(VIDEO) Sventato attentato al Presidente Maduro

El ministro del Poder Popular para las Relaciones de Interior y Justicia, Miguel Rodríguez Torresdi Fabrizio Verde
Il Ministro del Potere Popolare per gli Interni, la Giustizia e la Pace del Venezuela, Miguel Rodríguez Torres, ha reso noto che le autorità dello stato bolivariano hanno sventato un attentato mirante all’assassinio del presidente Nicolas Maduro. Nell’ambito di questa operazione sono stati arrestati due cittadini colombiani che avrebbero dovuto portare a compimento il piano criminale denominato «Carpeta Amarilla». Operazione in cui sarebbe coinvolto anche un ex presidente colombiano, l’ultraconservatore Alvaro Uribe che, come confermato dal ministro venezuelano, intratterrebbe stabili rapporti con il gruppo di cui fanno parte i colombiani fermati il 15 di agosto. 
I due, Víctor Johan Gueche Mosquera di 22 anni e Erick Leonardo Huertas Río di 18, entrati in Venezuela grazie a passaporti contraffatti sono parte integrante di una banda operante in Colombia alla cui testa vi è Óscar Alcantara González già collaboratore di Alvaro Uribe – alias Gancho Mosco – attualmente detenuto in Colombia per omicidio e traffico di stupefacenti. A tenere i contatti tra gli attentatori e il capo del gruppo era invece Alejandro Caceido Alfonso – alias David – che ha scortato i due dalla capitale colombiana Bogotà sino al confine venezuelano.Arrivati in Venezuela il 13 agosto con l’intento di dare concretezza al piano omicida e destabilizzatore, Gueche e Huertas, sono stati localizzati e catturati in un hotel di Los Teques nello Stato di Miranda governato dal 2008 da Capriles, appena due giorni dopo dagli uomini del Sebin (Servicio Bolivariano de Inteligencia Nacional) che hanno operato in stretto contatto con le autorità colombiane.Nelle successive perquisizioni sono stati rinvenuti due fucili dotati di puntamento laser, fotografie del Presidente Maduro e di Diosdado Cabello, presidente dell’Assemblea Nazionale venezuelana. A riprova che l’attentato mirava ai massimi vertici dello Stato bolivariano. Inoltre – riferisce ancora il Ministro Miguel Rodríguez Torres – in un borsone vi erano dieci uniformi militari dell’esercito venezuelano complete di tesserino di riconoscimento.Una terza persona coinvolta nel piano omicida è attualmente ricercata dalle autorità venezuelane. Si tratta di Carlos Salcedo, cittadino venezuelano, sospettato di aver provveduto a condurre i criminali colombiani da San Antonio (Tachira) sino a Valencia (Carabobo) e successivamente nella città di Los Teques (Miranda) dove è si è poi arrestato il complotto. Inoltre il venezuelano, a cui attualmente il Sebin dà la caccia avrebbe consegnato agli attentatori armi e uniformi.Il presidente Maduro stesso ha invitato Salcedo a consegnarsi alle autorità. «Garantiremo tutti i suoi diritti e un processo giusto. Però si costituisca». Queste le parole del successore di Chávez che si è anche detto convinto che dietro il complotto vi sia la mano dei dirigenti della destra venezuelana. «Non ho alcun dubbio – ha dichiarato Maduro – che i leader della destra venezuelana siano d’accordo con l’esecuzione di un assassinio».

A tal proposito è bene ricordare che si tratta di quegli stessi dirigenti, definiti democratici dal complesso dei media mainstream, che imbastirono un cruento golpe contro il presidente Chávez, il quale ritornò al suo posto e non fu ammazzato grazie alla veemente reazione popolare in favore della Rivoluzione Bolivariana che si scatenò in seguito al golpe.

Le armi chimiche sono state usate dai “ribelli”

Crisi siriana, agosto 2013 – I Russi sono in possesso di prove che dimostrano come gli attacchi chimici siano opera dei miliziani dell’insurrezione e non delle forze regolari, come hanno tentato di far credere i responsabili dell’opposizione armata siriana e i loro alleati occidentali e arabi. Sono prove costituite da foto e documenti che mostrano i proiettili sparati a partire dalle regioni controllate dagli insorti e sono state presentate  dai rappresentanti russi alle Nazioni Unite nella notte tra il 21 e il 22 agosto scorso

Al-Manar, 24 agosto 2013 
Siria: sono stati i “ribelli” vicini ad Al Qaida a lanciare due missili chimici contro l’esercito, colpendo una cinquantina di soldati

Le armi chimiche sono state usate dai “ribelli”
Le autorità siriane hanno annunciato, sabato 24 agosto, di aver scoperto delle armi chimiche fabbricate in Turchia e in Arabia Saudita nelle mani dei ribelli a Jobar, un quartiere di Damasco sotto assedio da parte dell’esercito regolare

Secondo l’agenzia di informazione Sana, le truppe del governo hanno scoperto queste armi in un tunnel utilizzato dai miliziani che combattono contro il governo siriano a Jobar, nella Ghuta Orientale. Nello stesso tempo Damasco ha dato conto del fatto che 50 militari dell’esercito regolare sono stati colpiti nel corso di attacchi con armi chimiche nella stessa regione. Martedì scorso Damasco aveva smentito le accuse, proferite dai responsabili dell’opposizione armata siriana, di avere lanciato degli attacchi con armi chimiche contro i quartieri delle due Ghuta, orientale e occidentale, di Damasco, nella notte tra il 20 e il 21 agosto, che avrebbero provocato, secondo le fonti dell’insurrezione, centinaia di morti. Mentre queste ultime parlano di 1300 o 1660 morti, l’Osservatorio siriano per i diritti dell’uomo, organismo dell’insurrezione siriana con sede a Londra e accreditato presso le agenzie internazionali sui temi della crisi siriana, ha parlato invece di 100 o 170 morti.

Le prove dei Russi

Dal canto loro, i Russi sono in possesso di prove che dimostrano come gli attacchi chimici perpetrati contro le due Ghuta di Damasco siano opera dei miliziani dell’insurrezione e non delle forze regolari, come hanno tentato di far credere i responsabili dell’opposizione armata siriana e i loro alleati occidentali e arabi.

Queste prove, che sono costituite da foto e documenti che mostrano i proiettili sparati a partire dalle regioni controllate dagli insorti, sono state presentate  dai rappresentanti russi alle Nazioni Unite nella notte tra il 21 e il 22 agosto scorso, mentre l’Arabia Saudita faceva ogni sforzo perché si indicesse una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza.
A loro volta, i membri del Consiglio di sicurezza erano completamente stupefatti e ci si è accontentati di una riunione ordinaria, conclusasi con raccomandazioni di routine miranti a svolgere delle investigazioni preliminari.
Ciò che non ha però abbassato il tono della campagna diplomatica e mediatica condotta dagli occidentali e dalle monarchie arabe.

Foto satellitari a sostegno
Il corrispondente del giornale libanese As-Safir in Francia, Mohammad Balloute, ha scritto in un articolo datato 23 agosto, citando fonti arabe, che le delegazioni USA e occidentali hanno ricevuto dei documenti russi convincenti circa il coinvolgimento dei ribelli in questi attacchi.
Essi comprendono tra l’altro le foto satellitari di due missili lanciati a partire dalla Ghuta orientale, più precisamente dalla località di Duma, caposaldo della milizia Liwa Al-Islam (Brigata dell’Islam), forte di 25 mila elementi, al comando di Zahrane Allouche.
L’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite, Bachar al Jaafari, in arrivo da Damasco, ha presentato anch’egli dei documenti che confermano la versione russa.
Secondo i Russi, questi proiettili sono dei missili chimici di fabbricazione locale. Il primo sarebbe caduto a Jobar, in prossimità della città vecchia, e il secondo in una regione situata tra Zmelka e Arbine.

I missili falliscono l’obiettivo
In proposito, il sito Syria Truth ha pubblicato una analisi diversa circa i veri obiettivi dell’attacco. Citando fonti francesi e inglesi concordanti, non meglio precisati, il sito afferma che, in un primo tempo, obiettivo dell’attacco chimico sarebbero stati i soldati dell’esercito regolare che stazionavano nella piazza degli Abbasidi,  a est d Damasco, e nelle periferie.
In preparazione della battaglia per la liberazione della Ghuta orientale, e prima di intervenire coi soldati e i carri armati, l’esercito siriano aveva avviato il bombardamento delle regioni limitrofe alle zone in cui stazionavano i propri uomini, questi fatti sono riportati anche da Assafir.

13 milizie di insorti che si erano raggruppati sotto il nome di “Fronte di conquista della capitale” vi stazionavano. Stranamente questi gruppuscoli e i loro sniper,  disseminati negli edifici della zona, si sono rapidamente ritirati.
E’ a questo punto che è scattato l’attacco chimico, vale a dire verso l’1,30 (ora locale) e non alle 3, come sostenuto dalla Commissione generale della rivoluzione siriana.

Secondo Syria Truth, i missili hanno fallito il bersaglio e invece di colpire la piazza degli Abbasidi, sono caduti sulle regioni situate tra Zmelka, Arbine e Jobar.

I 50 soldati feriti
Sembra che invece a Maadamiyya, nella Ghuta Occidentale, seconda zona dove vi è stato l’attacco chimico, il piano sia riuscito.
Secondo Syria Truth, una cinquantina di soldati regolari sono rimasti contaminati dal gas chimico il 21 agosto scorso. In forza alla quarta divisione della Guardia Repubblicana, essi si preparavano all’assalto della località e sono stati investiti in pieno dall’attacco chimico.
Feriti, sono stati trasportati a bordo di 39 ambulanze, assicura il sito, citando testimoni oculari del limitrofo quartiere Soumariyya. Il sito lascia intendere che il loro numero possa essere superiore a 50, dal momento che ogni ambulanza può trasportare 2 persone. Il sito assicura che le autorità siriane evitano di rivelare il caso per non abbassare il morale delle truppe.

[trad. a cura di Ossin]

Siria, la demonizzazione preventiva

di Diego Fusaro

lospiffero.com, 26.08.2013 

L’opera di demonizzazione preventiva è sempre la stessa. La si ritrova, ugualmente modulata, su tutti i quotidiani e in tutte le trasmissioni televisive, di destra come di sinistra. In quanto totalitario, il sistema della manipolazione organizzata e dell’industria culturale occupa integralmente la destra, il centro e la sinistra. Il messaggio dev’essere uno solo, indiscutibile. Armi chimiche, armi di distruzione di massa, violazione dei diritti umani: con queste accuse, la Siria è oggi presentata mediaticamente come l’inferno in terra; per questa via, si prepara ideologicamente l’opinione pubblica alla necessità del bombardamento, naturalmente in nome dei diritti umani e della democrazia (la solita foglia di fico per occultare la natura imperialistica delle aggressioni statunitensi).

  Alla demonizzazione preventiva come preambolo del “bombardamento etico” siamo abituati fin dall’inizio di questa “quarta guerra mondiale” […]. Successiva ai due conflitti mondiali e alla “guerra fredda”, la presente guerra mondiale si è aperta nel 1989 ed è di ordine geopolitico e culturale: è condotta dalla “monarchia universale” – uso quest’espressione, che è di Kant, per etichettare la forza uscita vincitrice dalla guerra fredda – contro the rest of the world, contro tutti i popoli e le nazioni che non siano disposti a sottomettersi al suo dominio.

Iraq 1991, Jugoslavia 1999, Afghanistan 2001, Iraq 2004, Libia 2011: queste le principali fasi della nuova guerra mondiale come folle progetto di sottomissione dell’intero pianeta alla potenza militare, culturale ed economica della monarchia universale. 

La Siria è il prossimo obiettivo. L’apparato dell’industria culturale si è già mobilitato, diffamando in ogni modo lo Stato siriano, in modo da porre in essere, a livello di opinione pubblica, le condizioni per il necessario bombardamento umanitario. Il presidente statunitense Obama non perde occasione per presentare la Siria come il luogo del terrorismo e delle armi di distruzione di massa, in modo che l’opinione pubblica occidentale sia pronta al bombardamento del nemico. 

La provincia italiana – colonia della monarchia universale – ripete urbi et orbi il messaggio ideologico promosso dall’impero. È uno spettacolo vergognoso, la prova lampante (se ancora ve ne fosse bisogno) della subalternità culturale, oltre che geopolitica, dell’Italia e dell’Europa alla potenza mondiale che delegittima come terrorista la benemerita resistenza dei popoli e degli Stati che non si piegano al suo barbaro dominio.  

Il primo passo da compiere, per legittimare l’invasione imperialistica camuffata da interventismo umanitario, resta la reductio ad Hitlerum di chi è a capo degli Stati da invadere, non a caso detti rogue States, “Stati canaglia” (in una totale delegittimazione a priori della loro stessa esistenza): da Saddam Hussein a Gheddafi, da Chávez ad Ahmadinejad, la carnevalata è sempre la stessa. Vengono ridotti a nuovi Hitler e a nuovo nazismo tutte le forze che non si pieghino al nomos dell’economia di cui è alfiere la monarchia universale.

Del resto, l’invenzione mediatica di sempre nuovi Hitler sanguinari si rivela immancabilmente funzionale all’attivazione del “modello Hiroshima”, ossia del bombardamento legittimato come male necessario. Dove c’è un Hitler, lì deve esserci anche una nuova Hiroshima. L’ideologia della pax romana costituisce una costante del corso storico. Ogni impero qualifica come pace la propria guerra e delegittima come terrorismo e barbarie quella dei resistenti. Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant: il vecchio adagio di Tacito non è mai stato tanto attuale.

La reductio ad Hitlerum si accompagna pressoché sempre all’impiego ideologico del concetto di umanità come titolo volto a giustificare – come già sapeva Carl Schmitt (cfr. Il concetto del politico) – l’ampliamento imperialistico. La guerra che si autoproclama umanitaria serve non solo a glorificare se stessa, ma anche a delegittimare il nemico, a cui è negata in principio la qualità stessa di uomo. Contro un nemico ridotto a Hitler e a essere non umano, il conflitto può allora essere spinto fino al massimo grado di disumanità, in una completa neutralizzazione di ogni dispositivo inibitorio di una violenza chiamata a esercitarsi in forma illimitata. Vale la pena di leggere il profetico passo di Schmitt: «Un imperialismo fondato su basi economiche cercherà naturalmente di creare una situazione mondiale nella quale esso possa impiegare apertamente, nella misura che gli è necessaria, i suoi strumenti economici di potere, come restrizione dei crediti, blocco delle materie prime, svalutazione della valuta straniera e così via. Esso considererà come violenza extraeconomica il tentativo di un popolo o di un altro gruppo umano di sottrarsi agli effetti di questi metodi “pacifici”».  

È questa l’essenza dell’odierna “quarta guerra mondiale”, puntualmente dichiarata contro i popoli che aspirano a sottrarsi all’imperialismo statunitense (e subito dichiarati terroristi, assassini, nemici dei diritti umani, “Stati canaglia”, ecc.).

In coerenza con la destoricizzazione tipica del nostro presente, l’epoca che si colloca sotto lo slogan dell’end of history, la dimensione storica viene sostituita, a livello di prestazione simbolica, ora dallo scontro religioso tra il Bene e il Male (identificati rispettivamente con l’Occidente a morfologia capitalistica e con le aree del pianeta che ancora resistono), ora dal canovaccio della commedia che, sempre uguale, viene impiegato per dare conto di quanto accade sullo scacchiere geopolitico: il popolo compattamente unito contro il dittatore sanguinario (Assad in Siria), il silenzio colpevole dell’Occidente, i dissidenti “buoni”, cui è riservato il diritto di parola, e, dulcis in fundo, l’intervento armato delle forze occidentali che donano la libertà al popolo e abbattono il dittatore mostrando con orgoglio al mondo intero il suo cadavere (Saddam Hussein, Gheddafi, ecc.).  

Seguendo penosamente l’ideologia dominante, la sinistra italiana continua a rivelare, anche in questo, una subalternità culturale che farebbe ridere se non facesse piangere: da “L’Unità” a “Repubblica” l’allineamento con l’ideologia dominante è totale (ed è, per inciso, un’ulteriore prova a favore della tesi circa l’ormai avvenuta estinzione della dicotomia tra una destra e una sinistra perfettamente interscambiabili, composte da nietzscheani “ultimi uomini”). La parabola che porta dall’immenso Antonio Gramsci a Massimo D’Alema è sotto gli occhi di tutti e si commenta da sé. 

Secondo questa patetica commedia, tutti i mali della società vengono imputati al feroce dittatore di turno (sempre identificato dal circo mediatico con il nuovo Hitler: da Saddam a Gheddafi, da Ahmadinejad a Chávez), che ancora non si è piegato alle sacre leggi di Monsieur le Capital; e, con movimento simmetrico, il popolo viene mediaticamente unificato come una sola forza che lotta per la propria libertà, ossia per la propria integrazione nel sistema della mondializzazione capitalistica.  

Come se in Siria o a Cuba vi fossero solo dissidenti in attesa del bombardamento umanitario dell’Occidente! Come se la libertà coincidesse con la reificazione planetaria e con la violenza economica di marca capitalistica! Tra i molteplici esempi possibili, basti qui ricordare quello della blogger cubana Yoani Sánchez, ipocritamente presentata dal circo mediatico come se fosse l’unica voce autentica della Cuba castrista, la sola sostenitrice dell’unica libertà possibile (quella della società di mercato) dell’intera isola cubana! 

L’aggressione imperialistica della monarchia universale può trionfalmente essere salutata come forma di interventismo umanitario, come gloriosa liberazione degli oppressi, essi stessi presentati come animati da un’unica passione politica: l’ingresso nel regime della produzione capitalistica e la sottomissione incondizionata alla monarchia universale.  

La Siria, come si diceva, è uno dei prossimi obiettivi militari della monarchia universale. È, al momento, uno dei pochi Stati che ancora resistono alla loro annessione imperialistica all’ordine statunitense. E questo del tutto a prescindere dalla politica interna siriana, con tutti i suoi limiti lampanti, che nessuno si sogna di negare o anche solo di ridimensionare.  

Con buona pace di Norberto Bobbio e di quanti, dopo di lui, si ostinano a legittimate le guerre “umanitarie” occidentali, la sola guerra legittima resta, oggi, quella di resistenza contro la barbarie imperialistica. Per questo, con buona pace del virtuoso coro politicamente corretto, addomesticato e gravido di ideologia, senza esitazioni occorre essere solidali con lo Stato siriano e con la sua eroica resistenza all’ormai prossima aggressione imperialistica. 

La Siria, come Cuba e l’Iran, è uno Stato che resiste e che, così facendo, insegna anche a noi Occidentali che è possibile opporsi all’ordine globale che si pretende destinale e necessario. Diventa, allora, possibile sostenere degli Stati resistenti quanto Fenoglio, nel Partigiano Johnny, asseriva a proposito dei partigiani (anch’essi eroi della resistenza, come oggi i rogue States): “ecco l’importante: che ne restasse sempre uno”. 

[Si ringrazia Gabriele Melendugno per la puntuale segnalazione]

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