Samir Amin: «Nessun rischio di guerra civile in Egitto»

Algeriepatriottique, 18 agosto 2013 

Non c’è rischio di guerra civile in Egitto

Intervista a Samir Amin di Mohamed El-Ghazi

Algeriepatriottique: Sono state formulate diverse ipotesi sulla destituzione del presidente egiziano Morsi da parte dell’esercito. Quali ne sono state le vere ragioni?

Samir Amin: La sola e unica ragione è che Morsi è stato rifiutato dal popolo egiziano. Prova ne sia la petizione promossa dal movimento Tamaroud che aveva raccolto, prima del 30 giugno, ventisei milioni di firme che chiedevano le dimissioni di Morsi. Queste firme non sono state raccattate alla buona. Sono vere. La manifestazione del 30 giugno era dunque attesa, solo che è andata anche oltre quello che si poteva immaginare. In tutto l’Egitto, e non solo a piazza Tahrir, c’erano trentatré milioni di manifestanti il 30 giugno. Per un paese di 85 milioni di abitanti, esclusi i bambini che sono tanti, e i vecchi che sono meno numerosi, essi rappresentavano praticamente tutto il paese. Di fronte a questa mobilitazione, evidentemente, il comando dell’esercito è stato molto saggio; ha deposto Morsi e affidato la presidenza interinale a chi di diritto, vale a dire al presidente del Consiglio Costituzionale, Adli Mansour, che è un giudice, ma non un giudice rivoluzionario; è un conservatore, conosciuto per essere onesto e democratico. Questa è la sola ragione, non ve ne sono altre.

Quando si dice che l’esercito ne ha approfittato per fare un colpo di Stato, io rispondo che, se l’esercito non fosse intervenuto, non sarebbe stata una bella cosa vedere Morsi che si comportava come un brigante e senza alcun rispetto per le regole più elementari della democrazia. Avendo armato le milizie dei Fratelli Mussulmani, non sarebbe stato accettabile. L’alternativa – vale a dire la non deposizione di Morsi – non sarebbe stata ugualmente accettabile. Devo aggiungere – tutti lo sanno in Egitto, e lo si dice oggi ad alta voce – che l’elezione che ha portato Morsi e i Fratelli Mussulmani al potere è stata una gigantesca frode. Una enorme frode di falsificazione delle liste elettorali, nella quale i Fratelli Mussulmani si sono inventati nove milioni di voti supplementari.

D: Da dove ricava queste cifre?

R: Tutti lo sanno in Egitto. E la prova sarà fornita presto dalla Giustizia. Non l’abbiamo appreso ieri, lo sapevamo già all’indomani dell’elezione. Conosciamo un sacco di casi nei quali un solo Fratello Mussulmano era in possesso di cinque certificati elettorali, con lo stesso nome ma relativi a cinque seggi diversi situati in quartieri vicini. E per di più questo elettore aveva la delega di voto da parte di sua moglie, dei figli maggiorenni e di sua nonna. Ha potuto votare cinque volte per dieci persone. In questo modo sono andate le cose. D’altra parte le milizie dei Fratelli Mussulmani avevano occupato i seggi e si sono attribuiti il diritto di votare, impedendo ad altri di farlo, fino al punto che i giudici egiziani, che di solito controllano le elezioni e che non sono – lo dico ancora una volta – dei rivoluzionari, si sono rifiutati in massa di ratificare queste elezioni. Il presidente della commissione elettorale, che era un Fratello Mussulmano, ha dichiarato, per ordine di Morsi, che Morsi aveva vinto prima ancora che lo spoglio fosse terminato. L’ambasciata degli Stati Uniti ha proclamato Morsi vincitore di elezioni “democratiche” e, ovviamente tre minuti dopo, le ambasciate della Gran Bretagna, della Francia e degli altri paesi europei si sono uniformate. La commissione dei sedicenti osservatori stranieri, soprattutto europei, ha ratificato queste elezioni-farsa. Il regime non beneficiava dunque di alcuna legittimità. E tuttavia il fatto che abbiano esercitato il potere per un anno è stato un bene, perché hanno così mostrato il loro vero volto. Hanno seguito la stessa politica neoliberale di Mubarak, in una versione ancora più brutale nei confronti delle classi popolari e, d’altra parte, hanno violato le regole più elementari della democrazia. Per questo motivo questa deposizione non è stata un colpo di Stato militare ed è per questo che questa deposizione e la caduta di Morsi sono una vittoria del popolo egiziano. Va da sé che non è una vittoria finale; è una tappa di una lunga battaglia politica che continuerà per mesi, forse per anni.

D: Con le gravi tensioni che la destituzione di Morsi ha provocato, pensa che l’Egitto si stia avviando verso una guerra civile?

R: Non c’è guerra civile e non c’è pericolo di guerra civile (in Egitto). Ci sono stati trentatré milioni di manifestanti al Cairo contro Morsi, che pure aveva nelle sue mani il potere dello Stato e miliardi di dollari del Golfo. E lui non è riuscito a mobilitare nemmeno due milioni di simpatizzanti. Si parla di pericolo di guerra civile quando l’opinione pubblica è veramente divisa e frammentata. Non è il caso dell’Egitto. Quello che si sta registrando sono piuttosto delle azioni terroriste. In Egitto tutti sanno che i Fratelli Mussulmani sono 5-600.000 e un centinaio di migliaia di loro sono armati. Sono loro che possono creare dei disordini, ma non una guerra civile. D’altronde, nelle manifestazioni popolari, quelli che arrestano i Fratelli Mussulmani  e li picchiano di santa ragione non sono le forze di polizia, ma gli stessi manifestanti. Nel quartiere di Boulaq, quando il 30 giugno 2013 stava per partire una manifestazione dei Fratelli Mussulmani, è stata la stessa gente di Boulaq che ha sbarrato loro la strada e li respinti a colpi di pietre. Morsi aveva minacciato: «Se sarò destituito, vi prometto la guerra civile!». Ma non ci sarà guerra civile. I media occidentali, ahimè, ripetono dal canto loro: «L’Egitto è diviso». Ma se in Francia vedessimo venti milioni di manifestanti contro il Fronte Nazionale e cinquecentomila a favore, diremmo che l’opinione pubblica è divisa? È grottesco parlare di opinione pubblica spaccata in Egitto e di rischi di guerra civile. Quanto ai gruppi jihadisti, essi giungono da due posti. Dall’ovest della Libia. Da quando i paesi occidentali hanno “liberato” la Libia e l’hanno distrutta, questo paese, caduto nelle mani dei signori della guerra, è diventato la base logistica di tutto. D’altronde le azioni contro il Mali e l’Algeria sono venute dalla Libia. E parimenti l’esercito ha appena arrestato nel deserto occidentale un gruppo di jihadisti venuti dalla Libia, armati di missili terra-terra. Evidentemente questi jihadisti sono in grado di creare degli incidenti relativamente gravi. L’altro fronte di attacco jihadista è il Sinai. Perché i malaugurati accordi, detti di pace, tra Egitto e Israele vietano una presenza importante dell’esercito egiziano nel Sinai. L’esercito ha diritto di mantenervi, non so, settecento uomini, fino forse a duemila. Si tratta di una presenza modestissima per una provincia desertica tanto vasta e per di più montagnosa.  È un po’ come l’Adrar degli Ifoghas (massiccio montuoso del Mali, ndt). Giunti col sostegno finanziario di alcuni paesi del Golfo e con la tolleranza – è il meno che si possa dire – di Israele, questi gruppi sono una realtà nel Sinai. L’hanno peraltro dimostrato immediatamente con una manifestazione violenta ad Al-Arich, la capitale del nord del Sinai.

D: Lei ha parlato di gruppi jihadisti. Conoscendo il carattere transnazionale della violenza salafita, pensa che l’esercito egiziano è in grado di farvi fronte?

R: Noi, in Egitto, abbiamo una situazione simile a quella vostra in Algeria. L’islam politico non è sparito. Si è un po’ indebolito perché ha mostrato la sua vera faccia. Da voi ha provocato 100.000 persone assassinate dai terroristi. E l’esercito algerino ha finito con l’aver ragione di loro. In Egitto il costo pagato è stato solo quello di un governo civile durato un anno, ma oramai l’opinione pubblica ha le idee chiarissime in Egitto. Certamente la grande massa degli Egiziani, come degli Algerini, resta mussulmana praticante e anche i copti cristiani, in Egitto, sono generalmente praticanti. E però non credono più all’islam politico. Quello che si sente continuamente nelle strade del Cairo – ci sono stato di recente – è: «Ihna mouch ayzin islam el baqala» (respingiamo l’islam del commercio). Ma comunque siamo in una società come la vostra, dove c’è ancora gente che non ha capito. E permane purtroppo una base oggettiva di reclutamento nella misera e nella disoccupazione. Finché potranno reclutare miliziani altrove, come accade in Siria, dove sappiamo che tutti questi gruppi islamisti non sono siriani e vi sono molti Tunisini, Egiziani, Afghani e Turchi, queste forze possono ancora agire. Io confido nelle forze dell’esercito egiziano che sono in grado di fronteggiare con successo queste minacce, perché anche negli alti comandi, sebbene sia possibile che alcuni siano stati alleati degli islamisti o che abbiano fatto  calcoli di alleanza con loro nel passato, una gran parte degli ufficiali egiziani sono al fianco del loro popolo contro Morsi. Però non sarà facile sconfiggerli, finché avranno basi e appoggi in Libia e nei paesi del Golfo.

D: I media parlano di un accordo concluso tra Morsi e gli Stati Uniti per la cessione del 40% dei territori del Sinai ai rifugiati palestinesi. In cambio i Fratelli Mussulmani avrebbero intascato otto miliardi di dollari. Cosa c’è di vero?

R: Sì, questa informazione è esatta. C’era un accordo tra Morsi, gli Statunitensi, gli Israeliani e gli accoliti ricchi dei Fratelli Mussulmani di Hamas a Gaza. Gli Stati Uniti hanno sostenuto Morsi fino alla fine, come sostennero Mubarak. Ma i poteri politici negli Stati Uniti sono, come dovunque, realisti. Quando una carta non può più essere giocata, l’abbandonano. Il progetto di Morsi era di vendere il 40% del Sinai a prezzi insignificanti, non al popolo di Gaza, ma ai ricchissimi Palestinesi di questo territorio, che avrebbero fatto venire da lì dei lavoratori. Era un piano israeliano per facilitare il loro obiettivo di espellere i Palestinesi, cominciando da quelli di Gaza verso il Sinai egiziano, in modo da poter colonizzare più celermente e comodamente  quel che resta della Palestina ancora con popolazione araba. Questo progetto israeliano ha ricevuto l’approvazione degli Stati Uniti e, di conseguenza, anche di Morsi. La sua realizzazione era cominciata. L’esercito è entrato in gioco ed ha reagito in modo patriottico, cosa che gli fa onore, e ha detto: “Non si può vendere il Sinai a chicchessia, sia pure dei Palestinesi, e facilitare così il piano israeliano”.  E’ stato a questo punto che l’esercito è entrato in conflitto con Morsi e gli USA.

D: Secondo un recente studio, nei prossimi mesi vi sarà una gigantesca ondata migratoria di Egiziani verso i paesi del Maghreb. Si intravvedono segnali di un tale scenario?

R: Non so da dove provenga una simile informazione. Vi è una pressione migratoria  fortissima in Egitto come in tutto gli altri paesi arabi. In Egitto vi è una povertà e una disoccupazione che sono enormi. Di conseguenza molti, soprattutto giovani ma non solo, quando hanno la possibilità di emigrare partono verso qualsiasi destinazione. Di preferenza per l’Europa. Attualmente i paesi del Golfo, l’Iraq e la Libia hanno chiuso gli ingressi. Quanto alla destinazione verso il Maghreb, non ne ho mai sentito parlare e non so valutare l’attendibilità di questo studio.

[Trad. dal francese a cura di Ossin]

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