Il doppio cammino dei mezzi di comunicazione

16.06.2013 – dalla relazione di Ignacio Ramonet (professore emerito di Teoria della Comunicazione presso l’Università di Parigi e direttore di Le Monde Diplomatique in castigliano), nell’ambito del II Incontro delle Televisioni Pubbliche dell’America Latina.

Fonte: Tiempo Argentino

«Il doppio cammino dei mezzi di comunicazione: nascono come imprese giornalistiche, ma presto cominciano a trasformarsi in potenti gruppi multimediatici ed entrano in affari che nulla hanno a che vedere con i media». (Sociologo e ricercatore della comunicazione uruguaiano Luis Alberto Quevedo durante  il II Incontro delle Televisioni Pubbliche dell’America Latina).

La storia dei media è recente. A Washington esiste da quattro o cinque anni l’unico museo dei media nel mondo: Il Newseum. Primo: già è una idea interessante che i media stiano in un museo: i media appartengono alla storia o appartengono al presente? Una bella domanda…

In questo Newseum la storia dei media comincia con la invenzione della stampa. Inizia nel 1440. E a poco a poco vediamo, con esempi concreti, come sono esistiti i periodici durante lunghi periodi. Periodici del secolo XV, del secolo XVI e XVII, anche se non sarebbe corretto definirli periodici. Ma quello che chiamiamo i mezzi di comunicazione di massa, quando creano opinione e di conseguenza hanno effetti nel funzionamento della democrazia, nel funzionamento delle società, è a partire dalla seconda metà del secolo XIX. […] Durante molto tempo la tecnologia di diffusione dei media, durante secoli, fu la stessa: era la stampa. Una stampa semplice, una pressa perché la tipografia si sviluppò successivamente. Con il tempo, ogni mezzo – la stampa scritta, la radio […] e successivamente la televisione […] – fa sì che tecnologie differenti producano imprese differenti […]. Ciascuna di queste tre tecnologie ha sviluppato imprese differenti.

Sono tre saperi industriali diversi, tre modi di fare informazione differenti e di conseguenza tre tipi di imprese differenti. Generalmente non si mischiavano poiché avevano funzioni diverse. Nell’informatica non ci sono differenze tecnologiche di ordine strumentale tra lo scritto l’audio e l’immagine, non ci sono differenze poiché tutto questo si riduce ad una equazione. […] Quindi dove avevamo tre tipi di tecnologie che avevano la loro storia […] improvvisamente sorge una sola tecnologia e quindi si costituiscono i gruppi multimedia […].

Dunque, appaiono i gruppi mediatici. Questi gruppi mediatici non si limitano solo ad essere importanti in una città, ma hanno un’importanza su scala regionale, nazionale, continentale, o anche planetaria, come il caso di Murdoch […]. I gruppi mediatici appaiono negli anni ’70, ’80, con la volontà di diventare i padroni del mondo. E si crea questa idea che si può dominare il complesso dei media e che con i media si può raggiungere altro […]. Sta nascendo una generazione di imprenditori che provengono da settori molto differenti, del petrolio, delle materie prime, dalla Borsa, e che stanno acquistando media per avere influenza, unicamente per avere influenza, non per guadagnare denaro […]. Ciò lo abbiamo visto su scala internazionale.

I Gruppi mediatici oggi pensano a come diversificarsi o sbarazzarsi di media. Ma continuano ad avere potere. Il caso dell’America Latina è particolare su scala internazionale. Primo per la storia dei media in America Latina. La radio e la televisione si sono sviluppate nella regione su modelli statunitensi, sul modello privato. Quindi sono storicamente le oligarchie dominanti in America Latina quelle che oltre a dominare i diversi settori legati alla produzione e all’esportazione hanno dominato i media. […] In una certa misura per sostenete il proprio potere economico e talvolta politico […].

Quindi successivamente alle imprese neoliberali sorge a partire dalla fine degli anni ’90 una nuova generazione di politici in America Latina […], nasce una specie di riappropriazione della storia nazionale, della storia popolare, del destino del paese ed una volontà di giustizia sociale che l’intero continente stava reclamando da più di un secolo. L’idea dell’America Latina. […] Qui vediamo come i media che appartenevano a questi gruppi assumono la funzione di opposizione politica. Il caso più emblematico è quello che si da in Venezuela l’11 aprile del 2002 quando si avviene il colpo di Stato contro Chávez. […] Così fu come in quel momento l’oligarchia disse ‘non lo possiamo controllare, dobbiamo abbatterlo’. E come pensavano di abbatterlo? Già non esistevano i partiti come Copei e AD, che erano i grandi partiti della democrazia della Quarta Repubblica, dunque utilizzano i media ed i media sono quelli che andranno a costruire l’atmosfera generale che va a creare le condizioni sulla base delle menzogne, in base alle manipolazioni, perché si abbia un colpo di Stato con l’intervento dei militari.

Effettivamente, c’è la volontà di questi media di sostituire i partiti politici e di assumere in qualche modo questa funzione. […] Ciò è quello che si ripete in molti luoghi. Perché? Perché i padroni dei media sono parte integrante della stessa categoria sociale o classe sociale che possiede il resto, l’economia del paese che ha controllato il potere politico per molto tempo.

Inoltre, ciò che sta accadendo è che questi governi, tutti loro, hanno deciso di cambiare il modello mediatico. Il modello latinoamericano è un modello basato su quello degli USA. Lì i media sono stati creati dalle imprese private […]. Non è il caso dell’Europa, dove fu lo Stato a costruire le reti di radiodiffusione, le reti televisive, e che ha avuto sempre una presenza molto importante nei media […]. In Francia, la radio e la televisione erano monopolio di Stato, non esisteva radio o televisione privata fino a François Mitterrand. […] La norma  è che sia lo Stato a detenere il controllo. Ciò non significa che domini anche il contenuto pure se talvolta è accaduto. […] Esisteva un solo telegiornale per tutto il paese. Mi riferisco alla Francia fino agli anni ’80.

In America Latina è accaduto esattamente il contrario. Ed oggi è legittimo che i governi considerino che è necessario avere un maggiore equilibrio, che si interrompa il monopolio privato e che lo Stato abbia anche il suo spazio pubblico. Tale spazio pubblico è quello che si sta conquistando nei vari paesi dell’America Latina, dando luogo alla stessa resistenza che oppose l’oligarchia detentrice della terra di fronte a qualsiasi tentativo di riforma agraria.

In America Latina parlare di riforma agraria fino a poco tempo fa equivaleva ad esporsi ad un colpo di Stato. […] Attualmente ciò che sta accadendo è che questi governi stanno tentando di realizzare una riforma mediatica, che genera una resistenza disperata dei latifondisti mediatici i quali considerano quella l’arma utile per difendere i propri vantaggi, evidentemente intendiamo lo storico potere economico tradizionale ed il potere politico nella misura in cui lo detengono. Questo è il dibattito al quale assistiamo in tutta la America Latina. Con alcune differenze. In un paese si può focalizzare intorno ad un gruppo, come nel caso dell’Argentina del Grupo Clarín. In Brasile è il caso del Gruppo Globo […].

Oggi giorno il panorama mediatico non è quello che abbiamo evocato fin ora, dove ci troviamo di fronte ai media e ai cittadini, dove sempre che gli uni, i media, hanno la possibilità di emettere ed i cittadini hanno solo la possibilità di ricevere. Di conseguenza l’unico discorso pubblico, che si sente, è quello emesso dai media. Non sappiamo molto bene quello che fa il ricevente con ciò che riceve. Questo è un altro aspetto. Tale universo è quello che è cambiato.  […] Internet ha rotto questa configurazione. […] Ogni cittadino, nella misura in cui è dotato di un telefono intelligente, […] con il quale abbiamo accesso all’email, alla televisione, possiamo fare il nostro blog, possiamo accedere a facebook, twittare. […] Con lo sviluppo di internet possiamo intervenire. Nel mio libro affermo che prima esistevano “i media solari”, media molto potenti che avevano la facoltà di far ruotare in torno a loro tutto il resto, in particolare i cittadini.

[…] Il presidente Obama ha fatto la sua campagna per le elezioni di novembre scorso senza dare alcuna intervista alla televisione. Ha fatto tutto in Twitter. Ed ha vinto. Quanti followers ha Obama in Twitter?  Più di 27 milioni. Cosa rappresentano 27 milioni di persone negli USA? Più di tutto il pubblico che guarda i telegiornali della notte degli USA. E più di tutti i lettori dei 75 periodici più importante degli USA. Ci troviamo in un universo nel quale il dirigente ha una relazione diretta con le persone. I 27 milioni di elettori ricevono un messaggio di Obama. Direttamente per loro, e possono rispondere. Risulta evidente che oggi il panorama cambia. Cosa abbiamo visto con le primavere arabe? Con gli indignados?

Stiamo vedendo che le società si autorganizzano in altro modo. Si creano quelle che si chiamano le reti sociali, attraverso questi media. Adesso il problema, nei paesi dove la libertà di espressione non è in dubbio come in Gran Bretagna, è il seguente: se ognuno di noi ha potenzialmente e mediaticamente la stessa capacità di intervenire della CNN, se esistono leggi per i media, si vanno ad applicare anche a noi. Chi definiamo media se anche noi siamo media? Quindi oggi il governo della Gran Bretagna si propone non solo di proibire ma di portare di fronte alla giustizia alcune persone che hanno utilizzato Twitter e hanno inviato un certo tipo di messaggio. […] Essendo ognuno di noi media già abbiamo una relazione diversa con i media e d’altra parte non possiamo più avanzare un discorso puramente vittimista. Perché già non siamo solo passivi. Possiamo anche organizzarci.

Il momento nel quale viviamo, per dirla alla Gramsci, è un mondo che sta morendo dove un altro sta nascendo, e in questo momento i due stanno coesistendo. Per esempio, la CNN è un canale che ha sempre meno ascolti. La Fox anche. La Fox è stato il modello di tutti questi media golpisti latinoamericani. Non si dice sufficientemente. La Fox è stato il modello Neocon, il modello che ha lanciato l’idea che l’informazione non deve essere obiettiva, che l’informazione deve essere militante, una informazione d’attacco, una informazione esclusivamente di aggressione. Sono stati loro a creare il Tea Party.

Al contrario oggi in American latina, quando i governi progressisti stanno tentando di creare media pubblici, l’argomento dell’opposizione conservatrice consiste nel dire “state creando media che sono governativi, la voce dell’espressione del governo, media di partito”, adesso abbiamo molta gente di fronte agli schermi, i tablets, i telefoni, i computers, i calcolatori; passiamo molto tempo nelle reti. […] Oggi non è stato dimostrato che fare una campagna nei grandi media sia più efficace che farla nelle reti sociali […].

[Trad. dal castigliano di Ciro Brescia]

L’Unione siro-venezuelana condanna fermamente i massacri perpetrati dai gruppi armati

di Francesco Guadagni
L’Unione siro-venezuelana condanna fermamente i massacri perpetrati dai gruppi armati terroristici in Siria.
Caracas / L’Unione siro-venezuelana ha condannato fermamente i massacri efferati commessi da gruppi armati takfiri in Siria. In una dichiarazione all’Agenzia SANA, l’Unione ha condannato i massacri commessi dai terroristi e negato le false accuse contro l’esercito arabo siriano sull’uso delle armi chimiche, affermando che le accuse sono parte della guerra feroce lanciata contro la Siria.
L’Unione ha accordato la piena responsabilità di questi crimini terroristici agli Stati Uniti, Israele e ai loro agenti nella regione, paesi occidentali o arabi, tra cui la Turchia e Arabia Saudita, sponsor ufficiali del terrorismo e dai movimenti takfiri. Inoltre, è stato espresso profondo dolore per la perdita di questi spiriti puri, ribadendo la solidarietà della comunità siriana in Venezuela con la Siria.
Allo stesso modo, l’Unione ha invitato la comunità internazionale, le Nazioni Unite e tutte le organizzazioni umanitarie ad assumersi la responsabilità per la lotta contro il terrorismo organizzato per colpire la madrepatria e il popolo siriano”
Foto e notizia Agenzia SANA
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