazione di entrambe le condizioni. Oggi l’America Latina in generale, e il Venezuela in particolare, la percepiamo come più dipendente (basti pensare al debito estero) e ancora sottosviluppata, se consideriamo la massiccia esclusione dal circuito economico della popolazione, la quale sopravvive in condizioni di povertà relativa o estrema. [18] Uscire dal sottosviluppo e superare la dipendenza continuano a essere aspirazioni della maggioranza degli abitanti del continente latinoamericano. Per quanto si tenti di mettere un coperchio alla situazione, o si cerchino sotterfugi esplicativi, la forza con cui vengono a galla le conseguenze del sottosviluppo e della dipendenza è così evidente che gli occhi dell’osservatore più distratto non la possono ignorare. Non c’è peggior cieco di quello che non vuole vedere, dice la saggezza popolare. La soluzione a tali problemi resta una questione aperta. Da ciò deduciamo la necessità di proporre alternative per risolvere tale situazione, ed è possibile formularne anche una di tipo socialista. Nel punto seguente esamineremo alcune proposte esistenti nel paese e valuteremo la natura delle stesse nei termini di una opzione socialista.

Una seconda osservazione riguarda il terzo livello della transizione; ha a che fare con quello che chiamiamo rivoluzione politica, con il modello di sviluppo, con il cambiamento dei rapporti di potere e la costituzione di un blocco egemonico alternativo. Su questo l’esperienza latinoamericana negli ultimi quattro decenni presenta esempi drammatici. Il caso di Cuba non potrebbe essere più paradigmatico. Paese in cui esiste un processo rivoluzionario che mantiene ancora il suo “profilo socialista” nonostante gli inconvenienti e le pressioni esterne (esemplificati dall’embargo come costante nel tentativo di soffocamento dal di fuori) e la trasformazione che si è verificata nell’ex Unione Sovietica. Questi non sono altro che due elementi di quella esperienza singolare, ripetiamo, che potrebbero finire per collocarla nella categoria di “post-capitalismo”  usata da Mészáros. Nel 1973, in Cile, andò in fumo un’altra esperienza che pare essersi chiusa, da quell’epoca in cui si cercava di instaurare un processo di trasformazione orientato verso la costruzione del socialismo. Il fallimento della proposta di destituzione del governo Allende e la successiva instaurazione di un regime militare hanno rappresentato una battuta d’arresto per un’opzione di questa natura. Un altro esempio ce lo fornisce l’esperienza della rivoluzione sandinista in Nicaragua, la quale, vedendosi costretta a una guerra a bassa intensità, dovette cedere posizioni.[19]

Nel caso venezuelano, almeno per quanto si può osservare a partire dal 1958, si mantiene una continuità nel regime di democrazia rappresentativa che si instaura con la caduta dell’ultimo governo militare. In altri lavori abbiamo esaminato le crisi dello Stato e come queste a tutt’oggi non abbiano potuto essere superate, nonostante i continui sforzi realizzati dai diversi governi e gruppi politici di maggioranza.[20] L’attuale governo si definisce di transizione, e così lo descrive lo stesso IX Piano Nazionale[21] … delle organizzazioni che appoggiano il governo attuale, il MAS, ha messo sul tavolo fin dai suoi albori una proposta di carattere socialista.[22] Con questa associazione fra il governo attuale e l’appoggio che offre il MAS non intendiamo assolutamente dimostrare il contenuto socialista delle proposte dell’attuale governo, le quali di fatto sembrano avere poco di socialista. Il vocabolo “socialismo” non appartiene al lessico politico dell’attuale governo, sarebbe più fondato pensare a una identificazione fra il Presidente della Repubblica e l’ideologia social-cristiana.[23] L’accettazione ufficiale di una proposta per la transizione ratifica la necessità di un cambiamento, la qual cosa non implica necessariamente che esso sia orientato verso una trasformazione di tipo socialista. Quello che invece sembra si stia accettando sono gli sconquassi che hanno prodotto nelle strutture del potere i fatti accaduti nel 1989, l’esplosione della rabbia popolare, e i tentativi d’insurrezione del 1992. Successivamente, i processi elettorali del 1993 e 1995 continuarono a dare ossigeno alle istituzioni e alle mediazioni oggetto della transizione. Nel frattempo, la crisi dell’apparato statale permane, senza una soluzione che comporti cambiamenti profondi.

L’opzione socialista, anche se si considera l’estrema ambiguità della sua definizione, si trova apparentemente congelata, o in uno stato di riflusso. Più avanti faremo riferimento al contenuto delle proposte di alcune forze attive nel panorama politico venezuelano.

In quanto ai primi due livelli della transizione, siamo partiti dalla proposta di Mészáros, che sostiene l’esistenza di una crisi strutturale del capitale e la necessità di passare a una strategia socialista di tipo offensivo, strategia che dovrebbe avere un carattere globale. In quella direzione, non possiamo andare oltre lo stabilire una corrispondenza fra alcune delle varie questioni segnalate dal suddetto autore in termini generali, e il loro significato nel caso del Venezuela.[24] La prima problematica riguarda le continuità e discontinuità della transizione. Per la nostra analisi particolare almeno tre elementi devono mettersi in gioco: il cambiamento politico e le trasformazioni relative allo Stato, il tipo di struttura produttiva e il ruolo che continuerà ad avere il petrolio e, infine, le condizioni di stabilità internazionale e le loro correlazioni con le questioni della sovranità e dell’indipendenza nazionale. La seconda problematica si riferisce a come sarà possibile passare dall’attuale frammentazione nel campo delle forze che lottano per il cambiamento, alla conquista di una coscienza collettiva che ponga le basi del nuovo modello. Tale questione appare urgente e cruciale quando si avverte quello che descrivevamo come un congelamento o riflusso a livello dell’insieme di forze schierate a favore di una trasformazione di carattere socialista, nel caso particolare del Venezuela. La situazione reale che riscontriamo nel paese contrasta apparentemente con la proposta di Mészáros di passare a un’offensiva socialista a livello globale. Ci sarebbe da chiedersi anche fino a che punto può essere percepita la crisi del modello di accumulazione, quando nel caso del Venezuela la risorsa petrolifera continua ad avere un peso così importante. La terza problematica si riferisce al come sarà possibile ottenere un’autentica autonomia e decentralizzazione dei poteri nel prendere le decisioni, in contrasto con la concentrazione e centralizzazione legate alla forma burocratica. Questo per il Venezuela, nel contesto dell’ultimo mezzo secolo, può essere ricollegato alle timide riforme che si sono sviluppate negli ultimi dieci anni scarsi. Affinché gli sforzi del paese possano orientarsi nella direzione indicata da Mészáros, bisognerebbe passare attraverso una profonda trasformazione dei rapporti sociali vigenti nel campo della società civile e dello Stato.[25] Sarebbe altrettanto necessaria una rottura radicale con le forme di governo e con le mediazioni istituzionali che esistono nel paese dall’arrivo del regime democratico rappresentativo, nel 1958. Il discorso sulla Riforma dello Stato è un riferimento quasi letterario, la realtà si trova alla mercé dei fattori che impediscono ancora le più ragionevoli proposte provenienti dalle personalità e dai gruppi che hanno appoggiato la Riforma dello Stato.[26]

 

2.4 Opzioni socialiste per il Venezuela

Per opzione intendiamo l’esistenza di una politica la cui proposta sia orientata alla realizzazione di una società socialista per il Venezuela. Attualmente sono pochi i movimenti che propugnano un’opzione di questo tipo; ci riferiamo, fra gli altri, al MAS (Movimiento al Socialismo), al PCV (Partito Comunista del Venezuela), al MEP (Movimiento Electoral del Pueblo) e alla Liga Socialista. In un precedente lavoro abbiamo esaminato in dettaglio quella che era stata la proposta del MAS. Un’estensione di quel lavoro fino al momento attuale ci porterebbe a sostenere la seguente ipotesi: la suddetta organizzazione ha messo sempre più da parte l’elaborazione programmatica per addentrarsi in lotte intestine per ottenere posizioni di potere.  Sembrerebbe che si sia verificata la tesi di Umberto Cerroni nel caso del MAS di oggi. Questo autore sostiene che esiste nella sinistra il pericolo della “cosificazione” della politica, nella misura in cui, riassumendosi l’azione politica esclusivamente nelle contese e alleanze finalizzate all’ottenimento del potere, la prospettiva ideale si contrae e si dissolve o, ancora peggio, si fa pragmatica, adattandosi alle mutate condizioni della lotta e alla vita politica. Il fenomeno che spesso si presenta sotto le spoglie del “realismo politico” è di fatto, almeno nel lungo termine, un segnale inconfondibile di adattamento all’ambiente storico-sociale, di ripiegamento riformista.[27] In quanto alle altre organizzazioni menzionate: PCV, MEP, Liga Socialista, il loro peso specifico relativamente minore, seppure in presenza di un lungo percorso di lotta, rende impossibile aggregare attorno a loro un blocco egemone proiettato verso una dimensione nazionale. Il discorso di contenuto socialista resta, ma è vero anche che il suo impatto sulla popolazione sembrerebbe modesto.

Altre organizzazioni di più recente formazione, come la Causa Radical (Causa R) o il Movimiento Bolivariano Revolucionario-200 non presentano un discorso politico esplicito che possa essere identificato con un contenuto socialista.[28] Nel caso di quest’ultima organizzazione si può constatare come, in un documento presentato recentemente, il vocabolo “socialista” non venga menzionato.[29] Prendendo in esame l’insieme delle organizzazioni citate potremmo concludere che nel Venezuela di oggigiorno non esistono organizzazioni politiche con capacità significativa e sufficiente impatto a livello nazionale che esprimano in maniera esplicita un discorso di contenuto socialista. In questo senso, nella maggiore delle organizzazioni che si potrebbero collocare in quel gruppo, il MAS, si è verificato un processo involutivo di inaridimento programmatico, insieme all’accentramento organizzato. La vita interna del partito, con i suoi conflitti di potere, ha posto in secondo piano la vitalità che un tempo aveva mostrato nell’elaborazione di una proposta alternativa di tipo socialista.[30] Non si può tralasciare di menzionare le conseguenze che ha avuto in quest’organizzazione l’appoggio alla candidatura di Rafael Caldera nelle lezioni del 1993 prima, e successivamente la sua entrata nel governo.[31] Tuttavia questo deve essere valutato (?), dato che esiste un brodo di coltura provocato dal peggioramento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione, più del 50% della quale appartiene al settore informale, con un tasso di disoccupazione aperta del 15% per il primo trimestre del 1996. Con ciò non intendiamo dire che esista una correlazione positiva fra il peggioramento delle condizioni di vita della maggioranza e la possibilità di formulare un’alternativa di carattere socialista, posto che, affinché quest’ultima possa prosperare è necessario che esistano ragioni strutturali che la sostengano. Ravvisiamo una possibilità che esprimeremo in seguito in forma più compiuta, nell’indicare differenti scenari.

2.5 Alcuni scenari

Nel menzionare il concetto di scenario, come ipotesi di futuro, non pretendiamo di esaurire l’insieme delle possibilità che ha di fronte il paese; ci interessa piuttosto, all’interno degli obiettivi limitati di questo saggio, esplorare quali opzioni possano esprimere alternative di contenuto socialista.

Esamineremo brevemente tre opzioni che definiamo come opzione tradizionale, evolutiva ed emergente. Vediamo ciascuna di queste separatamente.

Come opzione tradizionale intendiamo la proiezione verso il futuro di quello che è stata l’esperienza negli ultimi anni di quelle organizzazioni attive nel paese che si definiscono socialiste, fra cui: il MAS, il PCV, il MEP, la Liga Socialista. Senza dubbio la nascita del MAS, a principio degli anni Settanta, ha costituito un modello, che successivamente ha inciso sull’integrazione con il MIR. Oggi resta aperta quella possibilità, che potrebbe rafforzarsi secondo il successo relativo dell’attuale governo, in un cammino che rispetti le regole di tipo elettorale. Si potrebbero formulare molte varianti.[32] Nel processo del 1993, la denominazione di chiripero finì per comprendere varie organizzazioni di questo tipo che appoggiavano l’attuale Presidente della Repubblica. Il MAS, in quanto organizzazione principale di questo blocco, continua ad avere un peso relativamente maggiore, che si esprime soprattutto nella sua presenza nei governi dei vari stati.[33] Il loro impatto a livello nazionale è un’altra questione aperta, visto che se ci atteniamo all’esperienza precedente né la candidatura di J. V. Rangel prima, né quella di T. Petkoff dopo riuscirono a superare il cosiddetto tetto storico dell’organizzazione.[34] Ancora più difficile da precisare è se il contenuto che potrebbe esprimere un raggruppamento di questa natura sarebbe di tipo socialista. Le affermazioni fatte in precedenza ci fanno dubitare di questa possibilità. Ad oggi, la confusione programmatica è quasi patetica.[35]

L’opzione che abbiamo chiamato evolutiva vuole esprimere solo la possibilità che alcune organizzazioni, come ad esempio La Causa R o lo stesso MBR-200 possano trasformarsi nel tempo fino ad assumere un carattere socialista. L’evoluzione non implica una qualificazione, tutto dipenderà dagli influssi e dalle relazioni che questi movimenti riusciranno a sviluppare nella lotta politica a venire. Non pensiamo a un’aggregazione fra di loro, ma piuttosto ai processi che ciascuno potrebbe vivere nel futuro. Non ci sfuggono i cambiamenti che si sono venuti profilando nel contesto latinoamericano; basta osservare ad esempio quello che accade in Messico, Brasile o Colombia, dove la comparsa e il prendere forma di nuove forze politiche fa irruzione sulla scena (?) della lotta rivendicativa e rivoluzionaria.

Infine, e collegata al commento precedente si trova l’opzione che abbiamo chiamato emergente. Consiste nel percepire la possibilità di una confluenza che metta in relazione gruppi che hanno sviluppato lotte a contatto diretto con ambienti sindacali, studenteschi, professionali, di quartiere o anche legati a organizzazioni cristiane di base. Affinché questi gruppi emergenti si costituiscano in un polo di riferimento egemonico che per di più abbia un contenuto socialista, bisogna passare necessariamente per la presa in considerazione di svariate questioni, fra cui: la conformazione di una leadership di portata nazionale, la costituzione di organizzazioni popolari che diano unità alle loro lotte e riescano a raggiungere altri settori della vita del paese, oltre la propria area di interesse, l’elaborazione e la discussione di proposte organiche di maggiore impatto nel breve periodo, il comprendere e relazionarsi con altri movimenti simili a livello latinoamericano e dei paesi del Terzo Mondo. Si tratta insomma di passare dal livello locale e concreto a quello globale e più generale. In questa direzione si muovono il pensiero e la proposta dell’autore varie volte citato, István Mészáros, nella sua opera Beyond Capital, quando cerca di formulare alcuni elementi per una transizione di tipo socialista. Nel caso particolare che è oggetto di questo saggio, quella possibilità non può essere negata a priori, e il suo consolidamento sarà possibile solo partendo da quello che avverrà nella prassi politica come risultante del gioco delle forze ora attive, o di quelle nuove che potrebbero emergere. Nell’immediato, sembrerebbe necessario che i movimenti, gruppi e persone che puntano a una trasformazione socialista per il Venezuela, superino la situazione di riflusso che attualmente percepiamo come esistente.


[1]  Questo articolo fu pubblicato in Cuadernos del Cendes. Dossier la Transición Sociopolítica. Anno 14. Secondo Numero, gennaio-aprile 1997. N.34, pp. 177-189.

[2] Tom Bottomore et al. 1983 A dictionary of Marxist Thought; Londra, Basil Blackwell. pp. 483-487

[3] Ibidem, pp. 483-485

[4] István Mészáros, Capital. Toward a Theory of Transition; Londra, Merlin press, novembre 1995. Si può trovare una recensione di tale opera in El Ojo del Huracán. Año 7. Numero 25/26. Febrero-Junio. P. 50.

[5] Ibidem, Capitolo 5, pp. 142-253

[6] Ibidem, Capitolo 20, p.792

[7] V. La propuesta socialista del MAS. ¿Hacia un reformismo de izquierda? Vadell Hermanos Editores, Caracas, 1989, e La propuesta del MAS, FACES-CENDES UCV. Caracas, 1992.

[8] Con la presentazione del suo primo programma elettorale alle elezioni del 1973, il MAS propose la costruzione di una società socialista in Venezuela. MAS, Hacia una victoria del socialismo. Premesse e obiettivi della candidatura di J.V. Rangel, Caracas, 1973.

[9] A mo’ di esempio, si possono osservare nella letteratura relativa al caso venezuelano tre riferimenti di vari autori in momenti differenti: D.F. Maza Zavala, Venezuela, una economía dependiente, UCV, Facultad de Economía, Instituto de Investigaciones, Caracs, 1964; Aramdno Córdova e Héctor Silva Michelena, Aspéctos teoricos del subdesarrollo, UCV, Facultad de Ciencias Económicas y Sociales, Caracas, 1974; e Carmen Adela López de La Roche, Crisis fiscal e industrialización en el subdesarrollo latino-americano, Vadell Hermanos Editores, Caracas, 1988.

[10] Come riferimenti di analisi per la costruzione di una società post-capitalista in Amercia Latina, si vedano i lavori di José Luis Coraggio e Carmen Diana Deere (Coordinatori): La transizione difficile. L’autodeterminazione dei piccoli paesi periferici; Siglo XXI Editores, Messico, 1986. Per quanto riguarda il Nicaraguasi può consultare il lavoro di Orlando Nuñez Soto: Transición y lucha de clases en Nicaragua 1979-1986, Siglo XXI Editores, Messico, 1987.

[11] Si veda il nostro lavoro Pianificazione, ideologia e Stato: il caso del Venezuela, Vadell Hermanos Editores, Barcellona, 1986.

[12] Jorge A. Giordani C., La transición venezolana, y la búsqueda de su propio camino, Vadell Hermanos Editores, Caracas, 2007.

[13] Ibidem, Capitolo IV, pp. 121-171.

[14] Ibidem, Capitolo 3, pp.91-117.

[15] La transición difícil, op. cit., p. 28.

[16] Rimandiamo il lettore a tre testi, che illustrano tre diverse posizioni sul significato dei programmi di correzione. Il primo, di Moisés Naim, riferito al caso del Venezuela: Paper Tigers & Minotaurs. The politics of Venezuela’s Economic Reforms; Carnegie Endowment Book, Washington, 1993; il secondo contiene un’analisi più generale, che si occupa in particolare del caso del Brasile: María de Conceicao Tavares e José Luis Fiori, Desajuste Global e Modernizacao Conservadora, Paz e Terra, Brasil, 1996; e il terzo lavoro si riferisce a un’analisi del modello neoliberale e delle sue implicazioni all’interno del modello di accumulazione: José Valenzuela Feijóo, Crítica al modelo neoliberal. El FMI y el cambio estructural; Universidad Nacional Autónoma de México, Messico, 1991.

[17] Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino, Il dizionario di politica, UTET, 2004

[18] Octavio Ianni, A sociedaei global, Editora Civilizacao Brasileira, Rio de Janeiro, 1992. 3° edicao.

[19] I risultati delle recenti elezioni in Nicaragua, il 20 ottobre del 1996, mostrano come perfino la nuova immagine moderata del leader sandinista non sia stato capace di ottenere la maggioranza. José de Córdoba, Ortega se aproxima a la economía de mercadoy gana adeptos en Nicaragua, El nacional, Octubre 1996, p. E-5; Fabiola Zerpa, Los sandinistas no sólo llenamos plazas sino urnas electorales, El Nacional, 15 Septiembre 1996, p. A-2. Nelle dichiarazioni di Jacinto Suárez, direttore delle relazioni internazionali del FSLN.

[20] V. Planificación, ideología y Estado: el caso de Venezuela, op. cit.

[21] Un’analisi del Piano Nazionale si trova nel lavoro La planificación en el IX Plan de la Nación, Cendes, Caracas, Aprile 1996. Studio realizzato da Jorge A. Giordani C, Jesús Lopez, Alberto Unanue H, Hercilio Castellano B e Guido Zuleta I.

[22] Se ci si vuole fare un’idea della proposta del MAS dalla sua formazione, all’inizio dei Settanta, si può consultare, fra gli altri, il lavoro dell’autore del presente saggio, intitolato La proposta del MAS.

[23] Rafael Calder, Specificità della democrazia cristiana, Editorial Dimnsiones, Caracas, 1978. Sesta edizione. Vedasi anche  Respuestas a la crisis. Bases para la obra de gobierno de Rafael Caldera, Caracas, novembre 1993.

[24] Beyond Capital, op. cit. p. 703.

[25] Rimandiamo il lettore alla copiosa pubblicistica della COPRE.

[26] Jorge Giordani C., La propuesta del MAS, FACES-CENDES, UCV, Caracas, ottobre 1992.

[27] Ibidem, p. 240

[28] Vedasi il saggio di Margarita López Maya: Nuevos actores en la crisis de legitimidad del sistema político venezolano: La Causa R, Covergencia y el MBR-200, CENDES_UCV, Caracas, maggio 1996. Ciclostilo. Pubblicato successivamente nei Cuadernos del CENDES N°32, anno 13, Secondo Numero, maggio-agosto 1996, pp. 35-39.

[29] Agenda Alternativa Bolivariana. Una propuesta patriótica. Para salir del laberinto. Con una presentazione di Hugo Chávez Frías, MBR-200, Caracas, luglio 1996. Siamo coscienti delle implicazioni nominaliste che può avere l’identificazione di una definizione di socialismo solo attraverso la sua espressione esplicita, quando è possibile che nella realtà la sua caratterizzazione sostantiva possa mostrare altre accezioni.

[30] La propuesta del MAS, op. cit.

[31] Gustavo Márquez: El MAS perdió su identidad y su situación es asfixiante, El Globo, 5 maggio 1996, p.3; Moisés Moleiro: La dirección del MAS lo condena a su inutilidad, El Globo, 19 maggio 1996, p.6.

[32] Blaca Vera Azaf: Hay que aprender a ser partido de gobierno… Caldera invitò al MAS a colaborar decididamente con el gobierno, El Globo, 19 ottobre 1996, p. 7. Nelle dichiarazioni del Presidente della Repubblica di fronte ad alcune giornate (o meglio un congresso?) del MAS per valutare le debolezze e i punti di forza dell’operato del governo.

[33] I riferimenti a discussioni di maggiore sostanza sono di meno, segnaliamo a mo’ di esempio Gustavo Márque: Sembremos el petróleo, El Globo, 14 settembre 1996, p.3; Moisés Loleiro: La carencia de un pensamento proprio: los marxistas venezolanos, El Globo, 18 giugno 1996, p.18.

[34] Gustavo Márquez, Candidato único compartirán MAS-MEP en presidenciales del 98, El Globo, 5 settembre 1996, p. 8; J. A. Galárraga, Izquierda venezolana debe crear el Partido Socialista Único, El Globo, 3 settembre 1996, p. 6.

[35] Come possibile via d’uscita dalla crisi che sta vivendo il MAS si è proposto un Convegno. Iván Esquerre, La convención del MAS debe acabar con la crisis, El Globo, 11 settembre 1996, p. 9; Elecciones de nuevas autaridades es la única salida a crisis del MAS, El Globo, 10 settembre 1996, p. 5.

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