Il Presidente Correa mette in guardia l’Argentina sulla Chevron

di Marco Nieli

In visita a Buenos Aires per la XXV Conferenza Scout Internazionale, il Presidente ecuatoriano Rafael Correa, ricevuto dalla Presidenta Cristina Kirchner a Olivos, ha trovato il modo di mettere in guardia – discretamente, ma in maniera incisiva – il governo argentino contro l’accordo siglato lo scorso 28 agosto tra la multinazionale USA Chevron (ex-Texaco) e la YPF nazionale. Con accenti ripresi dalla campagna “Le mani sporche della Chevron” inaugurata recentemente dal mandatario dell’Ecuador – tra l’altro con l’aiuto di alcuni video-spots mostranti l’entità dei danni ambientali prodotti dalla multinazionale nella selva amazzonica – Correa e i suoi funzionari hanno inteso mettere in guardia l’Argentina dai pericoli di una collaborazione affrettata con la impresa in questione. L’Ecuador, che ha citato in giudizio per disastro ambientale la corporazione U.S.A., ha intrapreso una campagna di boicottaggio a livello globale dei prodotti della stessa. «Se Cristina Kirchner fosse stata Presidente nel periodo in cui la Texaco – poi Chevron – distruggeva la foresta, non lo avrebbe mai permesso» sono state le garbate (e allusive) parole del capo di governo ecuadoregno, amico personale oltre che alleato strategico del governo argentino. La Ministra dell’Ambiente ecuadoregna, Tapia, ha dichiarato che l’accordo con la Chevron costituisce un pericolo ambientale per il paese alleato, di cui pur tuttavia l’Ecuador rispetta le decisioni sovrane.

L’accordo in questione, relativo allo sfruttamento dello giacimento di Vaca Muerta, nella provincia di Neuquen, è stato deciso lo scorso agosto dal Congresso locale con l’avallo del governo nazionale, in seguito alla nazionalizzazione del 51% della quota detenuta dalla spagnola Repsol lo scorso 2012, per gravi inadempienze contrattuali. Grande è stata la delusione di quella parte più critica dell’elettorato di Cristina, che aveva visto in questa misura nazionalizzatrice la speranza di un piano strategico per la ripresa della sovranità energetica del paese, magari sognando un accordo con la PDSVA venezuelana.

Invece, pare che le trivellazioni a marca Chevron con la devastante e pericolosissima tecnica del fracking (idro-frattura) avranno luogo in località Vaca Muerta, nonostante la mobilitazione di una parte consistente della società civile impegnata (movimenti e associazioni ecologiste, Confederazione dei Mapuche, sindacati dei lavoratori, lavoratori della Zanon, Partido Obrero, movimento dei Maestri e degli Educatori, semplici vecinos, etc.). Lo scorso 28 agosto, mentre nel Congresso locale si votava con una schiacciante maggioranza, 25 a 2, l’accordo con la Chevron, tra l’altro caratterizzato da clausole segrete ben poco promettenti, la mobilitazione delle forze sociali contrarie all’accordo subiva una repressione feroce, con 25 feriti da palla di gomma, diversi militanti arrestati e, come segnalato da Raul Godoy, deputato per il Partido Obrero e operaio lui stesso della Zanon – una delle storiche fabbriche recuperate del movimento argentino – almeno un ferito grave da arma da fuoco, un docente di 33 anni, Rodrigo Barreiro.

È da ricordare che proprio a Neuquen nel 2007 un’analoga repressione poliziesca portava alla morte con un colpo alla nuca del docente Carlos Fuentealba. A questo proposito, la giornalista Alba Fernández della cooperativa 8300 web – cui appartiene uno dei giornalisti fermati, Pablo Tejeda – ha dichiarato che «era dai tempi in cui uccisero Carlos Fuentealba che non si vedeva questo livello di violenza».

Difficile negare, almeno a un certo livello, il coinvolgimento delle organizzazioni kirchneriste (il locale Movimiento Popular Neuquino e la coalizione oficialista a livello nazionale Frente para la Victoria) nella decisione di forzare la mano nella firma dell’accordo, scavalcando le regole elementari della democrazia, tra cui il diritto a dissentire e manifestare pubblicamente il proprio dissenso.

Evidentemente il tanto sbandierato slogan “Democrazia o corporazioni”, utilizzato nella contrapposizione al gruppo Clarín, non si applica, nell’ottica governativa, alla collaborazione con la Chevron, le cui criminali condotte in Ecuador dovrebbero suonare come campanello d’allarme. Ben venga il monito del Presidente Correa, che conosce bene il problema e ha tutti i titoli per avvisare l’Argentina di non imbarcarsi in un’avventura simile, da tutti i punti di vista favorevole a ristrette consorterie di potere, ma decisamente contraria agli interessi complessivi della nazione.

Fonti utilizzate:

-http://lavaca.org/notas/neuquen-represion-a-los-que-se-manifiestan-contra-el-fracking-en-vaca-muerta;

-“Le contamos al mundo las malas prácticas ambientales de la empresa“, di F. F. Barrio, in Perfil, 21/09/2013

(VIDEO) Colombia: Protestare non è terrorismo

di Alessandro Di Battista*

beppegrillo.it.- Il 28 agosto, a Cartagena de Indias, nel nord della Colombia, sono sceso in piazza con gli studenti per sostenere i contadini e il paro agrario. Il governo colombiano, succursale degli USA da quando, nel 1948, il Presidente Gaitan venne ucciso a Bogotà (tra l’altro qualche minuto prima di incontrare un giovane avvocato cubano di nome Fidel Castro), ha stipulato con il governo Obama un contratto di libero commercio. Il TLC (Tratado de Libre Comercio) è una delle innumerevoli oscenità prodotte dal neocolonialismo. Un colonialismo evoluto, alla moda ma ancor più violento di quello attuato da Cortes.

«Non c’è giustizia più ingiusta che fare parti uguali tra diseguali» diceva Don Lorenzo Milani. I trattati di libero commercio stipulati da paesi diversi, con storie diverse e possibilità diverse di gestione del debito pubblico sono ingiustizie legalizzate. Nell’ambito del TLC Bogotà ha approvato una legge che proibisce agli agricoltori l’utilizzo delle sementi naturali. Come coltiva il mais un contadino? Semplice. Ha dei semi, li pianta, suda, poi raccoglie. Una parte del raccolto gli serve per sfamare la famiglia, un’altra la vende, l’ultima, quella dai semi più grandi e belli, la mette da parte per la semina successiva. Questo avviene da quando la razza umana ha scoperto l’agricoltura, da quando, in sostanza, siamo diventati esseri umani.

Il TLC vieta tutto questo e trasforma i contadini, gli unici che raffreddano il pianeta, in fuorilegge. La resolucion 9.70 che fa parte del trattato vieta il commercio e l’utilizzo di tutti quei semi non certificati. Quali sono gli unici semi certificati? Gli OGM! Il TLC obbliga 14 milioni di contadini colombiani a utilizzare semi OGM, li costringe a comprali ogni anno (gli OGM sono semi sterili), li costringe ad utilizzare pesticidi e fertilizzanti chimici, li costringe ad essere sempre meno indipendenti, li costringe a vendere la terra prima di finire in qualche degradata periferia di Cali o Medellin. Li costringe alla morte! Ovviamente le principali multinazionali del mercato transgenico sono tutte nordamericane: Monsanto, Cargill, Dupont. Il 19 agosto i contadini colombiani si sono ribellati e hanno iniziato uno sciopero che ha paralizzato il Paese.

Il Presidente Santos, quando un cronista gli ha chiesto come contrastare lo sciopero ha risposto: «quale sciopero?». Mi ha ricordato moltissimo un altro Presidente che si domandava: «quale boom?». Per la prima volta nella storia moderna della Colombia i contadini si sono mobilitati ricevendo il sostegno degli studenti, dei trasportatori e degli operai. I cittadini colombiani hanno capito che svendere la sovranità alimentare significa mettere un cappio al collo ai loro figli. Se quest’immensa manifestazione ci fosse stata in Messico o in Argentina non avrebbe fatto tanto clamore. La Colombia è un paese dove il pensiero dominante con l’ausilio di narcos e paramilitari ha ucciso sul nascere ogni forma alternativa di organizzazione da parte della popolazione.

Negli anni 80’ tutti i principali dirigenti dell’Unión Patriótica, l’unico partito progressista, sono stati trucidati. A Cartagena un ragazzo teneva in mano un cartello con su scritto: «protestare non è terrorismo». Protestare non è terrorismo, pensate quel che media, pallottole e machete hanno inculcato nelle teste dei colombiani negli ultimi 60 anni. Protestare non solo non è terrorismo, è un dovere, è un atto d’amore così come la partecipazione alla politica. Io da qualche mese sento qualcosa di molto particolare nell’aria, si percepisce un vento di cambiamento che travalica oceani e nazioni. Ad oggi Santos ha bloccato la resolucion 9.70, ma i tecnocrati del FMI e della Banca Mondiale torneranno presto alla carica. Occorrerà capire chi si troveranno di fronte, se uomini abituati ad abbassare la testa o contadini coscienti del potere immenso che ha la rete e la partecipazione. Io sono piuttosto ottimista.

* Deputato M5S – Vice-presidente Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera – 34 anni di Roma, laureato con lode in Discipline delle Arti della Musica e dello Spettacolo (DAMS), specializzazione in Tutela Internazionale dei Diritti Umani (Master alla Sapienza). Dopo la laurea lavora un anno come cooperante nelle giungla del Guatemala occupandosi di educazione e progetti produttivi nelle comunità indigene. Torno in Italia e lavoro per AMKA onlus, un’organizzazione che porta avanti progetti di sviluppo nel sud del mondo. In AMKA si occupa di comunicazione, formazione e progetti in Guatemala. Nel 2008 parte per il Congo dove si dedico al micro-credito e all’istruzione. Sempre nel 2008 lavora all’UNESCO Italia occupandosi di diritto all’alimentazione. Nel 2010 parte con un biglietto di sola andata per il Sud America per raccogliere materiale per un libro sulle nuove politiche continentali. In Patagonia studio il fenomeno delle fabbriche recuperate dagli operai dopo la crisi, in Cile sostiene la lotta del popolo Mapuche. In Bolivia si occupa di sovranità alimentare e condizioni di vita dei minatori. Studia l’impatto sulla popolazione dei progetti ENEL in Cile e Guatemala, lavora con i lebbrosi nel lebbrosario di San Pablo in Amazzonia. In Ecuador si occupo di orti urbani e giustizia indigena; in Colombia, Perù, Nicaragua di lotta al transgenico, riforma agraria e movimenti contadini. In Colombia studia i fenomeni criminali (narcos, paramilitarismo, sicariato). Dal 2011 collabora come giornalista con il blog di Beppe Grillo. Pubblico un reportage sui disastri di ENEL-Guatemala sul quale viene aperta un’inchiesta parlamentare. Nel 2012 la Casaleggio Associati gli commissiona un libro sui sicari sudamericani. Parte per Ecuador, Panama, Guatemala e Colombia e si concentra sull’origine del fenomeno e sulle possibili soluzioni (legalizzazione droga, riforma agraria, socializzazione dell’economia, decrescita). Nel 2008 si candida con la lista Amici di Beppe Grillo alle comunali di Roma. Parla spagnolo, inglese e portoghese.

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