Il Venezuela e il mondo secondo Maduro

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di Ignacio Ramonet

Dopo aver fallito il tentativo di delegittimare il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, democraticamente eletto lo scorso 14 aprile, l’opposizione già prepara le elezioni comunali, l’8 dicembre. In questa prospettiva, ha recentemente lanciato, con l’aiuto della destra internazionale e dei loro abituali complici nei media, la frottola che il presidente Maduro non sarebbe nato in Venezuela e, pertanto, come previsto dalla Costituzione, la sua elezione non sarebbe valida.

Su questa nuova campagna di intossicazione e su vari altri argomenti di attualità abbiamo conversato con Nicolás Maduro – a bordo di un elicottero che ci portava da Caracas a Tiguanes (nello stato venezuelano di Guárico) – il giorno stesso in cui si compivano i suoi primi cento giorni di governo come Presidente della Repubblica Bolivariana.

L’opposizione venezuelana ha lanciato una campagna, che trova eco in alcuni media internazionali, per affermare che lei non è nato in Venezuela, ma a Cucuta, in Colombia, ed è in possesso della doppia cittadinanza, ciò che, secondo la Costituzione, la invaliderebbe come Presidente. Come commenta questa accusa?

Lo scopo di questa follia lanciata da un demente della ultradestra panamense è di creare le condizioni per una destabilizzazione politica. Cercano di ottenere ciò che non hanno ottenuto né con le elezioni, né con colpi di stato, né con sabotaggi economici. Sono disperati. E si basano su un’ideologia anticolombiana che la borghesia e la destra venezuelane hanno sempre avuto contro il popolo della Colombia.

A questo proposito, se io fossi nato a Cúcuta o Bogotá, mi sentirei felice di essere colombiano. Una nazione fondata da Bolívar (il “libertador”, che condusse la lotta contro il colonialismo spagnolo, e a cui si ispira la “rivoluzione bolivariana” avviata da Hugo Chávez, ndt). Se fossi nato a Quito o a Guayaquil, mi sentirei parimenti orgoglioso di essere ecuadoriano, perché è una terra liberata da Bolívar, o a Lima, Potosí o La Paz o a Cochabamba, sarei felice di essere peruviano e boliviano; e se fossi nato a Panama, terra di Omar Torrijos, terra di dignità che faceva parte della Gran Colombia di Bolívar, mi sentirei allo stesso modo orgoglioso di essere panamense. Ma io sono nato e cresciuto a Caracas, luogo di nascita del Libertador, in quella Caracas sempre turbolenta, ribelle, rivoluzionaria. Ed eccomi qui come presidente. Queste follie verranno ricordate come parte della crisi di disperazione schizofrenica in cui a volte precipita la destra internazionale per farla finita con questo faro di luce che è la rivoluzione bolivariana.

Per altro verso, il presidente della Assemblea Nazionale (il parlamento venezuelano, ndt), Diosdado Cabello, ha detto di recente che sono stati scoperti complotti contro di lei, con l’intenzione di assassinarla.

Sì, con il ministro dell’interno, Rodríguez Torres, e il presidente della Assemblea Nazionale, Diosdado Cabello, abbiamo rivelato uno dei piani di omicidio che si stavano preparando per il 24 luglio, anniversario della nascita di Simón Bolívar, e la commemorazione dei 190 anni della battaglia navale di Maracaibo. Erano in possesso di un insieme di piani che abbiamo potuto neutralizzare e che hanno sempre la loro origine nella destra internazionale. Vi appare, per esempio, il nome di Álvaro Uribe (ex presidente della Colombia, Nda), che ha un’ossessione contro il Venezuela e contro i figli di Chávez. Vi appare anche la vecchia mafia di Miami, quella di Posada Carriles, che ha il sostegno di importanti organi del potere negli Stati Uniti. L’amministrazione Obama non ha voluto smantellare la mafia di Posada Carriles, un terrorista condannato e confesso, perseguito dalle leggi del nostro paese perché fatto saltare in aria un aereo della Cubana de Aviación nell’ottobre del 1976…

Posso assicurarle che continueremo a difenderci, neutralizzando tali piani… e avremo la meglio. Se essi raggiungessero il loro obiettivo si creerebbe una situazione a cui non voglio nemmeno pensare. A chi meno conviene che capiti qualcosa del genere è alla destra venezuelana. Scomparirebbe dalla mappa politica del nostro paese per 300 anni… Perché la rivoluzione acquisirebbe un altro carattere, senza dubbio, molto più profondo, molto più socialista, molto più anti-imperialista. Speriamo che questi piani non abbiano mai successo, alla fine per loro andrebbe molto male. E io lo vedrei dal cielo…

Pensa che il fallimento dell’opposizione nel tentativo di destabilizzazione si debba alla politica che lei ha promosso, o a un cambiamento di atteggiamento della stessa opposizione in vista delle elezioni comunali del prossime 8 dicembre?

Si deve soprattutto alla forza istituzionale della democrazia venezuelana, e alla decisione che ho preso, appoggiandomi su quella forza, di sconfiggere tempestivamente il tentativo insurrezionale e la violenza. Neutralizzarlo. Non lasciare che si diffondesse. Hanno tentato una sorta di insurrezione nelle principali città, nei giorni 15 e 16 aprile.

Qual è il grado di violenza che è stato raggiunto?

Hanno ucciso undici persone, persone umili, tra cui una bambina e un bambino. E hanno causato quasi cento feriti, dei quali poco si parla. La gente è stata ferita molto gravemente, con conseguenze permanenti.

L’opposizione ha mostrato il suo vero volto golpista. Mostrava buone maniere democratiche ma quando (il 5 marzo, nda) morì il Comandante Chávez, decise di disconoscere i risultati delle elezioni e di cercare di imporre con la forza – con il presunto supporto internazionale degli Stati Uniti di altri governi di destra – una operazione per destabilizzare la Rivoluzione. Siamo riusciti a neutralizzarli e sconfiggerli in fretta. Ora non hanno altro modo che riprovare, attraverso le elezioni, a occupare spazi nei comuni. Li abbiamo costretti a questo. Se non fosse stato per la nostra decisione di far rispettare la Costituzione, avrebbero spinto il nostro paese ad una situazione di guerra civile.

In recenti dichiarazioni, lei ha lanciato un allarme su crepe nella unità della Rivoluzione.Teme una divisione del chavismo?

Le forze della divisione hanno sempre minacciato qualunque rivoluzione. Le aspirazioni al potere di gruppi e di individui sono la negazione del progetto stesso della Rivoluzione Bolivariana, che ha un carattere socialista, ed esige abnegazione e sacrificio. Il Comandante Chávez è stato presidente perché le circostanze della storia lo collocarono lì. E io sono il presidente, non per ambizione individuale o perché rappresento un gruppo economico o politico, no, io sono presidente perché il Comandante Chávez mi ha preparato, mi ha designato e il popolo venezuelano mi ha confermato in elezioni libere e democratiche.

Quindi tutte queste forze dissolutrici esistono sempre. Ma la Rivoluzione ha la capacità morale, politica, ideologica, per oltrepassare ogni tentativo di dividere le sue forze. Ho detto queste cose nel Llano venezuelano (una regione del paese, ndt), perché stavo vedendo con i miei occhi, proprio lì di fronte a me, una persona che afferma di essere chavista ma, sotto sotto, è finanziato dai latifondisti, e che fa un discorso ‘chavista’ per dividere. Non è impossibile che, quando questo individuo constati di non essere designato dalla Rivoluzione come candidato a sindaco del comune, si candidi per proprio conto… Siamo in buona condizione per riuscire a presentare candidati unitari in quasi tutti i comuni del paese; e ci toccherà fare un grande sforzo per sconfiggere le forze disgregatrici di questi settori che si dicono chavisti, ma che alla fine sono alleati della controrivoluzione.

Rispetto alla prassi del precedente governo, lei ha introdotto diversi cambiamenti: la critica della insicurezza (nelle città, ndt), denuncia della corruzione e, soprattutto, ciò che lei chiama il “governo di strada” Perché ha sentito il bisogno di insistere su questi temi? E qual è il suo bilancio del “governo di strada”?

In primo luogo, il “governo di strada” ha stabilito, in questa nuova tappa, un metodo perché vi sia una direzione collettiva della Rivoluzione. In secondo luogo, si è creato un sistema di governo in cui non ci sono intermediari tra il potere popolare locale e l’istanza del governo nazionale. Questo fornisce una soluzione a problemi specifici, ma soprattutto contribuisce alla costruzione del socialismo, delle comuni, di una economia socialista, e al consolidamento di un sistema di salute pubblica integrale, gratuito, di qualità, e di un sistema educativo pubblico, gratuito e di qualità… “Il governo di strada” è una rivoluzione nella rivoluzione.

Possiamo dire che è anche un modo per combattere la burocrazia?

Per sconfiggerla. Proponendo un altro sistema. Poiché i modelli di governo che ereditiamo esprimono il modo di governare lo stato borghese, esso stesso erede dell’epoca coloniale in America Latina. Il presidente Chávez lo sconfisse per mezzo delle Misiones, che costituirono un nuovo modello di gestione delle politiche pubbliche. Noi, alle Missioni, stiamo aggiungendo il “governo di strada” che, si potrebbe dire, è una indicazione diretta del Comandante Chávez. Egli ordinò a Elias Jaua, che era a quel tempo vicepresidente, e me, che ero vicepresidente politico, che ci dedicassimo a costruire un sistema regionalizzato di governo – “popolare”, diceva lui – e io ho messo questa intenzione nel “governo di strada”. Sono tutte indicazioni e linee dentro la filosofia di un modello socialista in cui al potere non vi siano élites – né élites borghesi né nuove élites che si burocratizzano o si imborghesiscono – No! Vogliamo che il potere sia democratizzato, che sia un vaccino contro la burocrazia, contro l’imborghesimento e inoltre ci consenta di ottenere l’”efficienza socialista”.

Se l’opposizione vince le elezioni comunali dell’8 dicembre, è probabile che chiamerà a un referendum di revoca (del presidente, ndt) nel 2015: come vede questa prospettiva?

Siamo preparati per tutti gli scenari. Al popolo stiamo dicendo sempre la verità. Se l’opposizione dovesse prendere un voto importante l’8 dicembre, cercherà di intensificare la destabilizzazione per disgregare la nostra patria, porre fine alla indipendenza e cancellare la Rivoluzione del Comandante Chávez, che riprese il concetto di Repubblica bolivariana. Imporrebbero scenari di destabilizzazione violenta, per prima cosa, e gli Stati Uniti cercheranno di annullare i livelli di indipendenza e di unità che l’America Latina ha oggi.

Abbiamo una grande responsabilità, perché noi difendiamo un progetto che può rendere possibile un altro mondo nella nostra regione e può contribuire a creare un mondo multipolare senza egemonie economiche e militari né politiche dell’imperialismo statunitense. Gran parte della nascita di un altro mondo, che rispetti i diritti dei popoli del Sud – e anche dei popoli d’Europa, perché l’Europa si scuota di dosso il neoliberismo – dipende da questo: che in America latina trionfino definitivamente i progetti per costruire un blocco di forze e di equilibrio per consolidare l’idea che non siamo più un “cortile” degli Stati Uniti. Tutto ciò dipende in gran parte da quel che accade qui.

Come si spiega il risultato dell’opposizione, lo scorso 14 aprile, e come pensa di vincere il prossimo 8 dicembre?

C’è un elettorato che ha sempre votato per l’opposizione. Ma il 14 aprile una buona parte di coloro che non hanno votato per noi lo hanno fatto perché erano scontenti, per le cose fatte male, problemi accumulati… Tuttavia, questi elettori non hanno mai sostenuto le avventure golpiste e  antibolivariane della destra. A quei venezuelani e a quelle venezuelane noi, in modo permanente, diciamo che stiamo lavorando nelle strade per migliorare le cose. Sanno che non è stato facile. E che l’epopea più grande è stata, alla vigilia del 14 aprile, superare la tragedia storica della morte del Comandante Hugo Chávez. Superare il lutto collettivo. Quando una persona entra in lutto può perdere la speranza, non credere più in nulla. Buona parte del popolo venezuelano è entrata in un profondo lutto. E gli esperti di guerra psicologica che assillano il nostro paese hanno approfittato di quel momento e di quella fragilità per colpire duro… Perciò la nostra vittoria del 14 aprile è stata veramente eroica.

Quello che stiamo facendo – il “governo di strada”, la ripresa dell’economia, l’attenzione a problemi improrogabili come l’insicurezza cittadina, la corruzione… – ci darà la forza per una grande vittoria l’8 dicembre. E questo sarà la garanzia affinché si continui ad imboccare la strada per la costruzione del socialismo del XXI secolo.

Fin dove pensa di arrivare nella sua lotta contro la corruzione?

Fino alle estreme conseguenze. Ci serviremo di tutto. Siamo di fronte ad una destra molto corrotta, erede della Quarta Repubblica decomposta e in via di decadimento. Ma siamo anche di fronte alla corruzione annidata all’interno del campo rivoluzionario o all’interno dello Stato. Non ci sarà tregua! Ho costituito una squadra segreta di ricercatori incorruttibili che hanno già scoperto diversi casi gravi. Abbiamo già arrestato persone al più alto livello e continueremo ad attaccare duramente. Essi saranno giudicati e andranno dove devono andare: in galera.

Come vede la situazione economica? Diverse analisi mettono in guardia circa l’alto livello di inflazione.

L’economia del Venezuela è in transizione verso un nuovo modello di produzione, diversificato e “socialista del XXI secolo”, nell’ambito della costruzione di un nuovo quadro economico costituito dall’integrazione sudamericana e latinoamericana. Non si deve dimenticare che siamo ora i membri del Mercosur – esercitiamo in questo momento la presidenza pro tempore del Mercosur – e siamo inoltre membri di Alba [Alianza Bolivariana de los pueblos de nuestra América, ndt] e guidiamo Petrocaribe. Tutta questa massa demografico-geografico-economica riunisce 24 paesi del continente, il che potrebbe rappresentare – mettendo insieme Mercosur, Alba e Petrocaribe – quasi la quarta economia mondiale… Dobbiamo trasformare l’economia venezuelana e collegarla con lo sviluppo di questo nuovo quadro economico, e a nostra volta integrarci nell’economia mondiale, in situazione di vantaggio. Non di dipendenza. Per questo dico che siamo in fase di transizione.

Sull’inflazione le dirò che abbiamo subito un attacco molto duro, speculativo, contro la nostra moneta, e lo stiamo superando. Subiamo anche un sabotaggio sulla fornitura di vari prodotti. Tutto questo produce inflazione. Ma abbiamo cominciato a controllare, a equilibrare, e sono sicuro che supereremo questa situazione nel resto del secondo semestre.

Stabilizzeremo la moneta. Già abbiamo iniziato a stabilizzare l’approvvigionamento, ma la chiave principale per uscire da questo modello di rendita, dipendente, è di diversificare la nostra produzione. Stiamo realizzando grandi investimenti in settori chiave della produzione alimentare, dell’agro-industria e dell’industria pesante. Stiamo attraendo capitale internazionale che apporti valuta e porti con sé la tecnologia. Recentemente abbiamo fatto un giro in Europa e siamo molto ottimisti sul fatto che il capitale arrivi da Francia, Italia, Portogallo… Desideriamo che arrivi capitale dal Brasile, dall’India, dalla Cina, con la loro tecnologia, per sviluppare l’industria intermedia in Venezuela, e diversificare. Affinché il Venezuela abbia motori suoi e diversi e non faccia affidamento solo sul petrolio, il che, per di più, è un potente motore per i prossimi 50, 80 anni. Potentissimo. Non dimentichiamo che il Venezuela ha le maggiori riserve di petrolio del mondo e ha la quarta più grande riserva di gas. Il Venezuela è una economia con molto potere economico e finanziario. Quello a cui assisteremo, soprattutto a partire dal 2014, è un recupero del livello di spinta e di crescita dell’economia venezuelana.

Come si spiegano i problemi di scarsezza di merci che sono stati ampiamente criticati dalla stampa internazionale?

La scarsezza è parte di una strategia di “guerra silenziosa”, in cui attori politici, accompagnati da attori economici nazionali ed internazionali, vedendo lo stato di gravità della salute del Comandante Chávez, tra il dicembre dello scorso anno e il marzo di questo, cominciarono ad attaccare i punti chiave dei processi economici venezuelani. Incoraggiati anche da alcuni errori che furono commessi nel sistema di cambio delle valute in Venezuela, errori che abbiamo corretto. Queste forze antibolivariane gradualmente hanno cominciato a colpire la fornitura dei prodotti che importiamo. Inoltre, per spiegare la difficile reperibilità di alcuni prodotti, si deve rilevare che il potere d’acquisto dei venezuelani ha continuato a salire. Abbiamo solo un 6 per cento di disoccupazione, e il salario minimo urbano qui è il più alto dell’America latina. Un altro punto importante riconosciuto dalla Fao [Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, nel suo acronimo in inglese], siamo il paese che ha fatto di più per combattere la fame. Tutto questo – è molto importante da tenere in conto – ha generato una capacità di consumo della popolazione, che sta crescendo ogni anno di oltre il 10 per cento. Il consumo cresce a un ritmo superiore alla capacità produttiva del paese e alla capacità dei meccanismi che abbiamo di rifornimento con le importazioni.

Il Comandante Chávez, l’ultima volta che ho parlato con lui personalmente, il 22 febbraio scorso, quando valutammo la situazione economica e parlammo della penuria, disse: “Si è scatenata una ‘guerra economica’ per approfittare della mia malattia e della sua gravità e per la possibilità che si arrivi a una elezione presidenziale. In questo caso, la borghesia cerca di creare circostanze economiche difficili per dare, con il supporto imperiale, il colpo di grazia alla Rivoluzione Bolivariana”.

Stiamo già uscendo fuori da queste circostanze. Al popolo venezuelano non è mai mancato il cibo. Mai. Vada in qualunque quartiere popolare, di quelli che ho conosciuto negli anni ottanta, dove i bambini morivano di fame, dove la gente mangiava una volta al giorno e qualche volta cibo buono per i cani… Il quartiere più umile che può trovare nel paese, non importa dove, si metta lì, apra la dispensa, e vedrà carne, riso, olio, latte… Il popolo ha la garanzia del cibo, e l’ha avuta nelle peggiori circostanze della “guerra economica” che ci hanno fatto. Non è mai mancata.

Per questo abbiamo la stabilità sociale e politica. Ora, questa guerra è molto diversa da quella di undici anni fa. A quel tempo veniva fuori il capo dei padroni, Carmona Estanga, e chiamava a uno sciopero generale. Veniva fuori il capo della vecchia burocrazia sindacale, Carlos Ortega, e chiamava allo sciopero. Ci mettevano la faccia, si assumevano la responsabilità del sabotaggio dell’economia e ci furono grandi carenze che quasi causarono un’esplosione sociale nel 2002-2003. Ora no. Ora c’è la “guerra silenziosa”, una “guerra soft”, una “diplomazia soft”, secondo gli ordini di di Washington. Nel 2002-2003, governava George W. Bush, che era brutale e diceva “io invaderò” e invadeva: “faremo cadere il tal governo”, e lo faceva cadere. Ora è tutto morbido, nascosto, e la destra fascistoide arriva sorridendo e dicendo: “Questo governo è incapace perché non può rifornire di prodotti”. Quando sono loro quelli che sono dietro a questo piano, con agenti internazionali in campo economico, per danneggiare il paese. Ma lo stiamo superando e ci stiamo vaccinando. In futuro, sarà per loro impossibile ricorrere a questi stessi meccanismi.

In economia, quale ruolo vede per il settore privato?

Storicamente, il settore privato ha poco sviluppo in Venezuela. Non c’è mai stata una borghesia nazionale. Il settore privato, in via principale, si è sviluppato quando si è scoperto, come un fattore molto più  legato alla appropriazione dei proventi petroliferi. Quasi tutte le grandi ricchezze della borghesia venezuelana sono legate alla manipolazione del dollaro, sia per importare i prodotti (la borghesia commerciale) che per appropriarsi della rendita e collocarla in conti di grandi banche all’estero. Quindi, in cento anni, non abbiamo avuto una borghesia produttiva come l’ha avuta il Brasile, per esempio, o l’Argentina. Ora è il momento in cui stiamo vedendo sorgere settori privati legati alla vera produzione di ricchezza per il paese.

Nel modello socialista venezuelano, il settore privato ha un ruolo da giocare nella diversificazione dell’economia. Da sempre, il Comandante Hugo Chávez ha favorito i rapporti con il settore privato, sia nella piccola, come nella media o grande impresa, ha favorito lo sviluppo di imprese miste e l’arrivo di capitale straniero. Esiste un pensiero economico, in Venezuela, per selezionare in quale area siano necessari investimenti esteri. Che capitale può venire e a quali condizioni. Per esempio: benché il nostro petrolio sia nazionalizzato, ci sono modi diversi che permettono investimenti nella Cintura dell’Orinoco, da parte di tutto il capitale mondiale; là ci sono aziende di tutto il mondo, imprese miste: il 40% capitale internazionale, il 60% Venezuela. Facciamo pagare le tasse dovute – in precedenza si pagava l’1 per cento, ora il 33. Il Venezuela offre tutte le garanzie costituzionali per ricevere il capitale internazionale.

Si manterrà il controllo del cambio?

Il controllo del cambio è un sistema di successo. Nel mese di febbraio, per difenderci da un attacco brutale contro l’economia e la moneta, abbiamo dovuto adeguare il bolívar (la moneta venezuelana, ndt). Il Venezuela può adottare questo tipo di cambio di cui abbiamo bisogno, perfezionandolo. Dobbiamo rafforzare la nostra moneta, vaccinarla contro gli attacchi speculativi e migliorare il sistema di gestione delle divise convertibili.

Lei mi ha parlato prima di “efficienza”. Che progressi ha constatato in materia di “efficienza”, in particolare nel campo dell’economia?

In primo luogo, un sostanziale miglioramento del sistema Cadivi (Comisión de Administración de Divisas), l’agenzia che gestisce i controlli del cambio in Venezuela; è davvero migliorato nei controlli preventivi, i controlli a posteriori e l’assegnazione di valuta estera agli operatori economici. Un altro elemento molto importante è stata la creazione di Sicad (Sistema Complementario de Administración de Divisas) un meccanismo d’asta che funziona perfettamente, ma al quale, in più, ha accesso il pubblico in generale. Chiunque può andare al Sicad. La gente comune può ottenere valute per la sua vita normale, senza dover passare attraverso nessuno sbarramento. Questi sono progressi concreti.

Ma abbiamo anche creato uno “stato maggiore” per la direzione dell’economia, guidato da Nelson Merentes, il vicepresidente delle finanze. Vi partecipano tutti i ministri dei settori economici. Ogni ministro deve sorvegliare, sostenere e guidare ogni elemento che viene prodotto in Venezuela. Abbiamo selezionato 58 aree chiave. Monitoriamo costantemente – fino a un ritmo giornaliero, ora è settimanale – come va la produzione di ciascuno di questi prodotti, quali investimenti sono necessari, quali sono gli ostacoli per la commercializzazione interna… In altre parole, stiamo realizzando un meccanismo chiave per governare l’economia. Così come si governa, a livello politico, un paese, bisogna governare l’economia. Soprattutto se ci si propone di costruire il socialismo.

Il capitalismo è il regno dell’anarchia, e quando c’è anarchia nell’economia governa chi ha più potere: il capitale finanziario. Oggi chi governa veramente in Europa? Il capitale finanziario. In Europa, il capitale finanziario sta smantellando lo stato sociale edificato dopo la seconda guerra mondiale. In Venezuela no, stiamo costruendo un governo economico per costruire il socialismo. A cosa dovrebbe servire l’economia? A garantire ai cittadini la salute, il cibo, l’alloggio, l’istruzione gratuita… A chi dobbiamo questi diritti universali? Alla Rivoluzione francese e all’Illuminismo, arrivati nelle nostre terre, tradotti nel meticciato latinoamericano dalla mano di Simón Rodríguez e difesi da Bolívar. Tutto questo è parte del patrimonio maggiore dell’umanità. Ma il capitale finanziario nega tutto questo.

In questi cento giorni di governo, la nostra impressione è che la principale crisi di politica estera che ha avuto il Venezuela è stata quella con la Colombia. Come sono attualmente i rapporti con Bogotà?

In questi cento giorni, siamo riusciti a consolidare tutto l’asse di relazioni strategiche, con lo scopo di costruire una nuova geopolitica regionale e di un nuovo sistema di forze per garantire la nuova indipendenza del continente. Le differenze con la Colombia sono state gestite, ovviamente, attraverso il dialogo. Abbiamo tracciato le linee di condotta per superarle. Confido nella parola del presidente Juan Manuel Santos, e spero che realizzeremo quello di cui abbiamo parlato. Ho fiducia che avremo un rapporto di convivenza pacifica e positiva tra due modelli: un modello socialista, di rivoluzione cristiana del XXI secolo, egualitario, di democrazia popolare, come quello del Venezuela, e un altro modello che non qualifico, ma che è diverso dal nostro. Siamo costretti a convivere come fratelli siamesi. Abbiamo dimostrato che si può convivere e si spera che i settori politici ed economici dominanti in Colombia e il presidente Santos al comando del governo, capiscano che la coesistenza e il rispetto sono essenziali per lo sviluppo dei nostri due paesi.

Come vanno i rapporti con Washington?

Vorrei dire, anzitutto, che Barack Obama è un presidente risultato dalle circostanze. Si tratta di una circostanza all’interno della classe dirigente degli Stati Uniti. Perché Obama arriva alla presidenza? Perché conveniva agli interessi del complesso militare-finanziario e delle comunicazioni che dirige gli Stati Uniti con un progetto imperiale. Chi conosca a fondo la storia della fondazione degli Stati Uniti e del loro espansionismo, riconoscerà che è il più potente impero che sia mai esistito, con un progetto di dominazione mondiale. Le élites degli Usa hanno eletto Obama in funzione dei loro interessi, e hanno raggiunto parte dell’obiettivo che si proponevano: far sì che il paese isolato, screditato, ossia gli Stati Uniti nell’era di George W. Bush, si trasformasse, grazie a Obama, in una potenza che possiede di nuovo capacità di influenza e di dominio. Vediamo il caso dell’Europa, soggetta ai dettami di Washington come mai prima.

Quel che è successo al presidente della Bolivia, Evo Morales, quando quattro Stati europei gli negarono l’accesso al proprio spazio aereo, è una dimostrazione gravissima di come, da Washington, vengono diretti i governi europei. Davvero molto sconcertante. Non so se i popoli europei ne siano informati, perché a volte, con il controllo della comunicazione che c’è, queste notizie vengono banalizzate e lasciate ai margini. Ma è molto grave. Obama è riuscito a far sì che l’Impero crescesse in influenza politica.

Gli Stati Uniti si stanno preparando per una nuova fase, che consiste nella crescita del dominio militare ed economico. In America latina, il progetto è quello di rovesciare i processi progressisti di cambiamento per farci tornare ad essere il loro cortile. Perciò stanno ritornando – con un altro nome – al progetto dell’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe), per dominarci economicamente e riprendere gli stessi metodi del passato. Guardi, sotto la presidenza di Obama: colpo di stato in Honduras diretto dal Pentagono; tentato colpo di stato contro il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, teleguidato dalla Cia; colpo di stato in Paraguay gestito da Washington per rimuovere il presidente Fernando Lugo… Che nessuno si illuda, se gli Stati Uniti vedessero che ci sono condizioni favorevoli, tornerebbero a riempire di oscurità e di morte l’America Latina.

Perciò il rapporto dell’amministrazione Obama con noi è schizofrenico. Pensano di poterci ingannare con la “diplomazia soft”, che ci lasceremo persuadere “dall’abbraccio della morte”. Noi lo abbiamo detto in modo molto chiaro: voi là con il vostro progetto imperialista, noi qui con il nostro progetto di liberazione. L’unico modo perché vi sia una relazione stabile e permanente è che ci rispettino. Perciò ho detto: “Tolleranza zero verso la mancanza di rispetto gringa e delle sue élites. Non lo tollereremo più”.

Se continuano ad attaccarci, risponderemo ad ogni aggressione con maggiore forza. Questo è il tempo della tolleranza zero.

Al recente vertice dell’ALBA, lei ha proposto una articolazione tra Alba, Mercosur e Petrocaribe. Una risposta per l’Alleanza del Pacifico, il blocco commerciale composto da Cile, Colombia, Messico e Perù?

No, è una necessità storica. Dobbiamo consolidare gli spazi economici che abbiamo conquistato. Mercosur ha vissuto una trasformazione molto positiva e ora, con l’ingresso del Venezuela, la prossima adesione della Bolivia e il possibile inserimento dell’Ecuador, il Mercosur comincia ad occupare uno spazio vitale in Sud America.

Petrocaribe è una meravigliosa realtà che ha permesso la stabilità energetica, economica, finanziaria e sociale, provenienti da 18 paesi dei Caraibi. L’ALBA è una avanguardia dove si sono condotti esperimenti economici, come il Sucre [Sistema Único de Compensación Regional]una unità di cambio latinoamericana, o la Banca dell’Alba, e di altri assaggi come le “società gran-nazionali”, che hanno acquisito esperienza e spazi.

Adesso è il momento di mettere in sintonia tutti gli spazi già conquistati per definire un nuovo modello economico; è il momento di unire questo vasto spazio Mercosur-Alba-Petrocaribe rappresenterebbe, ripeto, quasi la quarta economia mondiale, in un nostro spazio, e non del falso libero scambio. Perché il libero scambio è falso! Lei crede possibile la libera circolazione, nei mari, di uno squalo e di una sardina senza che lo squalo mangi la sardina? Impossibile. Il libero commercio equivale a cambiare pepite d’oro con specchietti, il sistema con il quale ci hanno colonizzato 500 anni fa. Dobbiamo consolidare una zona economica complementare, diversificata, sviluppata, con suoi meccanismi finanziari, monetari, e trasformarci in un potente blocco economico. E, a partire da lì, avere relazioni con Russia, India, Cina, Sud Africa; ridefinire le nostre relazioni commerciali ed economiche con l’Europa, gli Stati Uniti, in cui non torniamo più ad occupare il ruolo della colonia.

Come vede i rapporti con l’Unione Europea?

L’Unione Europea ha perso l’opportunità di diventare una grande potenza che rimettesse in equilibro il mondo. Tutti i popoli del mondo speravano che l’Unione europea fosse la forza di equilibrio del mondo. Ma a quanto pare non è così. Il capitale finanziario e i vecchi gruppi colonialisti delle élites che hanno guidato l’Europa per 300 anni, sembra che finiranno per imporsi sulla coscienza democratica e democratizzatrice della maggioranza dei popoli europei. Cosa desideriamo dall’Unione Europea? Che cambi la sua politica, che smetta di essere prona davanti a Washington, che si apra al mondo e veda l’America Latina come una grande opportunità per tornare a ripristinare lo stato sociale e per stabilire relazioni con noi di uguaglianza, di prosperità, di crescita. In modo naturale possiamo sviluppare un partenariato UE-America latina e Caraibi per lo sviluppo congiunto. Siamo pronti per questo. Comprendiamo perfettamente la cultura occidentale, siamo parte di essa, anche se abbiamo le nostre peculiarità meticce. Ma le élites europee non ci capiscono. Speriamo che questo venga superato.

Il presidente Chávez voleva fare del Venezuela un “paese potenza” in un “mondo multipolare”: continua ad essere questa la linea, in politica estera?

Certo. Nella sua breve vita, Chávez è riuscito non solo a riscattare Bolívar come idea, ispirazione e simbolo, ma lo ha trasformato in una strategia. Il Comandante è riuscito a far sì che, nel mondo, coesistano due modelli: il capitalista-neoliberista, e il modello bolivariano-indipendentista-chavista, per la giustizia, per il socialismo. In tutto il mondo oggi si stanno discutendo questi due progetti: il ritorno della egemonia unipolare dell’imperialismo statunitense, o il modello di un mondo multipolare e multicentrico.

Il Comandante Chávez ha configurato una politica di sviluppo su assi forza, su nuclei di forza, anelli di forza per smontare il mondo controllato dall’imperialismo. E soprattutto per costruire un nuovo sistema di relazioni internazionali. L’umanità non potrà esistere se non si sviluppa quella politica internazionale. L’altra possibilità è incrociare le braccia, e arrendersi al fatto che l’Impero riconquisti il mondo, torni a dominarlo e ci renda schiavi, più prima che poi. Non lo permetteremo.

[Questa intervista, realizzata il 31 luglio del 2013, è stata pubblicata nel numero di settembre della versione in spagnolo di Le Monde diplomatique. La traduzione dallo spagnolo è a cura di democraziakmzero.org]

L’Italia con i 5 cubani

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da Comitato Italiano per 5 cubani

In occasione del 15° anniversario d’ingiusta detenzione dei Cinque anti-terroristi cubani negli Stati Uniti, il Presidente dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, Sergio Marinoni, il Presidente del Comitato Italiano Giustizia per i Cinque, Haidi Gaggio Giuliani e l’Eurodeputato Gianni Vattimo, hanno scritto una lettera da sottoporre a tutti i Senatori e Deputati italiani.

La missiva ricorda il caso dei Cinque cubani in tutti i suoi aspetti ed in particolare sottolinea il muro di silenzio che circonda questa storia. In appoggio alla causa dei Cinque si sono espressi “Dieci Premi Nobel” e il loro caso è stato messo in evidenza dalla dichiarazione della “Commissione per le detenzioni arbitrarie dell’ONU”.

La Senatrice del Partito Democratico Daniela Valentini, appoggiando la richiesta dei firmatari si è resa subito disponibile ad informare i suoi colleghi Senatori e Deputati del Parlamento italiano e ha dato la sua disponibilità per la creazione di un inter-gruppo parlamentare a sostegno della causa dei Cinque cubani.

La Senatrice ha voluto farsi fotografare con il nastro giallo in solidarietà con i Cinque cubani.

La storia di Cuba, dal 1959 in poi, è stata segnata da atti di terrorismo perpetrati dagli ambienti anticastristi di Miami (e sostenuti dalle diverse amministrazioni statunitensi), che hanno causato distruzione e la morte di migliaia di persone, tra cui il giovane italiano Fabio Di Celmo.

Quindici anni fa, il 12 settembre del 1998, proprio a Miami, Florida, venivano arrestati cinque uomini cubani, il cui obiettivo era quello di raccogliere informazioni sui gruppi paramilitari e sulle attività della mafia cubano-americana, nel tentativo di prevenire altri atti di terrore e di aggressione contro la popolazione civile cubana.

L’accusa nei loro confronti è stata quella di aver messo in pericolo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America.

A nulla sono valse le testimonianze a favore dei Cinque, in sede processuale, di tre generali dell’esercito USA in pensione, di un ammiraglio, anch’esso in pensione, dell’ex consigliere del Presidente Clinton per gli affari cubani, in cui dichiaravano che i Cinque in nessun momento avevano avuto accesso, né avevano mai tentato di accedere a documenti segreti e sensibili per la sicurezza degli Stati Uniti d’America.

A nulla è valso il pronunciamento del Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulle Detenzioni Arbitrarie, in cui si definisce arbitraria la privazione della libertà dei 5 uomini cubani e si esorta il governo degli Stati Uniti a prendere le misure necessarie per correggere tale arbitrarietà.

A nulla è valso l’appello, in cui si chiedeva la revisione del processo che condannava i Cinque ad ergastoli e pene durissime, firmato da 10 Premi Nobel, dall’ex Commissaria per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, dal plenum del Senato del Messico, da centinaia di parlamentari di 9 Paesi e da organizzazioni dei Diritti Umani di tutto il mondo.

In questi 15 anni di detenzione, i Cinque hanno dovuto sopportare condizioni carcerarie molto dure. Spesso gli è stata negata una corretta attenzione medica. Ad alcuni di loro non è mai stato permesso d’incontrare i loro cari, mentre i familiari a cui è stato concesso un colloquio, hanno dovuto aspettare anni prima che gli organi competenti statunitensi gli dessero l’ok. 

Oggi uno dei Cinque, René González, è riuscito a tornare a Cuba, ma gli altri 4 cubani permangono nelle carceri statunitensi, pagando un prezzo altissimo per aver cercato di difendere il loro Paese dal terrorismo che gli Stati Uniti vogliono combattere nel resto del mondo, ma che non sembra vogliano perseguire quando proviene dal loro stesso territorio.

Nel silenzio quasi assoluto dei grandi organi d’informazione, chiediamo attenzione e giustizia per il caso dei Cinque.

SERGIO MARINONI – Presidente Associazione Nazionale di Amicizia             

GIANNI VATTIMO – Europarlamentare              

HAIDI GAGGIO GIULIANI – Presidente Comitato Italiano Giustizia per i Cinque    

Copia di DSCN1066Militanti dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, Circolo Julio Antonio Mella, Circolo di Roma, dell’Associazione La Villetta per Cuba, del Comitato Fabio Di Celmo e delle Associazioni Mundo Cubano y Angulo Cubano hanno organizzato un flash mob di fronte all’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma.

I partecipanti all’atto, hanno appeso al grande albero che si trova proprio davanti alla sede diplomatica statunitense, un grande nastro giallo, per ricordare l’ingiusta detenzione che da 15 anni subiscono i Cinque anti terroristi cubani. Inoltre, di fronte alla sede dell’Ambasciata USA, i dimostranti hanno legato decine di fiocchetti gialli.

Los militantes de la Asociación Nacional de Amistad Italia-Cuba, Círculo Julio Antonio Mella, Circulo de Roma, la Asociación La Villetta para Cuba, el Comité Fabio Di Celmo y las Asociaciones Mundo Cubano y Angulo Cubano han organizado un flash mob frente a la Embajada de EE.UU.  en Roma.
 
Los participantes  colgaron en el  grande árbol que está justo en frente de la embajada de EE.UU., una gran cinta amarilla para conmemorar la injusta detención que sufren desde15 años  los Cinco antiterroristas cubanos.
 
Asimismo, en frente de la sede de la Embajada de EE.UU., los manifestantes han pegado decenas decintas amarillas.

[Si ringranzia per la segnalazione Marco Papacci]

Presidente Maduro: «Non dobbiamo dimenticare gli attacchi del fascismo contro il popolo»

Presidente Nicolás Maduro:  “No debemos olvidar los ataques del fascismo contra el pueblo”da DiarioVEA 

La marcia contro il fascismo e in memoria del Presidente martire del Cile, Salvador Allende, realizzata ieri dal popolo venezuelano a Caracas, è stato un evento importante perché migliaia di uomini e donne hanno riempito le strade con la loro presenza per dimostrare la loro opposizione al fascismo ed esprimere il proprio sentimento anti-imperialista, per rendere omaggio al leader della Unidad Popular, rovesciato da un sanguinoso colpo di stato l’11 settembre del 1973, dai fascisti cileni comandati da Augusto Pinochet con l’appoggio palese degli Stati Uniti.

La grande marcia ha mostrato anche la capacità di mobilitazione del popolo, poiché essa è stata convocata in sole 48 ore, dal pomeriggio di lunedì, quando il leader Diosdado Cabello, primo Vice Presidente del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), attraverso una telefonata da Barquisimeto (Lara), ha invito il popolo a marciare contro il fascismo e in omaggio a Salvador Allende.

Il presidente Nicolas Maduro ha preso la parola al termine della marcia. Ha ricordato come settori nemici del popolo e del progetto di Unidad Popular stavano preparando le condizioni per la destabilizzazione del governo. I mezzi di comunicazione guidati dal quotidiano El Mercurio, imprenditori, settori della Chiesa, trasportatori e persino traditori della sinistra stessa comprati dalla destra, parteciparono attivamente, insieme con l’ambasciata degli Stati Uniti, al golpe contro Allende.

Il fascismo attacca il governo bolivariano dal 1998

Il presidente Maduro poi si è riferito alla modalità di azione del fascismo nei paesi che diventano obiettivo dei suoi attacchi. Nel caso venezuelano, ha ricordato che dal momento stesso del trionfo del comandante Hugo Chávez nel 1998, il fascismo interno e l’imperialismo statunitense diedero inizio alle azioni contro il Governo e la Rivoluzione Bolivariana.

Il primo sciopero generale convocato nel dicembre 2001, dalla Federación de Cámaras y Asociaciones de Comercio y Producción (FEDECÁMARAS) e dalla Confederazione dei lavoratori del Venezuela (CTV); il colpo di stato dell’11 aprile 2002; la rivolta dei militari in piazza Francia de Altamira, nell’ottobre dello stesso anno; la criminale serrata petrolifera del 2 dicembre 2002, durata 63 giorni, fino al principio del febbraio 2003; i 200 paramilitari catturati in El Hatillo (Miranda) con l’intento di assassinare il Presidente Chávez a Miraflores, sono stati alcuni degli episodi menzionati dal Presidente. 

In seguito il capo dello stato ha lanciato un monito a non dimenticare, perché in questo modo la destra fascista non potrà mai approfittarne e ingannare il popolo.

Inoltre, ha tributato un riconoscimento alla Forza Armata Nazionale Bolivariana (FANB) per la sua condotta patriottica e rivoluzionaria. «La nostra Forza Armata è socialista, antimperialista; ama il popolo, perché riconosce che le armi della Repubblica esistono per difendere il popolo, la sovranità, la pace e la giustizia», ha dichiarato. «La Forza Armata non tollererà mai nessun Pinochet, e io non ho intenzione di permettere che questa destra fascista torni a governare la nostra patria».   

[Trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Fabrizio Verde]

 

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