La Libia come la Somalia, thank you Mr. Obama!

 Nel 2010 in Libia si estraevano 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno. Oggi la produzione è calata a 150.000 barili e le poche attività sono controllate dagli uomini di  500 milizie che controllano il paese. Da parte sua l’esercito nazionale è mera rappresentazione del fallimentare governo di transizione nazionale di Ali Zeidan. Un contesto dove l’apparente progetto di “democratizzazione” serve solo a coprire il caos istituzionale, l’arbitrio e l’uso della tortura.

di Achille Lollo*

(ROMA) — Prima di parlare del fallimento del programma di transizione democratica (Madin USA) che permane ancora nel limbo dopo quasi due anni e capire perché lo stato libico con le sue infrastrutture, istituzioni legali, ordinamenti amministrativi e militari, sta letteralmente cadendo nel caos, è necessario fare un breve preambolo su ciò che è accaduto in Somalia per comprendere perché nelle stesse cancellerie europee, “in off” già si ammette che in Libia esiste il pericolo di una “somalizzazione”.

Per questo, dobbiamo guardare all’inizio degli anni settanta, quando l’Arabia Saudita, sotto l’egida degli USA, ha investito massicciamente per eliminare il presidente della Somalia socialista, Siad Barre, alleato dell’URSS. Di conseguenza, il regime di conflittualità latente che si istallò in Somalia ha permesso agli strateghi della guerra fredda di provare ad isolare, in termini strategici, il presidente del governo socialista dell’Etiopia, Mengistu. Per poi nascondere nei silenzi della storia la rottura rivoluzionaria dell’Eritrea, e non fare nulla per evitare la recrudescenza della guerra civile nel Sudan, tra la regioni del nord, legate ai gruppi islamici, che volevano farla finita con i cattolici delle regioni del sud, dove le transazionali avevano, intanto, identificato nuove riserve di petrolio e di gas.

Tale complesso scenario geo-strategico creò il clima politico e le condizioni oggettive per la preparazione delle guerre civili mosse da aspetti ideologici, alimentate dalle motivazioni economiche, e spinte, anche, a causa delle rivalità tribali, etniche e religiose. Un contesto che, praticamente,  esplose con la dissoluzione dell’URSS quando l’imperialismo optò per esportare la “democrazia occidentale” in Somalia, poiché i satrapi sauditi, di nascosto, hanno tentato di “islamizzare” la Somalia.

Il mondo ancora ignora, perché la Casa Branca ed il Comando Generale della NATO hanno lasciato tale libertà di azione ai sauditi, anche sapendo che il cosiddetto “Corno da Africa”, a partire dal 1991, si era trasformato in un drammatico teatro di guerra con centinaia di gruppi armati che rivendicavano la formazione dei piccoli stati islamici (sultanati e califfati). Quindi, in funzione di ciò sorse e si affermò il fenomeno della “pirateria del mare”, che usando piccole navi nei porti nascosti della Somalia navigavano in pieno Oceano Indiano per sequestrare le navi petrolifere e, successivamente, chiedere milioni di dollari per la liberazione degli equipaggi e la riconsegna delle navi con il loro carico.

Stranamente le potenze occidentali lasciavano che i ricatti fossero pagati e depositati nelle banche del Quatar, dove erano divisi in migliaia di conti bancari per garantire l’acquisto di armi e per il mantenimento di migliaia di uomini e giovani arruolati nelle milizie che praticavano una guerra fratricida per il controllo della capitale Mogadiscio. Nacque, così, nel 1992, il fenomeno dello Shabat (Combattenti islamici jihadisti) che, in meno di un anno, distruggeranno tutte le infrastrutture della Somalia. Tutti i funzionari dello Stato che avevano lavorato per il regime di Siad Barre dovettero fuggire per non essere uccisi poiché considerati: atei, socialisti, cattolici, o per non voler assoggettarsi alle leggi della Sharia islamica. 

Nel 1993 gli USA e la NATO riuscirono a portare a termine il loro progetto strategico internazionalizzando la Somalia con una “guerra umanitaria” realizzato da un corpo di intervento, formato dai fucilieri degli USA e d’Italia. Durante due anni più di 20.000 uomini, equipaggiati con carri armati, blindati, elicotteri, aerei e con i migliori mezzi di comunicazione a disposizione tentarono di liberare la capitale Mogadiscio dai “terroristi”. Erano gli antichi alleati che i servizi segreti dell’Arabia Saudita e, soprattutto della CIA addestrarono, motivavano e armavano per sconfiggere Siad Barre e i suoi potenziali successori. Successivamente, quando, nel 1994, i governi degli USA e d’Italia costatarono che i soldati morti nella “guerra umanitaria” si stavano rivelando un “boomerang elettorale”, inventarono la fase della “transizione democratica” e abbandonarono il paese lasciandolo in mano alle milizie dei leaders jihadisti (Shabat) già all’epoca in diretto contatto con Al Qeida di Osana Bin Laden!  

500 milizie in Libia 

Secondo il generale Frederick Padilla, capo operativo dei fucilieri della marina USA che compongono le unità speciali del SP-MAGTF Crisis Reponse (Special-Purpose Marine Air-Ground Task Force Crisis Reponse), oggi, su tutto il territorio della Libia, agirebbero circa 500 milizie, di fatto sparse in tutte le regioni del paese. Da parte sua, l’Esercito nazionale non riesce a garantire la propria presenza nei corridoi territoriali che collegano le differenti regioni dei paesi dove le milizie agiscono.

In questo modo l’Esercito nazionale risulta inferiore e senza autonomia politica per intervenire e disarmare le milizie, come molte volte ha chiesto il governo di transizione.

Inoltre è stato lo stesso primo ministro, Ali Zeidan, con il suo ultimo viaggio a Parigi a chiedere ai paesi europei che invadano la Libia per sconfiggere Gheddafi ed aiutare il suo governo a smilitarizzare il paese, anche perché tutti i principali depositi di armi dell’esercito di Gheddafi adesso sono in mano alle milizie.

Una richiesta che, in verità, è un invito ad occupare fisicamente la Libia e cominciare a combattere le milizie, visto che nessuna di queste accetta di abbandonare le armi. La risposta del presidente Obama è stata molto vaga e nessuno garantisce nulla a Zeidan. Per liberarsi di questo problema, Obama ha chiesto al servile primo ministro italiano, Enrico Letta, di mobilitare il dispositivo militare  italiano per recarsi in Libia e ristabilire l’ordine, a cominciare dalla capitale Tripoli, che si trova nel caos totale.

Un compito che Enrico Letta e tutti i suoi ministri hanno accettato perché questo è il dovere politico della dipendenza strategica. D’altronde, ricevere dagli USA l’incarico di “mettere ordine in Libia”, – nonostante la crisi economica e il costo assurdo delle missioni militari in Afghanistan e in Libano – è stato, senza dubbio, un elemento di prestigio politico che ha permesso al discreditato governo italiano di apparire come una “potenza europea”, nonostante il suo debito pubblico abbia toccato il 130% del PIB e la disoccupazione  sia arrivata al 13,23% della popolazione attiva!

Risulta evidente che alla Casa Bianca nessuno vuole ripetere gli errori che la Task Force commise in Somalia infilandosi in mezzo ad un autentico inferno per ristabilire un “ordine” praticamente impossibile. Quindi, per Obama è assolutamente necessario evitare che la Task Force risulti coinvolta militarmente in Libia.

A questo proposito, è necessario dire che il fenomeno delle milizie non ha nulla a che vedere con gli ultimi e pochissimi combattenti di Gheddafi, ancora nascosti in qualche montagna nel deserto del Sirte. Le milizie sono, prima di tutto, un fenomeno urbano che fu promosso ed organizzato dagli uomini dei servizi di intelligence degli USA, della Francia e della Gran Bretagna. Gli  “007” dell’Occidente hanno usato le milizie per identificare gli obiettivi e le aree che sarebbero state bombardate. Successivamente le milizie sono servite per farla finita con i sopravvissuti dell’esercito del regime di Gheddafi. Praticamente sono stati i servizi di intelligence della NATO che hanno creato i leaders nelle milizie, scegliendo quelli più affidabili per ricevere gli ordini delle “missioni di pulizia” e  dopo, anche, per le “missioni sporche”.

Quindi è chiaro che con la vittoria militare, le milizie si sono trasformate in potenti mezzi di pressione e di controllo politico nelle mani dei nuovi leaders, molto spesso alleati degli oppositori dei vecchi capi dei clan tradizionali che volevano separare la Cirenaica dalla Tripolitania e dal Fezzan. Molte milizie si sono trasformate in reparti di assalto dei gruppi salafiti e della fratellanza Musulmana con il proposito di dividere la Libia in diversi califfati (Bengasi, Misurata, El Baidei etc…), per quanto riguarda le tribù del  sud, esse si sono già autoproclamate indipendenti. Di fatto nel mese di settembre i leaders della regione desertica del Fezzan hanno annunciato la propria “autonomia” per poter esercitare con maggiore libertà le proprie attività oltre le forntiere del Niger e del Mali.   

Risulta evidente che la Libia si trova nel pieno di un profondo processo di denazionalizzazione territoriale, che non si è ancora concluso perché i differenti gruppi politici e tribali non hanno ancora trovato la soluzione per un accordo di spartizione delle ricchezze; non è ancora definito chi terrà per se i profitti delle estrazioni e dell’esportazione del gas e del petrolio che rappresenta il 94% del PIL del paese. In effetti, tutte le leadership politiche della Cirenaica rivendicano più potere per ritirare più denaro dal Tesoro Nazionale visto che il 70% dei giacimenti di gas e il 35% del petrolio si trovano in questa regione.

Sfortunatamente, nei due anni di governo di transizione è stato praticamente impossibile realizzare accordi politici sulla divisione delle ricchezze energetiche. Perciò, i leader politici e i capi tribali hanno scommesso tutto sull’uso del potere militare delle milizie per imporre soluzione quasi impossibili, visto che in questa cosiddetta transizione il governo e lo stesso primo ministro Ali Zeidan sono stati incapaci di portare a termine la formulazione della nuova Costituzione e di ri-organizzare il sistema di produzione petrolifera, che a causa dell’attuale contesto politico produce solo 150.000 barili di petrolio al giorno; prima dell’invasione si arrivava a 1,5 milioni di barili al giorno.   

Il sequestro di Ali Zeidan

Tutti i giornali occidentali riportano che gli uomini del Consiglio dei Rivoluzionari  della Libia – una milizia legata al Ministro da Difesa – con la copertura del più numeroso Comitato Supremo per la Sicurezza – altra milizia legata al Ministro dell’Interno, composta da circa 150.000 uomini nella capitale Tripoli – si è diretta presso l’Hotel Corynthias e ha preso in ostaggio per alcune ore il primo ministro Ali Zeidan, per liberarlo successivamente come se nulla fosse accaduto. 

I portavoce delle due milizie hanno ammesso che il sequestro era da intendersi come un avviso per il presidente Obama, che il giorno 6 di ottobre autorizzò il generale Frederick Padilla a pianificare il sequestro di Abu Anas al-Libi, capo di Al Qeida nell’Africa del nord, regolarmente ospitato a Tripoli. Una operazione che si è conclusa con la cattura di Abu Anas al-Libi e trasportato sulla nave USS San Antonio nella base italiana di Sigonella.

Gli USA non hanno occultato il sequestro ed il  Segretario di Stato, John Kerry, dopo il suo successo ha divulgato un comunicato informando che il governo libico era stato debitamente informato. John Kerry non ha detto a chi è stato dato il premio per la cattura, cinque milioni di dollari promessi dall’FBI, ma le male lingue di  Tripoli dicono che questa somma è servita a comprare la “riprovazione” del governo libico.

Infatti, dopo la dichiarazione di John Kerry, il primo ministro libico, Ali Zeidan ha fatto la figura del ridicolo “protestando contro l’invasione del territorio libico”.

Tutti hanno ritenuto che Ali Zeidan sia stato rapito e poi liberato dai miliziani a causa del sequestro di Abu Anas al-Libi. Quindi alcune agenzie specializzate hanno divulgato che nel mese di settembre il primo ministro, Ali Zeidan si è incontrato con i capi delle milizia di Misurata per offrire loro molto, ma molto denaro, in gran parte proveniente dalla fortuna personale dello stesso Zeidan. Il motivo di questa offerta è rimasto praticamente sconosciuto nel momento in cui la milizia di Misurata, oltre ad essere la più agguerrita e la più radicale, è anche l’unica ad avere una struttura miliare organizzata.

Le stesse fonti dicono che Zeidan, nella pratica ha comprato i servizi della milizia di Misurata per garantire la sopravvivenza del suo governo. E forse, è stato grazie a questa copertura che i suoi rapitori gli hanno salvato la vita!

L’oscuro sequestro del primo ministro Ali Zeidan dimostra chiaramente che la congiuntura politica della Libia è sempre più simile a quella della Somalia e tutto ciò grazie alla “guerra umanitaria” della NATO e degli USA; è proprio il caso dire “Thank you, Mr. Obama!”.   

*giornalista italiano, corrispondente di “Brasil de Fato” in Italia, editore del programma TV  “Quadrante Informativo” e editorialista del periodico brasiliano “Correio da Cidadania”

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

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