(VIDEO) I sogni arrivano come la pioggia

 da blog.chavez.org.ve

Trascrizione tratta dal documentario: Los sueños llegan como la lluvia. Riflessioni di Hugo Chávez Frías. 

C’è una riflessione che recita così: «Mi aspetto molto dal tempo. Il tempo. Mi aspetto molto dal tempo. Il suo immenso ventre contiene più speranze che avvenimenti trascorsi»Questo pensiero di Simón Bolívar si potrebbe riassumere in queste poche parole, nella frase iniziale. Mi aspetto molto dal tempo.

Credo che mai e poi mai abbia perso ne perderò il mio amore, le mie radici e la mia presenza fisica nel popolo che si trova qui a Sabaneta.

Il ricordo per dir così più remoto che ho di mio padre: un uomo molto giovane che arrivava spedito verso casa su una bicicletta e quando era già vicino toglieva la gamba da uno dei pedali e giungeva poggiato sull’altra. Frenava e in un baleno posava la bicicletta al suo posto. Per tutta la vita mio padre è stato un uomo molto energico, lo ammiravo e lo ammiro moltissimo come genitore. È di origini afrodiscendenti, nero. Mia madre invece è bionda, capelli gialli, llanera, nata e cresciuta come si suole dire. Allora mio padre arrivava ed io uscivo per andargli incontro. Papà, papà cosa mi hai portato! Ricordo l’abbraccio, mi sollevava e mi lanciava per aria per riafferrarmi immediatamente con forza. Un uomo robusto mio padre.

Avevo tre mamme: mamma Elena che mi ha partorito, mamma Rosa, la nonna e mamma Sara, Sara Moreno, non la dimenticherò mai. Era una donna molto bella che viveva di fronte alla casa vecchia che si trova nella strada che oggi ha per nome Antonio María Bayón, a Sabaneta, e fu lì che arrivò Sara Moreno da non si sa dove. E ricordo che era molto bella e le dicevo che anche lei era mia madre, che io avevo tre mamme. Ricordo che tutti i giorni prima di recarmi a scuola Sara Moreno mi preparava una ciotola bella grande di avena. Non andavo via dalla sua casa senza aver prima consumato la mia ciotola di avena.

Era davvero molto giovane e molto bella. Aveva un marito che arrivava la sera e credo che mi ero innamorato di Sara, perché sentivo invidia per il marito. Non l’ho mai raccontato a nessuno, lo sto confessando adesso per la prima volta nella mia vita, io ero un bambino. Ma lei mi abbracciava, mi addormentava e mi faceva da mangiare. Sara Moreno era la mia terza mamma.

Mia madre ha sempre rappresentato una fortezza per me; piena d’amore, lavoratrice instancabile e anche maestra. E, osservate attentamente, seguendo l’esempio di mio padre, lei frequentò dei corsi. Di sicuro mio padre l’aveva spronata fino a quando non ottenne il diploma di maestra, questo è successo dopo, cioè quando aveva partorito tutti noi.

Ricordo di essere andato a vedere mia madre in un’aula, mentre insegnava. Lei si dedicava principalmente all’alfabetizzazione, all’educazione degli adulti e mi piaceva aiutarla molto in questo mestiere. Ho partecipato insieme a mia madre al piano di alfabetizzazione degli anni ’60, lei era la mia guida con un libro che s’intitolava Abajo Cadenas: ala, pala, tapara, maraca… di modo che mia madre ha insegnato me a insegnare agli altri. È stata quella una esperienza molto bella.

Hugo de los Reyes Chávez era maestro elementare, inoltre lo ricordo molto esigente; una volta comprò una enciclopedia autodittatica, Quillet, credo fosse francese; io mi tuffai completamente in questa meraviglia che era questa enciclopedia. Credo che in giro ci deve essere ancora qualche libro; erano quattro volumi. E io leggevo, leggevo e leggevo… credo di aver letto di storia universale, geometria, di ortografia, ed inoltre era molto buona, poiché era autodidattica.

[Helena Frías de Chávez: Certo, non erano abituati ad avere libri così grandi, pieni di tante cose, quindi si mise anima e corpo in questa enciclopedia.]

Hugo Chávez:

Lì apparve tutto un capitolo sulla cultura e un corso per dipingere, come disegnare, prima, come iniziare, come si deve collocare il pittore, non ho un lapis in mano, però, con il lapis si misura la proporzione o con il dito. Quella ragazza che sta lì, per esempio, uno può misurarla così, e se quindi voglio ritrarre te, allora devo cercare la proporzione, plasmarla sulla tela. Ricordo di aver fatto con una pianta, un ramo di Guayaba, un cavalletto, perché nell’enciclopedia appariva un cavalletto.

Quindi mi è bastato tagliare un ramo di un guayabo, e farne un cavalletto. Bene dicevo che feci questo sogno, quello di essere pittore, ricordo che presi la cosa seriamente, con dedizione. Questa infanzia fu così, felice, piena di cose, bella, piena di colori, di sogni. Poco tempo fa stavo leggendo alcuni discorsi di Martin Luther King. Un discorso dove egli disse: “I have a dream”, “io ho un sogno”, quando leggo questa espressione non posso evitare di ricordare i sogni, che mi hanno invaso fin da bambino. Un giorno mio padre portò con lui da Barinas un allenatore, Tin Tan López; lo chiamavano tutti Tin Tan, come quel famoso attore Messicano di quegli anni, Tin Tan. Tin Tan López era uno straordinario giocatore di baseball. Lo portarono dalla città affinché, essendo allenatore, preparasse la squadra del paese. Portarono Tin Tan a vivere nella casa dove vivevamo noi; non era la casa vecchia, la casa vecchia crollò un inverno.

Ad un certo punto Tin Tan ci ha sorpreso, perché vedendoci giocare con la palla di gomma nel patio, si unì a noi per giocare. Ci portò come regalo un paio di guanti vecchi ed usati, ma buoni. Quando io vidi quei guanti di baseball, di quelli che usavano i grandi, mi sono sentito al settimo cielo. Ed alcune mazze rotte, che tu ci mettevi il chiodo e lo scotch ed diventavano buoni per giocare, ed una palla, noi la chiamavamo “la palla di Wilson”, quella dura per giocare, Wilson era la marca, ma la chiamavano tutti “la palla di Wilson”. Tin Tan allora, cominciò ad insegnarci come si gioca a baseball. Disegnò il terreno di gioco, ci mostrò come il battitore si deve posizionare, come ci si deve posizionare con il gomito qui, e con l’altro gomito qua per poter battere, come si deve guardare il lanciatore, aspettare la retta che passa di qui, non colpire né troppo in alto, né troppo in basso.

Come concentrarsi nel gioco, da lì viene la passione per il baseball, una passione infinita. Molto grande, soprattutto perché era diventata un altro sogno, dopo il sogno che ho raccontato di diventare pittore. Io ascoltavo le partite del Magallanes quasi tutte le notti, quando annunciavano “domani gioca El Látigo Chávez“, per me era il massimo.

Me lo immaginavo perché non vedevo la televisione, non avevamo la televisione. Era il mio idolo, El Látigo Chávez. Fu in quegli anni che arrivò alla Serie A, aveva 21 anni! Lanciava, alzando il braccio destro come una frusta e aveva un tiro ad effetto straordinario quel ragazzo! Era già arrivato alla Serie A con I Giganti di San Francisco, El Látigo Chávez, 1968, 1969. Un giorno del 1969 era di domenica, una domenica di marzo, la nonna se ne andò nel Patio, rimasi solo, mangiando ed ascoltando musica. Radio Barinas, musica llanera. All’improvviso, ultima ora, notizia, ancora adesso mi viene voglia di piangere, quando lo ricordo. Piansi molto. Sentii che il mondo era finito. Ultima ora, era un 16 di marzo, domenica del 1969. Ultima ora, incidente aereo in Maracaibo. Un aereo con destinazione Stati Uniti, tutti morti, fra questi El Látigo Chávez.

Così che ho iniziato a dipingere, studiavo pittura e avevo imparato a dipingere i visi. In una occasione ho dipinto il viso di El Látigo Chávez e lo avevo affisso vicino al letto. Inventai una preghiera spontanea e tutte le notti pregavo e alla fine del Padre Nostro che stai nei cieli, aggiungevo: «Mio Dio aiutami, Látigo Chávez ovunque ti trovi ti giuro che sarò come te». E questa idea diventò un grande motore che prese a muoversi, muovevo cielo e terra perché volevo essere come El Látigo Chávez.

Allora cominciarono ad accadere molte cose frutto della volontà che sorse dal dolore. Il pomeriggio, una volta finite le lezioni, invece di giocare davanti a scuola a chapita, a baseball con i tappi delle bottiglie o con la palla di gomma, iniziai ad avvicinarmi allo stadio La Carolina e riflettevo mentre camminavo che il gioco non mi avrebbe portato da nessuna parte. Mio padre mi chiese: «Hugo quale studio universitario vuoi intraprendere?», gli rispondo: «Mi piace ingegneria papà». «Va bene, andremo a Mérida e parleremo con qualcuno».

Mio padre e mia madre… L’educazione era sempre presente, l’educazione, l’esempio, non lo dimenticherò mai. E disse: «Va bene, andiamo a vedere se puoi entrare, andremo a parlare con Ángel Chávez», uno zio che era professore dell’ULA.

Ed io tra me e me, «Mérida? A Mérida non giocano baseball. Lì si gioca calcio. Dio mio a Mérida io non ci vado». E sapete cosa ho fatto? Un giorno si presentò, non lo dimenticherò mai, un ufficiale al liceo per darci una conferenza sulla scuola militare. Ci obbligarono tutti ad andare. Io non volevo perché uno vedeva i militari come qualcosa di lontano.

Dunque in poche parole, l’8 agosto 1971, entro alla Scuola Militare, che allora aveva cambiato il nome per quello di Accademia Militare, in un gruppo di 375 ragazzi, compresi alcuni stranieri, un gruppo composto di ragazzi panamensi e dominicani.

Ma la mia fissa era quella del gioco del baseball. Stavo sempre allerta per sapere quando avremo iniziato ad allenarci e dopo breve tempo cominciammo a giocare baseball. Il nostro manager era José Antonio Casanova, una leggenda. Era stato manager della squadra di Caracas per molti anni, short stop dei campionati nazionali, dei campioni mondiali del 1941. E l’allenatore di lancio e battitori era Benítez Redondo, Héctor Benítez Redondo, un mancino anche lui del campionato nazionale, un’altra stella degli anni ’40, ’50. Erano i nostri allenatori.

Mi dissi: «Perfetto. Questa è la strada, quando questi signori mi conosceranno per bene, avrò modo di entrare in contatto con i professionisti del baseball». Mi sembrava tutto così semplice.

Ah, ma in seguito mi sono visto addosso un’uniforme, un fucile, un poligono, l’ordine chiuso, le marce, le corse mattutine, lo studio della scienza militare e quello delle scienze generali. Ma tutto sommato mi è piaciuto, mi è piaciuto il cortile e mi è piaciuto Bolívar che stava laggiù in fondo. E il pensiero grande dove si leggeva: Chi abbandona tutto per diventare utile alla Patria non perde nulla e guadagna tutto quanto le ha dedicato.

Mi sono sentito come un pesce nel’’acqua. Era come se avessi scoperto l’essenza o una sua parte della vita, la mia vera vocazione. E pian piano il sogno, e così termino questa riflessione, cominciò a trasfigurarsi.

Arrivò finalmente l’8 novembre e quel giorno cessammo di essere aspiranti cadetti per diventare cadetti. Per la prima volta indossammo le uniformi azzurre, i guanti bianchi e arrivò il generale Osorio, il nostro direttore, che ci diede la daga da cadetto, l’arma. Ci concessero un permesso di libera uscita per due giorni, perché durante quei tre mesi ci era stato vietato di uscire. Era come se uno in qualche maniera era obbligato a pagare un onere che in quel caso ho provato anche come mio per poi cancellarlo, insomma, era qualcosa di spirituale che mi obbligava a fare questa scelta.

Sono uscito dalla caserma a piedi passando per El Valle, Conejo Blanco.

La prima cosa che feci fu di domandare qual era la strada del Cimitero Generale del Sud, perché avevo letto che El Látigo Chávez era sepolto in quel posto. Stavo andando lì perché sentivo dentro di me un nodo, come se fosse un debito che con il tempo si era andato formando, il giuramento che feci, la preghiera che avevo composto, cose che stavo dimenticando. E ora volevo essere un soldato, mi sentivo già soldato e stavo male per questa scelta. Di modo che sono arrivato alla tomba, avvistai la cripta, Isaías Látigo Chávez, morì il 16 marzo del 1969. Ma soprattutto oltre a pregare sono andato a chiedere perdono. Mi misi a parlare con la pietra sepolcrale con lo spirito che aleggiava in quell’ambiente. Parlavo con me stesso, o meglio, dicevo qualcosa come: «Perdonami, perdonami Isaías. Non farò più quella strada. Ora sono un soldato». E quando sono uscito dal cimitero, mi sentivo affrancato.

Ho formato parte e formo parte di quella prima ondata di ragazzi entrati all’Accademia Militare, la vecchia Scuola Militare trasformata in accademia con percorso universitario. Avevamo già con noi il diploma di scuola superiore. Per la prima volta nella storia militare venezuelana entravano all’Accademia Militare i diplomati delle scuole superiori e iniziammo a studiare per laurearci in Scienze Militari con percorso universitario.

Ma al di là di tutto quello che ho potuto imparare dalla filosofia, dalla guerra, dalla storia economica, dalla storia militare, dalla geopolitica, dalla strategia e dalla tattica e da tutte le altre discipline, compresa la scienza militare, la cosa più importante che ho imparato in quella carissima Accademia Militare è stata quella di amare in modo viscerale e infinito la mia Patria. E non solo amarla a parole, ma ho imparato realmente ad amarla.

Quando ho prestato giuramento il 7 luglio 1975 con la mia sciabola da sottotenente nel cortile d’onore dell’Accademia Militare, quando ho sfilato la sciabola per prestare giuramento, l’ho fatto convinto: «Giuro davanti a Dio e alla bandiera di difendere la Patria fino a perdere per lei la vita». Sono convinto che non basta difenderla, ma anche amarla. Perché per difenderla fino a perdere la vita è fondamentale che si ami. Chi non ama questa Patria… La Patria è, principalmente, come sostiene Alí Primera, l’uomo, l’essere umano: La Patria è l’uomo, ragazzo!

«Da ormai quattrocento anni la mia Patria è incinta – diceva Alí Primera – chi la aiuterà a partorire perché diventi bella?». Bisogna amarla, sentirla, adorarla per poterla difendere. Allora quel 7 luglio 1975 giurai di difendere la Patria a spada tratta, amandola e difendendola anche con la mia vita.

Erano due nonni. Uno di loro, un Chávez, la cui memoria si era persa nel tempo. Alcuni sostenevano che era un mascalzone perché abbandonò la moglie per correre dietro al Caporale Zamora, ma queste cose non le capivamo. A volte pensavo: «Mio nonno era un mascalzone, quel Chávez, se n’è andato con Zamora e non è tornato mai più, lasciando soli moglie e bambini».

Io immagino che quel nonno Chávez, che nessuno sa dire dove è andato a finire, sia stato uno di quelli che hanno seppellito Zamora. L’altro ricordo che viene fuori dalla memoria, così come germogliano quelle erbacce dopo la pioggia, è il ricordo dell’altro nonno. Un ricordo più vicino, così vicino che uno lo percepisce come presente, così vicino che sembra che germogli di nuovo. È il ricordo di Maisanta, l’ultimo uomo a cavallo.

Ebbene un nonno da parte dei Chávez, di mio padre, di mia nonna, remoto, che se n’è andato per seguire Zamora, in altre parole, per seguire la Patria, il sogno. Un altro più vicino tra noi, molto più vicino che lo percepisco, Pedro Pérez Delgado, l’ultimo uomo a cavallo, che ha seguito il sogno, che non era un mascalzone né un assassino. Lasciò mio nonno piccolo insieme a Claudina e allo zio Rafael. Ma non perché fosse un mascalzone. Ma va! Non perché era un assassino. Era un soldato rivoluzionario e anche lui inseguì il sogno.

E oggi non serbo alcun rancore. Non ho mai avuto due nonni mascalzoni. Ho avuto due nonni rivoluzionari. E anche a me è toccata una parte, sapete? Da parte di quei due nonni ho ereditato qualcosa, perché nel corso di questa vita ho vissuto tante cose, ma all’interno di questo flusso una sola si contraddistingue, immagino che sia stata la stessa situazione che ha vissuto Chávez quando decise di seguire il Caporale Zamora per i sentieri di La Marqueseña. E quel Pedro Pérez Delgado, il bisnonno che se n’è andato per le pianure dell’Apure, ribellatosi contro Gómez.

Immagino quello che hanno dovuto sentire quando si separarono dalle loro mogli e bambini piccoli, la baracca, il bestiame, il cane, il gatto, l’amaca e il caffè mattutino. In poche parole il proprio nido che abbandonarono per non tornare mai più.

Ti assicuro che anche a me è toccata una parte, perché non dimenticherò mai quella notte.

Era febbraio, come questi giorni più o meno. C’era un cielo luminoso, l’estate non era ancora arrivata. Ed era il 1992 e dopo un percorso personale più o meno lungo, toccò anche a me. Mi successe lo stesso, una mattina all’alba di un giorno quando mi rivolsi a una donna, la nera Nancy, per dirle: «Nera parto, non so se tornerò». È la cosa più dura che a uno le possa capitare e non gliela auguro a nessuno. Aprire la porta della stanza dei bambini e vederli lì, a Rosa Virginia che aveva 12 anni, con il suo capello color bruciacchiato, che riposava, tutta infagottata. E Maria Gabriela con i capelli e la faccia da india, è un’india, aveva 9 anni, coperta, con un ventilatore acceso. E là, in un angolo, Huguito, il biondo paffuto, sicuramente stavano sognando. Huguito aveva 7 anni.

Congedarsi dai propri figli, baciarli senza fare rumore per non svegliarli, benedire tutti e tre e addio. Non so se vi rivedrò.

Anch’io ho dovuto rivivere quella vecchia storia, li ho lasciati piccoli ma non in quanto mascalzone, bensì perché patriota. Seguendo la bandiera di quel Bolívar, di quel Zamora, di quel Chávez e di quel Maisanta. Toccò anche a me.

Ricordo il carcere come una scuola, anche se ci sono stati momenti dolorosi, personalmente il carcere non l’ho vissuto in modo doloroso, anche se ci sono stati, ma quei dolori sono stati assorbiti dall’amore, dalla fede, dall’ottimismo, dal lavoro, un lavoro permanente.

Dunque qual è stato il momento doloroso di cui parlo? I primi giorni sono stati terribili e lì ho attraversato varie fasi. Ricordo che i primi giorni si caratterizzarono da una solitudine tremenda rinchiuso in una cella che si trovava in uno scantinato molto freddo, perché l’aria condizionata era accesa durante tutto il giorno e non sapevo che ora fosse. Su per giù calcolavo l’ora quando mi arrivava il cibo. Ma non c’era un orologio, non c’era tempo, non c’era spazio. I primi giorni, le prime ore, mi sentivo come un morto. Lì dove mi trovavo, sembrava un sepolcro. Così che quei giorni sono stati molto dolorosi; l’assenza dei figli, dei genitori, della propria moglie, la solitudine, era come la morte. Mi sentivo come un morto.

Ma pian piano cominciai a resuscitare. Ricordo che il secondo o terzo giorno arrivò un sacerdote con la sua tonaca bianca. Era il sacerdote della prigione militare. C’era una telecamera che ci stava riprendendo e lui lo sapeva, così che con molta abilità si dispose di spalle alla telecamera e mi disse alcune cose a bassa voce. Tra le altre cose mi fece sapere che là fuori c’era un’onda, un’onda d’amore, un fuoco divino disse. Quel sacerdote è morto. Era il padre Torres, non lo scorderò mai perché mi disse «là fuori c’è un fuoco divino, Comandante, un amore molto grande che si è scatenato».

Mi lesse alcuni versetti della Bibbia e me li lasciò scritti su un foglietto di carta: «Trama l’empio contro il giusto, l’arco rende teso, mira con la freccia, l’arco si spezzerà e la freccia gli si conficcherà nel proprio cuore».

In realtà non mi sono mai sentito in prigione o disperato perché volevo uscire da lì. No. Mi sentivo addirittura preparato per restarci 20 anni se era necessario. Qual è il problema? Mi domandavo. Perché consideravo la mia condizione come una tappa necessaria, ero interessato a giocare un ruolo all’interno di un processo.

Ma ero ben conscio che bisognava spingere il vento e il sole, come recita un poeta. Bisognava definire meglio l’ideologia e seminare coscienza. In carcere memorizzai la consegna di Samuel Robinson, Simón Rodríguez, quella che afferma: «La forza materiale risiede nella massa e la forza morale nel movimento della massa». Ed io ci ho aggiunto una terza consegna: e la forza trasformatrice si trova nella massa cosciente in movimento accelerato.

Credo che dovessi passare per l’esperienza del carcere senza ricordarlo con dolore. Piuttosto ricordo il carcere come il luogo dove dio ci ha consentito, e in particolare a me, di temprare l’anima, irrobustire la coscienza, lo spirito, rinvigorire l’ideologia bolivariana mediante lo studio, il dibattito, entrare in contatto con le molteplici correnti politiche e sociali del paese.

Di modo che una volta trascorsi due anni, due mesi e qualche giorno che sono uscito da quel carcere, ricordo di avere guardato il sole vicino ai monoliti di Fuerte Tiuna, nei pressi de Los Próceres.

Sono uscito e accresciuto in tutti i sensi. Avevo sconfitto i dolori, i dispiaceri e ringrazio dio per avermi consentito di attraversare questo percorso per poco più di due anni in un carcere che è diventato una scuola, perché è stato un carcere di coscienza, di dignità.

Raccontavo agli amici che una volta mi fecero visita in prigione: «Ascoltate, se Chávez è diventato un mito, voglio essere io ad aiutare a distruggerlo. Perché al paese non serve un mito o una leggenda. Quello che serve al paese è una rivoluzione e le rivoluzioni non si fanno con i miti e tanto meno con le leggende».

Poco tempo fa mi è arrivato un altro sogno come la pioggia, perché è così che arrivano i sogni, come la pioggia. Così mi è arrivato il sogno di essere il pittore di quel libro. Mi era arrivato il sogno di diventare El Látigo Chávez, mi era sopraggiunto una domenica come una raffica di vento, non lo dimenticherò mai. E dopo mi era arrivato quello di diventare soldato, anche questo come la pioggia.

Ora mi è arrivato un altro sogno, mi trovavo all’angolo di una strada di paese. Tornavamo dopo un atto nel quale c’era molta gente. Io volevo riposare sulla riva del mare. Precisamente eravamo a Margarita. E quindi stavamo andando lì quando il sole tramontava. Attraversiamo un angolo di strada, a riposare un po’ da soli, senza la carovana di macchine e di persone che sono solite seguirci, su una macchina qualsiasi. E sto lì che osservo, osservo, osservo ogni angolo e ogni casa che passiamo, cerco di osservare tutto. E all’improvviso gli dico al ragazzo, al compagno che guida: «fermati qui!» perché avevo visto dei bambini che giocavano a baseball con una palla di gomma. Mi ricordo che dissi anche che era bello vedere giocare delle bambine, la parità. Delle bambine molto affiatate che correvano con impegno. Allora ho visto seduto su una sedia un anziano con i capelli bianchi che osservava i bambini mentre giocavano a palla e teneva seduta sulle gambe una bambina. Dissi, «Ecco, quello sono io. Questo è il mio ultimo sogno».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

«Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili.» (Bertolt Brecht, poeta e drammaturgo)

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