De Sousa Santos: «L’euro è uno strumento neoliberista»

di Ana Pardo De Vera, Madrid 15/06/2013, da Público

«L’euro è stato uno degli strumenti con i quali il neoliberalismo è entrato in Europa»

Il professore portoghese ed intellettuale referente per i movimenti sociali Boaventura de Sousa Santos, analizza per Público la crisi della UE e la trappola capitalista del debito sovrano e delle politiche di austerità per distruggere l’ultimo bastione della protezione sociale e del lavoro, l’Europa.

Il professore Boaventura de Sousa Santos è dottore in Sociologia del Diritto per l’Università di Yale e cattedratico di Sociologia per l’Università di Coimbra. Questo fine settimana si trova a Madrid impegnato con l’Università Popolare dei Movimenti Sociali (UPMS), un’iniziativa che arriva per la prima volta in Spagna e riunisce in questi giorni 40 collettivi e movimenti sociali, accademici ed artistici di vari paesi alla ricerca di forme per organizzare e ricostruire il malmesso sistema democratico in Europa.

Si può già dire che il progetto della UE sia un fallimento?

Sì. La UE era un progetto di coesione sociale per creare un blocco nuovo e forte; un blocco economico, politico e sociale, con politiche di coesione molto importanti. La UE è stata concepita con due idee fondamentali: quella di non tornare più alle guerre mondiali, entrambe provocate dallo stesso paese, e quella di eliminare le periferie che esistono dal XV secolo: i paesi nordici, il sud dell’Europa (Portogallo, Spagna ed Italia), il sudest (Balcani e Grecia) e l’est europeo.

Il progetto europeo avrebbe dovuto mettere fine a queste periferie, con politiche molto importanti di fondi strutturali con l’obiettivo di uniformare la ricchezza in Europa. In tal senso, il progetto è fallito, ma molti di noi sostenevamo già da tempo che ciò sarebbe potuto accadere, poiché le periferie erano molto grandi. Certamente nei primi anni dell’integrazione europea sembrava che la UE avesse i suoi effetti: per esempio, in Portogallo, la rendita media raggiunse il 75% di quella europea nel 2000; senza dubbio ci avvicinavamo e, improvvisamente, tutto il processo si bloccò ed i paesi periferici tornarono ad essere trattati come tali. Da allora, la logica collettiva della costruzione sociale, economica e politica è passata ad essere una dinamica di centro-periferia che ha dominato su tutte le altre logiche. Una logica, inoltre, nella quale il centro non è nemmeno la Commissione Europea, bensì la Germania.

La UE deve reinventarsi, è necessario reinventarla. Al contrario, il futuro in Europa si presenta molto nero.

Ed il progetto dell’euro? A che punto è?

La domanda sul progetto euro non è se è fallito o meno, ma piuttosto che cosa si voleva fare con questo. In questo caso, la trappola esisteva dall’inizio, poiché l’euro è stato uno dei strumenti con il quale il neoliberalismo internazionale è penetrato in Europa, che fino ad allora, era il bastione della difesa dello Stato sociale; l’unico dove il neoliberalismo non era entrato grazie al fatto che i paesi in questione avevano partiti socialisti e – a volte anche all’opposizione – partiti comunisti, entrambi molto forti. I partiti venivano da una tradizione socialdemocratica molto radicata che esigevano una educazione pubblica, sanità pubblica o un sistema di pensioni pubbliche, per cui la resistenza a che il neoliberalismo non entrasse paese dopo paese era molto grande. Perciò non è penetrato in questo modo, ma l’ha fatto dall’alto: prima di tutto attraverso la Commissione, attraverso la Banca Centrale Europea (BCE) e successivamente grazie all’Euro.

«La democrazia in Europa è sospesa e sconfitta dal capitalismo»

Attraverso la costruzione neoliberale dell’euro e della BCE, il paese dominante da allora – la Germania – ha imposto le sue regole e la moneta è definita nel suo valore internazionale in accordo con gli interessi economici della Germania, e non con gli interessi del Portogallo o della Spagna, per esempio. Ai paesi del sud, incredibilmente, non è mai venuta in mente l’idea che ciò sarebbe potuto accadere, perché hanno creduto di essere parte di un blocco politico ed economico, dove non c’era un debito greco, spagnolo o portoghese, ma che esistesse una coesione e non ci sarebbe potuta essere alcuna speculazione. Senza dubbio, a causa degli interessi delle sue banche, la Germania ha deciso che invece esiste un debito greco irlandese, portoghese o spagnolo, con il quale ha reso questi paesi molto deboli, senza che l’Europa desse garanzie e promuovendo la speculazione finanziaria facendo passare l’idea che questi paesi avrebbero trovato una soluzione solo dopo un intervento brutale. Un intervento che non è servito a nulla e che adesso, sembra che inizino a riconoscerlo persino coloro che l’hanno imposto.

Ci troviamo di fronte ad un’improvvisazione o il gioco è già calcolato?

Il fatto è ancora più tragico, poiché non è nulla di nuovo. Il problema dell’Europa è che non ha nulla da insegnare al mondo e nulla riesce ad imparare dal mondo. Non ha nulla da insegnare poiché l’assenza di idee, novità o alternative qui è totale e non ha nulla da imparare poiché l’arroganza coloniale di questo continente è assoluta e non le permette di apprendere. Ciò è evidente quando diciamo: «In Brasile, in Argentina o in Ecuador si è fatto così», dopodiché affermiamo: «Questi sono paesi meno sviluppati».

Continuiamo con questa pretesa di superiorità?

Continuiamo con questa arroganza coloniale, sì. E non lo prendiamo seriamente, ma ciò che oggi ci dice il FMI, lo ha detto prima per la Tanzania, il Mozambico e l’Indonesia, lo sappiamo bene. Applicare determinate misure dopodiché affermare che sono state eccessive, è un fatto ricorrente. Ed un’agenzia che si è resa responsabile di tanta povertà, tanta sofferenza in questi paesi, dovrebbe essere denunciata davanti ai tribunali; e non dico necessariamente per un delitto criminale, ma quanto meno per negligenza. Bisognerebbe ripagare almeno civilmente i paesi colpiti, poiché, inoltre, affermano di commettere un errore con le loro politiche dopodiché continuano a commetterlo.

«È necessaria una riparazione civile per i paesi colpiti dalle misure di austerità»

Non c’è volontà di emendare…

Nessuna. Ma il fatto è che, inoltre, alla UE non piace che il FMI ritratti, perché è impegnata nelle politiche di austerità e se in Germania si percepisse che sono negative, Angela Merkel potrebbe perdere le elezioni. Tutto è organizzato affinché nulla cambi fino alle elezioni in Germania, pertanto Italia, Grecia, Portogallo e Spagna devono aspettare e lo fanno, dico sempre io, con una democrazia sospesa.

E noi cittadini che soffriamo i tagli, che possiamo fare? Dobbiamo anche noi aspettare le elezioni in Germania per fare pressione sui nostri governi affinché facciano qualcosa, in questo caso?

I Governi non faranno nulla, poiché, sono completamente dipendenti dal mandato tedesco. E nonostante la gente rifiuti ciò, non lo fa in una maniera forte ed articolata. Questo fine di settimana, con il progetto della Università Popolare dei Movimenti Sociali (UPMS), precisamente, stiamo tentando di capire come resistere, identificare le differenze dei diversi gruppi, verificando perché alcuni sono interessati in una misura e perché gli altri in un’altra o perché alcuni credono che si dovrebbe creare un partito ed altri no. La settimana scorsa, in Portogallo, stavo lavorando ad una iniziativa con l’ex presidente della Repubblica, Mario Soares, con la quale abbiamo messo insieme 600 persone in una sala per chiedere le dimissioni del governo attuale, elezioni anticipate ed un esecutivo delle sinistre. È stata la prima volta dopo il 25 aprile [1975, NdT], che siamo riusciti a mettere insieme rappresentanti del Partito Comunista, del Partito Socialista e del Blocco di Sinistra per dare vita ad un’alternativa delle sinistre. Anche se sappiamo che per ragioni storiche è molto difficile riuscirci.

Come in Spagna…

Anche qui… E in Portogallo, alla fine, ci siamo resi conto che era impossibile, che un’alternativa delle sinistre è impossibile.

Perché?

Perché, da un lato il Blocco della Sinistra ed il Partito Comunista vogliono rinegoziare il debito e, inoltre, hanno concluso che parte di questo debito non può essere pagato – è del 130% del PIL – il che significherebbe l’impoverimento delle future generazioni. Tutto il denaro che entra alla Troika servirebbe per pagare il debito, nemmeno un centesimo servirebbe per la salute o per garantire il diritto alla casa.

«Il movimento per democratizzare la democrazia a volte risulterà violento contro la proprietà, a volte illegale»

Dall’altro lato, il Partito Socialista, che è dominato dalla logica del neoliberalismo da tempo, vuole essere Governo, nonché nell’ambito europeo dominato esso stesso per il neoliberalismo. Pertanto, non considerano possibile rinegoziare il debito: ritengono che vada pagato interamente, limitandosi a negoziare sui tassi o sui tempi del pagamento, per esempio.

E qui finisce l’obiettivo della riunione di unire la sinistra.

Qui si è concluso.

Come vede in Spagna i partiti della sinistra?

La stessa divisione, anche se in Portogallo è più grave, perché… Chi sono stati gli invitati spagnoli del Club Bilderberg in Hertfordshire (Regno Unito)?

Il ministro dell’Economia, Luis de Guindos; il consigliere delegato del Grupo Prisa, Juan Luis Cebrián; quello dell’Inditex, Pablo Isla,… perché?

Perché i partecipanti dal Portogallo sono stati molto interessanti, molto esemplificativa relativamente al futuro: hano partecipato al Bilderberg il segretario del Partito Socialista e il segretario del partito delle destre che sta al Governo, ovvero, la elite internazionale ha già deciso l’esito delle elezioni. I portoghesi andranno a lavorare fino alle prossime elezioni, lottando per un Governo delle sinistre – stupidi loro – le elezioni sono già decise e i socialisti sono d’accordo con loro. Perciò, io credo che in Europa andiamo incontro ad un periodo ogni volta più duro e con maggiori tagli; io lo definisco un periodo post-istituzionale (‘Dopo le istituzioni’), poiché le istituzioni dello Stato non rispondono alla gente e la gente non si sente rappresentata da queste istituzioni.

Che possiamo aspettarci da un periodo così?

Sarà un periodo lungo e turbolento, a mio giudizio, e sarà una lotta per la ridefinizione della democrazia. Non è casuale che i giovani qui in Spagna o in Portogallo parlino di Democracia Real o si appellino alla Democracia Ya, poiché la democrazia in Spagna è sospesa e sconfitta. C’è stato un conflitto tra la democrazia rappresentativa ed il capitale, alla fine ha vinto il capitale.

C’è qualche possibilità che si ridesti nuovamente la democrazia?

Solo quando il capitalismo avrà paura. Fino ad ora, le banche sono state riscattate con il denaro pubblico, ma non ci sarà la possibilità di riscattarlo con lo stesso denaro un’altra volta, a meno che i cittadini non siano ridotti in condizione di schiavitù. Può avvenire una catastrofe e dobbiamo lottare per evitare che si verifichi, identificando tutti gli errori che sono stati commessi nelle politiche progressiste in Europa. Per esempio, credere che solo un piccolo gruppo in ogni paese fosse politicizzato: i membri dei partiti, delle ONG o dei movimenti sociali. Il resto dei cittadini era considerato alla stregua di una massa informe, spoliticizzati che non avevano alcuna rilevanza politica, ma sono coloro che adesso scendono nelle strade.

«In Europa, c’è stato un conflitto tra la democrazia rappresentativa ed il capitalismo ed ha vinto il capitale».

Da loro dipende il futuro; la trasformazione democratica arriverà da parte di tutti gli indignados: pensionati, giovani, medici, professionisti,… che implica, inoltre, un’unione intergenerazionale che prima non esisteva e che deve portare a termine una rivoluzione democratica; è necessaria per non arrivare alla catastrofe.

Come si realizza una rivoluzione democratica nello scenario attuale? Che significato ha, più in là dei termini?

Significa democratizzare la democrazia attraverso un movimento popolare molto forte, che a volte risulterà violento, anche se mai contro le persone, e a volte risulterà illegale, poiché una delle caratteristiche degli Stati neoliberali è quella di essere ogni volta più repressivi.

Con l’essere violenti intende, per esempio, gli escraches e con l’essere illegale, alle iniziative come Circondiamo il Congresso?

Sì, bisogna rafforzare tutti questi movimenti.

Anche il 15M nel suo insieme? C’è la percezione che sia un movimento nato con molto impeto e che si vada sgonfiando, che vada perdendo forza. Forse perché la Spagna è già un paese rassegnato?

Non credo che lo siamo – ed includo il mio paese, il Portogallo – non siamo paesi rassegnati, ma piuttosto abbiamo sofferto più di 40 anni di dittatura; 48 anni nel mio paese, più che in Spagna. Intanto, passavano al nostro fianco i movimenti europei di partecipazione politica (movimento studentesco, quello del 1968, i movimenti di liberazione delle colonie,…). Eravamo molto isolati, per questo i nostri paesi non hanno la cultura democratica della resistenza. D’altra parte, ci sono dei momenti congiunturali che influiscono sui movimenti; per esempio, non possiamo pensare che le piazze si vadano riempiendo in inverno così come in primavera o in estate.

«Un movimento non si costruisce con una autonomia individuale bensì con una autonomia collettiva»

Inoltre, i movimenti nella misura in cui maturano, si dividono: c’è gente impegnata nel movimento contro gli sfratti, altri sulla sanità; gente che pensa si debba costruire un partito, altri che pensano di no; persone che parlano di consigli popolari, forme di controllo cittadino…

E come si organizza tutto ciò? Come ci si mette d’accordo?

La Rivoluzione democratica ha due piedi: cambiare la democrazia rappresentativa neoliberale attraverso un mutamento del sistema politico che porta, a sua volta,un cambiamento del sistema dei partiti. Vale a dire, che porta alla partecipazione di indipendenti nel sistema politico, nella regolazione e nel finanziamento dei partiti, nel sistema elettorale… C’è molto da fare, ma soprattutto, sapendo che la riforma non verrà mai propiziata dai partiti, i quali sanno bene che usciranno ridimensionati da tutto questo, ma verrà piuttosto da parte dei cittadini. La democrazia partecipativa che ne risulta – della quale già abbiamo esperienza fuori dall’Europa – tratterà nuove forme di attuazione: referendum, consigli popolari, consigli di settore, bilancio partecipativo a livello locale o regionale, per esempio;… Ovvero, democrazia diretta che controlla gli eletti, che vada più in là dell’autorizzazione del governo; che vada fino alla resa dei conti, che deve arrivare dall’esterno, da parte dei cittadini organizzati. Il problema è che ora non sono organizzati.

Si riferisce al movimento degli indignati? Che critiche ha da muovere loro?

Ne ho diverse. Primo, alle assemblee dove si prendono decisioni per consenso che possono essere totalmente paralizzanti, poiché una piccola minoranza può impedire qualsiasi decisione. Con forme dominati di decisione non ci può essere una formulazione politica; e senza formulazione politica non vi sono alternative. Secondo, il sistema di grande autonomia individuale che esercitano (ognuno decide quando entra e quando se ne va, per esempio) e che è più somigliante al neoliberalismo di quello che pensano. Un movimento non si costruisce con l’autonomia individuale, piuttosto con l’autonomia collettiva. E non ce l’hanno. Terzo, una caratteristica che stiamo vedendo, soprattutto tra gli accampati negli USA e in alcuni qui: ha maggiore legittimità chi si mantiene più tempo accampato nella piazza. Non tengono in conto che c’è gente molto valida, che però deve andare a lavorare o a casa ad accudire i figli. Sono meno legittimati per questo? No, perché rimanere più tempo in una piazza non è motivo di maggiore legittimità.

Tutto ciò non ha impedito ad avanzare di più al movimento degli indignados?

Io lavoro con loro come intellettuale di retroguardia, così che mi considero, e credo che in questi momenti, non rappresentano un movimento;  sono presenze che non hanno proposte molto concrete e lo capisco, poiché è tutto il sistema che è marcio e vogliono ricostruirlo dal basso. Per questo, chiedono una nuova Costituzione ciò è certamente positivo; chiedono una spinta costituente, cosa che io difendo: una nuova Costituzione che ritiri il monopolio della rappresentanza politica ai partiti; che stabilisca differenti forme di proprietà oltre a quella statale e privata – sono proposte le forme di proprietà comunale o cooperativa, per esempio – che stabiliscano una nuova forma di controllo più articolata; una riorganizzazione totale del sistema di giustizia, ed un modo per proteggere le nostre costituzioni dalle speculazioni finanziarie e dai debiti che non possono essere pagati.

«Tutto è organizzato affinché nulla cambi fino alle prossime elezioni tedesche»

Tale debito è esattamente il vincolo per imporre le politiche di austerità…

Guardate cosa accade in Portogallo: un debito del 130% del PIL, la disoccupazione che cresce ed una recessione ogni volta maggiore. Chi ci governa lo sa, per questo, sono ogni volta più convinto che questa non è una crisi. Dobbiamo lottare anche per i termini del dibattito, poiché questa non è una crisi: è una grande manovra del capitalismo mondiale finanziario per distruggere l’ultima fortezza che esisteva nel mondo della protezione sociale e dei diritti del lavoro. Il rimedio alla crisi sta peggiorando la crisi, o anche, che è lo stesso, il medico sta uccidendo il malato. E la cosa peggiore è che non necessariamente quanta più crisi c’è, tanto maggiore è la resistenza. Perché ci sono livelli di crisi tanto grandi e nella quale la gente si trova tanto impoverita, tanto depressa, che non scende in strada; gente che si suicida, che prende ansiolitici; gente che interiorizza la crisi e si ritrae in sé stessa. Stiamo entrando in questo processo. Perciò, credo che quest’anno sarà decisivo per sapere se abbiamo l’energia per cambiare questa realtà. Questo è ciò che faremo questo fine settimana nella UPMS, verificheremo se possiamo articolare qualcosa per generare una turbolenza politica che non permetta a questi governi – questi sistemi di protettorato, in realtà – di continuare a governare.

[Si ringrazia per la segnalazione Maylyn López, trad. di Ciro Brescia]

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