Egitto. Al-Sisi blocca lo stretto di Suez per le navi Usa

Il Cairo, 28ago2013. – Secondo alcuni siti di informazione il Generale egiziano Al-Sisi avrebbe ordinato di chiudere al traffico militare americano il Canale di Suez.

Si tratterebbe di una seria presa di posizione che farebbe traballare gli equilibri nel Mediterraneo. Sembra che il capo della giunta militare che ai primi di luglio ha rimosso dal potere l’ex presidente Mohammed Morsi e il suo governo della Fratellanza Musulmana, il Generale Al-Sisi, avrebbe annunciato di voler chiudere il canale di Suez in caso di guerra degli Stati Uniti alla Siria. Al-Sisi avrebbe ordinato di bloccare la strada ad alcuni incrociatori americani e ai tender di rifornimento per le unità navali di Washington già presenti nel Mediterraneo. Si tratterebbe, qualora venisse confermato, di un gesto di importanza strategica e diplomatica notevole, e mostra quanto pericoloso sia il gioco cui stanno giocando Obama e i suoi alleati in Medio Oriente.

La decisione, peraltro, metterebbe la giunta militare egiziana in rotta di collisione con l’Arabia Saudita, che si era mostrata favorevole alla rimozione dal potere dei Fratelli Musulmani (tendenzialmente vicini al Qatar) e aveva promesso assistenza economica al Cairo. Proprio l’Arabia Saudita finanzia da tre anni l’opposizione siriana armata ad Assad e i servizi sauditi sono accusati di aver destabilizzato anche il Libano.

Con Al-Sisi potrebbe invece crearsi un’asse di alleanza con Damasco fatto questo che Washington vorrebbe evitare a tutti i costi.

L’estrema arroganza dell’impero e lo spionaggio universale

di Leonardo Boff

Fonte: Adital

Il sequestro del presidente della Bolivia Evo Morales che ha impedito al suo aereo di sorvolare lo spazio europeo, ha svelato l’esistenza dello spionaggio internazionale da parte degli organi d’informazione e di controllo del governo nordamericano (NSA). Ciò fa riflettere su un tema culturale dalle conseguenze molto gravi: l’arroganza. I fatti appena descritti mostrano a che livello è arrivata l’arroganza degli europei, costretti dagli Stati Uniti. L’arroganza è un argomento centrale della riflessione greca classica. Attualmente è stata studiata in modo approfondito da un pensatore italiano con formazione professionale nel campo dell’economia, della sociologia e della psicologia analitica, Luigi Zoja, il cui libro è stato pubblicato in Brasile: História da Arrogância, Axis Mundi, São Paulo, 2000. (Edizione italiana: Storia dell’arroganza: psicologia e limiti dello sviluppo, Bergamo, Moretti & Vitali, 2010, N.d.T.)

In questo denso libro si traccia la storia dell’arroganza nelle culture mondiali, particolarmente in quella occidentale. I pensatori greci (filosofi e drammaturghi) osservarono che la razionalità che scaturiva dal mito era occupata da un demone che, in modo illimitato, le avrebbe fatto strada verso il desiderio e la conoscenza, in un processo senza fine. Questa energia cerca di rompere tutti i limiti e si esaurisce nell’arroganza, il vero peccato che gli dei castigavano severamente. Agli eccessi che si compiono in ogni settore gli fu assegnato il nome di hybris e Nemesi al principio divino che punisce l’arroganza.

L’imperativo nell’antica Grecia era il mèden àgan: «niente in eccesso». Tucidide farà dire a Pericle, il geniale politico di Atene: «amiamo il bello ma con frugalità; usiamo la ricchezza per iniziative industriose, prive di inutili ostentazioni; per nessuno la povertà è una vergogna, ma è vergognoso non fare il possibile per superarla». Tucidide cercava in tutto la giusta misura.

L’etica orientale, quella buddista e quella indù, predicava l’imposizione di limiti ai desideri. Il Tao Te King sentenziava: «non c’è maggiore disgrazia che quella di non sapere accontentarsi» (cap.46); «sarebbe stato meglio fermarsi prima che il bicchiere debordasse» (cap.9).

L’hybris-eccesso-arroganza è il maggiore vizio del potere, sia quello personale, sia quello di un gruppo o di un impero. Oggi questa arroganza si materializza nell’impero nordamericano, che asservisce tutti nell’ideale della crescita illimitata che soggiace nella nostra cultura e nell’economia politica.

Oggigiorno questo eccesso-arroganza è arrivato al suo culmine su due fronti: nella sorveglianza illimitata, che consiste nella capacità di controllo di tutti quanti da parte di un potere imperiale, mediante sofisticata tecnologia cibernetica, violando i diritti di sovranità di un paese e il diritto inalienabile alla privacy individuale. Ciò è un segnale di debolezza e di paura da parte di un impero che non riesce più a convincere con argomenti né attrarre per i suoi ideali. Allora fa uso della violenza diretta, della menzogna, del mancato rispetto dei diritti e degli statuti sanciti in campo internazionale. Secondo i grandi storici delle culture, Toynbee e Burckhard, questi sono i chiari segnali dell’irrefrenabile decadenza degli imperi. Tuttavia mentre questi affondano, provocano stragi inimmaginabili.

Il secondo fronte dell’hybris-eccesso risiede nel sogno della crescita illimitata mediante lo sfruttamento spietato dei beni e dei servizi naturali. L’Occidente ha creato ed esportato verso tutto il mondo questo tipo di crescita, misurata per la quantità di beni materiali (PIL). Ciò crea una rottura con la logica della natura che sempre si autoregola conservando l’interdipendenza di tutti verso tutti. È così che un albero non cresce illimitatamente verso il cielo; allo stesso modo l’essere umano conosce i propri limiti fisici e psichici. Ma questo progetto fa in modo che l’essere umano imponga alla natura la propria regolazione arrogante: egli consuma fino ad ammalarsi, ma allo stesso tempo va alla ricerca della salute totale e all’immortalità biologica. Ora che i limiti della Terra si fanno sentire, giacché si sta parlando di un pianeta piccolo e malato, gli uomini li sottopongono a ulteriori sforzi con l’uso di nuove tecnologie per produrre di più. La terra si difende generando il surriscaldamento globale con gli effetti estremi noti a tutti.

Con molta precisione asserisce Zoja: «la crescita senza fine non è altro che un’ingenua metafora dell’immortalità» (p.11). Samuel P. Huntington nel suo discutibilissimo libro Lo scontro della civiltà e il nuovo ordine mondiale (1997) affermava che l’arroganza occidentale rappresenta «la maggiore fonte pericolosa dell’instabilità e di un possibile conflitto globale in un mondo dalle molteplici civiltà». Questo eccedere i limiti è gravato dall’assenza della ragione sensibile e cordiale. Attraverso di questa leggiamo emotivamente i dati, ascoltiamo i messaggi della natura e percepiamo la natura umana della storia dell’uomo, drammatica e fiduciosa.

L’accettazione dei limiti ci rende umili e collegati a tutti gli altri esseri. L’impero nordamericano, mediante la sua logica di arroganza dominatrice, si allontana da tutti, crea sfiducia ma mai amicizia e ammirazione.

Finisco con una storia di Lev Tolstoj, allo stile di João Cabral de Mello Neto:

Di quanta terra ha bisogno un uomo? Un uomo fece un patto con il diavolo: avrebbe ricevuto tutta la terra che fosse stato in grado di conseguire percorrendola a piedi. Si mise a camminare giorno e notte, senza sostare, da una valle all’altra, da un monte all’altro. Fino a quando estenuato cadde a terra morto.

Commenta Tolstoj: se avesse conosciuto il proprio limite, avrebbe saputo che gli bastava solo qualche metro; più di tanto non gli sarebbe servito per essere sepolto.

Per essere ammirati gli Stati Uniti altro non avrebbero bisogno che del proprio territorio e del proprio popolo. Non sentirebbero la necessità di sospettare di tutti, nemmeno di curiosare nella vita degli altri.

[Trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Vincenzo Paglione]

I movimenti sociali verso l’ALBA contro la nuova aggressione imperialista

da Al Mukawama – Resistencia – resistencialibia.info

agosto 27, 2013

Stimati fratelli e sorelle latinoamericane,

dalla Segreteria Operativa dell’Articulazione dei Movimienti Sociali verso l’ALBA abbiamo preparato la lettera d ripudioalle azioni imperialiste del governo USA contro il Popolo Siriano, che trovate qui sotto affinché si possa creare una grande rete di solidarietà con questo popolo.

Vogliamo quindi invitare tutte le nostre organizzazioni, movimenti sociali, partiti politici, i nostri amici ed amiche artisti, cineasti, intellettuali e scienziati,di tutto il Latinoamerica, tutti noi che ci siamo impegnati con le lotte per una vera pace mondiale, con giustizia sociale, indipendenza e sovranità dei popoli del mondo affinché firmino la nostra lettera.

 

Inviate le addesioni a secretaria@albamovimientos.org.br  fino a giovedì (29 de Agosto 2013), 18:00 PM (ora de Brasilia), affinché il Venerdì, 30, ininziamo a dare un’Ampia Diffusione in tutti i media di comunicazione possibili. 

Fraterni saluti, 

Paola Estrada

Secretaria Operativa
ALBA Movimientos

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En CONTRA del  ATAQUE al PUEBLO SIRIO

BASTA DE MUERTES y MENTIRAS

 

    Las articulaciones internacionacionales, movimientos sociales y referentes de diferentes ámbitos que abajo firmamos repudiamos enérgicamente las maniobras imperialistas del GOBIERNO de los Estados Unidos y sus intereses economicos, que una vez más está haciendo los preparativos para invadir un país con la excusa de querer impartir la paz. Sin embargo sabemos, como lo ha demostrado la historia, que las invasiones por parte de Estados Unidos solo generan más muertes y miseria para los pueblos que sufren sus ataques tal como ocurrió en Vietnam, Afganistán, Kuwait, Irak y tantos otros países que debieron soportar la intervención gringa.

    La editorial del New York Times del día 27 de agosto, señala que “hay pocas dudas ahora de que el presidente Obama está planeando algún tipo de respuesta militar” en Siria. El diario monárquico El País de España también trabaja el tema en su portada de hoy. Las grandes medios hegemónicos preparan el escenario para legitimar esta intervención que como todos sabemos esconde fines de control geopolítico sobre una zona del mundo que es estratégica para los intereses imperialistas.

    Es condenable el uso de armas quimicos y del gás Sarin, en cualquier parte del mundo.  Pero nadie explica quienes los uso?  Que empresa transnacional lo fabrica? Tampoco explicam como y a quien se vendieran las armas?

    Los pueblos de Latinoamérica nos declaramos en estado de alerta y denunciamos, como ya lo está haciendo el pueblo cubano, el accionar de Estados Unidos, gendarme global, ahora comandado por un premio nóbel de la paz que, violando los órganos correspondientes de la ONU con la complicidad de los países de la Europa blanca  e imperial (Francia, Reino Unido), impone “paz” en el mundo con la fuerza de las armas.  La “paz” de los cementerios.Independientemente de las posiciones que se tengan respecto al gobierno de Siria, la defensa de la autonomía de este hermano pueblo tiene que ser la bandera principal de los movimientos sociales de todo el mundo.

    Por una verdadera Paz mundial con justicia social, independencia y soberanía de los pueblos del mundo. Pedimos que denunciemos por todos los medios posibles esta gravísima situación,

 

    Continente Americano, 27 de agosto de 2013.

 

Primeras Firmas

 

Secretaria Continental de los Movimientos Sociales hacia el ALBA

Frente Popular Dario Santillan – Corriente Nacional Argentina

Juventud Guevarista – Argentina

Marea Popular – Argentina

Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra – MST – Brasil

Movimiento por la Unidad Latinoamericana y el cambio social – Argentina

Via campesina Brasil 

Rete Nowar scende in piazza

La Rete No War, di fronte all’incombente e concreta minaccia di un intervento armato contro uno stato sovrano come la Siria, condotto in spregio di qualsiasi norma di diritto internazionale, e sulla base di motivazioni pretestuose e di  accuse non provate sull’uso di armi proibite da parte del Governo Siriano:

-indice una manifestazione di protesta domani 29 agosto, alle ore 18,00, a  Piazza Venezia a Roma, di fronte all’Altare della Patria;

-denuncia le gravi responsabilità degli Stati Uniti, della Francia, e della 
Gran Bretagna, nell’allontanare indefinitamente ogni possibilità di risolvere  in modo pacifico il conflitto che sta insanguinando la Siria;

-chiama tutte le organizzazioni pacifiste e democratiche, e tutti i cittadini  amanti della pace, a manifestare sotto tutte le sedi diplomatiche statunitensi  in Italia non appena dovessero essere lanciate da parte degli USA e dei loro  alleati azioni di bombardamento ed aggressione nei confronti della Siria.

Roma 28.08.2013

[Si ringrazia per la segnalazione Marta Turilli]

Iraq, il Patriarca caldeo Sako: «L’intervento contro la Siria sarebbe una sciagura»

Baghdad (Agenzia Fides) – «L’intervento militare a guida statunitense contro la Siria sarebbe una sciagura. Sarebbe come far scoppiare un vulcano con un’esplosione destinata a travolgere l’Iraq, il Libano, la Palestina. E forse qualcuno vuole proprio questo». Così il Patriarca di Babilonia dei Caldei Louis Raphael I Sako esprime all’Agenzia Fides il suo allarme rispetto alla prospettiva di un attacco esterno ormai dato per imminente contro il regime di Assad. Al capo della più consistente comunità cristiana presente in Iraq l’eventuale intervento occidentale in Siria richiama fatalmente l’esperienza vissuta dal suo popolo: «Dopo 10 anni dall’intervento della cosiddetta ‘coalizione dei volenterosi’ che abbatté Saddam» fa notare a Fides S. B. Sako, «il nostro Paese ancora è martoriato dalle bombe, dai problemi di sicurezza, dall’instabilità, dalla crisi economica».

Inoltre, nel caso siriano, secondo il Patriarca caldeo le cose sono ancora più complicate dalla difficoltà di cogliere le reali dinamiche della guerra civile che dilania da anni quella nazione: «L’opposizione a Assad» nota Sako è divisa, i vari gruppi si combattono tra loro, c’è un moltiplicarsi di milizie jiahdiste… Che fine farà quel Paese, dopo?». Al Patriarca anche le formule usate dai Paesi occidentali per giustificare l’eventuale intervento appaiono strumentali e confuse: «Tutti parlano di democrazia e di libertà, ma per raggiungere quegli obiettivi occorre passare per processi storici e non si può pensare di imporli in maniera meccanica o tanto meno con la forza. L’unica via, in Siria come altrove, è la ricerca di soluzioni politiche. Spingere i combattenti a trattare, immaginare un governo provvisorio che coinvolga sia quelli del regime che le forze d’opposizione. Ascoltando quello che davvero vuole il popolo siriano nella sua maggioranza».

Il Patriarca caldeo mostra cautela anche sulla scelta di giustificare l’intervento come rappresaglia inevitabile davanti all’uso delle armi chimiche da parte dell’esercito di Assad: «Gli occidentali» ricorda S.B. Sako «hanno giustificato anche l’intervento contro Saddam con l’accusa che il rais iracheno possedeva armi di distruzione di massa. Ma quelle armi non sono state trovate». (GV) (Agenzia Fides 28/8/2013).

[Si ringrazia Leonardo Landi per la segnalazione]

Fidel Castro sostiene che gli Stati Uniti e i suoi alleati intendono perpetrare un genocidio ai danni del popolo siriano

-Nefer-

fonte: HispanTV

Il leader della rivoluzione cubana, martedì ha detto che l’impero statunitense, con il supporto della NATO e dei suoi alleati in Medio Oriente sta preparando un genocidio nei paesi arabi usando menzogne e falsità mediatiche circa la loro offensiva in Iraq, Afghanistan e Kosovo. Riferendosi ad un eventuale attacco degli Stati Uniti contro la Siria, Castro ha detto che questa decisione inevitabilmente porterà a «gravi conseguenze». In questo senso, ha applaudito al coraggio della Siria che combatterà fino al suo ultimo respiro. Ha aggiunto che nel momento in cui si verifichi una guerra in Siria, «né Obama né nessun altro potranno garantire altra cosa che non sia l’estinzione», ha detto. Nei giorni scorsi, i funzionari statunitensi e alcuni leader europei hanno minacciato un attacco militare al governo del presidente siriano Bashar al-Assad, sostenendo che l’esercito siriano avrebbe usato armi chimiche combattendo contro i terroristi, un’accusa che è stata seccamente respinta da Damasco. Tuttavia, questa minaccia di Washington riceve una forte opposizione da diversi paesi, tra cui l’Iran e la Russia, poiché questo intervento militare colpisce l’intera regione.

[Si ringrazia per la segnalazione Francesco Guadagni]

Colombia, agricoltori in sciopero da otto giorni contro il neoliberismo di Santos

di Fabio Sebastiani – controlacrisi.org

26ago2013.- Ottavo giorno di scioperi e di mobilitazioni in Colombia. Quello che era iniziato come uno sciopero nazionale nel settore agrario ha assunto forme più allargate di protesta contro il governo colombiano che in questi lunghi giorni si trova sempre più in difficoltà ad affrontare la situazione. La Colombia è paralizzata dall’iniziativa delle organizzazioni contadine e popolari colombiane che stanno ricevendo il sostegno attivo e la solidarietà concreta da parte degli altri settori sociali: studenti, coltivatori di caffè, trasportatori, minatori e lavoratori della sanità e dell’industria, anch’essi colpiti duramente dalla politica economica che smantella, privatizza e favorisce le grandi multinazionali straniere.

L’altro ieri a Bogotà c’è stata una grande marcia di agricoltori. In numerose altre città continuano i blocchi ad oltranza. Le manifestazioni e i blocchi stradali coinvolgono 37 vie interregionali, in 9 dipartimenti. Pesante il bilancio degli scontri con più di 220 persone arrestate, decine e decine di feriti, due morti, almeno 25 le province bloccate ad intermittenza da parte della popolazione, strade completamente chiuse.

Al centro dell’attenzione le politiche economiche dell’amministrazione del presidente Juan Manuel Santos, gli undici Trattati di Libero Commercio che costituiscono una vera e propria razzia sulle terre dei contadini, ma anche l’elevato prezzo del combustibile, la riforma tributaria, progetti minerari e energetici devastanti e una situazione di malessere generalizzata che porta all’espansione a macchia d’olio delle proteste a cui stiamo assistendo in questi giorni.

L’arcivescovo di Tunja, mons. Luis Augusto Castro, ha esortato il governo a dialogare con efficacia con il settore agricolo. «Non è una soluzione aumentare le importazioni di prodotti come patate, cipolle o latte, dato che sarebbero una specie di tradimento della patria, poiché la patria è la gente» ha affermato l’arcivescovo di Tunja, preoccupato dalle conseguenze di un prolungamento dello sciopero, cioè la scarsità di prodotti in alcune regioni e un aumento della aggressività tra i manifestanti.

«La Costituzione ha avuto sempre lo spirito di rispondere per primo alla gente – ha detto mons. Castro – nel chiamare la società, i dirigenti e le autorità ad un’ampia riflessione sulla realtà dei contadini con una volontà all’ascolto e con una visione di giustizia». Per il settore della rinomata produzione caffettiera colombiana, ma anche del settore agroalimentare il Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti ha svantaggiato contadini e allevatori che devono competere con il contrabbando e l’importazione.

Il governo del presidente Santos non ha accettato la proposta di formare un tavolo di dialogo nazionale e ha ribadito che negozierà con ogni settore separatamente sempre che si sblocchino le strade e non ci siano più alterazioni dell’ordine pubblico.

[Si ringrazia per la segnalazione Martina Tabacchini]

De Sousa Santos: «L’euro è uno strumento neoliberista»

di Ana Pardo De Vera, Madrid 15/06/2013, da Público

«L’euro è stato uno degli strumenti con i quali il neoliberalismo è entrato in Europa»

Il professore portoghese ed intellettuale referente per i movimenti sociali Boaventura de Sousa Santos, analizza per Público la crisi della UE e la trappola capitalista del debito sovrano e delle politiche di austerità per distruggere l’ultimo bastione della protezione sociale e del lavoro, l’Europa.

Il professore Boaventura de Sousa Santos è dottore in Sociologia del Diritto per l’Università di Yale e cattedratico di Sociologia per l’Università di Coimbra. Questo fine settimana si trova a Madrid impegnato con l’Università Popolare dei Movimenti Sociali (UPMS), un’iniziativa che arriva per la prima volta in Spagna e riunisce in questi giorni 40 collettivi e movimenti sociali, accademici ed artistici di vari paesi alla ricerca di forme per organizzare e ricostruire il malmesso sistema democratico in Europa.

Si può già dire che il progetto della UE sia un fallimento?

Sì. La UE era un progetto di coesione sociale per creare un blocco nuovo e forte; un blocco economico, politico e sociale, con politiche di coesione molto importanti. La UE è stata concepita con due idee fondamentali: quella di non tornare più alle guerre mondiali, entrambe provocate dallo stesso paese, e quella di eliminare le periferie che esistono dal XV secolo: i paesi nordici, il sud dell’Europa (Portogallo, Spagna ed Italia), il sudest (Balcani e Grecia) e l’est europeo.

Il progetto europeo avrebbe dovuto mettere fine a queste periferie, con politiche molto importanti di fondi strutturali con l’obiettivo di uniformare la ricchezza in Europa. In tal senso, il progetto è fallito, ma molti di noi sostenevamo già da tempo che ciò sarebbe potuto accadere, poiché le periferie erano molto grandi. Certamente nei primi anni dell’integrazione europea sembrava che la UE avesse i suoi effetti: per esempio, in Portogallo, la rendita media raggiunse il 75% di quella europea nel 2000; senza dubbio ci avvicinavamo e, improvvisamente, tutto il processo si bloccò ed i paesi periferici tornarono ad essere trattati come tali. Da allora, la logica collettiva della costruzione sociale, economica e politica è passata ad essere una dinamica di centro-periferia che ha dominato su tutte le altre logiche. Una logica, inoltre, nella quale il centro non è nemmeno la Commissione Europea, bensì la Germania.

La UE deve reinventarsi, è necessario reinventarla. Al contrario, il futuro in Europa si presenta molto nero.

Ed il progetto dell’euro? A che punto è?

La domanda sul progetto euro non è se è fallito o meno, ma piuttosto che cosa si voleva fare con questo. In questo caso, la trappola esisteva dall’inizio, poiché l’euro è stato uno dei strumenti con il quale il neoliberalismo internazionale è penetrato in Europa, che fino ad allora, era il bastione della difesa dello Stato sociale; l’unico dove il neoliberalismo non era entrato grazie al fatto che i paesi in questione avevano partiti socialisti e – a volte anche all’opposizione – partiti comunisti, entrambi molto forti. I partiti venivano da una tradizione socialdemocratica molto radicata che esigevano una educazione pubblica, sanità pubblica o un sistema di pensioni pubbliche, per cui la resistenza a che il neoliberalismo non entrasse paese dopo paese era molto grande. Perciò non è penetrato in questo modo, ma l’ha fatto dall’alto: prima di tutto attraverso la Commissione, attraverso la Banca Centrale Europea (BCE) e successivamente grazie all’Euro.

«La democrazia in Europa è sospesa e sconfitta dal capitalismo»

Attraverso la costruzione neoliberale dell’euro e della BCE, il paese dominante da allora – la Germania – ha imposto le sue regole e la moneta è definita nel suo valore internazionale in accordo con gli interessi economici della Germania, e non con gli interessi del Portogallo o della Spagna, per esempio. Ai paesi del sud, incredibilmente, non è mai venuta in mente l’idea che ciò sarebbe potuto accadere, perché hanno creduto di essere parte di un blocco politico ed economico, dove non c’era un debito greco, spagnolo o portoghese, ma che esistesse una coesione e non ci sarebbe potuta essere alcuna speculazione. Senza dubbio, a causa degli interessi delle sue banche, la Germania ha deciso che invece esiste un debito greco irlandese, portoghese o spagnolo, con il quale ha reso questi paesi molto deboli, senza che l’Europa desse garanzie e promuovendo la speculazione finanziaria facendo passare l’idea che questi paesi avrebbero trovato una soluzione solo dopo un intervento brutale. Un intervento che non è servito a nulla e che adesso, sembra che inizino a riconoscerlo persino coloro che l’hanno imposto.

Ci troviamo di fronte ad un’improvvisazione o il gioco è già calcolato?

Il fatto è ancora più tragico, poiché non è nulla di nuovo. Il problema dell’Europa è che non ha nulla da insegnare al mondo e nulla riesce ad imparare dal mondo. Non ha nulla da insegnare poiché l’assenza di idee, novità o alternative qui è totale e non ha nulla da imparare poiché l’arroganza coloniale di questo continente è assoluta e non le permette di apprendere. Ciò è evidente quando diciamo: «In Brasile, in Argentina o in Ecuador si è fatto così», dopodiché affermiamo: «Questi sono paesi meno sviluppati».

Continuiamo con questa pretesa di superiorità?

Continuiamo con questa arroganza coloniale, sì. E non lo prendiamo seriamente, ma ciò che oggi ci dice il FMI, lo ha detto prima per la Tanzania, il Mozambico e l’Indonesia, lo sappiamo bene. Applicare determinate misure dopodiché affermare che sono state eccessive, è un fatto ricorrente. Ed un’agenzia che si è resa responsabile di tanta povertà, tanta sofferenza in questi paesi, dovrebbe essere denunciata davanti ai tribunali; e non dico necessariamente per un delitto criminale, ma quanto meno per negligenza. Bisognerebbe ripagare almeno civilmente i paesi colpiti, poiché, inoltre, affermano di commettere un errore con le loro politiche dopodiché continuano a commetterlo.

«È necessaria una riparazione civile per i paesi colpiti dalle misure di austerità»

Non c’è volontà di emendare…

Nessuna. Ma il fatto è che, inoltre, alla UE non piace che il FMI ritratti, perché è impegnata nelle politiche di austerità e se in Germania si percepisse che sono negative, Angela Merkel potrebbe perdere le elezioni. Tutto è organizzato affinché nulla cambi fino alle elezioni in Germania, pertanto Italia, Grecia, Portogallo e Spagna devono aspettare e lo fanno, dico sempre io, con una democrazia sospesa.

E noi cittadini che soffriamo i tagli, che possiamo fare? Dobbiamo anche noi aspettare le elezioni in Germania per fare pressione sui nostri governi affinché facciano qualcosa, in questo caso?

I Governi non faranno nulla, poiché, sono completamente dipendenti dal mandato tedesco. E nonostante la gente rifiuti ciò, non lo fa in una maniera forte ed articolata. Questo fine di settimana, con il progetto della Università Popolare dei Movimenti Sociali (UPMS), precisamente, stiamo tentando di capire come resistere, identificare le differenze dei diversi gruppi, verificando perché alcuni sono interessati in una misura e perché gli altri in un’altra o perché alcuni credono che si dovrebbe creare un partito ed altri no. La settimana scorsa, in Portogallo, stavo lavorando ad una iniziativa con l’ex presidente della Repubblica, Mario Soares, con la quale abbiamo messo insieme 600 persone in una sala per chiedere le dimissioni del governo attuale, elezioni anticipate ed un esecutivo delle sinistre. È stata la prima volta dopo il 25 aprile [1975, NdT], che siamo riusciti a mettere insieme rappresentanti del Partito Comunista, del Partito Socialista e del Blocco di Sinistra per dare vita ad un’alternativa delle sinistre. Anche se sappiamo che per ragioni storiche è molto difficile riuscirci.

Come in Spagna…

Anche qui… E in Portogallo, alla fine, ci siamo resi conto che era impossibile, che un’alternativa delle sinistre è impossibile.

Perché?

Perché, da un lato il Blocco della Sinistra ed il Partito Comunista vogliono rinegoziare il debito e, inoltre, hanno concluso che parte di questo debito non può essere pagato – è del 130% del PIL – il che significherebbe l’impoverimento delle future generazioni. Tutto il denaro che entra alla Troika servirebbe per pagare il debito, nemmeno un centesimo servirebbe per la salute o per garantire il diritto alla casa.

«Il movimento per democratizzare la democrazia a volte risulterà violento contro la proprietà, a volte illegale»

Dall’altro lato, il Partito Socialista, che è dominato dalla logica del neoliberalismo da tempo, vuole essere Governo, nonché nell’ambito europeo dominato esso stesso per il neoliberalismo. Pertanto, non considerano possibile rinegoziare il debito: ritengono che vada pagato interamente, limitandosi a negoziare sui tassi o sui tempi del pagamento, per esempio.

E qui finisce l’obiettivo della riunione di unire la sinistra.

Qui si è concluso.

Come vede in Spagna i partiti della sinistra?

La stessa divisione, anche se in Portogallo è più grave, perché… Chi sono stati gli invitati spagnoli del Club Bilderberg in Hertfordshire (Regno Unito)?

Il ministro dell’Economia, Luis de Guindos; il consigliere delegato del Grupo Prisa, Juan Luis Cebrián; quello dell’Inditex, Pablo Isla,… perché?

Perché i partecipanti dal Portogallo sono stati molto interessanti, molto esemplificativa relativamente al futuro: hano partecipato al Bilderberg il segretario del Partito Socialista e il segretario del partito delle destre che sta al Governo, ovvero, la elite internazionale ha già deciso l’esito delle elezioni. I portoghesi andranno a lavorare fino alle prossime elezioni, lottando per un Governo delle sinistre – stupidi loro – le elezioni sono già decise e i socialisti sono d’accordo con loro. Perciò, io credo che in Europa andiamo incontro ad un periodo ogni volta più duro e con maggiori tagli; io lo definisco un periodo post-istituzionale (‘Dopo le istituzioni’), poiché le istituzioni dello Stato non rispondono alla gente e la gente non si sente rappresentata da queste istituzioni.

Che possiamo aspettarci da un periodo così?

Sarà un periodo lungo e turbolento, a mio giudizio, e sarà una lotta per la ridefinizione della democrazia. Non è casuale che i giovani qui in Spagna o in Portogallo parlino di Democracia Real o si appellino alla Democracia Ya, poiché la democrazia in Spagna è sospesa e sconfitta. C’è stato un conflitto tra la democrazia rappresentativa ed il capitale, alla fine ha vinto il capitale.

C’è qualche possibilità che si ridesti nuovamente la democrazia?

Solo quando il capitalismo avrà paura. Fino ad ora, le banche sono state riscattate con il denaro pubblico, ma non ci sarà la possibilità di riscattarlo con lo stesso denaro un’altra volta, a meno che i cittadini non siano ridotti in condizione di schiavitù. Può avvenire una catastrofe e dobbiamo lottare per evitare che si verifichi, identificando tutti gli errori che sono stati commessi nelle politiche progressiste in Europa. Per esempio, credere che solo un piccolo gruppo in ogni paese fosse politicizzato: i membri dei partiti, delle ONG o dei movimenti sociali. Il resto dei cittadini era considerato alla stregua di una massa informe, spoliticizzati che non avevano alcuna rilevanza politica, ma sono coloro che adesso scendono nelle strade.

«In Europa, c’è stato un conflitto tra la democrazia rappresentativa ed il capitalismo ed ha vinto il capitale».

Da loro dipende il futuro; la trasformazione democratica arriverà da parte di tutti gli indignados: pensionati, giovani, medici, professionisti,… che implica, inoltre, un’unione intergenerazionale che prima non esisteva e che deve portare a termine una rivoluzione democratica; è necessaria per non arrivare alla catastrofe.

Come si realizza una rivoluzione democratica nello scenario attuale? Che significato ha, più in là dei termini?

Significa democratizzare la democrazia attraverso un movimento popolare molto forte, che a volte risulterà violento, anche se mai contro le persone, e a volte risulterà illegale, poiché una delle caratteristiche degli Stati neoliberali è quella di essere ogni volta più repressivi.

Con l’essere violenti intende, per esempio, gli escraches e con l’essere illegale, alle iniziative come Circondiamo il Congresso?

Sì, bisogna rafforzare tutti questi movimenti.

Anche il 15M nel suo insieme? C’è la percezione che sia un movimento nato con molto impeto e che si vada sgonfiando, che vada perdendo forza. Forse perché la Spagna è già un paese rassegnato?

Non credo che lo siamo – ed includo il mio paese, il Portogallo – non siamo paesi rassegnati, ma piuttosto abbiamo sofferto più di 40 anni di dittatura; 48 anni nel mio paese, più che in Spagna. Intanto, passavano al nostro fianco i movimenti europei di partecipazione politica (movimento studentesco, quello del 1968, i movimenti di liberazione delle colonie,…). Eravamo molto isolati, per questo i nostri paesi non hanno la cultura democratica della resistenza. D’altra parte, ci sono dei momenti congiunturali che influiscono sui movimenti; per esempio, non possiamo pensare che le piazze si vadano riempiendo in inverno così come in primavera o in estate.

«Un movimento non si costruisce con una autonomia individuale bensì con una autonomia collettiva»

Inoltre, i movimenti nella misura in cui maturano, si dividono: c’è gente impegnata nel movimento contro gli sfratti, altri sulla sanità; gente che pensa si debba costruire un partito, altri che pensano di no; persone che parlano di consigli popolari, forme di controllo cittadino…

E come si organizza tutto ciò? Come ci si mette d’accordo?

La Rivoluzione democratica ha due piedi: cambiare la democrazia rappresentativa neoliberale attraverso un mutamento del sistema politico che porta, a sua volta,un cambiamento del sistema dei partiti. Vale a dire, che porta alla partecipazione di indipendenti nel sistema politico, nella regolazione e nel finanziamento dei partiti, nel sistema elettorale… C’è molto da fare, ma soprattutto, sapendo che la riforma non verrà mai propiziata dai partiti, i quali sanno bene che usciranno ridimensionati da tutto questo, ma verrà piuttosto da parte dei cittadini. La democrazia partecipativa che ne risulta – della quale già abbiamo esperienza fuori dall’Europa – tratterà nuove forme di attuazione: referendum, consigli popolari, consigli di settore, bilancio partecipativo a livello locale o regionale, per esempio;… Ovvero, democrazia diretta che controlla gli eletti, che vada più in là dell’autorizzazione del governo; che vada fino alla resa dei conti, che deve arrivare dall’esterno, da parte dei cittadini organizzati. Il problema è che ora non sono organizzati.

Si riferisce al movimento degli indignati? Che critiche ha da muovere loro?

Ne ho diverse. Primo, alle assemblee dove si prendono decisioni per consenso che possono essere totalmente paralizzanti, poiché una piccola minoranza può impedire qualsiasi decisione. Con forme dominati di decisione non ci può essere una formulazione politica; e senza formulazione politica non vi sono alternative. Secondo, il sistema di grande autonomia individuale che esercitano (ognuno decide quando entra e quando se ne va, per esempio) e che è più somigliante al neoliberalismo di quello che pensano. Un movimento non si costruisce con l’autonomia individuale, piuttosto con l’autonomia collettiva. E non ce l’hanno. Terzo, una caratteristica che stiamo vedendo, soprattutto tra gli accampati negli USA e in alcuni qui: ha maggiore legittimità chi si mantiene più tempo accampato nella piazza. Non tengono in conto che c’è gente molto valida, che però deve andare a lavorare o a casa ad accudire i figli. Sono meno legittimati per questo? No, perché rimanere più tempo in una piazza non è motivo di maggiore legittimità.

Tutto ciò non ha impedito ad avanzare di più al movimento degli indignados?

Io lavoro con loro come intellettuale di retroguardia, così che mi considero, e credo che in questi momenti, non rappresentano un movimento;  sono presenze che non hanno proposte molto concrete e lo capisco, poiché è tutto il sistema che è marcio e vogliono ricostruirlo dal basso. Per questo, chiedono una nuova Costituzione ciò è certamente positivo; chiedono una spinta costituente, cosa che io difendo: una nuova Costituzione che ritiri il monopolio della rappresentanza politica ai partiti; che stabilisca differenti forme di proprietà oltre a quella statale e privata – sono proposte le forme di proprietà comunale o cooperativa, per esempio – che stabiliscano una nuova forma di controllo più articolata; una riorganizzazione totale del sistema di giustizia, ed un modo per proteggere le nostre costituzioni dalle speculazioni finanziarie e dai debiti che non possono essere pagati.

«Tutto è organizzato affinché nulla cambi fino alle prossime elezioni tedesche»

Tale debito è esattamente il vincolo per imporre le politiche di austerità…

Guardate cosa accade in Portogallo: un debito del 130% del PIL, la disoccupazione che cresce ed una recessione ogni volta maggiore. Chi ci governa lo sa, per questo, sono ogni volta più convinto che questa non è una crisi. Dobbiamo lottare anche per i termini del dibattito, poiché questa non è una crisi: è una grande manovra del capitalismo mondiale finanziario per distruggere l’ultima fortezza che esisteva nel mondo della protezione sociale e dei diritti del lavoro. Il rimedio alla crisi sta peggiorando la crisi, o anche, che è lo stesso, il medico sta uccidendo il malato. E la cosa peggiore è che non necessariamente quanta più crisi c’è, tanto maggiore è la resistenza. Perché ci sono livelli di crisi tanto grandi e nella quale la gente si trova tanto impoverita, tanto depressa, che non scende in strada; gente che si suicida, che prende ansiolitici; gente che interiorizza la crisi e si ritrae in sé stessa. Stiamo entrando in questo processo. Perciò, credo che quest’anno sarà decisivo per sapere se abbiamo l’energia per cambiare questa realtà. Questo è ciò che faremo questo fine settimana nella UPMS, verificheremo se possiamo articolare qualcosa per generare una turbolenza politica che non permetta a questi governi – questi sistemi di protettorato, in realtà – di continuare a governare.

[Si ringrazia per la segnalazione Maylyn López, trad. di Ciro Brescia]

Il pubblico occidentale spaventato dal generale Al-Sissi


JPEG - 26.3 Kbdi Thierry Meyssan

Mentre gli egiziani sostengono al 95% il “colpo di stato militare” che ha rovesciato il presidente Morsi, la stampa occidentale strepita contro il ritorno della dittatura e piange i morti civili della repressione. Per Thierry Meyssan, questo atteggiamento deriva dalla castrazione delle popolazioni occidentali che hanno dimenticato le lezioni dei loro antenati e pensano che tutti i conflitti possano trovare delle soluzioni pacifiche.
Rete Voltaire -Damasco (Siria)| 26 agosto 2013

La stampa negli Stati Uniti e in Europa fa causa comune contro il colpo di stato militare in Egitto e lamenta il migliaio di morti che ne sono seguiti. Risulta evidente per essa che gli egiziani, che hanno rovesciato la dittatura di Hosni Mubarak, sono oggi le vittime di una nuova dittatura e che Mohamed Morsi, eletto “democraticamente“, sia l’unico legittimato a esercitare il potere.
Tuttavia, questa visione delle cose è contraddetta dall’unanimità con cui la società egiziana si schiera dietro il suo esercito. Abdelfatah Al-Sissi ha annunciato la destituzione del Presidente Morsi alla presenza dei rappresentanti di tutte le sensibilità del paese, compreso il rettore di Al-Azhar e il capo dei salafiti, venuti ad approvarla. Può vantarsi di essere sostenuto nella sua lotta dai rappresentanti del 95% dei suoi compatrioti.
Per gli egiziani, la legittimità di Mohamed Morsi non si misura nel modo in cui è stato designato alla carica di presidente, con o senza le elezioni, ma con il servizio che ha reso o meno al paese. Ora, i Fratelli hanno per lo più dimostrato che il loro slogan “L’Islam è la soluzione!” mascherava male la loro impreparazione e la loro incompetenza.

Per l’uomo della strada, il turismo si è rarefatto, l’economia è regredita, e la sterlina è precipitata del 20%.

Per le classi medie, Morsi non è mai stato eletto democraticamente. La maggior parte dei seggi elettorali erano stati occupati militarmente dai Fratelli Musulmani e il 65% degli elettori si sono astenuti. Questa farsa è stata coperta dagli osservatori internazionali inviati dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea che sostenevano la Fratellanza. A novembre, il presidente Morsi ha abrogato la separazione dei poteri, vietando ai tribunali di contestare le sue decisioni. Poi ha sciolto la Corte Suprema e ha revocato il procuratore generale. Ha abrogato la Costituzione e ne ha fatto redigere una nuova da una commissione da lui nominata, prima di fare adottare questa legge fondamentale in un referendum boicottato dal 66% dei votanti.

Per l’esercito, Morsi ha annunciato la sua intenzione di privatizzare il Canale di Suez, simbolo dell’indipendenza economica e politica del paese, e di venderlo ai suoi amici del Qatar. Ha iniziato la vendita dei terreni pubblici nel Sinai a personalità di Hamas affinché trasferissero in Egitto i lavoratori di Gaza e permettessero così a Israele di finirla con la sua “questione palestinese“. Soprattutto, ha fatto appello a entrare in guerra contro la Siria, avamposto storico dell’Egitto nel Levante. Così facendo, ha messo in pericolo la sicurezza nazionale, che gli spettava proteggere.

Tuttavia, il problema fondamentale degli occidentali di fronte alla crisi egiziana rimane il rapporto con la violenza. Visto da New York o da Parigi, un esercito che spara proiettili veri contro i manifestanti è tirannico. E la stampa non fa che evidenziare, per aggiungere orrore all’orrore, che molte delle vittime sono donne e bambini.

È una visione castrata delle relazioni umane nella quale una persona sarebbe disposta a dibattere in quanto disarmata. Ma il fanatismo è un comportamento che non ha nulla a che fare con il fatto di essere armati o meno. Gli occidentali hanno già affrontato questo problema 70 anni fa. All’epoca Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill fecero radere al suolo intere città, come Dresda (Germania) e Tokyo (Giappone), la cui popolazione civile era disarmata [1]. Questi due leader non sono considerati malgrado ciò come dei criminali, ma sono celebrati come eroi. Era evidente e indiscutibile che il fanatismo dei tedeschi e dei giapponesi rendeva impossibile qualsiasi soluzione pacifica.

I Fratelli musulmani sono terroristi e devono essere sconfitti? Qualsiasi risposta univoca e globale sarebbe sbagliata, perché ci sono molte tendenze in seno alla Fratellanza internazionale. Tuttavia, il loro bilancio parla da sé: hanno una lunga e oscura storia di golpisti in molti stati arabi. Nel 2011, hanno organizzato l’opposizione a Muammar el-Gheddafi e hanno approfittato del suo rovesciamento da parte della NATO. Continuano la lotta armata per conquistare il potere in Siria. Per quanto riguarda la Fratellanza in Egitto, il presidente Morsi ha riabilitato i killer del suo predecessore Anwar Sadat e li ha rilasciati. Ha inoltre nominato governatore di Luxor il numero due del commando che proprio lì vi aveva massacrato 62 persone, per lo più turisti, nel 1997. Inoltre, durante il semplice appello a dimostrare lanciato dai Fratelli affinché si riportasse in carica il “loro” presidente, essi si sono vendicati bruciando 82 chiese copte.

La repulsione degli occidentali per i governi militari non è condivisa dagli egiziani, l’unico popolo al mondo ad essere stato governato esclusivamente dai militari – con l’eccezione dell’anno di Morsi – per oltre 3000 anni.

[Si ringrazia Alfredo Viloria per la interessante segnalazione]

Maduro: «Un attacco contro la Siria potrebbe essere l’inizio di una disastrosa guerra»

di Fabrizio Verde

Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, ha esortato la Comunità internazionale ad alzarsi in piedi e respingere il possibile intervento di forze straniere nel territorio siriano. «Un attacco contro la Siria potrebbe essere l’inizio di una grande guerra disastrosa», ha commentato il presidente che ha chiesto una soluzione diplomatica del conflitto.

La dichiarazione del presidente venezuelano arriva dopo che Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania e Turchia hanno annunciato di considerare la realizzazione di un intervento militare in Siria senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in seguito al presunto attacco con armi chimiche avvenuto il passato 21 agosto in un sobborgo di Damasco denominato Guta Orientale. Occorre sottolineare che gli ispettori dell’ONU che lavorano attualmente nel paese ancora non hanno confermato la circostanza di un attacco con armi chimiche.

fonte: Russia Today

(VIDEO) Sventato attentato al Presidente Maduro

El ministro del Poder Popular para las Relaciones de Interior y Justicia, Miguel Rodríguez Torresdi Fabrizio Verde
Il Ministro del Potere Popolare per gli Interni, la Giustizia e la Pace del Venezuela, Miguel Rodríguez Torres, ha reso noto che le autorità dello stato bolivariano hanno sventato un attentato mirante all’assassinio del presidente Nicolas Maduro. Nell’ambito di questa operazione sono stati arrestati due cittadini colombiani che avrebbero dovuto portare a compimento il piano criminale denominato «Carpeta Amarilla». Operazione in cui sarebbe coinvolto anche un ex presidente colombiano, l’ultraconservatore Alvaro Uribe che, come confermato dal ministro venezuelano, intratterrebbe stabili rapporti con il gruppo di cui fanno parte i colombiani fermati il 15 di agosto. 
I due, Víctor Johan Gueche Mosquera di 22 anni e Erick Leonardo Huertas Río di 18, entrati in Venezuela grazie a passaporti contraffatti sono parte integrante di una banda operante in Colombia alla cui testa vi è Óscar Alcantara González già collaboratore di Alvaro Uribe – alias Gancho Mosco – attualmente detenuto in Colombia per omicidio e traffico di stupefacenti. A tenere i contatti tra gli attentatori e il capo del gruppo era invece Alejandro Caceido Alfonso – alias David – che ha scortato i due dalla capitale colombiana Bogotà sino al confine venezuelano.Arrivati in Venezuela il 13 agosto con l’intento di dare concretezza al piano omicida e destabilizzatore, Gueche e Huertas, sono stati localizzati e catturati in un hotel di Los Teques nello Stato di Miranda governato dal 2008 da Capriles, appena due giorni dopo dagli uomini del Sebin (Servicio Bolivariano de Inteligencia Nacional) che hanno operato in stretto contatto con le autorità colombiane.Nelle successive perquisizioni sono stati rinvenuti due fucili dotati di puntamento laser, fotografie del Presidente Maduro e di Diosdado Cabello, presidente dell’Assemblea Nazionale venezuelana. A riprova che l’attentato mirava ai massimi vertici dello Stato bolivariano. Inoltre – riferisce ancora il Ministro Miguel Rodríguez Torres – in un borsone vi erano dieci uniformi militari dell’esercito venezuelano complete di tesserino di riconoscimento.Una terza persona coinvolta nel piano omicida è attualmente ricercata dalle autorità venezuelane. Si tratta di Carlos Salcedo, cittadino venezuelano, sospettato di aver provveduto a condurre i criminali colombiani da San Antonio (Tachira) sino a Valencia (Carabobo) e successivamente nella città di Los Teques (Miranda) dove è si è poi arrestato il complotto. Inoltre il venezuelano, a cui attualmente il Sebin dà la caccia avrebbe consegnato agli attentatori armi e uniformi.Il presidente Maduro stesso ha invitato Salcedo a consegnarsi alle autorità. «Garantiremo tutti i suoi diritti e un processo giusto. Però si costituisca». Queste le parole del successore di Chávez che si è anche detto convinto che dietro il complotto vi sia la mano dei dirigenti della destra venezuelana. «Non ho alcun dubbio – ha dichiarato Maduro – che i leader della destra venezuelana siano d’accordo con l’esecuzione di un assassinio».

A tal proposito è bene ricordare che si tratta di quegli stessi dirigenti, definiti democratici dal complesso dei media mainstream, che imbastirono un cruento golpe contro il presidente Chávez, il quale ritornò al suo posto e non fu ammazzato grazie alla veemente reazione popolare in favore della Rivoluzione Bolivariana che si scatenò in seguito al golpe.

Le armi chimiche sono state usate dai “ribelli”

Crisi siriana, agosto 2013 – I Russi sono in possesso di prove che dimostrano come gli attacchi chimici siano opera dei miliziani dell’insurrezione e non delle forze regolari, come hanno tentato di far credere i responsabili dell’opposizione armata siriana e i loro alleati occidentali e arabi. Sono prove costituite da foto e documenti che mostrano i proiettili sparati a partire dalle regioni controllate dagli insorti e sono state presentate  dai rappresentanti russi alle Nazioni Unite nella notte tra il 21 e il 22 agosto scorso

Al-Manar, 24 agosto 2013 
Siria: sono stati i “ribelli” vicini ad Al Qaida a lanciare due missili chimici contro l’esercito, colpendo una cinquantina di soldati

Le armi chimiche sono state usate dai “ribelli”
Le autorità siriane hanno annunciato, sabato 24 agosto, di aver scoperto delle armi chimiche fabbricate in Turchia e in Arabia Saudita nelle mani dei ribelli a Jobar, un quartiere di Damasco sotto assedio da parte dell’esercito regolare

Secondo l’agenzia di informazione Sana, le truppe del governo hanno scoperto queste armi in un tunnel utilizzato dai miliziani che combattono contro il governo siriano a Jobar, nella Ghuta Orientale. Nello stesso tempo Damasco ha dato conto del fatto che 50 militari dell’esercito regolare sono stati colpiti nel corso di attacchi con armi chimiche nella stessa regione. Martedì scorso Damasco aveva smentito le accuse, proferite dai responsabili dell’opposizione armata siriana, di avere lanciato degli attacchi con armi chimiche contro i quartieri delle due Ghuta, orientale e occidentale, di Damasco, nella notte tra il 20 e il 21 agosto, che avrebbero provocato, secondo le fonti dell’insurrezione, centinaia di morti. Mentre queste ultime parlano di 1300 o 1660 morti, l’Osservatorio siriano per i diritti dell’uomo, organismo dell’insurrezione siriana con sede a Londra e accreditato presso le agenzie internazionali sui temi della crisi siriana, ha parlato invece di 100 o 170 morti.

Le prove dei Russi

Dal canto loro, i Russi sono in possesso di prove che dimostrano come gli attacchi chimici perpetrati contro le due Ghuta di Damasco siano opera dei miliziani dell’insurrezione e non delle forze regolari, come hanno tentato di far credere i responsabili dell’opposizione armata siriana e i loro alleati occidentali e arabi.

Queste prove, che sono costituite da foto e documenti che mostrano i proiettili sparati a partire dalle regioni controllate dagli insorti, sono state presentate  dai rappresentanti russi alle Nazioni Unite nella notte tra il 21 e il 22 agosto scorso, mentre l’Arabia Saudita faceva ogni sforzo perché si indicesse una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza.
A loro volta, i membri del Consiglio di sicurezza erano completamente stupefatti e ci si è accontentati di una riunione ordinaria, conclusasi con raccomandazioni di routine miranti a svolgere delle investigazioni preliminari.
Ciò che non ha però abbassato il tono della campagna diplomatica e mediatica condotta dagli occidentali e dalle monarchie arabe.

Foto satellitari a sostegno
Il corrispondente del giornale libanese As-Safir in Francia, Mohammad Balloute, ha scritto in un articolo datato 23 agosto, citando fonti arabe, che le delegazioni USA e occidentali hanno ricevuto dei documenti russi convincenti circa il coinvolgimento dei ribelli in questi attacchi.
Essi comprendono tra l’altro le foto satellitari di due missili lanciati a partire dalla Ghuta orientale, più precisamente dalla località di Duma, caposaldo della milizia Liwa Al-Islam (Brigata dell’Islam), forte di 25 mila elementi, al comando di Zahrane Allouche.
L’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite, Bachar al Jaafari, in arrivo da Damasco, ha presentato anch’egli dei documenti che confermano la versione russa.
Secondo i Russi, questi proiettili sono dei missili chimici di fabbricazione locale. Il primo sarebbe caduto a Jobar, in prossimità della città vecchia, e il secondo in una regione situata tra Zmelka e Arbine.

I missili falliscono l’obiettivo
In proposito, il sito Syria Truth ha pubblicato una analisi diversa circa i veri obiettivi dell’attacco. Citando fonti francesi e inglesi concordanti, non meglio precisati, il sito afferma che, in un primo tempo, obiettivo dell’attacco chimico sarebbero stati i soldati dell’esercito regolare che stazionavano nella piazza degli Abbasidi,  a est d Damasco, e nelle periferie.
In preparazione della battaglia per la liberazione della Ghuta orientale, e prima di intervenire coi soldati e i carri armati, l’esercito siriano aveva avviato il bombardamento delle regioni limitrofe alle zone in cui stazionavano i propri uomini, questi fatti sono riportati anche da Assafir.

13 milizie di insorti che si erano raggruppati sotto il nome di “Fronte di conquista della capitale” vi stazionavano. Stranamente questi gruppuscoli e i loro sniper,  disseminati negli edifici della zona, si sono rapidamente ritirati.
E’ a questo punto che è scattato l’attacco chimico, vale a dire verso l’1,30 (ora locale) e non alle 3, come sostenuto dalla Commissione generale della rivoluzione siriana.

Secondo Syria Truth, i missili hanno fallito il bersaglio e invece di colpire la piazza degli Abbasidi, sono caduti sulle regioni situate tra Zmelka, Arbine e Jobar.

I 50 soldati feriti
Sembra che invece a Maadamiyya, nella Ghuta Occidentale, seconda zona dove vi è stato l’attacco chimico, il piano sia riuscito.
Secondo Syria Truth, una cinquantina di soldati regolari sono rimasti contaminati dal gas chimico il 21 agosto scorso. In forza alla quarta divisione della Guardia Repubblicana, essi si preparavano all’assalto della località e sono stati investiti in pieno dall’attacco chimico.
Feriti, sono stati trasportati a bordo di 39 ambulanze, assicura il sito, citando testimoni oculari del limitrofo quartiere Soumariyya. Il sito lascia intendere che il loro numero possa essere superiore a 50, dal momento che ogni ambulanza può trasportare 2 persone. Il sito assicura che le autorità siriane evitano di rivelare il caso per non abbassare il morale delle truppe.

[trad. a cura di Ossin]

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