Siria, la demonizzazione preventiva

di Diego Fusaro

lospiffero.com, 26.08.2013 

L’opera di demonizzazione preventiva è sempre la stessa. La si ritrova, ugualmente modulata, su tutti i quotidiani e in tutte le trasmissioni televisive, di destra come di sinistra. In quanto totalitario, il sistema della manipolazione organizzata e dell’industria culturale occupa integralmente la destra, il centro e la sinistra. Il messaggio dev’essere uno solo, indiscutibile. Armi chimiche, armi di distruzione di massa, violazione dei diritti umani: con queste accuse, la Siria è oggi presentata mediaticamente come l’inferno in terra; per questa via, si prepara ideologicamente l’opinione pubblica alla necessità del bombardamento, naturalmente in nome dei diritti umani e della democrazia (la solita foglia di fico per occultare la natura imperialistica delle aggressioni statunitensi).

  Alla demonizzazione preventiva come preambolo del “bombardamento etico” siamo abituati fin dall’inizio di questa “quarta guerra mondiale” […]. Successiva ai due conflitti mondiali e alla “guerra fredda”, la presente guerra mondiale si è aperta nel 1989 ed è di ordine geopolitico e culturale: è condotta dalla “monarchia universale” – uso quest’espressione, che è di Kant, per etichettare la forza uscita vincitrice dalla guerra fredda – contro the rest of the world, contro tutti i popoli e le nazioni che non siano disposti a sottomettersi al suo dominio.

Iraq 1991, Jugoslavia 1999, Afghanistan 2001, Iraq 2004, Libia 2011: queste le principali fasi della nuova guerra mondiale come folle progetto di sottomissione dell’intero pianeta alla potenza militare, culturale ed economica della monarchia universale. 

La Siria è il prossimo obiettivo. L’apparato dell’industria culturale si è già mobilitato, diffamando in ogni modo lo Stato siriano, in modo da porre in essere, a livello di opinione pubblica, le condizioni per il necessario bombardamento umanitario. Il presidente statunitense Obama non perde occasione per presentare la Siria come il luogo del terrorismo e delle armi di distruzione di massa, in modo che l’opinione pubblica occidentale sia pronta al bombardamento del nemico. 

La provincia italiana – colonia della monarchia universale – ripete urbi et orbi il messaggio ideologico promosso dall’impero. È uno spettacolo vergognoso, la prova lampante (se ancora ve ne fosse bisogno) della subalternità culturale, oltre che geopolitica, dell’Italia e dell’Europa alla potenza mondiale che delegittima come terrorista la benemerita resistenza dei popoli e degli Stati che non si piegano al suo barbaro dominio.  

Il primo passo da compiere, per legittimare l’invasione imperialistica camuffata da interventismo umanitario, resta la reductio ad Hitlerum di chi è a capo degli Stati da invadere, non a caso detti rogue States, “Stati canaglia” (in una totale delegittimazione a priori della loro stessa esistenza): da Saddam Hussein a Gheddafi, da Chávez ad Ahmadinejad, la carnevalata è sempre la stessa. Vengono ridotti a nuovi Hitler e a nuovo nazismo tutte le forze che non si pieghino al nomos dell’economia di cui è alfiere la monarchia universale.

Del resto, l’invenzione mediatica di sempre nuovi Hitler sanguinari si rivela immancabilmente funzionale all’attivazione del “modello Hiroshima”, ossia del bombardamento legittimato come male necessario. Dove c’è un Hitler, lì deve esserci anche una nuova Hiroshima. L’ideologia della pax romana costituisce una costante del corso storico. Ogni impero qualifica come pace la propria guerra e delegittima come terrorismo e barbarie quella dei resistenti. Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant: il vecchio adagio di Tacito non è mai stato tanto attuale.

La reductio ad Hitlerum si accompagna pressoché sempre all’impiego ideologico del concetto di umanità come titolo volto a giustificare – come già sapeva Carl Schmitt (cfr. Il concetto del politico) – l’ampliamento imperialistico. La guerra che si autoproclama umanitaria serve non solo a glorificare se stessa, ma anche a delegittimare il nemico, a cui è negata in principio la qualità stessa di uomo. Contro un nemico ridotto a Hitler e a essere non umano, il conflitto può allora essere spinto fino al massimo grado di disumanità, in una completa neutralizzazione di ogni dispositivo inibitorio di una violenza chiamata a esercitarsi in forma illimitata. Vale la pena di leggere il profetico passo di Schmitt: «Un imperialismo fondato su basi economiche cercherà naturalmente di creare una situazione mondiale nella quale esso possa impiegare apertamente, nella misura che gli è necessaria, i suoi strumenti economici di potere, come restrizione dei crediti, blocco delle materie prime, svalutazione della valuta straniera e così via. Esso considererà come violenza extraeconomica il tentativo di un popolo o di un altro gruppo umano di sottrarsi agli effetti di questi metodi “pacifici”».  

È questa l’essenza dell’odierna “quarta guerra mondiale”, puntualmente dichiarata contro i popoli che aspirano a sottrarsi all’imperialismo statunitense (e subito dichiarati terroristi, assassini, nemici dei diritti umani, “Stati canaglia”, ecc.).

In coerenza con la destoricizzazione tipica del nostro presente, l’epoca che si colloca sotto lo slogan dell’end of history, la dimensione storica viene sostituita, a livello di prestazione simbolica, ora dallo scontro religioso tra il Bene e il Male (identificati rispettivamente con l’Occidente a morfologia capitalistica e con le aree del pianeta che ancora resistono), ora dal canovaccio della commedia che, sempre uguale, viene impiegato per dare conto di quanto accade sullo scacchiere geopolitico: il popolo compattamente unito contro il dittatore sanguinario (Assad in Siria), il silenzio colpevole dell’Occidente, i dissidenti “buoni”, cui è riservato il diritto di parola, e, dulcis in fundo, l’intervento armato delle forze occidentali che donano la libertà al popolo e abbattono il dittatore mostrando con orgoglio al mondo intero il suo cadavere (Saddam Hussein, Gheddafi, ecc.).  

Seguendo penosamente l’ideologia dominante, la sinistra italiana continua a rivelare, anche in questo, una subalternità culturale che farebbe ridere se non facesse piangere: da “L’Unità” a “Repubblica” l’allineamento con l’ideologia dominante è totale (ed è, per inciso, un’ulteriore prova a favore della tesi circa l’ormai avvenuta estinzione della dicotomia tra una destra e una sinistra perfettamente interscambiabili, composte da nietzscheani “ultimi uomini”). La parabola che porta dall’immenso Antonio Gramsci a Massimo D’Alema è sotto gli occhi di tutti e si commenta da sé. 

Secondo questa patetica commedia, tutti i mali della società vengono imputati al feroce dittatore di turno (sempre identificato dal circo mediatico con il nuovo Hitler: da Saddam a Gheddafi, da Ahmadinejad a Chávez), che ancora non si è piegato alle sacre leggi di Monsieur le Capital; e, con movimento simmetrico, il popolo viene mediaticamente unificato come una sola forza che lotta per la propria libertà, ossia per la propria integrazione nel sistema della mondializzazione capitalistica.  

Come se in Siria o a Cuba vi fossero solo dissidenti in attesa del bombardamento umanitario dell’Occidente! Come se la libertà coincidesse con la reificazione planetaria e con la violenza economica di marca capitalistica! Tra i molteplici esempi possibili, basti qui ricordare quello della blogger cubana Yoani Sánchez, ipocritamente presentata dal circo mediatico come se fosse l’unica voce autentica della Cuba castrista, la sola sostenitrice dell’unica libertà possibile (quella della società di mercato) dell’intera isola cubana! 

L’aggressione imperialistica della monarchia universale può trionfalmente essere salutata come forma di interventismo umanitario, come gloriosa liberazione degli oppressi, essi stessi presentati come animati da un’unica passione politica: l’ingresso nel regime della produzione capitalistica e la sottomissione incondizionata alla monarchia universale.  

La Siria, come si diceva, è uno dei prossimi obiettivi militari della monarchia universale. È, al momento, uno dei pochi Stati che ancora resistono alla loro annessione imperialistica all’ordine statunitense. E questo del tutto a prescindere dalla politica interna siriana, con tutti i suoi limiti lampanti, che nessuno si sogna di negare o anche solo di ridimensionare.  

Con buona pace di Norberto Bobbio e di quanti, dopo di lui, si ostinano a legittimate le guerre “umanitarie” occidentali, la sola guerra legittima resta, oggi, quella di resistenza contro la barbarie imperialistica. Per questo, con buona pace del virtuoso coro politicamente corretto, addomesticato e gravido di ideologia, senza esitazioni occorre essere solidali con lo Stato siriano e con la sua eroica resistenza all’ormai prossima aggressione imperialistica. 

La Siria, come Cuba e l’Iran, è uno Stato che resiste e che, così facendo, insegna anche a noi Occidentali che è possibile opporsi all’ordine globale che si pretende destinale e necessario. Diventa, allora, possibile sostenere degli Stati resistenti quanto Fenoglio, nel Partigiano Johnny, asseriva a proposito dei partigiani (anch’essi eroi della resistenza, come oggi i rogue States): “ecco l’importante: che ne restasse sempre uno”. 

[Si ringrazia Gabriele Melendugno per la puntuale segnalazione]

Sucre voleva andare a La Havana

di Gil Ricardo Salamé Ruiz*

da argenpress.info – Domenica 4 agosto 2013 

Il 9 dicembre 1824, una volta liberata l’America ad Ayacucho (Perù), Sucre si ritrovò con un esercito di oltre otto mila uomini che presto sarebbero rimasti senza lavoro. Probabilmente gli tornò in mente quanto era accaduto all’esercito inglese e francese dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo, molti dei soldati e degli ufficiali di quelle truppe diventarono mercenari.

È risaputo come una gran parte dei soldati dell’esercito irlandese fu arruolata a Londra da López Méndez per entrare a far parte dei battaglioni di patrioti in lotta contro gli spagnoli e, addirittura, si formò un battaglione composto nella sua quasi totalità da irlandesi e britannici. Questo battaglione fu il famoso Rifles il cui primo comandante si chiamava James Rooke. Arthur Sandes (1) fu nominato comandante del Rifles in un secondo tempo. Tra i tanti emigranti irlandesi che arrivarono in Venezuela, c’era Daniel Florencio O’Leary, segretario di Simón Bolívar e più tardi di Antonio José de Sucre. Tornando a ragionare sulle cause che fecero pensare al Grande Maresciallo di Ayacucho di voler liberare Cuba c’era solo quella summenzionata; per di più Sucre sapeva di avere tra le mani l’esercito più forte esistente in America, molto ben attrezzato e non gli sarebbe costato nulla sconfiggere gli spagnoli a Cuba, giacché si raccontava che la sua milizia possedeva un grande spirito patriottico. Anche perché Sucre come Comandante in capo delle sue truppe aveva perso unicamente una battaglia, quella di Guachi (Ecuador), perché non ascoltò gli ordini del Generale Mires, suo Secondo comandante, di restare in attesa per caricare. Antonio José de Sucre amava combattere per la libertà dei popoli, quello era il suo maggiore anelito e la sua maggiore gloria. L’8 marzo 1825 dal suo Quartiere Generale sito a La Paz scrisse al Segretario di Stato dell’Ufficio di Guerra:

 

Signor Segretario,

 

Anche se immagino che Sua Eccellenza il Libertador ha già scritto al governo di Colombia per sapere cosa si dovrà fare con il nostro esercito dopo aver completato la campagna del Perù, è mio dovere chiedere a S. E., cosa ha deciso il vicepresidente in merito.

Fra quattro mesi avrò a disposizione questo esercito e sarà già pronto per partire, con questi elementi il supremo governo può cominciare a esaminare la rotta da intraprendere. Non vorrei che passasse come un’insolenza quando assicuro a V.S. che questo è un esercito capace di tutto: è sottoposto a un regime di organizzazione, di ordine, un sistema di economia e d’istruzione che, sinceramente, credo non si differenzi da quello degli eserciti europei.

Non saprei dire se tra i suoi interessi Colombia coltivi anche quello di compiere una spedizione verso La Havana: ma mi permetto di segnalarle che se così fosse, sarebbe il caso avere qualche elemento della marina per proteggerla.

 

Questo è un frammento della lettera che Sucre scrisse al Segretario di Stato dell’Ufficio di Guerra. In essa si osserva la volontà infrangibile del guerriero; e c’è dell’altro, in diverse lettere che scrisse al Libertador, affermava che La Havana rappresentava un buon obiettivo su cui pensare. Il 7 giugno 1825 ripropose lo stesso pensiero al colonnello O’Conner nei seguenti termini:

 

Dio voglia che il governo della Colombia apra un contenzioso con La Havana. Personalmente le posso confermare che qui nel Potosí provo una sensazione di vuoto che non mi consente un sol giorno di tregua.

 

Sucre, il 28 luglio 1825 si rivolge a Bolívar da La Paz:

 

Non vedo l’ora che il Messico si comprometta con la spedizione verso La Havana. Ma ho pensato che su questo fatto Lei abbia desistito, giacché solo si preoccupa di spedire le nostre truppe verso il Venezuela. Insomma, presto mi saprà dire cosa si farà di questa bella e ambita spedizione.

 

Il 20 settembre 1825 Sucre scrive a Bolívar da Chuquisaca:

 

Dimenticavo dire che se si decide di organizzare la spedizione verso La Havana può fare affidamento sul battaglione e lo squadrone boliviani, avvertendolo con anticipo per bene equipaggiarli …; personalmente m’incaricherò di portare due eccellenti corpi come Lei lo richiede.

 

In un’altra lettera assicurava:

 

[…] la spedizione a La Havana; non solo la accetto per svariati motivi di gratitudine verso di Lei e per la gloria, ma soprattutto perché la anelo. Credo che questa spedizione serva nello stesso tempo agli interessi di Colombia e dell’America e particolarmente me, perché mi gioverà, giacché mi tirerà fuori dalla difficile posizione in cui mi hanno cacciato i compromessi involontari di comandare questi popoli (Sucre ricopriva la carica di presidente della Bolivia). Ho letto con molto piacere questa lettera d’invito, ma già in quella del 18 Lei non fa alcuna menzione della spedizione, il che mi ha rattristato.

 

In quello stesso anno 1826, il 27 aprile, scrive al generale Páez:

 

Recentemente da Ayacucho il nostro esercito ha offerto al Governo di occuparsi della libertà di La Havana, ma sia perché non si abbia i mezzi pecuniari per sostenere una nuova campagna, sia perché conviene agli interessi di Colombia di non entrare nel merito del problema, giacché creerebbe degli imbarazzi, il fatto è che il governo ha solo risposto porgendo le grazie. Il nostro esercito ha una brillante organizzazione per quanto concerne la disciplina, l’ordine, la sistematicità e, soprattutto, uno spirito nazionale e militare che lo rende molto forte. Sarebbe in grado di affrontare qualsiasi impresa degna delle sue armi.

 

Il Grande Maresciallo di Ayacucho aveva tutto predisposto per la sua spedizione verso La Havana, compreso il finanziamento della stessa. Aveva anche previsto di presentare richiesta di un prestito che, dopo aver liberato l’isola dagli spagnoli, Cuba si sarebbe impegnata a restituire (2). Per inviare le truppe a Cuba, scrisse al Libertador: […] non solo ci andrà il generale Córdoba, ma anch’io e tutti quanti andremo insieme con Lei (3). Ma per quella spedizione era imprescindibile che il Cile fornisse le navi in eccedenza di cui era dotato.

Bolívar non rispose alla lettera di Sucre e smise di parlare sui piani di liberazione di Cuba, dato che si accorse che al Cile l’idea della spedizione non interessava e, per questa ragione, non era più possibile fare affidamento alle navi che sarebbero servite per la stessa. Cuba non si liberò dagli spagnoli fino al 1898 e gli americani la occuparono per un breve tempo fino al 1902. Invece Puerto Rico, unica nazione che non ingaggiò una battaglia per la propria indipendenza, fu consegnata agli americani dopo la guerra tra Spagna e Stati Uniti e dal 1898 forma parte di quest’ultima nazione.

 

(*) il 26 luglio 2013 a Santiago de Cuba si celebrano i sessanta anni dell’assalto al Quartiere Moncada da parte del comandante Fidel Castro e i suoi guerriglieri. Voglio rendere omaggio a tutto il popolo cubano che lotta per il socialismo con la presentazione di questo capitolo del mio libro Sucre, oltre il combattente.

 

*Gil Ricardo Salamé Ruiz è storico ed economista.

 

Note:

 

(1)  Il quartiere che porta il nome di Arturo Sandes nella Casona a Caracas (dimora presidenziale –N.d.T.-), per qualche ragione sconosciuta ha il cognome scritto in modo errato, nella targa commemorativa si legge: “Sandez” con z finale.

(2)  O’Leary, Daniel Florencio, ibidem, Volume I, p.393.

(3) Archivio di Sucre, op. cit., Vol. X, p. 363.

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Vincenzo Paglione]

I video caricati prima del “fatto” e la foto usata in Egitto e in Siria

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Tratto da Voltairenet

Qui sotto troverete i video, diffusi in rete prima che avvenissero i fatti denunciati e, addirittura, una fotografia utilizzata sia in Egitto, per denunciare i massacri dell’esercito, che in Siria per denunciare i massacri col gas. Una sfacciataggine da non credere, eppure basta guardare le foto qui sotto. Sono le stesse. Pochi giorni, forse poche ore ci separano dalla guerra. Una guerra ostinatamente voluta da USA, GB e Francia che, dopo la sconfitta sul campo dei loro tagliagole, vogliono intervenire direttamente per liquidare Assad, alzando la posta in gioco ed esponendo il mondo intero a un conflitto drammatico che ha buone probabilità di degenerare in una guerra mondiale. Ci scusiamo per la traduzione di quanto segue, che è palesemente imperfetta ma si capisce lo stesso. Perfettamente. Ed è agghiacciante.

di Gianni Fraschetti

Secondo l’Esercito siriano libero, le autorità siriane hanno bombardato la ghoutta, un sobborgo di Damasco, con il gas sarin,Questo annuncio è stato subito commentato da parte delle autorità tedesche, inglesi e francesi che hanno chiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza in modo che gli osservatori delle Nazioni Unite può essere consentito di indagare. Tutte queste informazioni vengono rilevate dai media atlantisti come una certezza, il condizionale essendo formalmente impiegato per consentire gli investigatori il tempo di segnalare la prova in Occidente. Questa operazione di propaganda è grottesco: come tutti possono osservare su YouTube, la prova video del massacro del 21 agosto essendo stato pubblicato da il conto “Majles Rif.” … il giorno prima, il 20 Agosto. Su questi video, scioccante in un primo momento, si rileva rapidamente una configurazione: i bambini feriti appaiono sparuto o drogato, non hanno i genitori che li accompagnano. I ragazzi sono spesso nudi, mentre le ragazze sono tutte vestite. Non vediamo alcuna struttura ospedaliera, nemmeno un clandestino, tranne schermi e sacche di siero.

Alcune fotografie erano già state distribuite dai media atlantisti per accusare l’esercito egiziano di un massacro in un campo dei Fratelli Musulmani al Cairo.

Dall’alba e per tutta la giornata il Mercoledì, 21 agosto l’esercito arabo siriano ha bombardato le posizioni dell’esercito siriano libero che sono stati raggruppati in ghoutta sud-orientale (la fascia di agricoltura di sussistenza per la capitale). La zona di combattimento è stata evacuata dalla popolazione civile diversi mesi fa. Sembra che le perdite siano state considerevoli per gruppi jihadisti. Non c’era alcun uso di gas.

Le autorità russe hanno denunciato una campagna di propaganda pianificata in anticipo, come dimostra l’unanimità dei media atlantici che hanno tutti diffuso all’unisono la versione dell’Esercito siriano libero, senza alcuna verifica. Le autorità iraniane hanno sottolineato che l’uso di armi chimiche da parte della Siria in questo tipo di guerra era assurda e ingiustificata dato i suoi attuali successi militari e la presenza a Damasco di un folto numero si ispettori delle UN.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione.

Nel 2003, gli Stati Uniti avevano usato il possesso e l’uso di gas asfissianti come scusa per attaccare l’Iraq. Il Segretario di Stato Colin Powell aveva brandito una bottiglia di gas liquefatto prima del Consiglio di sicurezza e utilizzato una presentazione in PowerPoint per sostenere le sue affermazioni. In ultima analisi, ha riconosciuto, dopo la distruzione dell’Iraq, che tutte le prove erano false e che aveva mentito a tutta la comunità internazionale.

[Traduzione di Roger Lagasse, si ringrazia Lenardo Landi per la puntuale segnalazione]

Intervista a mons. Giuseppe Nazaro, ex vicario apostolico di Aleppo

da laperfettaletizia.com

Torna la minaccia delle armi chimiche

Il giudizio di Nazaro è chiaro: per capire cosa realmente succede in Siria bisogna prima fare chiarezza sulle dinamiche dei rapporti tra Occidente e il Medio Oriente

di Patrizio Ricci
Mons. Giuseppe Nazaro, francescano, già Vicario Episcopale per la zona del Cairo e dell’Alto Egitto e poi vicario apostolico di Aleppo, a ragione può essere considerato un profondo conoscitore della realtà siriana e mediorientale. Il suo punto di vista è inequivocabile: l’Occidente sta vivendo al suo interno una grave crisi economica e morale e sta palesando invece all’esterno un’idea distorta di progresso; tutto ciò in Siria si riverbera nell’incapacità di capire che la pace non si ottiene con la guerra.
D – L’intervento occidentale in Siria sembra di nuovo imminente: nonostante abbia negato, il governo siriano è accusato di aver usato armi chimiche. L’avrebbe fatto proprio a Damasco, dove gli ispettori Onu cercano la ‘pistola fumante’. È così o ci sfugge qualcosa? 
R – Io ritengo che il Consiglio Europeo non abbia diritto ad intervenire per la semplicissima ragione che in tutto quello che è successo fino ad oggi l’Europa è fortemente coinvolta. L’Europa dovrebbe essere la meno titolata a parlare sia perché ha armato quella gente, sia perché fino ad oggi ha preso delle cantonate (ndr: le stragi di civili, avvenute in prossimità di ogni iniziativa di mediazione internazionale, si sono sempre rivelate ‘false flag’). L’Europa ha portato avanti esclusivamente un certo discorso senza mai voler guardare nell’altro campo cosa c’è. 

D – Quali sono le ragioni per cui l’Europa appoggia i ribelli? 

R – Secondo me (e posso sbagliarmi) l’Europa ha sposato la causa del commercio e in base a questo prende le sue decisioni. Adesso la situazione che c’è in Siria chi l’ha voluta? Chi l’ha patrocinata e chi la sostiene? In questi giorni i paesi del Golfo stanno sostenendo la causa dell’esercito egiziano, perché bisogna che combattano i terroristi: sono le notizie che ci dà la televisione italiana. Ebbene questi stessi paesi combattono Assad e sostengono i terroristi che sono in Siria. Allora, com’è possibile questa contraddizione? 

D – E’ credibile che Assad abbia usato le armi chimiche a Damasco? 

R – A mio avviso l’utilizzo delle bombe chimiche è tutto da provare. Se sono state utilizzate, non è certo chi le abbia gettate. Qualche tempo fa, un grosso sostenitore della ribellione siriana ha dichiarato ed ha scritto che se i terroristi fossero riusciti ad avere le armi chimiche avrebbero potuto usarle tranquillamente per lo scopo finale (ndr, la caduta di Assad). Perciò non è escluso che potrebbe venir fuori proprio lo scenario immaginato da questo personaggio che oggi si dice sia in mano ai terroristi: si gettano le armi chimiche, arrivano gli ispettori dell’Onu e s’incolpa il governo. 

D – Come pensa si evolverà la situazione?

R – Il governo è già stato incolpato, c’è stata già la condanna finale da parte del ‘mondo’ e da parte dei mezzi di comunicazione: Al Jazeera e Al Arabiya hanno già stabilito chi sia il colpevole e con quello che loro dicono si è ‘aggiustata’ l’informazione. A questo punto, a mio avviso, dobbiamo riflettere tutti: chi stiamo sostenendo noi? Le cose stanno in questo modo, oppure come loro vogliono farle apparire, oppure ancora ci stanno prendendo in giro? Ma attenzione: è nel DNA del potere non rivelare quello che è e quello che pensa per poter fare poi ciò che vuole. Ci sono vie traverse per raggiungere un obiettivo. Oggi si sta giocando la carta del ‘fine giustifica i mezzi’. È il machiavellismo totale.

D – Ma non sono libertà e democrazia il fine della cosiddetta ‘opposizione armata’?

R – All’origine del dramma siriano c’è una guerra tra gruppi religiosi. I Paesi del Golfo stanno sostenendo l’Egitto perché è sunnita. Allora se la Fratellanza Mussulmana, come ci dicono, dovesse prendere il potere, non si fermerebbe là, andrebbe avanti contro di loro. È per questo che le potenze del Golfo si sentono minacciate . Ecco, questa è la ragione per cui oggi sostengono l’Egitto e combattono il governo siriano. 

D – Non sta avvenendo una primavera siriana quindi…

R – Per come io la conosco, la Siria era già il paese islamico più democratico di tutto il Medio Oriente.

D – Di questo purtroppo però non se ne parla, non tutti sanno queste cose… 

R – No! Non è che non lo sanno, non lo vogliono sapere. Guardi che non c’è più cieco di chi non vuol vedere e non c’è più sordo (o ignorante) di chi non vuol sentire (o ascoltare). È questa la situazione che noi abbiamo provato a combattere. Tutti siamo bravi a decidere sulla pelle altrui, perché non ci siamo in mezzo. Bisogna trovarsi là: ad esempio, quando l’esercito ha aperto il varco da Aleppo per far defluire la gente assediata da giorni, i terroristi hanno preso di mira i pullman, hanno fatto il tiro a segno sui pullman pieni di civili, li hanno bloccati e sequestrati, hanno lasciato la gente in mezzo alla strada senza nulla, come dire ‘arrangiatevi, fate quello che volete’. Nessuno ha parlato di questo, nessun governo, nessun giornale, radio o televisione ha parlato di questi fatti. È esattamente questa la questione: tutta l’informazione fornita è informazione voluta in un dato modo, volutamente destabilizzante. Cosicché poi chi detiene il potere può fare come vuole. Questa è un’immoralità, portata avanti fino ad oggi. Per questo io dico: che l’occidente se ne stia fuori. Non armi nessuno. Le armi a questi signori non gliele ho date mica io o lei… gliele hanno date proprio questi governi che oggi pretendono di intervenire.

D – È un controsenso evidente; strano però che non si colga il paradosso e che si continui a dire che si agisce per la libertà dei popoli e per creare un futuro migliore all’umanità…

R – Non è un controsenso, perché tutti pensano solo alla spartizione finale della torta… Per creare la libertà dei popoli prima di tutto bisogna conoscere i popoli, conoscere la loro psicologia, la loro mentalità, il loro credo. Se non si conosce, è inutile intervenire negli affari altrui con il pretesto di risolvere i problemi: aumentiamo solo i guai. Posso sbagliarmi (e spero di sbagliarmi) ma mi sembra che si stia cercando di attirare l’attenzione sul vicino per distrarre l’attenzione su ciò che succede a casa propria… 

D – Cosa si dovrebbe fare? 

R – Ognuno dovrebbe occuparsi di casa propria e farsi un esame di coscienza per quello che si è fatto e per come si è agito. Ammesso che si abbia una coscienza, perché ormai è in dubbio anche questo. Perché è veramente ingiusto sacrificare un popolo per i miei interessi… Non posso distruggere una civiltà per portare avanti la ‘mia’ civiltà. La civiltà che noi stiamo distruggendo in Siria e in Egitto in passato ci ha insegnato molto… quanto dipendiamo da quella civiltà! È evidente che l’Occidente è in una grave crisi e c’è una visione distorta dell’uomo: noi stiamo praticamente distruggendo le basi di noi stessi.[Si ringrazia Leonardo Landi per la puntuale segnalazione]

Anwar Raja: «Difenderemo la Siria»

Foto: Anwar Raja, portavoce del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale PFLP-GC Damasco:"Gli interessi regionali di coloro che partecipano a un'aggressione contro la Siria saranno bersagli legittimi”."Se un attacco verrà lanciato contro la Siria, sarà diretto contro di noi.Siamo al fianco della Siria nella stessa alleanza politica della resistenza", ha detto Raja, facendo riferimento a una posizione comune contro Israele."Se ci sarà la guerra saremo al fianco di Siria.""Coloro che si astengono da questa battaglia saranno considerati traditori e  legati alla aggressione", ha aggiunto.-Francesco-Fonte: Siria Press

Anwar Raja, portavoce del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale FPLP-CG a Damasco:
«Gli interessi regionali di coloro che partecipano a un’aggressione contro la Siria saranno bersagli legittimi».

«Se un attacco verrà lanciato contro la Siria, sarà diretto contro di noi. Siamo al fianco della Siria nella stessa alleanza politica della resistenza», ha detto Raja, facendo riferimento a una posizione comune contro Israele.

«Se ci sarà la guerra saremo al fianco della Siria».

«Coloro che si astengono da questa battaglia saranno considerati traditori e legati all’aggressione», ha aggiunto.

[Trad. di Francesco Guadagni]

Maduro: «Gli USA vogliono scatenare una grande guerra»

Fonte: AFP

Il Presidente Nicolás Maduro ha accusato sabato scorso il presidente USA Barack Obama di voler «scatenare una grande guerra» nel mondo arabo e «dividere la Siria» con la scusa che Damasco avrebbe utilizzato armi chimiche, la qual cosa «puzza di sabotaggio» da parte di Washington per giustificare un attacco.

«Obama aveva affermato che se la Siria avesse lanciato un attacco con agenti chimici avrebbe passato la linea rossa e gli USA sarebbero intervenuti militarmente», ha aggiunto Maduro sottolineando che si sarebbero dovute aspettare le prove di questa ipotesi di attacco chimico da parte di Damasco, questa versione «puzza di sabotaggio».

«Si stanno inventando qualcosa […] Denunciamo una campagna per giustificare una guerra contro il popolo siriano», ha affermato il presidente venezuelano che Washington ha l’obiettivo di controllare la ricchezza petrolifera dei paesi arabi e dell’Iran. Secondo Maduro, il regime di Bashar Al Asad rappresenta la «stabilità» nel mondo arabo ed è quello che «resiste all’avanzata e all’espansione dei sionisti nella regione».

Nel suo discorso, pronunciato nella casa di una famiglia venezuelana di una zona popolare alle porte di Caracas, il presidente ha fatto riferimento alle mobilitazioni conosciute come «primavera araba», che hanno condotto alla caduta dei regimi in Libia, Tunisia ed Egitto e che, ha considerato, hanno risposto anche ad interessi occidentali.

Maduro si è riferito in particolare al caso libico di Moamar Gheddafi, che ha descritto come «un caro fratello». Ha denunciato che la Libia «è stata divisa in quattro parti» dopo la sua caduta ed il suo assassinio, e che adesso regna l’insicurezza ed il «terrorismo» in una nazione araba del nord Africa. Ha anche denunciato gli intenti di destabilizzazione dell’Iran, un altro paese del Medio Oriente non arabo che è alleato strategico del Venezuela nella regione».

«Mantengono sotto minaccia l’Iran […], se toccano l’Iran scoppierebbe un ’48 nel mondo […], ma non possono toccarlo nemmeno con il petalo di una rosa, è un grande paese». ha affermato. Dall’elezione dello scomparso Hugo Chávez (1999-2013), il governo venezuelano ha mantenuto strette relazioni con i paesi del Medio Oriente, principalmente l’Iran.

[Trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Danilo Della Valle]

Samir Amin: «Nessun rischio di guerra civile in Egitto»

Algeriepatriottique, 18 agosto 2013 

Non c’è rischio di guerra civile in Egitto

Intervista a Samir Amin di Mohamed El-Ghazi

Algeriepatriottique: Sono state formulate diverse ipotesi sulla destituzione del presidente egiziano Morsi da parte dell’esercito. Quali ne sono state le vere ragioni?

Samir Amin: La sola e unica ragione è che Morsi è stato rifiutato dal popolo egiziano. Prova ne sia la petizione promossa dal movimento Tamaroud che aveva raccolto, prima del 30 giugno, ventisei milioni di firme che chiedevano le dimissioni di Morsi. Queste firme non sono state raccattate alla buona. Sono vere. La manifestazione del 30 giugno era dunque attesa, solo che è andata anche oltre quello che si poteva immaginare. In tutto l’Egitto, e non solo a piazza Tahrir, c’erano trentatré milioni di manifestanti il 30 giugno. Per un paese di 85 milioni di abitanti, esclusi i bambini che sono tanti, e i vecchi che sono meno numerosi, essi rappresentavano praticamente tutto il paese. Di fronte a questa mobilitazione, evidentemente, il comando dell’esercito è stato molto saggio; ha deposto Morsi e affidato la presidenza interinale a chi di diritto, vale a dire al presidente del Consiglio Costituzionale, Adli Mansour, che è un giudice, ma non un giudice rivoluzionario; è un conservatore, conosciuto per essere onesto e democratico. Questa è la sola ragione, non ve ne sono altre.

Quando si dice che l’esercito ne ha approfittato per fare un colpo di Stato, io rispondo che, se l’esercito non fosse intervenuto, non sarebbe stata una bella cosa vedere Morsi che si comportava come un brigante e senza alcun rispetto per le regole più elementari della democrazia. Avendo armato le milizie dei Fratelli Mussulmani, non sarebbe stato accettabile. L’alternativa – vale a dire la non deposizione di Morsi – non sarebbe stata ugualmente accettabile. Devo aggiungere – tutti lo sanno in Egitto, e lo si dice oggi ad alta voce – che l’elezione che ha portato Morsi e i Fratelli Mussulmani al potere è stata una gigantesca frode. Una enorme frode di falsificazione delle liste elettorali, nella quale i Fratelli Mussulmani si sono inventati nove milioni di voti supplementari.

D: Da dove ricava queste cifre?

R: Tutti lo sanno in Egitto. E la prova sarà fornita presto dalla Giustizia. Non l’abbiamo appreso ieri, lo sapevamo già all’indomani dell’elezione. Conosciamo un sacco di casi nei quali un solo Fratello Mussulmano era in possesso di cinque certificati elettorali, con lo stesso nome ma relativi a cinque seggi diversi situati in quartieri vicini. E per di più questo elettore aveva la delega di voto da parte di sua moglie, dei figli maggiorenni e di sua nonna. Ha potuto votare cinque volte per dieci persone. In questo modo sono andate le cose. D’altra parte le milizie dei Fratelli Mussulmani avevano occupato i seggi e si sono attribuiti il diritto di votare, impedendo ad altri di farlo, fino al punto che i giudici egiziani, che di solito controllano le elezioni e che non sono – lo dico ancora una volta – dei rivoluzionari, si sono rifiutati in massa di ratificare queste elezioni. Il presidente della commissione elettorale, che era un Fratello Mussulmano, ha dichiarato, per ordine di Morsi, che Morsi aveva vinto prima ancora che lo spoglio fosse terminato. L’ambasciata degli Stati Uniti ha proclamato Morsi vincitore di elezioni “democratiche” e, ovviamente tre minuti dopo, le ambasciate della Gran Bretagna, della Francia e degli altri paesi europei si sono uniformate. La commissione dei sedicenti osservatori stranieri, soprattutto europei, ha ratificato queste elezioni-farsa. Il regime non beneficiava dunque di alcuna legittimità. E tuttavia il fatto che abbiano esercitato il potere per un anno è stato un bene, perché hanno così mostrato il loro vero volto. Hanno seguito la stessa politica neoliberale di Mubarak, in una versione ancora più brutale nei confronti delle classi popolari e, d’altra parte, hanno violato le regole più elementari della democrazia. Per questo motivo questa deposizione non è stata un colpo di Stato militare ed è per questo che questa deposizione e la caduta di Morsi sono una vittoria del popolo egiziano. Va da sé che non è una vittoria finale; è una tappa di una lunga battaglia politica che continuerà per mesi, forse per anni.

D: Con le gravi tensioni che la destituzione di Morsi ha provocato, pensa che l’Egitto si stia avviando verso una guerra civile?

R: Non c’è guerra civile e non c’è pericolo di guerra civile (in Egitto). Ci sono stati trentatré milioni di manifestanti al Cairo contro Morsi, che pure aveva nelle sue mani il potere dello Stato e miliardi di dollari del Golfo. E lui non è riuscito a mobilitare nemmeno due milioni di simpatizzanti. Si parla di pericolo di guerra civile quando l’opinione pubblica è veramente divisa e frammentata. Non è il caso dell’Egitto. Quello che si sta registrando sono piuttosto delle azioni terroriste. In Egitto tutti sanno che i Fratelli Mussulmani sono 5-600.000 e un centinaio di migliaia di loro sono armati. Sono loro che possono creare dei disordini, ma non una guerra civile. D’altronde, nelle manifestazioni popolari, quelli che arrestano i Fratelli Mussulmani  e li picchiano di santa ragione non sono le forze di polizia, ma gli stessi manifestanti. Nel quartiere di Boulaq, quando il 30 giugno 2013 stava per partire una manifestazione dei Fratelli Mussulmani, è stata la stessa gente di Boulaq che ha sbarrato loro la strada e li respinti a colpi di pietre. Morsi aveva minacciato: «Se sarò destituito, vi prometto la guerra civile!». Ma non ci sarà guerra civile. I media occidentali, ahimè, ripetono dal canto loro: «L’Egitto è diviso». Ma se in Francia vedessimo venti milioni di manifestanti contro il Fronte Nazionale e cinquecentomila a favore, diremmo che l’opinione pubblica è divisa? È grottesco parlare di opinione pubblica spaccata in Egitto e di rischi di guerra civile. Quanto ai gruppi jihadisti, essi giungono da due posti. Dall’ovest della Libia. Da quando i paesi occidentali hanno “liberato” la Libia e l’hanno distrutta, questo paese, caduto nelle mani dei signori della guerra, è diventato la base logistica di tutto. D’altronde le azioni contro il Mali e l’Algeria sono venute dalla Libia. E parimenti l’esercito ha appena arrestato nel deserto occidentale un gruppo di jihadisti venuti dalla Libia, armati di missili terra-terra. Evidentemente questi jihadisti sono in grado di creare degli incidenti relativamente gravi. L’altro fronte di attacco jihadista è il Sinai. Perché i malaugurati accordi, detti di pace, tra Egitto e Israele vietano una presenza importante dell’esercito egiziano nel Sinai. L’esercito ha diritto di mantenervi, non so, settecento uomini, fino forse a duemila. Si tratta di una presenza modestissima per una provincia desertica tanto vasta e per di più montagnosa.  È un po’ come l’Adrar degli Ifoghas (massiccio montuoso del Mali, ndt). Giunti col sostegno finanziario di alcuni paesi del Golfo e con la tolleranza – è il meno che si possa dire – di Israele, questi gruppi sono una realtà nel Sinai. L’hanno peraltro dimostrato immediatamente con una manifestazione violenta ad Al-Arich, la capitale del nord del Sinai.

D: Lei ha parlato di gruppi jihadisti. Conoscendo il carattere transnazionale della violenza salafita, pensa che l’esercito egiziano è in grado di farvi fronte?

R: Noi, in Egitto, abbiamo una situazione simile a quella vostra in Algeria. L’islam politico non è sparito. Si è un po’ indebolito perché ha mostrato la sua vera faccia. Da voi ha provocato 100.000 persone assassinate dai terroristi. E l’esercito algerino ha finito con l’aver ragione di loro. In Egitto il costo pagato è stato solo quello di un governo civile durato un anno, ma oramai l’opinione pubblica ha le idee chiarissime in Egitto. Certamente la grande massa degli Egiziani, come degli Algerini, resta mussulmana praticante e anche i copti cristiani, in Egitto, sono generalmente praticanti. E però non credono più all’islam politico. Quello che si sente continuamente nelle strade del Cairo – ci sono stato di recente – è: «Ihna mouch ayzin islam el baqala» (respingiamo l’islam del commercio). Ma comunque siamo in una società come la vostra, dove c’è ancora gente che non ha capito. E permane purtroppo una base oggettiva di reclutamento nella misera e nella disoccupazione. Finché potranno reclutare miliziani altrove, come accade in Siria, dove sappiamo che tutti questi gruppi islamisti non sono siriani e vi sono molti Tunisini, Egiziani, Afghani e Turchi, queste forze possono ancora agire. Io confido nelle forze dell’esercito egiziano che sono in grado di fronteggiare con successo queste minacce, perché anche negli alti comandi, sebbene sia possibile che alcuni siano stati alleati degli islamisti o che abbiano fatto  calcoli di alleanza con loro nel passato, una gran parte degli ufficiali egiziani sono al fianco del loro popolo contro Morsi. Però non sarà facile sconfiggerli, finché avranno basi e appoggi in Libia e nei paesi del Golfo.

D: I media parlano di un accordo concluso tra Morsi e gli Stati Uniti per la cessione del 40% dei territori del Sinai ai rifugiati palestinesi. In cambio i Fratelli Mussulmani avrebbero intascato otto miliardi di dollari. Cosa c’è di vero?

R: Sì, questa informazione è esatta. C’era un accordo tra Morsi, gli Statunitensi, gli Israeliani e gli accoliti ricchi dei Fratelli Mussulmani di Hamas a Gaza. Gli Stati Uniti hanno sostenuto Morsi fino alla fine, come sostennero Mubarak. Ma i poteri politici negli Stati Uniti sono, come dovunque, realisti. Quando una carta non può più essere giocata, l’abbandonano. Il progetto di Morsi era di vendere il 40% del Sinai a prezzi insignificanti, non al popolo di Gaza, ma ai ricchissimi Palestinesi di questo territorio, che avrebbero fatto venire da lì dei lavoratori. Era un piano israeliano per facilitare il loro obiettivo di espellere i Palestinesi, cominciando da quelli di Gaza verso il Sinai egiziano, in modo da poter colonizzare più celermente e comodamente  quel che resta della Palestina ancora con popolazione araba. Questo progetto israeliano ha ricevuto l’approvazione degli Stati Uniti e, di conseguenza, anche di Morsi. La sua realizzazione era cominciata. L’esercito è entrato in gioco ed ha reagito in modo patriottico, cosa che gli fa onore, e ha detto: “Non si può vendere il Sinai a chicchessia, sia pure dei Palestinesi, e facilitare così il piano israeliano”.  E’ stato a questo punto che l’esercito è entrato in conflitto con Morsi e gli USA.

D: Secondo un recente studio, nei prossimi mesi vi sarà una gigantesca ondata migratoria di Egiziani verso i paesi del Maghreb. Si intravvedono segnali di un tale scenario?

R: Non so da dove provenga una simile informazione. Vi è una pressione migratoria  fortissima in Egitto come in tutto gli altri paesi arabi. In Egitto vi è una povertà e una disoccupazione che sono enormi. Di conseguenza molti, soprattutto giovani ma non solo, quando hanno la possibilità di emigrare partono verso qualsiasi destinazione. Di preferenza per l’Europa. Attualmente i paesi del Golfo, l’Iraq e la Libia hanno chiuso gli ingressi. Quanto alla destinazione verso il Maghreb, non ne ho mai sentito parlare e non so valutare l’attendibilità di questo studio.

[Trad. dal francese a cura di Ossin]

Il doppio cammino dei mezzi di comunicazione

16.06.2013 – dalla relazione di Ignacio Ramonet (professore emerito di Teoria della Comunicazione presso l’Università di Parigi e direttore di Le Monde Diplomatique in castigliano), nell’ambito del II Incontro delle Televisioni Pubbliche dell’America Latina.

Fonte: Tiempo Argentino

«Il doppio cammino dei mezzi di comunicazione: nascono come imprese giornalistiche, ma presto cominciano a trasformarsi in potenti gruppi multimediatici ed entrano in affari che nulla hanno a che vedere con i media». (Sociologo e ricercatore della comunicazione uruguaiano Luis Alberto Quevedo durante  il II Incontro delle Televisioni Pubbliche dell’America Latina).

La storia dei media è recente. A Washington esiste da quattro o cinque anni l’unico museo dei media nel mondo: Il Newseum. Primo: già è una idea interessante che i media stiano in un museo: i media appartengono alla storia o appartengono al presente? Una bella domanda…

In questo Newseum la storia dei media comincia con la invenzione della stampa. Inizia nel 1440. E a poco a poco vediamo, con esempi concreti, come sono esistiti i periodici durante lunghi periodi. Periodici del secolo XV, del secolo XVI e XVII, anche se non sarebbe corretto definirli periodici. Ma quello che chiamiamo i mezzi di comunicazione di massa, quando creano opinione e di conseguenza hanno effetti nel funzionamento della democrazia, nel funzionamento delle società, è a partire dalla seconda metà del secolo XIX. […] Durante molto tempo la tecnologia di diffusione dei media, durante secoli, fu la stessa: era la stampa. Una stampa semplice, una pressa perché la tipografia si sviluppò successivamente. Con il tempo, ogni mezzo – la stampa scritta, la radio […] e successivamente la televisione […] – fa sì che tecnologie differenti producano imprese differenti […]. Ciascuna di queste tre tecnologie ha sviluppato imprese differenti.

Sono tre saperi industriali diversi, tre modi di fare informazione differenti e di conseguenza tre tipi di imprese differenti. Generalmente non si mischiavano poiché avevano funzioni diverse. Nell’informatica non ci sono differenze tecnologiche di ordine strumentale tra lo scritto l’audio e l’immagine, non ci sono differenze poiché tutto questo si riduce ad una equazione. […] Quindi dove avevamo tre tipi di tecnologie che avevano la loro storia […] improvvisamente sorge una sola tecnologia e quindi si costituiscono i gruppi multimedia […].

Dunque, appaiono i gruppi mediatici. Questi gruppi mediatici non si limitano solo ad essere importanti in una città, ma hanno un’importanza su scala regionale, nazionale, continentale, o anche planetaria, come il caso di Murdoch […]. I gruppi mediatici appaiono negli anni ’70, ’80, con la volontà di diventare i padroni del mondo. E si crea questa idea che si può dominare il complesso dei media e che con i media si può raggiungere altro […]. Sta nascendo una generazione di imprenditori che provengono da settori molto differenti, del petrolio, delle materie prime, dalla Borsa, e che stanno acquistando media per avere influenza, unicamente per avere influenza, non per guadagnare denaro […]. Ciò lo abbiamo visto su scala internazionale.

I Gruppi mediatici oggi pensano a come diversificarsi o sbarazzarsi di media. Ma continuano ad avere potere. Il caso dell’America Latina è particolare su scala internazionale. Primo per la storia dei media in America Latina. La radio e la televisione si sono sviluppate nella regione su modelli statunitensi, sul modello privato. Quindi sono storicamente le oligarchie dominanti in America Latina quelle che oltre a dominare i diversi settori legati alla produzione e all’esportazione hanno dominato i media. […] In una certa misura per sostenete il proprio potere economico e talvolta politico […].

Quindi successivamente alle imprese neoliberali sorge a partire dalla fine degli anni ’90 una nuova generazione di politici in America Latina […], nasce una specie di riappropriazione della storia nazionale, della storia popolare, del destino del paese ed una volontà di giustizia sociale che l’intero continente stava reclamando da più di un secolo. L’idea dell’America Latina. […] Qui vediamo come i media che appartenevano a questi gruppi assumono la funzione di opposizione politica. Il caso più emblematico è quello che si da in Venezuela l’11 aprile del 2002 quando si avviene il colpo di Stato contro Chávez. […] Così fu come in quel momento l’oligarchia disse ‘non lo possiamo controllare, dobbiamo abbatterlo’. E come pensavano di abbatterlo? Già non esistevano i partiti come Copei e AD, che erano i grandi partiti della democrazia della Quarta Repubblica, dunque utilizzano i media ed i media sono quelli che andranno a costruire l’atmosfera generale che va a creare le condizioni sulla base delle menzogne, in base alle manipolazioni, perché si abbia un colpo di Stato con l’intervento dei militari.

Effettivamente, c’è la volontà di questi media di sostituire i partiti politici e di assumere in qualche modo questa funzione. […] Ciò è quello che si ripete in molti luoghi. Perché? Perché i padroni dei media sono parte integrante della stessa categoria sociale o classe sociale che possiede il resto, l’economia del paese che ha controllato il potere politico per molto tempo.

Inoltre, ciò che sta accadendo è che questi governi, tutti loro, hanno deciso di cambiare il modello mediatico. Il modello latinoamericano è un modello basato su quello degli USA. Lì i media sono stati creati dalle imprese private […]. Non è il caso dell’Europa, dove fu lo Stato a costruire le reti di radiodiffusione, le reti televisive, e che ha avuto sempre una presenza molto importante nei media […]. In Francia, la radio e la televisione erano monopolio di Stato, non esisteva radio o televisione privata fino a François Mitterrand. […] La norma  è che sia lo Stato a detenere il controllo. Ciò non significa che domini anche il contenuto pure se talvolta è accaduto. […] Esisteva un solo telegiornale per tutto il paese. Mi riferisco alla Francia fino agli anni ’80.

In America Latina è accaduto esattamente il contrario. Ed oggi è legittimo che i governi considerino che è necessario avere un maggiore equilibrio, che si interrompa il monopolio privato e che lo Stato abbia anche il suo spazio pubblico. Tale spazio pubblico è quello che si sta conquistando nei vari paesi dell’America Latina, dando luogo alla stessa resistenza che oppose l’oligarchia detentrice della terra di fronte a qualsiasi tentativo di riforma agraria.

In America Latina parlare di riforma agraria fino a poco tempo fa equivaleva ad esporsi ad un colpo di Stato. […] Attualmente ciò che sta accadendo è che questi governi stanno tentando di realizzare una riforma mediatica, che genera una resistenza disperata dei latifondisti mediatici i quali considerano quella l’arma utile per difendere i propri vantaggi, evidentemente intendiamo lo storico potere economico tradizionale ed il potere politico nella misura in cui lo detengono. Questo è il dibattito al quale assistiamo in tutta la America Latina. Con alcune differenze. In un paese si può focalizzare intorno ad un gruppo, come nel caso dell’Argentina del Grupo Clarín. In Brasile è il caso del Gruppo Globo […].

Oggi giorno il panorama mediatico non è quello che abbiamo evocato fin ora, dove ci troviamo di fronte ai media e ai cittadini, dove sempre che gli uni, i media, hanno la possibilità di emettere ed i cittadini hanno solo la possibilità di ricevere. Di conseguenza l’unico discorso pubblico, che si sente, è quello emesso dai media. Non sappiamo molto bene quello che fa il ricevente con ciò che riceve. Questo è un altro aspetto. Tale universo è quello che è cambiato.  […] Internet ha rotto questa configurazione. […] Ogni cittadino, nella misura in cui è dotato di un telefono intelligente, […] con il quale abbiamo accesso all’email, alla televisione, possiamo fare il nostro blog, possiamo accedere a facebook, twittare. […] Con lo sviluppo di internet possiamo intervenire. Nel mio libro affermo che prima esistevano “i media solari”, media molto potenti che avevano la facoltà di far ruotare in torno a loro tutto il resto, in particolare i cittadini.

[…] Il presidente Obama ha fatto la sua campagna per le elezioni di novembre scorso senza dare alcuna intervista alla televisione. Ha fatto tutto in Twitter. Ed ha vinto. Quanti followers ha Obama in Twitter?  Più di 27 milioni. Cosa rappresentano 27 milioni di persone negli USA? Più di tutto il pubblico che guarda i telegiornali della notte degli USA. E più di tutti i lettori dei 75 periodici più importante degli USA. Ci troviamo in un universo nel quale il dirigente ha una relazione diretta con le persone. I 27 milioni di elettori ricevono un messaggio di Obama. Direttamente per loro, e possono rispondere. Risulta evidente che oggi il panorama cambia. Cosa abbiamo visto con le primavere arabe? Con gli indignados?

Stiamo vedendo che le società si autorganizzano in altro modo. Si creano quelle che si chiamano le reti sociali, attraverso questi media. Adesso il problema, nei paesi dove la libertà di espressione non è in dubbio come in Gran Bretagna, è il seguente: se ognuno di noi ha potenzialmente e mediaticamente la stessa capacità di intervenire della CNN, se esistono leggi per i media, si vanno ad applicare anche a noi. Chi definiamo media se anche noi siamo media? Quindi oggi il governo della Gran Bretagna si propone non solo di proibire ma di portare di fronte alla giustizia alcune persone che hanno utilizzato Twitter e hanno inviato un certo tipo di messaggio. […] Essendo ognuno di noi media già abbiamo una relazione diversa con i media e d’altra parte non possiamo più avanzare un discorso puramente vittimista. Perché già non siamo solo passivi. Possiamo anche organizzarci.

Il momento nel quale viviamo, per dirla alla Gramsci, è un mondo che sta morendo dove un altro sta nascendo, e in questo momento i due stanno coesistendo. Per esempio, la CNN è un canale che ha sempre meno ascolti. La Fox anche. La Fox è stato il modello di tutti questi media golpisti latinoamericani. Non si dice sufficientemente. La Fox è stato il modello Neocon, il modello che ha lanciato l’idea che l’informazione non deve essere obiettiva, che l’informazione deve essere militante, una informazione d’attacco, una informazione esclusivamente di aggressione. Sono stati loro a creare il Tea Party.

Al contrario oggi in American latina, quando i governi progressisti stanno tentando di creare media pubblici, l’argomento dell’opposizione conservatrice consiste nel dire “state creando media che sono governativi, la voce dell’espressione del governo, media di partito”, adesso abbiamo molta gente di fronte agli schermi, i tablets, i telefoni, i computers, i calcolatori; passiamo molto tempo nelle reti. […] Oggi non è stato dimostrato che fare una campagna nei grandi media sia più efficace che farla nelle reti sociali […].

[Trad. dal castigliano di Ciro Brescia]

L’Unione siro-venezuelana condanna fermamente i massacri perpetrati dai gruppi armati

di Francesco Guadagni
L’Unione siro-venezuelana condanna fermamente i massacri perpetrati dai gruppi armati terroristici in Siria.
Caracas / L’Unione siro-venezuelana ha condannato fermamente i massacri efferati commessi da gruppi armati takfiri in Siria. In una dichiarazione all’Agenzia SANA, l’Unione ha condannato i massacri commessi dai terroristi e negato le false accuse contro l’esercito arabo siriano sull’uso delle armi chimiche, affermando che le accuse sono parte della guerra feroce lanciata contro la Siria.
L’Unione ha accordato la piena responsabilità di questi crimini terroristici agli Stati Uniti, Israele e ai loro agenti nella regione, paesi occidentali o arabi, tra cui la Turchia e Arabia Saudita, sponsor ufficiali del terrorismo e dai movimenti takfiri. Inoltre, è stato espresso profondo dolore per la perdita di questi spiriti puri, ribadendo la solidarietà della comunità siriana in Venezuela con la Siria.
Allo stesso modo, l’Unione ha invitato la comunità internazionale, le Nazioni Unite e tutte le organizzazioni umanitarie ad assumersi la responsabilità per la lotta contro il terrorismo organizzato per colpire la madrepatria e il popolo siriano”
Foto e notizia Agenzia SANA

Siria: le prove contro Damasco costruite ad arte

Attacco Chimico. Russia accusa: “Prove contro Damasco costruite prima dell’incidente”

da Tribuno del Popolo

Secondo RT.com, il ministero degli Esteri russo avrebbe dichiarato che i materiali e prove che proverebbero l’uso di armi chimiche da parte di Assad sarebbero state preparate prima dell’incidente del 21 agosto.

Photo Credit (Reuters/Ammar Dar)

Tutto il mondo è sgomento di fronte ai video che ritraggono bambini e persone uccise presumibilmente da un attacco chimico. Tutti i media hanno accusato del massacro Damasco, senza prima appurare che cosa effettivamente sia successo e ignorando i pregressi che invece inchiodavano i ribelli alla responsabilità di aver utilizzato armi chimiche in alcune occasione (vedi Dal Ponte).

Ora però Mosca ha dichiarato per bocca di Aleksandr Lukashevich, portavoce del ministero degli Esteri, che le prove contro Damasco sarebbero state preparate prima del 21 agosto, la data della strage. Nel comunicato diramato dal ministero si spiega che Mosca continuerà a monitorare da vicino tutto ciò che concerne il presunto attacco chimico.

«Stiamo ottenendo nuove prove che questo atto criminale è stato fatto per provocare», recita il comunicato, «In particolare ci sono prove che circolano su internet, che provano che il materiale video dell’incidente e che accusa le truppe di Assad del massacro sarebbero state postate su internet diverse ore prima l’attacco. Questo prova che fosse un’azione preordinata»Ma non è finita qui, le accuse di attacco chimico formulate contro Damasco indicano, secondo Mosca, una nuova ondata di propaganda antisiriana, e secondo Lukashevich la retorica bellica di alcuni paesi (vedi la Francia) sarebbe inaccettabile.

Sempre il portavoce ha ricordato come il governo di Assad si sia dimostrato costruttivo nel permettere agli esperti di armi chimiche delle Nazioni Unite di recarsi in Siria. La stessa cosa non si può dire per i ribelli siriani che continuano a non garantire l’incolumità e la sicurezza degli investigatori nelle zone da loro controllate. «Ciò impedisce direttamente l’obiettivo dell’indagine di possibili casi di uso di armi chimiche in Siria», conclude la nota.

Uno sguardo sull’Egitto, dall’India

Egyptians protest in CairoDistogliamo per un attimo lo sguardo dalla Siria, e per commentare gli importantissimi eventi egiziani, scegliamo di dare spazio a uno sguardo non occidentale. L’autore di questo scritto, Feroze Mithiborwala, è un militante indiano antimperialista (fa anche parte della National Alliance of People’s Movements) ed è tra i firmatari dell’Appello internazionale per fermare la guerra in Siria.  

Questo testo, tradotto dalla Redazione di Sibialiria, è inedito per l’Italia.
Egitto! Per tutta la notte sono rimasto inchiodato a guardare gli eventi in corso. E’ chiaro dalla mobilitazione popolare, al Cairo a piazza Tahrir e davanti al palazzo presidenziale, e ad Alessandria, a Suez, a Mansoura, in tutti i centri del paese, che non solo i Fratelli musulmani guidati dall’ex presidente Morsi avevano perso il mandato popolare, ma che anzi questo mandato non lo avevano mai compreso, a causa della loro prospettiva esclusivamente islamica. Il livello della mobilitazione, e le sue modalità, vivacissime e determinate, hanno superato l’insurrezione anti-Mubarak nel 2011. La rivoluzione Tahrir I era stata una sollevazione popolare e non un risveglio islamico; gli Ikhwan (Fratelli musulmani) e i salafiti non l’hanno compreso. Era stata una rivoluzione per un Egitto democratico, inclusivo, plurale e variegato, un paese nel quale i diversi settori della società potessero tutti godere dei propri diritti. Ma gli islamisti nel loro fervore hanno travisato il mandato tradendo l’anima dell’Egitto e la sua antica cultura e civiltà.
Ancora una volta sono stati soprattutto i giovani a prendere l’iniziativa e a lanciare il movimento Tamarod (Ribellione), raccogliendo per le dimissioni di Morsi 22 milioni di firme in tre mesi (Morsi aveva ottenuto 13 milioni di voti). Tamarod aveva promesso di far scendere in strada un milione di persone il 30 giugno. Ma in realtà sono stati milioni e milioni gli egiziani mobilitati; persone convinte che la rivoluzione fosse stata tradita, tutto lo spazio sociale egemonizzato da Ikhwan e salafiti, l’economia peggiorata.
Gli egiziani non hanno accettato il fatto che il governo avesse promosso l’estremismo e il settarismo, emarginando i copti, che lo spazio secolare fosse perduto, che i laici, come i socialisti e i comunisti fossero emarginati totalmente dalle decisioni politiche. Occorreva dunque una battaglia per recuperare l’anima dell’Egitto.
Quanto alla questione centrale del ruolo dell’esercito, è chiaro che è stato il popolo a chiederne l’intervento. Chi teme che saranno i militari a reggere i giochi, deve sapere che quegli stessi giovani da Tahrir e dalle altre piazze rispediranno in caserma i militari, se questi tradiranno il mandato popolare. Lo hanno già fatto, prima contro Mubarak e poi contro l’esercito che aveva preso le redini nell’era post-Mubarak. Dunque, non sono molto preoccupato per il ruolo dell’esercito.
E c’erano soluzioni per prevenire questa crisi nazionale. Gli stessi Fratelli musulmani avrebbero potuto chiedere a Morsi di farsi un po’ da parte per promuovere la formazione di un governo nazionale – che avrebbe poi dovuto rinegoziare la Costituzione per assicurare che essa rispondesse alle aspirazioni di tutti i settori della società, come non è adesso. E poi arrivare a elezioni parlamentari e presidenziali. Ma i Fratelli musulmani sono rimasti fermi, sottostimando il terreno di scontento e paura e perdendo ogni contatto con le sezioni non Ikhwan della società.
Sono certo motivo di preoccupazione alcuni fattori:
1) Sia Tahrir 1 che Tahrir 2 sono carenti quanto a linguaggio antimperialista e antisionista. Vorremmo vedere marce verso le ambasciate di Stati Uniti e Israele per chiedere che quei paesi pongano fine alle loro guerre e interventi nelle nazioni arabe e nel resto del mondo.
2) L’Egitto adesso è una società profondamente divisa e gli al-khwan muslimin e i salafiti hanno accentuato questa divisione con il loro atteggiamento monopolistico ed estremista. E’ dunque responsabilità dei giovani, dei laici, delle sinistre, dei nazionalisti arabi e delle comunità religiose riuscire a coinvolgere tutte le frazioni della società, al di là della religione, del genere, della classe, delle tribù e dei gruppi religiosi, impegnando tutti i partiti politici per arrivare a un consenso nazionale, a una visione nazionale in ogni sfera della vita del paese. L’imposizione dei valori islamici o di quelli laici porterebbe a strozzature. Entrambi questi sistemi culturali dovranno impegnarsi a coesistere nel mutuo rispetto e comprensione.
3) Sarebbe necessario imparare dagli esperimenti di socialismo democratico in corso nell’America latina bolivariana; e la rivoluzione egiziana ha bisogno di sfidare il paradigma del neoliberismo capitalista, le misure di austerità e i tagli ai sussidi pubblici, i prestiti del Fondo monetario e quelli del Qatar e dell’Arabia Saudita. Tutti elementi che renderebbero più povere le masse e metterebbero la nazione nelle mani degli sceicchi con petrodollari e dei banchieri Usa-Ue. 
Sono fiducioso riguardo al futuro di questa grande civiltà, perché il popolo egiziano, guidato dalla sua gioventù, ha dimostrato tre volte in contesti politici diversi di essere all’erta e pronto a tornare alla carica contro chi tradisce le aspirazioni di una collettività che chiede democrazia, giustizia economica e sociale, mutuo rispetto ed eguaglianza religiosa, senza monopolio religioso dello spazio politico e sociale, un insieme laico e al tempo stesso islamico e cristiano.
Ora dovranno creare un governo civile di transizione formato da tutti i partiti politici e i settori sociali. Si tratterà di negoziare una nuova costituzione mediante referendum, fissando anche le date per elezioni presidenziali e politiche.
Il popolo egiziano sta imparando dai propri errori e al tempo stesso sta insegnando al mondo il vero significato del Potere popolare!
Feroze Mithiborwala

Sono stati i Fratelli Musulmani a uccidere i giornalisti: la denuncia del presidente della Stampa Estera al Cairo

egitto-fratelli-musulmaniGrave denuncia del corrispondente del settimanale Der Spiegel che punta il dito contro i «sedicenti manifestanti pacifici». E richiama anche i colleghi a non ignorare la verità dei fatti

di Windfuhr Volkhard, tratto da ioamolitalia – Il Presidente dell’Associazione della Stampa Estera al Cairo, il giornalista tedesco Volkhard Windfuhr, ha accusato i Fratelli Musulmani – qualificandoli sarcasticamente come “i sedicenti manifestanti pacifici” – di essere i responsabili dell’uccisione dei giornalisti che svolgevano la loro attività nel corso degli scontri tra l’Esercito e i miliziani islamici. Windfuhr è categorico: i giornalisti “non sono stati delle semplici vittime del caos o di un normale scambio di fuoco, ma gli hanno sparato addosso in modo intenzionale”. “Io stesso oggi sono fortunatamente sfuggito per un soffio al fuoco di un cecchino sul Ponte 15 maggio nel quartiere di Zamalek” – afferma Windfuhr – Il criminale non era assolutamente un poliziotto”.
Il 14 agosto sono stati uccisi quattro giornalisti nel corso degli scontri esplosi al Cairo nei quartieri di Rabaa Al Adaweya e di Al Nahda. Si tratta del britannico Mick Dean di SkyNews, e di tre giornalisti egiziani: Habiba Ahmed della Revue Express di Dubai, Ahmed Abdel Gawad del quotidiano filo-governativo al Akhbar, Mosaab el Shami fotografo del sito Rasd.
In un messaggio postato su Facebook Windfuhr, dopo aver esplicitamente condannato i Fratelli Musulmani come dei criminali, denuncia la stampa internazionale che a suo avviso non ha finora garantito una copertura giornalistica corretta e “adeguata”.
Windfuhr è un arabista, esperto del Medio Oriente, corrispondente del settimanale Der Spiegel.

Questa è la traduzione del testo in inglese postato su Facebook

Avviso del Presidente dell’Associazione della Stampa Estera al Cairo

Cari colleghi dell’Associazione della Stampa Estera al Cairo,
senza schierarmi nel conflitto interno, considero che sia mio dovere rendere i nostri membri consapevoli del crescente reale pericolo per la nostra attività giornalistica e anche per la nostra vita. Purtroppo alcuni dei nostri colleghi sono caduti vittime di attacchi fatali. Non sono stati delle semplici vittime del caos o di un normale scambio di fuoco, ma gli hanno sparato addosso in modo intenzionale. Non sono stati né gli agenti della Polizia o l’Esercito, ma i sedicenti “manifestanti pacifici”. Io stesso oggi sono fortunatamente sfuggito per un soffio al fuoco di un cecchino sul Ponte 15 maggio nel quartiere di Zamalek. Il criminale non era assolutamente un poliziotto e possono testimoniare il fatto dei comuni cittadini egiziani che si trovavano sul luogo. Non mi trovavo lì per attività giornalistica, ma ero semplicemente diretto a un caffè per incontrare degli amici.

È scandaloso ciò che commettono questi violenti “manifestanti”. Attaccano la gente all’improvviso, attaccano il proprio Stato, attaccano gli edifici pubblici e un ancor più cospicuo numero di chiese, negozi e case dei cristiani. Non è mio compito come Presidente dell’Associazione della Stampa Estera tediarvi con delle analisi politiche, ma si sento costretto dalla mia coscienza e dall’etica professionale di esprimere la mia ferma disapprovazione per il fatto che la guerra che i “manifestanti” combattono contro lo Stato che ci ospita solo raramente viene trattata dai giornalisti in modo adeguato. Ma non è mai tardi. Fate attenzione!

Il Presidente Volkhard Windfuhr

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