L’estrema arroganza dell’impero e lo spionaggio universale

di Leonardo Boff

Fonte: Adital

Il sequestro del presidente della Bolivia Evo Morales che ha impedito al suo aereo di sorvolare lo spazio europeo, ha svelato l’esistenza dello spionaggio internazionale da parte degli organi d’informazione e di controllo del governo nordamericano (NSA). Ciò fa riflettere su un tema culturale dalle conseguenze molto gravi: l’arroganza. I fatti appena descritti mostrano a che livello è arrivata l’arroganza degli europei, costretti dagli Stati Uniti. L’arroganza è un argomento centrale della riflessione greca classica. Attualmente è stata studiata in modo approfondito da un pensatore italiano con formazione professionale nel campo dell’economia, della sociologia e della psicologia analitica, Luigi Zoja, il cui libro è stato pubblicato in Brasile: História da Arrogância, Axis Mundi, São Paulo, 2000. (Edizione italiana: Storia dell’arroganza: psicologia e limiti dello sviluppo, Bergamo, Moretti & Vitali, 2010, N.d.T.)

In questo denso libro si traccia la storia dell’arroganza nelle culture mondiali, particolarmente in quella occidentale. I pensatori greci (filosofi e drammaturghi) osservarono che la razionalità che scaturiva dal mito era occupata da un demone che, in modo illimitato, le avrebbe fatto strada verso il desiderio e la conoscenza, in un processo senza fine. Questa energia cerca di rompere tutti i limiti e si esaurisce nell’arroganza, il vero peccato che gli dei castigavano severamente. Agli eccessi che si compiono in ogni settore gli fu assegnato il nome di hybris e Nemesi al principio divino che punisce l’arroganza.

L’imperativo nell’antica Grecia era il mèden àgan: «niente in eccesso». Tucidide farà dire a Pericle, il geniale politico di Atene: «amiamo il bello ma con frugalità; usiamo la ricchezza per iniziative industriose, prive di inutili ostentazioni; per nessuno la povertà è una vergogna, ma è vergognoso non fare il possibile per superarla». Tucidide cercava in tutto la giusta misura.

L’etica orientale, quella buddista e quella indù, predicava l’imposizione di limiti ai desideri. Il Tao Te King sentenziava: «non c’è maggiore disgrazia che quella di non sapere accontentarsi» (cap.46); «sarebbe stato meglio fermarsi prima che il bicchiere debordasse» (cap.9).

L’hybris-eccesso-arroganza è il maggiore vizio del potere, sia quello personale, sia quello di un gruppo o di un impero. Oggi questa arroganza si materializza nell’impero nordamericano, che asservisce tutti nell’ideale della crescita illimitata che soggiace nella nostra cultura e nell’economia politica.

Oggigiorno questo eccesso-arroganza è arrivato al suo culmine su due fronti: nella sorveglianza illimitata, che consiste nella capacità di controllo di tutti quanti da parte di un potere imperiale, mediante sofisticata tecnologia cibernetica, violando i diritti di sovranità di un paese e il diritto inalienabile alla privacy individuale. Ciò è un segnale di debolezza e di paura da parte di un impero che non riesce più a convincere con argomenti né attrarre per i suoi ideali. Allora fa uso della violenza diretta, della menzogna, del mancato rispetto dei diritti e degli statuti sanciti in campo internazionale. Secondo i grandi storici delle culture, Toynbee e Burckhard, questi sono i chiari segnali dell’irrefrenabile decadenza degli imperi. Tuttavia mentre questi affondano, provocano stragi inimmaginabili.

Il secondo fronte dell’hybris-eccesso risiede nel sogno della crescita illimitata mediante lo sfruttamento spietato dei beni e dei servizi naturali. L’Occidente ha creato ed esportato verso tutto il mondo questo tipo di crescita, misurata per la quantità di beni materiali (PIL). Ciò crea una rottura con la logica della natura che sempre si autoregola conservando l’interdipendenza di tutti verso tutti. È così che un albero non cresce illimitatamente verso il cielo; allo stesso modo l’essere umano conosce i propri limiti fisici e psichici. Ma questo progetto fa in modo che l’essere umano imponga alla natura la propria regolazione arrogante: egli consuma fino ad ammalarsi, ma allo stesso tempo va alla ricerca della salute totale e all’immortalità biologica. Ora che i limiti della Terra si fanno sentire, giacché si sta parlando di un pianeta piccolo e malato, gli uomini li sottopongono a ulteriori sforzi con l’uso di nuove tecnologie per produrre di più. La terra si difende generando il surriscaldamento globale con gli effetti estremi noti a tutti.

Con molta precisione asserisce Zoja: «la crescita senza fine non è altro che un’ingenua metafora dell’immortalità» (p.11). Samuel P. Huntington nel suo discutibilissimo libro Lo scontro della civiltà e il nuovo ordine mondiale (1997) affermava che l’arroganza occidentale rappresenta «la maggiore fonte pericolosa dell’instabilità e di un possibile conflitto globale in un mondo dalle molteplici civiltà». Questo eccedere i limiti è gravato dall’assenza della ragione sensibile e cordiale. Attraverso di questa leggiamo emotivamente i dati, ascoltiamo i messaggi della natura e percepiamo la natura umana della storia dell’uomo, drammatica e fiduciosa.

L’accettazione dei limiti ci rende umili e collegati a tutti gli altri esseri. L’impero nordamericano, mediante la sua logica di arroganza dominatrice, si allontana da tutti, crea sfiducia ma mai amicizia e ammirazione.

Finisco con una storia di Lev Tolstoj, allo stile di João Cabral de Mello Neto:

Di quanta terra ha bisogno un uomo? Un uomo fece un patto con il diavolo: avrebbe ricevuto tutta la terra che fosse stato in grado di conseguire percorrendola a piedi. Si mise a camminare giorno e notte, senza sostare, da una valle all’altra, da un monte all’altro. Fino a quando estenuato cadde a terra morto.

Commenta Tolstoj: se avesse conosciuto il proprio limite, avrebbe saputo che gli bastava solo qualche metro; più di tanto non gli sarebbe servito per essere sepolto.

Per essere ammirati gli Stati Uniti altro non avrebbero bisogno che del proprio territorio e del proprio popolo. Non sentirebbero la necessità di sospettare di tutti, nemmeno di curiosare nella vita degli altri.

[Trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Vincenzo Paglione]

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