Uno sguardo sull’Egitto, dall’India

Egyptians protest in CairoDistogliamo per un attimo lo sguardo dalla Siria, e per commentare gli importantissimi eventi egiziani, scegliamo di dare spazio a uno sguardo non occidentale. L’autore di questo scritto, Feroze Mithiborwala, è un militante indiano antimperialista (fa anche parte della National Alliance of People’s Movements) ed è tra i firmatari dell’Appello internazionale per fermare la guerra in Siria.  

Questo testo, tradotto dalla Redazione di Sibialiria, è inedito per l’Italia.
Egitto! Per tutta la notte sono rimasto inchiodato a guardare gli eventi in corso. E’ chiaro dalla mobilitazione popolare, al Cairo a piazza Tahrir e davanti al palazzo presidenziale, e ad Alessandria, a Suez, a Mansoura, in tutti i centri del paese, che non solo i Fratelli musulmani guidati dall’ex presidente Morsi avevano perso il mandato popolare, ma che anzi questo mandato non lo avevano mai compreso, a causa della loro prospettiva esclusivamente islamica. Il livello della mobilitazione, e le sue modalità, vivacissime e determinate, hanno superato l’insurrezione anti-Mubarak nel 2011. La rivoluzione Tahrir I era stata una sollevazione popolare e non un risveglio islamico; gli Ikhwan (Fratelli musulmani) e i salafiti non l’hanno compreso. Era stata una rivoluzione per un Egitto democratico, inclusivo, plurale e variegato, un paese nel quale i diversi settori della società potessero tutti godere dei propri diritti. Ma gli islamisti nel loro fervore hanno travisato il mandato tradendo l’anima dell’Egitto e la sua antica cultura e civiltà.
Ancora una volta sono stati soprattutto i giovani a prendere l’iniziativa e a lanciare il movimento Tamarod (Ribellione), raccogliendo per le dimissioni di Morsi 22 milioni di firme in tre mesi (Morsi aveva ottenuto 13 milioni di voti). Tamarod aveva promesso di far scendere in strada un milione di persone il 30 giugno. Ma in realtà sono stati milioni e milioni gli egiziani mobilitati; persone convinte che la rivoluzione fosse stata tradita, tutto lo spazio sociale egemonizzato da Ikhwan e salafiti, l’economia peggiorata.
Gli egiziani non hanno accettato il fatto che il governo avesse promosso l’estremismo e il settarismo, emarginando i copti, che lo spazio secolare fosse perduto, che i laici, come i socialisti e i comunisti fossero emarginati totalmente dalle decisioni politiche. Occorreva dunque una battaglia per recuperare l’anima dell’Egitto.
Quanto alla questione centrale del ruolo dell’esercito, è chiaro che è stato il popolo a chiederne l’intervento. Chi teme che saranno i militari a reggere i giochi, deve sapere che quegli stessi giovani da Tahrir e dalle altre piazze rispediranno in caserma i militari, se questi tradiranno il mandato popolare. Lo hanno già fatto, prima contro Mubarak e poi contro l’esercito che aveva preso le redini nell’era post-Mubarak. Dunque, non sono molto preoccupato per il ruolo dell’esercito.
E c’erano soluzioni per prevenire questa crisi nazionale. Gli stessi Fratelli musulmani avrebbero potuto chiedere a Morsi di farsi un po’ da parte per promuovere la formazione di un governo nazionale – che avrebbe poi dovuto rinegoziare la Costituzione per assicurare che essa rispondesse alle aspirazioni di tutti i settori della società, come non è adesso. E poi arrivare a elezioni parlamentari e presidenziali. Ma i Fratelli musulmani sono rimasti fermi, sottostimando il terreno di scontento e paura e perdendo ogni contatto con le sezioni non Ikhwan della società.
Sono certo motivo di preoccupazione alcuni fattori:
1) Sia Tahrir 1 che Tahrir 2 sono carenti quanto a linguaggio antimperialista e antisionista. Vorremmo vedere marce verso le ambasciate di Stati Uniti e Israele per chiedere che quei paesi pongano fine alle loro guerre e interventi nelle nazioni arabe e nel resto del mondo.
2) L’Egitto adesso è una società profondamente divisa e gli al-khwan muslimin e i salafiti hanno accentuato questa divisione con il loro atteggiamento monopolistico ed estremista. E’ dunque responsabilità dei giovani, dei laici, delle sinistre, dei nazionalisti arabi e delle comunità religiose riuscire a coinvolgere tutte le frazioni della società, al di là della religione, del genere, della classe, delle tribù e dei gruppi religiosi, impegnando tutti i partiti politici per arrivare a un consenso nazionale, a una visione nazionale in ogni sfera della vita del paese. L’imposizione dei valori islamici o di quelli laici porterebbe a strozzature. Entrambi questi sistemi culturali dovranno impegnarsi a coesistere nel mutuo rispetto e comprensione.
3) Sarebbe necessario imparare dagli esperimenti di socialismo democratico in corso nell’America latina bolivariana; e la rivoluzione egiziana ha bisogno di sfidare il paradigma del neoliberismo capitalista, le misure di austerità e i tagli ai sussidi pubblici, i prestiti del Fondo monetario e quelli del Qatar e dell’Arabia Saudita. Tutti elementi che renderebbero più povere le masse e metterebbero la nazione nelle mani degli sceicchi con petrodollari e dei banchieri Usa-Ue. 
Sono fiducioso riguardo al futuro di questa grande civiltà, perché il popolo egiziano, guidato dalla sua gioventù, ha dimostrato tre volte in contesti politici diversi di essere all’erta e pronto a tornare alla carica contro chi tradisce le aspirazioni di una collettività che chiede democrazia, giustizia economica e sociale, mutuo rispetto ed eguaglianza religiosa, senza monopolio religioso dello spazio politico e sociale, un insieme laico e al tempo stesso islamico e cristiano.
Ora dovranno creare un governo civile di transizione formato da tutti i partiti politici e i settori sociali. Si tratterà di negoziare una nuova costituzione mediante referendum, fissando anche le date per elezioni presidenziali e politiche.
Il popolo egiziano sta imparando dai propri errori e al tempo stesso sta insegnando al mondo il vero significato del Potere popolare!
Feroze Mithiborwala

Sono stati i Fratelli Musulmani a uccidere i giornalisti: la denuncia del presidente della Stampa Estera al Cairo

egitto-fratelli-musulmaniGrave denuncia del corrispondente del settimanale Der Spiegel che punta il dito contro i «sedicenti manifestanti pacifici». E richiama anche i colleghi a non ignorare la verità dei fatti

di Windfuhr Volkhard, tratto da ioamolitalia – Il Presidente dell’Associazione della Stampa Estera al Cairo, il giornalista tedesco Volkhard Windfuhr, ha accusato i Fratelli Musulmani – qualificandoli sarcasticamente come “i sedicenti manifestanti pacifici” – di essere i responsabili dell’uccisione dei giornalisti che svolgevano la loro attività nel corso degli scontri tra l’Esercito e i miliziani islamici. Windfuhr è categorico: i giornalisti “non sono stati delle semplici vittime del caos o di un normale scambio di fuoco, ma gli hanno sparato addosso in modo intenzionale”. “Io stesso oggi sono fortunatamente sfuggito per un soffio al fuoco di un cecchino sul Ponte 15 maggio nel quartiere di Zamalek” – afferma Windfuhr – Il criminale non era assolutamente un poliziotto”.
Il 14 agosto sono stati uccisi quattro giornalisti nel corso degli scontri esplosi al Cairo nei quartieri di Rabaa Al Adaweya e di Al Nahda. Si tratta del britannico Mick Dean di SkyNews, e di tre giornalisti egiziani: Habiba Ahmed della Revue Express di Dubai, Ahmed Abdel Gawad del quotidiano filo-governativo al Akhbar, Mosaab el Shami fotografo del sito Rasd.
In un messaggio postato su Facebook Windfuhr, dopo aver esplicitamente condannato i Fratelli Musulmani come dei criminali, denuncia la stampa internazionale che a suo avviso non ha finora garantito una copertura giornalistica corretta e “adeguata”.
Windfuhr è un arabista, esperto del Medio Oriente, corrispondente del settimanale Der Spiegel.

Questa è la traduzione del testo in inglese postato su Facebook

Avviso del Presidente dell’Associazione della Stampa Estera al Cairo

Cari colleghi dell’Associazione della Stampa Estera al Cairo,
senza schierarmi nel conflitto interno, considero che sia mio dovere rendere i nostri membri consapevoli del crescente reale pericolo per la nostra attività giornalistica e anche per la nostra vita. Purtroppo alcuni dei nostri colleghi sono caduti vittime di attacchi fatali. Non sono stati delle semplici vittime del caos o di un normale scambio di fuoco, ma gli hanno sparato addosso in modo intenzionale. Non sono stati né gli agenti della Polizia o l’Esercito, ma i sedicenti “manifestanti pacifici”. Io stesso oggi sono fortunatamente sfuggito per un soffio al fuoco di un cecchino sul Ponte 15 maggio nel quartiere di Zamalek. Il criminale non era assolutamente un poliziotto e possono testimoniare il fatto dei comuni cittadini egiziani che si trovavano sul luogo. Non mi trovavo lì per attività giornalistica, ma ero semplicemente diretto a un caffè per incontrare degli amici.

È scandaloso ciò che commettono questi violenti “manifestanti”. Attaccano la gente all’improvviso, attaccano il proprio Stato, attaccano gli edifici pubblici e un ancor più cospicuo numero di chiese, negozi e case dei cristiani. Non è mio compito come Presidente dell’Associazione della Stampa Estera tediarvi con delle analisi politiche, ma si sento costretto dalla mia coscienza e dall’etica professionale di esprimere la mia ferma disapprovazione per il fatto che la guerra che i “manifestanti” combattono contro lo Stato che ci ospita solo raramente viene trattata dai giornalisti in modo adeguato. Ma non è mai tardi. Fate attenzione!

Il Presidente Volkhard Windfuhr

Leggi di Più: Egitto. I fratelli musulmani hanno ucciso i giornalisti

Vescovo di Andropoli: «Cristiani e musulmani in Egitto uniti per salvare il Paese dagli islamisti»

da AsiaNEWS

20ago2013.- Per mons. Golta, ausiliare della diocesi copta cattolica di Alessandria, Stati Uniti e Unione Europea vogliono imporre agli egiziani il dominio dei Fratelli Musulmani. Gli islamisti hanno promesso di risolvere la questione palestinese cedendo il 40% del Sinai ad Hamas. Musulmani pronti a difendere i cristiani a qualsiasi costo.

Il Cairo (AsiaNews) – “Cristiani e musulmani egiziani sono uniti per cambiare il Paese, i Fratelli musulmani invece sono un movimento internazionale a cui non interessa il bene dell’Egitto. Dopo la sua elezione Mohammed Morsi ha promesso di risolvere la questione palestinese, cedendo il 40% della penisola del Sinai e creare insieme ad Hamas un nuovo Stato per la popolazione di Gaza e la Cisgiordania. Tutto a scapito degli egiziani”. È quanto afferma ad AsiaNews mons. Yohanna Golta, vescovo di Andropoli e ausiliare della diocesi di Alessandria per la Chiesa copta-cattolica. Il prelato descrive il drammatico clima di violenza in cui è piombato l’Egitto e punta il dito contro tutti quei Paesi che nascondono la verità dei fatti, ignorando l’opinione di milioni di egiziani e riducendo lo scontro politico a quello fra militari e Fratelli Musulmani.

“L’organizzazione dei Fratelli Musulmani ha un piano per costruire un califfato islamico – racconta mons. Golta – tale programma è internazionale e comprende Turchia, Qatar, Egitto e altri Stati musulmani”. Per il prelato l’occidente è più interessato a risolvere la questione israeliana che ai desideri di democrazia degli egiziani. “La popolazione egiziana, soprattutto i giovani – continua – rifiuta questo piano. La rivoluzione del 30 giugno è avvenuta proprio per evitare distruggere il nostro Paese e l’esercito e la polizia per la prima volta si sono schierati con la gente.  Tutti, donne, uomini, anziani, bambini, imam e sacerdoti cristiani hanno marciato insieme senza scontri. Io ero fra i manifestanti e ho sperimento questo clima di amicizia e unità”. Il vescovo sottolinea che nel resto del mondo nessuno sta dando peso a questo evento epocale, preferendo scontrarsi sui cavilli della legittimità del governo di Mohammed Morsi. “La pace in Israele e Palestina – continua – fa comodo all’occidente, per questa ragione gli Usa rifiutano la nostra politica e vogliono realizzare il loro obiettivo: far tornare gli islamisti al potere”.

Mons. Golta sostiene che l’attacco contro le Chiese cristiane era stato preparato da tempo ed è parte di un programma premeditato. “In queste settimane – racconta – gli estremisti hanno distrutto chiese, abitazioni, musei e ingaggiato scontri con la polizia. E questo per mostrare al mondo che il Paese è nel caos e spingere i Paesi occidentali ad entrare in Egitto e obbligare la popolazione ad accettare il governo di Mohammed Morsi”.

Tuttavia, secondo il vescovo chi ha vissuto sulla sua pelle i fatti delle ultime settimane conosce la verità, che non corrisponde alle notizie riportate dai media. “Il prezzo di questo caos oltre alle centinaia di morti negli scontri fra islamisti ed esercito – spiega – sono le oltre 40 chiese bruciate e  le 500 abitazioni cristiane distrutte in modo deliberato”. Mons. Golta critica chi continua a parlare di scontro confessionale: “I musulmani stanno difendendo i copti, organizzando cordoni di sicurezza intorno alle chiese (v. foto), alle case, ai negozi. Chi desidera lo scontro è solo una piccola minoranza, che non rappresenta l’Egitto. Stati Uniti e Unione Europea non vogliono vedere la realtà, ma solo ciò che a loro interessa, dicendo falsità e calpestando i desideri della popolazione egiziana”. (S.C.)

Egitto: «Ho sempre criticato l’esercito, ma ora ci difende»

di Giuseppe Acconcia

Parla lo scrittore ʿAlāʾ al-Aswānī: «L’esercito mi ha anche processato, ma i Fratelli musulmani sono terroristi. Prevarrà il popolo»

IL CAIRO – Linkiesta ha incontrato, nel suo studio dentistico nel centro del Cairo, lo scrittore egiziano Alaa Al-Aswany. Ha partecipato all’occupazione di piazza Tahrir nei giorni delle rivolte del 2011 e si trova ora in prima linea contro i Fratelli musulmani. Aswany è autore di classici come Palazzo Yacoubian e Chicago, mentre uscirà in Italia il prossimo anno The cars club: romanzo sull’Egitto durante la colonizzazione inglese.

Come valuta lo sgombero dei sit-in islamisti?                                                                      I Fratelli musulmani hanno organizzato assembramenti e dispongono ampiamente di armi. Ho notizie di spari contro alcuni ufficiali di polizia. Ovviamente mi dispiace per i morti, ma le manifestazioni della Fratellanza non sono pacifiche: si tratta di terroristi che hanno torturato e rapito persone, come emerge da un documento di Amnesty International. La polizia è sostenuta da gruppi di civili per proteggere la gente. Egiziani, esercito e polizia sono contro i terroristi.

Il 3 luglio scorso si è svolto un colpo di stato in Egitto?
Per chi sostiene Israele, gli Stati Uniti e l’Islam politico si tratta di un colpo di stato. Con 30 milioni di persone in strada come si fa a parlare di colpo di stato? Al contrario, nel 1952 è stato un colpo di stato per definizione che è diventato una rivoluzione quando è stato sostenuto dal popolo: Gamal Abdel Nasser ha guidato prima un movimento che ha rimosso il re Farouk e poi è stato sostenuto dagli egiziani. Il 30 giugno è stata la terza ondata della rivoluzione: in un primo momento Mubarak è stato costretto in prigione, in secondo luogo c’è stata la resistenza dei giovani rivoluzionari contro i massacri dell’ex giunta militare, e ora la rivolta contro i Fratelli musulmani, sostenuta dal regime. Chi è con Israele, gli Stati Uniti e l’Islam politico non lo ammetterà mai che c’è stata una rivoluzione. In un mio articolo ho parlato della necessità che facciano un “esercizio pratico per vedere il sole”.

Lei è un uomo di sinistra, crede che il nuovo governo abbia a cuore i diritti dei lavoratori?
Non mi piacciono tutti i politici che compongono il governo, ma si tratta di un esecutivo transitorio, i ministri sono professionisti di destra. La performance e la visione di questo governo non sono chiare. È necessario invece approvare la Costituzione e procedere a elezioni al più presto. Le autorità egiziane sono di destra, sono imperialiste, capitaliste. Io credo nel controllo dello stato: non si può lasciare la gente nella miseria e chiamare questo Stato.

Perché gli Stati Uniti mantengono una posizione ambigua sugli eventi in Egitto?
Hanno investito nei Fratelli, il loro calcolo era che i Fratelli rappresentassero l’Egitto, si aspettavano che rimanessero al potere per trenta anni. Quello che è successo è uno shock per loro, cercano di fare pressioni sulle autorità per mantenere qualcosa del potere dei Fratelli e tenerli in politica. John McCain è venuto a dire cose offensive agli egiziani (parlando di golpe, ndr), Kerry invece ha detto che non è stato un colpo di stato: sono pressioni sulle autorità egiziane per continuare a tenere i Fratelli in campo. La polizia di Morsi ha ucciso 52 persone a Port Said, Kerry lo stesso giorno ha incontrato Morsi e non ha detto una sola parola per criticarlo.

Non teme che si torni ad un governo militare?
Non sono preoccupato di un governo militare perché credo negli egiziani, sono stati capaci di mandare in prigione due presidenti in due anni. Nessuno potrà creare una nuova dittatura qui. Sisi è intervenuto per un senso di dovere verso l’Egitto. Avevano ottenuto tutto: la Costituzione ha mantenuto i privilegi dell’esercito, i progetti, senza nessuna supervisione. Non c’era motivo per i generali di prendersi questo rischio. Hanno pensato che i Fratelli musulmani stessero facendo qualcosa di male al Paese: per esempio nel Sinai abbiamo scoperto che sostenevano i terroristi. Sisi non ha iniziato la rivoluzione, l’esercito invece ha protetto le masse. L’esercito ha difeso il paese. Io ho sempre criticato la giunta militare, mi hanno accusato 12 volte in processi militari anche per distruzione dell’immagine del Paese, ma ora sostengo il governo dell’esercito.

Cosa pensa della copertura mediatica degli eventi egiziani e della censura imposta sui canali islamisti?
Sono contrario alla chiusura di canali se non per motivi legati al rispetto della legge, bastavano due giorni per raccogliere le prove e chiudere questi canali: non sono televisioni islamiste ma terroriste; insultano i cristiani, le chiese, anche io sono stato insultato e sono in corso due cause. Tenevo un programma su Al Jazeera (piena di membri dei Fratelli musulmani) in cui criticavo la Fratellanza, allora mi hanno licenziato. Però hanno insistito perché continuassi a lavorare per loro, per usare il mio nome. Ho chiesto di preparare una trasmissione settimanale dal titolo: “I crimini dei Fratelli musulmani”. Non li ho mai più sentiti.

L’Egitto continua ad essere un paese profondamente corrotto dopo le rivolte del 2011?
Nulla è cambiato in questo dopo la caduta di Mubarak con i Fratelli musulmani che tentavano di accordarsi con gli uomini del vecchio regime. Ora invece, sono molto ottimista, siamo sulla buona strada, è la prima volta che si potrebbe attuare un vero cambiamento.

Eppure qualcosa è cambiato dopo i movimenti sociali, nell’arte e forse anche nel concetto di democrazia.
La rivoluzione è un cambiamento umano. Ci sono state continue ondate di creatività, dopo il 1919 sono nati grandi creativi e poi dopo il 1952. Vedo cinema e arte in un ottimo stato a breve. Per questo tengo un seminario settimanale per giovani scrittori, come il poeta Mustafa Ibrahim, e vedo nuovi documentaristi e registi in grado di liberare la televisione. Credo che abbiamo presentato un modello all’umanità, superando una dittatura in modo pacifico: quando ci sono 30 milioni per le strade, loro hanno l’autorità. Ci sono stati milioni di contestatori contro la guerra in Iraq ma niente è cambiato, invece qui abbiamo dimostrato che l’autorità risiede nel popolo.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/ala-al-aswani#ixzz2cijdQA3f

Riflessioni ai piedi della tomba di Hugo Chávez

Atilio Boron

di Atilio Boron

Il passato 17 agosto è stato un giorno molto speciale. I compagni del Ministero del Potere Popolare per la Cultura della Repubblica Bolivariana del Venezuela hanno accompagnato tutti coloro che sono venuti dall’estero per la consegna del Premio Libertador al Pensamiento Crítico a visitare il nuovo Mausoleo dove si preservano i resti di alcuni dei più importanti patrioti dell’Indipendenza della Gran Colombia e dove si trova custodita la spada del Libertador Simón Bolívar. Dopodiché siamo stati al Cuartel de la Montaña, ribatezzato da Chávez come Cuartel 4F in omaggio alla sollevazione militare da egli condotta e per la quale, come egli stesso disse, “por ahora” fu sconfitto. Lì, in questa storica fortezza abbiamo potuto visitare la tomba che conserva le sue spoglie e tutti noi visitanti siamo stati travolti da una profonda emozione.

Persino adesso mi commuovo, quasi un giorno dopo, scrivendo queste linee per condividere con tanti militanti antimperialisti coscienti dell’immenso lavoro fatto da Chávez nel combattere l’impero che si è portato la sua vita. Nel momento in cui sono passato al lato della sua tomba, e ho potuto dare un abbraccio postumo al freddo marmo che lo protegge, si è impossessato di me, e ancora non mi abbandona, un debordante sentimento di tristezza, dolore e rabbia. Una rabbia che poche volte ho provato nella mia  vita e che mi ha portato a pensare – o ad allucinarmi – che se scoprissi chi è stato l’autore materiale della morte di Chávez (poiché ogni giorno che passa sono sempre più convinto che l’hanno ammazzato) mi presenterei come volontario per eseguire la pena capitale che qualsiasi corte sicuramente imporrebbe per far parte del plotone di esecuzione per porre fine alla vita della canaglia che ha assassinato il nostro amico.

Dichiaro che non sono a favore della pena di morte, ma un assassinio di tale enorme impatto sui nostri popoli ha messo in crisi la solidità di questa convinzione. L’emozione e la rabbia, questo mix esplosivo di dolore e furia, obbedisce anche al comprovare fisicamente che chi mi ha sempre ricevuto con un sorriso e che invariabilmente intercalava una battuta con un ragionamento profondo e luminoso, già non è più tra noi. E che si tratta di una perdita irreparabile.

Oggi ho visto in TeleSUR una riedizione di una puntata di “Aló Presidente”, e la brillante maniera di come spiegava il capitalismo, la trasformazione del valore d’uso in valore di scambio e quindi in merce, la inesorabile conseguenza che ha questo processo nell’organizzare e nell’approfondire lo sfruttamento dei lavoratori, la divisione del plusvalore in tre distinte frazioni della borghesia e l’impoverimento della popolazione, degradata al rango di semplice portatrice di forza lavoro, mi ha lasciato stupefatto. In poche parole e con un semplice linguaggio, nonché diretto, comprensibile al popolo, e profondamente persuasivo ha sintetizzato brillantemente ciò che scriveva Marx, ovviamente ne “Il Capitale” o in un piccolo testo come “Lavoro salariato e Capitale”; e anche ciò che Engels spiegava nell'”Anti-Dühring”.

Questo è l’uomo di cui ci hanno privato. Un imprescindibile, come avrebbe detto Brecht, che lottava sempre, tutti i giorni. Il suo esempio rafforza quello che fa affermato Fidel: anche se ci dicessero che il mondo fosse destinato a finire nel giro di pochi anni, il nostro dovere deve essere lottare, lottare senza pausa, poiché il nemico imperialista e i suoi lacchè colonizzati non riposano mai.  A differenza di molti “della sinistra postmoderna”,  loro sanno bene che la lotta di classe è permanente ed onnipresente. Per questo, dobbiamo moltiplicare gli sforzi, migliorare la nostra organizzazione ed arricchire la nostra coscienza politica. Si avvicinano tempi molto tormentati! 

[trad. dal castigliano a cura di Ciro Brescia]

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