Sucre voleva andare a La Havana

di Gil Ricardo Salamé Ruiz*

da argenpress.info – Domenica 4 agosto 2013 

Il 9 dicembre 1824, una volta liberata l’America ad Ayacucho (Perù), Sucre si ritrovò con un esercito di oltre otto mila uomini che presto sarebbero rimasti senza lavoro. Probabilmente gli tornò in mente quanto era accaduto all’esercito inglese e francese dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo, molti dei soldati e degli ufficiali di quelle truppe diventarono mercenari.

È risaputo come una gran parte dei soldati dell’esercito irlandese fu arruolata a Londra da López Méndez per entrare a far parte dei battaglioni di patrioti in lotta contro gli spagnoli e, addirittura, si formò un battaglione composto nella sua quasi totalità da irlandesi e britannici. Questo battaglione fu il famoso Rifles il cui primo comandante si chiamava James Rooke. Arthur Sandes (1) fu nominato comandante del Rifles in un secondo tempo. Tra i tanti emigranti irlandesi che arrivarono in Venezuela, c’era Daniel Florencio O’Leary, segretario di Simón Bolívar e più tardi di Antonio José de Sucre. Tornando a ragionare sulle cause che fecero pensare al Grande Maresciallo di Ayacucho di voler liberare Cuba c’era solo quella summenzionata; per di più Sucre sapeva di avere tra le mani l’esercito più forte esistente in America, molto ben attrezzato e non gli sarebbe costato nulla sconfiggere gli spagnoli a Cuba, giacché si raccontava che la sua milizia possedeva un grande spirito patriottico. Anche perché Sucre come Comandante in capo delle sue truppe aveva perso unicamente una battaglia, quella di Guachi (Ecuador), perché non ascoltò gli ordini del Generale Mires, suo Secondo comandante, di restare in attesa per caricare. Antonio José de Sucre amava combattere per la libertà dei popoli, quello era il suo maggiore anelito e la sua maggiore gloria. L’8 marzo 1825 dal suo Quartiere Generale sito a La Paz scrisse al Segretario di Stato dell’Ufficio di Guerra:

 

Signor Segretario,

 

Anche se immagino che Sua Eccellenza il Libertador ha già scritto al governo di Colombia per sapere cosa si dovrà fare con il nostro esercito dopo aver completato la campagna del Perù, è mio dovere chiedere a S. E., cosa ha deciso il vicepresidente in merito.

Fra quattro mesi avrò a disposizione questo esercito e sarà già pronto per partire, con questi elementi il supremo governo può cominciare a esaminare la rotta da intraprendere. Non vorrei che passasse come un’insolenza quando assicuro a V.S. che questo è un esercito capace di tutto: è sottoposto a un regime di organizzazione, di ordine, un sistema di economia e d’istruzione che, sinceramente, credo non si differenzi da quello degli eserciti europei.

Non saprei dire se tra i suoi interessi Colombia coltivi anche quello di compiere una spedizione verso La Havana: ma mi permetto di segnalarle che se così fosse, sarebbe il caso avere qualche elemento della marina per proteggerla.

 

Questo è un frammento della lettera che Sucre scrisse al Segretario di Stato dell’Ufficio di Guerra. In essa si osserva la volontà infrangibile del guerriero; e c’è dell’altro, in diverse lettere che scrisse al Libertador, affermava che La Havana rappresentava un buon obiettivo su cui pensare. Il 7 giugno 1825 ripropose lo stesso pensiero al colonnello O’Conner nei seguenti termini:

 

Dio voglia che il governo della Colombia apra un contenzioso con La Havana. Personalmente le posso confermare che qui nel Potosí provo una sensazione di vuoto che non mi consente un sol giorno di tregua.

 

Sucre, il 28 luglio 1825 si rivolge a Bolívar da La Paz:

 

Non vedo l’ora che il Messico si comprometta con la spedizione verso La Havana. Ma ho pensato che su questo fatto Lei abbia desistito, giacché solo si preoccupa di spedire le nostre truppe verso il Venezuela. Insomma, presto mi saprà dire cosa si farà di questa bella e ambita spedizione.

 

Il 20 settembre 1825 Sucre scrive a Bolívar da Chuquisaca:

 

Dimenticavo dire che se si decide di organizzare la spedizione verso La Havana può fare affidamento sul battaglione e lo squadrone boliviani, avvertendolo con anticipo per bene equipaggiarli …; personalmente m’incaricherò di portare due eccellenti corpi come Lei lo richiede.

 

In un’altra lettera assicurava:

 

[…] la spedizione a La Havana; non solo la accetto per svariati motivi di gratitudine verso di Lei e per la gloria, ma soprattutto perché la anelo. Credo che questa spedizione serva nello stesso tempo agli interessi di Colombia e dell’America e particolarmente me, perché mi gioverà, giacché mi tirerà fuori dalla difficile posizione in cui mi hanno cacciato i compromessi involontari di comandare questi popoli (Sucre ricopriva la carica di presidente della Bolivia). Ho letto con molto piacere questa lettera d’invito, ma già in quella del 18 Lei non fa alcuna menzione della spedizione, il che mi ha rattristato.

 

In quello stesso anno 1826, il 27 aprile, scrive al generale Páez:

 

Recentemente da Ayacucho il nostro esercito ha offerto al Governo di occuparsi della libertà di La Havana, ma sia perché non si abbia i mezzi pecuniari per sostenere una nuova campagna, sia perché conviene agli interessi di Colombia di non entrare nel merito del problema, giacché creerebbe degli imbarazzi, il fatto è che il governo ha solo risposto porgendo le grazie. Il nostro esercito ha una brillante organizzazione per quanto concerne la disciplina, l’ordine, la sistematicità e, soprattutto, uno spirito nazionale e militare che lo rende molto forte. Sarebbe in grado di affrontare qualsiasi impresa degna delle sue armi.

 

Il Grande Maresciallo di Ayacucho aveva tutto predisposto per la sua spedizione verso La Havana, compreso il finanziamento della stessa. Aveva anche previsto di presentare richiesta di un prestito che, dopo aver liberato l’isola dagli spagnoli, Cuba si sarebbe impegnata a restituire (2). Per inviare le truppe a Cuba, scrisse al Libertador: […] non solo ci andrà il generale Córdoba, ma anch’io e tutti quanti andremo insieme con Lei (3). Ma per quella spedizione era imprescindibile che il Cile fornisse le navi in eccedenza di cui era dotato.

Bolívar non rispose alla lettera di Sucre e smise di parlare sui piani di liberazione di Cuba, dato che si accorse che al Cile l’idea della spedizione non interessava e, per questa ragione, non era più possibile fare affidamento alle navi che sarebbero servite per la stessa. Cuba non si liberò dagli spagnoli fino al 1898 e gli americani la occuparono per un breve tempo fino al 1902. Invece Puerto Rico, unica nazione che non ingaggiò una battaglia per la propria indipendenza, fu consegnata agli americani dopo la guerra tra Spagna e Stati Uniti e dal 1898 forma parte di quest’ultima nazione.

 

(*) il 26 luglio 2013 a Santiago de Cuba si celebrano i sessanta anni dell’assalto al Quartiere Moncada da parte del comandante Fidel Castro e i suoi guerriglieri. Voglio rendere omaggio a tutto il popolo cubano che lotta per il socialismo con la presentazione di questo capitolo del mio libro Sucre, oltre il combattente.

 

*Gil Ricardo Salamé Ruiz è storico ed economista.

 

Note:

 

(1)  Il quartiere che porta il nome di Arturo Sandes nella Casona a Caracas (dimora presidenziale –N.d.T.-), per qualche ragione sconosciuta ha il cognome scritto in modo errato, nella targa commemorativa si legge: “Sandez” con z finale.

(2)  O’Leary, Daniel Florencio, ibidem, Volume I, p.393.

(3) Archivio di Sucre, op. cit., Vol. X, p. 363.

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Vincenzo Paglione]

I video caricati prima del “fatto” e la foto usata in Egitto e in Siria

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Tratto da Voltairenet

Qui sotto troverete i video, diffusi in rete prima che avvenissero i fatti denunciati e, addirittura, una fotografia utilizzata sia in Egitto, per denunciare i massacri dell’esercito, che in Siria per denunciare i massacri col gas. Una sfacciataggine da non credere, eppure basta guardare le foto qui sotto. Sono le stesse. Pochi giorni, forse poche ore ci separano dalla guerra. Una guerra ostinatamente voluta da USA, GB e Francia che, dopo la sconfitta sul campo dei loro tagliagole, vogliono intervenire direttamente per liquidare Assad, alzando la posta in gioco ed esponendo il mondo intero a un conflitto drammatico che ha buone probabilità di degenerare in una guerra mondiale. Ci scusiamo per la traduzione di quanto segue, che è palesemente imperfetta ma si capisce lo stesso. Perfettamente. Ed è agghiacciante.

di Gianni Fraschetti

Secondo l’Esercito siriano libero, le autorità siriane hanno bombardato la ghoutta, un sobborgo di Damasco, con il gas sarin,Questo annuncio è stato subito commentato da parte delle autorità tedesche, inglesi e francesi che hanno chiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza in modo che gli osservatori delle Nazioni Unite può essere consentito di indagare. Tutte queste informazioni vengono rilevate dai media atlantisti come una certezza, il condizionale essendo formalmente impiegato per consentire gli investigatori il tempo di segnalare la prova in Occidente. Questa operazione di propaganda è grottesco: come tutti possono osservare su YouTube, la prova video del massacro del 21 agosto essendo stato pubblicato da il conto “Majles Rif.” … il giorno prima, il 20 Agosto. Su questi video, scioccante in un primo momento, si rileva rapidamente una configurazione: i bambini feriti appaiono sparuto o drogato, non hanno i genitori che li accompagnano. I ragazzi sono spesso nudi, mentre le ragazze sono tutte vestite. Non vediamo alcuna struttura ospedaliera, nemmeno un clandestino, tranne schermi e sacche di siero.

Alcune fotografie erano già state distribuite dai media atlantisti per accusare l’esercito egiziano di un massacro in un campo dei Fratelli Musulmani al Cairo.

Dall’alba e per tutta la giornata il Mercoledì, 21 agosto l’esercito arabo siriano ha bombardato le posizioni dell’esercito siriano libero che sono stati raggruppati in ghoutta sud-orientale (la fascia di agricoltura di sussistenza per la capitale). La zona di combattimento è stata evacuata dalla popolazione civile diversi mesi fa. Sembra che le perdite siano state considerevoli per gruppi jihadisti. Non c’era alcun uso di gas.

Le autorità russe hanno denunciato una campagna di propaganda pianificata in anticipo, come dimostra l’unanimità dei media atlantici che hanno tutti diffuso all’unisono la versione dell’Esercito siriano libero, senza alcuna verifica. Le autorità iraniane hanno sottolineato che l’uso di armi chimiche da parte della Siria in questo tipo di guerra era assurda e ingiustificata dato i suoi attuali successi militari e la presenza a Damasco di un folto numero si ispettori delle UN.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione.

Nel 2003, gli Stati Uniti avevano usato il possesso e l’uso di gas asfissianti come scusa per attaccare l’Iraq. Il Segretario di Stato Colin Powell aveva brandito una bottiglia di gas liquefatto prima del Consiglio di sicurezza e utilizzato una presentazione in PowerPoint per sostenere le sue affermazioni. In ultima analisi, ha riconosciuto, dopo la distruzione dell’Iraq, che tutte le prove erano false e che aveva mentito a tutta la comunità internazionale.

[Traduzione di Roger Lagasse, si ringrazia Lenardo Landi per la puntuale segnalazione]

Intervista a mons. Giuseppe Nazaro, ex vicario apostolico di Aleppo

da laperfettaletizia.com

Torna la minaccia delle armi chimiche

Il giudizio di Nazaro è chiaro: per capire cosa realmente succede in Siria bisogna prima fare chiarezza sulle dinamiche dei rapporti tra Occidente e il Medio Oriente

di Patrizio Ricci
Mons. Giuseppe Nazaro, francescano, già Vicario Episcopale per la zona del Cairo e dell’Alto Egitto e poi vicario apostolico di Aleppo, a ragione può essere considerato un profondo conoscitore della realtà siriana e mediorientale. Il suo punto di vista è inequivocabile: l’Occidente sta vivendo al suo interno una grave crisi economica e morale e sta palesando invece all’esterno un’idea distorta di progresso; tutto ciò in Siria si riverbera nell’incapacità di capire che la pace non si ottiene con la guerra.
D – L’intervento occidentale in Siria sembra di nuovo imminente: nonostante abbia negato, il governo siriano è accusato di aver usato armi chimiche. L’avrebbe fatto proprio a Damasco, dove gli ispettori Onu cercano la ‘pistola fumante’. È così o ci sfugge qualcosa? 
R – Io ritengo che il Consiglio Europeo non abbia diritto ad intervenire per la semplicissima ragione che in tutto quello che è successo fino ad oggi l’Europa è fortemente coinvolta. L’Europa dovrebbe essere la meno titolata a parlare sia perché ha armato quella gente, sia perché fino ad oggi ha preso delle cantonate (ndr: le stragi di civili, avvenute in prossimità di ogni iniziativa di mediazione internazionale, si sono sempre rivelate ‘false flag’). L’Europa ha portato avanti esclusivamente un certo discorso senza mai voler guardare nell’altro campo cosa c’è. 

D – Quali sono le ragioni per cui l’Europa appoggia i ribelli? 

R – Secondo me (e posso sbagliarmi) l’Europa ha sposato la causa del commercio e in base a questo prende le sue decisioni. Adesso la situazione che c’è in Siria chi l’ha voluta? Chi l’ha patrocinata e chi la sostiene? In questi giorni i paesi del Golfo stanno sostenendo la causa dell’esercito egiziano, perché bisogna che combattano i terroristi: sono le notizie che ci dà la televisione italiana. Ebbene questi stessi paesi combattono Assad e sostengono i terroristi che sono in Siria. Allora, com’è possibile questa contraddizione? 

D – E’ credibile che Assad abbia usato le armi chimiche a Damasco? 

R – A mio avviso l’utilizzo delle bombe chimiche è tutto da provare. Se sono state utilizzate, non è certo chi le abbia gettate. Qualche tempo fa, un grosso sostenitore della ribellione siriana ha dichiarato ed ha scritto che se i terroristi fossero riusciti ad avere le armi chimiche avrebbero potuto usarle tranquillamente per lo scopo finale (ndr, la caduta di Assad). Perciò non è escluso che potrebbe venir fuori proprio lo scenario immaginato da questo personaggio che oggi si dice sia in mano ai terroristi: si gettano le armi chimiche, arrivano gli ispettori dell’Onu e s’incolpa il governo. 

D – Come pensa si evolverà la situazione?

R – Il governo è già stato incolpato, c’è stata già la condanna finale da parte del ‘mondo’ e da parte dei mezzi di comunicazione: Al Jazeera e Al Arabiya hanno già stabilito chi sia il colpevole e con quello che loro dicono si è ‘aggiustata’ l’informazione. A questo punto, a mio avviso, dobbiamo riflettere tutti: chi stiamo sostenendo noi? Le cose stanno in questo modo, oppure come loro vogliono farle apparire, oppure ancora ci stanno prendendo in giro? Ma attenzione: è nel DNA del potere non rivelare quello che è e quello che pensa per poter fare poi ciò che vuole. Ci sono vie traverse per raggiungere un obiettivo. Oggi si sta giocando la carta del ‘fine giustifica i mezzi’. È il machiavellismo totale.

D – Ma non sono libertà e democrazia il fine della cosiddetta ‘opposizione armata’?

R – All’origine del dramma siriano c’è una guerra tra gruppi religiosi. I Paesi del Golfo stanno sostenendo l’Egitto perché è sunnita. Allora se la Fratellanza Mussulmana, come ci dicono, dovesse prendere il potere, non si fermerebbe là, andrebbe avanti contro di loro. È per questo che le potenze del Golfo si sentono minacciate . Ecco, questa è la ragione per cui oggi sostengono l’Egitto e combattono il governo siriano. 

D – Non sta avvenendo una primavera siriana quindi…

R – Per come io la conosco, la Siria era già il paese islamico più democratico di tutto il Medio Oriente.

D – Di questo purtroppo però non se ne parla, non tutti sanno queste cose… 

R – No! Non è che non lo sanno, non lo vogliono sapere. Guardi che non c’è più cieco di chi non vuol vedere e non c’è più sordo (o ignorante) di chi non vuol sentire (o ascoltare). È questa la situazione che noi abbiamo provato a combattere. Tutti siamo bravi a decidere sulla pelle altrui, perché non ci siamo in mezzo. Bisogna trovarsi là: ad esempio, quando l’esercito ha aperto il varco da Aleppo per far defluire la gente assediata da giorni, i terroristi hanno preso di mira i pullman, hanno fatto il tiro a segno sui pullman pieni di civili, li hanno bloccati e sequestrati, hanno lasciato la gente in mezzo alla strada senza nulla, come dire ‘arrangiatevi, fate quello che volete’. Nessuno ha parlato di questo, nessun governo, nessun giornale, radio o televisione ha parlato di questi fatti. È esattamente questa la questione: tutta l’informazione fornita è informazione voluta in un dato modo, volutamente destabilizzante. Cosicché poi chi detiene il potere può fare come vuole. Questa è un’immoralità, portata avanti fino ad oggi. Per questo io dico: che l’occidente se ne stia fuori. Non armi nessuno. Le armi a questi signori non gliele ho date mica io o lei… gliele hanno date proprio questi governi che oggi pretendono di intervenire.

D – È un controsenso evidente; strano però che non si colga il paradosso e che si continui a dire che si agisce per la libertà dei popoli e per creare un futuro migliore all’umanità…

R – Non è un controsenso, perché tutti pensano solo alla spartizione finale della torta… Per creare la libertà dei popoli prima di tutto bisogna conoscere i popoli, conoscere la loro psicologia, la loro mentalità, il loro credo. Se non si conosce, è inutile intervenire negli affari altrui con il pretesto di risolvere i problemi: aumentiamo solo i guai. Posso sbagliarmi (e spero di sbagliarmi) ma mi sembra che si stia cercando di attirare l’attenzione sul vicino per distrarre l’attenzione su ciò che succede a casa propria… 

D – Cosa si dovrebbe fare? 

R – Ognuno dovrebbe occuparsi di casa propria e farsi un esame di coscienza per quello che si è fatto e per come si è agito. Ammesso che si abbia una coscienza, perché ormai è in dubbio anche questo. Perché è veramente ingiusto sacrificare un popolo per i miei interessi… Non posso distruggere una civiltà per portare avanti la ‘mia’ civiltà. La civiltà che noi stiamo distruggendo in Siria e in Egitto in passato ci ha insegnato molto… quanto dipendiamo da quella civiltà! È evidente che l’Occidente è in una grave crisi e c’è una visione distorta dell’uomo: noi stiamo praticamente distruggendo le basi di noi stessi.[Si ringrazia Leonardo Landi per la puntuale segnalazione]

Anwar Raja: «Difenderemo la Siria»

Foto: Anwar Raja, portavoce del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale PFLP-GC Damasco:"Gli interessi regionali di coloro che partecipano a un'aggressione contro la Siria saranno bersagli legittimi”."Se un attacco verrà lanciato contro la Siria, sarà diretto contro di noi.Siamo al fianco della Siria nella stessa alleanza politica della resistenza", ha detto Raja, facendo riferimento a una posizione comune contro Israele."Se ci sarà la guerra saremo al fianco di Siria.""Coloro che si astengono da questa battaglia saranno considerati traditori e  legati alla aggressione", ha aggiunto.-Francesco-Fonte: Siria Press

Anwar Raja, portavoce del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale FPLP-CG a Damasco:
«Gli interessi regionali di coloro che partecipano a un’aggressione contro la Siria saranno bersagli legittimi».

«Se un attacco verrà lanciato contro la Siria, sarà diretto contro di noi. Siamo al fianco della Siria nella stessa alleanza politica della resistenza», ha detto Raja, facendo riferimento a una posizione comune contro Israele.

«Se ci sarà la guerra saremo al fianco della Siria».

«Coloro che si astengono da questa battaglia saranno considerati traditori e legati all’aggressione», ha aggiunto.

[Trad. di Francesco Guadagni]

Maduro: «Gli USA vogliono scatenare una grande guerra»

Fonte: AFP

Il Presidente Nicolás Maduro ha accusato sabato scorso il presidente USA Barack Obama di voler «scatenare una grande guerra» nel mondo arabo e «dividere la Siria» con la scusa che Damasco avrebbe utilizzato armi chimiche, la qual cosa «puzza di sabotaggio» da parte di Washington per giustificare un attacco.

«Obama aveva affermato che se la Siria avesse lanciato un attacco con agenti chimici avrebbe passato la linea rossa e gli USA sarebbero intervenuti militarmente», ha aggiunto Maduro sottolineando che si sarebbero dovute aspettare le prove di questa ipotesi di attacco chimico da parte di Damasco, questa versione «puzza di sabotaggio».

«Si stanno inventando qualcosa […] Denunciamo una campagna per giustificare una guerra contro il popolo siriano», ha affermato il presidente venezuelano che Washington ha l’obiettivo di controllare la ricchezza petrolifera dei paesi arabi e dell’Iran. Secondo Maduro, il regime di Bashar Al Asad rappresenta la «stabilità» nel mondo arabo ed è quello che «resiste all’avanzata e all’espansione dei sionisti nella regione».

Nel suo discorso, pronunciato nella casa di una famiglia venezuelana di una zona popolare alle porte di Caracas, il presidente ha fatto riferimento alle mobilitazioni conosciute come «primavera araba», che hanno condotto alla caduta dei regimi in Libia, Tunisia ed Egitto e che, ha considerato, hanno risposto anche ad interessi occidentali.

Maduro si è riferito in particolare al caso libico di Moamar Gheddafi, che ha descritto come «un caro fratello». Ha denunciato che la Libia «è stata divisa in quattro parti» dopo la sua caduta ed il suo assassinio, e che adesso regna l’insicurezza ed il «terrorismo» in una nazione araba del nord Africa. Ha anche denunciato gli intenti di destabilizzazione dell’Iran, un altro paese del Medio Oriente non arabo che è alleato strategico del Venezuela nella regione».

«Mantengono sotto minaccia l’Iran […], se toccano l’Iran scoppierebbe un ’48 nel mondo […], ma non possono toccarlo nemmeno con il petalo di una rosa, è un grande paese». ha affermato. Dall’elezione dello scomparso Hugo Chávez (1999-2013), il governo venezuelano ha mantenuto strette relazioni con i paesi del Medio Oriente, principalmente l’Iran.

[Trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Danilo Della Valle]

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