(VIDEO) Julian Assange solidale con la causa dei Cinque cubani

da vanguardia.co.cu

L’Avana, 26 set (PL).- Il fondatore del sito Wikileaks, Julian Assange, ha denunciato il blocco economico, finanziario e commerciale che gli Stati Uniti mantengono contro Cuba, durante una videoconferenza tenutasi a L’Avana. 

Julian Assange ha dichiarato la sua solidarietà con i Cinque cubani ingiustamente condannati negli Stati Uniti.

Nel corso della riunione, i giornalisti partecipanti, studenti di giornalismo e bloggers provenienti da diverse città, Assange ha espresso interesse per la situazione di Cuba a causa dell’accerchiamento anche informatico degli Stati Uniti.

Secondo la rivista digitale Cubahora, Assange ha affermato che tale scambio di opinioni ha permesso di rompere, almeno per un momento, il blocco immorale subito da Cuba da oltre 50 anni.

Ha anche detto che la sua organizzazione ha imparato dall’isola sugli sforzi per l’aggressione americana soprattutto sui principi, la determinazione, l’umanità, la chiarezza etica e l’intelligenza.

Inoltre ha espresso solidarietà con la causa dei quattro combattenti antiterroristi cubani imprigionati negli Stati Uniti per il monitoraggio delle azioni di gruppi violenti contro la nazione caraibica.

Gerardo Hernández, Ramón Labañino, Antonio Guerrero, Fernando González e René González sono stati arrestati nel 1998 a Miami e condannati a pene lunghe in un processo che un gruppo di giuristi dell’ONU ha definito arbitrario.

Quest’ultimo è già a Cuba, perché dopo aver scontato la sua pena e posto sotto regime di libertà vigilata, ha rinunciato alla cittadinanza statunitense.

Per mostrare il suo sostegno a questi combattenti, Assange è apparso sullo schermo con un fiocco sul petto, simbolo giallo usato come parte della campagna internazionale per promuovere il suo ritorno all’isola dei quattro imprigionati.

Il dialogo ha rappresentato la chiusura di un workshop sul cibergiornalismo, tenuto da Pedro Miguel Arce, editorialista del quotidiano messicano La Jornada, evento promosso dall’Istituto Internazionale Cubano di Giornalismo José Martí.

[Si ringraziano per le segnalazioni Manolo Muoio e Gabriela Saiovici]

Un enigma latente sulla morte di Pablo Neruda

di Enrique Torres

da prensa-latina.cu – Santiago del Cile, 23set2013-. Dopo quarant’anni dalla morte del poeta cileno Pablo Neruda, è ancora attiva la ricerca che dovrà determinare se il poeta fu assassinato dagli agenti della dittatura di Augusto Pinochet o se il suo decesso sia stato conseguenza di un cancro alla prostata di cui era affetto. Il vate morì il 23 settembre 1973, all’età di 69 anni, nella clinica “Santa María de Santiago de Chile”, dopo dodici giorni dal colpo di stato contro il presidente Salvador Allende.

Due anni fa il suo autista, Manuel Araya, svelò che al Premio Nobel della letteratura 1971 era stata iniettata una sostanza sconosciuta nell’addome mentre era ricoverato in attesa di realizzare un viaggio in Messico previsto per il 24 settembre.
La rivelazione di Araya provocò una denuncia penale avanzata dal Partito Comunista del Cile (PCC) nel 2011, organizzazione in cui l’autore dei Venti poemi d’amore e una canzone disperata militò durante tutta la sua vita fino a diventare membro del Comitato Centrale, senatore e candidato alla presidenza della Repubblica.

Persino un nipote di Neruda, l’avvocato Rodolfo Reyes, si è presentato come parte lesa nel processo.
Rispondendo alla querela presentata l’8 aprile di quest’anno, sono state riesumate le spoglie del poeta presenti in quella che allora fu la sua casa a Isla Negra, nella costa di Valparaíso, per sottoporle a un esame forense al fine di determinare le reali cause del decesso.

Come parte del processo investigativo che si svolge in alcuni laboratori all’estero, dove si sta studiando il DNA con l’obiettivo di accertare se le spoglie riesumate nell’Isla Negra corrispondano a quelle di Neruda, è stata introdotta una richiesta da parte dell’avvocato querelante Eduardo Contreras.

In un’intervista rilasciata a Prensa Latina in seguito alla riesumazione, Contreras ha spiegato che quando l’intellettuale cileno è stato sottoposto a quella puntura sull’addome, si agitò a tal punto da chiamare sua moglie, Matilde Urrutia, addirittura cercò di entrare in comunicazione con Araya che quel giorno si trovava a Isla Negra.

Dopo la morte del poeta, il suo autista è stato arrestato e rinchiuso nello Stadio Nazionale, allora trasformato dalla dittatura in centro di tortura e di morte.

Fu in questo modo che i medici certificarono il decesso del poeta per malattia, senza che nessuno potesse obiettare il giudizio.

«Inoltre il forte clima di terrore che si respirava in quei terribili giorni inibiva qualsiasi tentativo di aprire una indagine, per la qual cosa i tribunali non l’avrebbero accettata come tante altre denunce e ricorsi di tutela», ha spiegato l’avvocato Contreras.

Alcuni anni dopo, la testimonianza di Araya fu pubblicata in un reportage apparso sulla rivista messicana Proceso, scritto dal giornalista cileno Francisco Marín.

Le rivelazioni dell’autista smentirono il giudizio dei medici che allora certificarono che lo scrittore morì per causa di una «cachessia cancerogena», che secondo quanto spiegato da Contreras «non è mai esistita».

L’avvocato ha rammentato che si riunì con Araya quando seppe della sua testimonianza, la cui conversazione gli ha fornito la conoscenza di altri casi precedenti. Inoltre ciò gli ha consentito di servirsi della stampa dell’epoca, fino a quando non scoprì che il quotidiano El Mercurio aveva annunciato che il poeta era deceduto per una insufficienza cardiaca determinata da uno shock provocato dall’applicazione di una iniezione che doveva calmargli i dolori.

«Si dimostrò che il certificato di morte stilato dai medici della dittatura era falso», ha dichiarato Contreras, assicurando che, indipendentemente dagli esiti delle perizie tecniche che si svolgeranno dopo la riesumazione, esiste la certezza che la morte di Neruda non è stata dovuta per cause naturali.

Per l’avvocato Contreras non risulta neppure normale che la clinica “Santa María”, dove era stato ricoverato il poeta per tirarlo fuori dall’isolamento in cui si trovava in Isla Negra, non abbia badato a consegnare al tribunale la cartella clinica del paziente.

«Non solo era un suo obbligo legale conservarla, ma era anche un suo dovere etico come riconoscimento verso una delle grandi figure della letteratura continentale e universale», ha aggiunto il legale.

C’è da aggiungere, ha dichiarato l’avvocato querelante, che la clinica – dove è anche morto in circostanze strane l’ex presidente Eduardo Frei Montalvo – si è rifiutata di consegnare l’elenco di tutto il personale che lavorava lì nel settembre del 1973.

Secondo Contreras il centro di salute ha solo consentito l’accesso al registro di quei lavoratori che erano alle sue dipendenze in quella data e che lo sono ancora oggi, certamente, senza essere liberi di raccontare la verità, poiché non possono dichiarare nulla contro il loro datore di lavoro.

L’avvocato ha ricordato che Neruda fu ricoverato il 19 settembre 1973 e che il medico che ordinò l’iniezione, Sergio Draper, entrò a lavorare in clinica il giorno successivo.

«Non esiste nessuna attestazione che indichi che un medico con quel nome abbia frequentato i corsi nelle facoltà di medicina del Cile», ha esclamato Contreras, sostenendo che nutre forti dubbi sull’identità di quella persona.

Il legale ha insistito sui dubbi che esistono sulla sostanza che è stata somministrata a Neruda, poiché tra i lavoratori della clinica circolano voci che gli sia stata somministrata aria.

«Si è trattato di dipirone, batteri, aria, sostanze tossiche, “gas sarin”, acidi o altro?», si è chiesto Contreras, che insiste sull’incognita del nome del medico o dell’autorità che ordinò di procedere con l’iniezione.

Attualmente le analisi tossicologiche sulle spoglie di Neruda si stanno svolgendo presso il Servizio Medico Legale del Cile, l’Università di Murcia, in Spagna, e l’Università del Nord Carolina, negli Stati Uniti.

[Trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Vincenzo Paglione]

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