(VIDEO) Atilio Boron: «Ne sono sempre più convinto, Chávez è stato assassinato»

Lo scrittore politico e filosofo ha indicato che dal principio del decennio degli anni ’70 la CIA ha sviluppato tecnologie per inoculare cellule cancerogene e per indurre infarti nei politici nemici

 da Alba Ciudad

20ago2013.- Lo scrittore politico e filosofo argentino Atilio Boron ha dichiarato che è sempre più convinto che la morte del Comandante Supremo Hugo Chávez, sia stata il risultato di un assassinio preparato dagli USA.
Ha evidenziato che la CIA nordamericana dai primi anni ’70 sviluppa tecnologie per inoculare cellule cancerogene o per indurre infarti ai suoi nemici politici.
Ha affermato che «con i progressi tecnologici che ci sono stati non ho alcun dubbio che questa gente ha avuto la capacità di sviluppare un vettore, per generare processi cancerogeni attraverso cellule maligne». Ha precisato che, durante un’intervista nel programma Contragolpe che trasmette Venezolana de Televisión, una fonte scientifica di fiducia gli ha confessato che esiste un metodo con il quale si possono attivare processi di irradiazione di cellule maligne, contenute in un microfono, che collocato davanti al Capo di Stato avrebbe potuto essere attivato da qualche specie di centro di comando per liberare le particelle microscopiche letali.
In tal senso, ha invitato i presidenti delle nazioni progressiste dell’America Latina a che facciano maggiore attenzione e che prendano le dovute precauzioni. «Credo che hanno assassinato Chávez, ogni giorno ne sono più convinto e credo che continueranno a farlo […] possono continuare con il presidente Nicolás Maduro, con Evo Morales  e Rafael Correa», ha avvertito il vincitore del Premio Libertador al Pensamiento Crítico.
«Bisogna lavorare con i migliori scienziati che si stanno muovendo sui temi delle scienze biologiche, per verificare come sviluppare meccanismi di anticorpi che permettano di neutralizzare queste armi», ha puntualizzato. Ha esortato le autorità a che avanzino con una minuziosa ricerca, con l’obiettivo di determinare la presunta responsabilità degli USA per determinare le cause che hanno portato alla malattia e alla sparizione fisica del leader della Bolivariana.
L’inoculazione del cancro è possibile
In un lavoro pubblicato dal giornalista e saggista spagnolo Pascual Serrano nella pagina web Rebelion.org, si cita la testimonianza del dottor Carlos Cardona, medico specialista in oncologia molecolare, che da sedici anni è impegnato nella ricerca su questa malattia in prestigiose università come Cambridge e Birmingham, in Inghilterra, o nel Centro di Ricerca del cancro Fred Hutchinson di Seattle, dove è stato praticato il trapianto di midollo osseo a José Carreras.
In alcune dichiarazioni del giornale ABC, Cardona afferma che «contrariamente a quanto pensa molta gente, è tecnicamente possibile che il cancro che ha stroncato la vita di Hugo Chávez sia stato inoculato con l’intenzione di assassinarlo»« (ABC, 15-3-2013). In tale scritto si assicura che «c’è solo bisogno di una iniezione in qualsiasi parte del corpo il cui contenuto arrivi al sangue».
«Uno dei modi  – ha segnalato il ricercatore – consisterebbe nell’iniettare linee cellulari di un tumore previamente conosciuto, anche di pazienti morti da 50 anni; attraverso un oncovirus, vale a dire, un virus che è stato preparato e che porta i geni dei tumori soppressori che si introducono nelle cellule e che producono il cancro, o iniettando direttamente carcinogeni chimici».
Se Chávez, per esempio, fosse andato dal dentista – continua –, costui avrebbe potuto applicargli un’anestesia e successivamente inoculargli un oncovirus o un carcinogene. Il paziente non se ne accorgerebbe e nel giro di alcuni mesi si svilupperebbe il cancro. Esistono carcinogeni chimici che sono specifici di un organo e altri generalizzati che possono provocare il cancro in maniera indiscriminata. Alcuni possono provocare il cancro nella zona pelvica, che è la zona dove il cancro ha colpito Chávez.
[trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Ciro Brescia]

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Egitto. Ecco Adbel Fattah Sisi, il “nuovo” Nasser?

Egitto. Ecco Adbel Fattah Sisi, il “nuovo” Nasser ?di Gracchus BabeufTribuno del Popolo

Chi è Abdel Fattah Sisi? Difficile dirlo guardando all’Egitto con le lenti occidentali. Meglio vestire quelle egiziane per analizzare e capire quello che sta succedendo nel paese delle Piramidi. In molti vedono in Al-Sisi un nuovo “Nasser”, un nuovo riferimento per la classe media che potrebbe portare l’Egitto fuori dagli artigli americani.

Quando si nomina Nasser in molti alla Casa Bianca vengono afflitti da un venefico mal di pancia. Pochi personaggi sono riusciti a lasciare un segno indelebile in un Paese e nella storia come Gamal Abd-el Nasser, uomo capace di ridare dignità e indipendenza all’Egitto, e soprattutto di guardare al futuro, un futuro di sovranità nazionale reale e non di colonialismo mascherato come sarebbe successo dopo la sua morte con Sadat. Nasser era di umile famiglia, suo padre era un semplice funzionario delle poste,e sin da giovane si avvicinò ai circoli nazionalisti che sognavano l’indipendenza dal Regno Unito. E sì perché all’epoca l’Egitto era ancora una colonia, fatto questo che oggi ci sembra lontano e remoto ma che alla fine accadeva ottanta anni fa. Nasser sarebbe poi entrato nel 1937 nell’Accademia Militare Egiziana conseguendo la laurea al Cairo. Da lì prese avvio una sfolgorante carriera nell’esercito e partecipò come ufficiale dell’esercito alla Guerra arabo-israeliana del 1948. Fu in quell’occasione che Nasser si rese conto della clamorosa impreparazione dell’esercito e fu in quel periodo che in lui si rafforzarono i suoi sentimenti repubblicani. Fu in quel periodo che Nasser partecipò ai dibattiti all’interno dell’esercito, e da quei dibattiti nacque l’organizzazione segreta dei “Liberi Ufficiali”, divenuta poi un vero modello di riferimento per tutte le organizzazioni repubblicane del mondo arabo. Tutto il resto è storia, il colpo di Stato del 1952 con il quale la monarchia venne abolita e Re Faruq I fu detronizzato ed esiliato, anche questa una possibile analogia con la detronizzazione di Morsi avvenuta nelle scorse settimane proprio per mano dell’esercito. Nel 1954 proprio Nasser sarebbe subentrato a Nagib nella gestione del potere, e avrebbe subito lasciato un segno indelebile nella politica egiziana raggiungendo un accordo con il Regno Unito sullo sgombero entro 20 mesi delle forze militari britanniche. Anche allora, guarda un po’, furono i Fratelli Musulmani a contestare il governo di Nasser, e cercarono anche di ucciderlo con un attentato che portò le autorità a sciogliere l’organizzazione e ad arrestare tutti i suoi leader, un altro punto di contatto con l’Egitto odierno.

Nasser successivamente approvò la Costituzione repubblicana di stampo socialista e con partito unico nel 1956, e nello stesso anno sempre Nasser nazionalizzò il Canale di Suez di proprietà franco-britannica. Insomma, Nasser fece più in tre anni per la sovranità egiziana e per il progresso delle sue masse popolari che tutti gli altri suoi omologhi in tutti gli altri anni. Nel 1956 francesi, britannici e israeliani ne approfittarono per attaccare l’Egitto, segno inequivocabile che temevano un Egitto forte e indipendente, temevano Nasser. In pochi ricordano che nel 1958 Nasser fu capace di avviare un processo di fusione con la Siria, dando così origine alla Repubblica Araba Unita (RAU), alla quale si era aggiunto anche parte dello Yemen. Anche in questo caso impossibile non vedere analogie con quanto succede oggi, anche allora gli eserciti di Siria ed Egitto erano in qualche modo collegati, spinti a unirsi per fronteggiare il nemico comune dell’imperialismo occidentale e delle aggressioni israeliane. Nel 1961 l’esperimento della RAU sarebbe finito per volontà di Damasco, e Nasser non fece nulla per impedirlo. A dare il colpo finale al nasserismo e al panarabismo, due concetti temuti moltissimo dalle forze filo-occidentali, fu la guerra del 1967, quando Israele colpì a freddo l’Egitto e annetté quanto restava della Palestina, le alture siriane del Golan, la Striscia di Gaza e l’intera penisola del Sinai. E dire che inizialmente Nasser aveva guardato alla Casa Bianca con simpatia, soprattutto dopo l’intervento della Casa Bianca contro l’aggressione anglo-francese a Suez, ma pian piano Il Cairo sotto Nasser si separò dagli Usa per guardare all’Urss a causa del rifiuto opposto da Nasser alla proposta americana di entrare in  uno schieramento anti-sovietico incentrato sul Patto di Baghdad, composto da Turchia, Iraq, Iran, Usa e Gran Bretagna. Gli Usa non perdonarono questa mossa egiziana e crearono gravi difficoltà per il finanziamento da parte dell’FMI al progetto di una grande diga sul fiume Nilo che avrebbe dovuto garantire l’autosifficienza energetica all’Egitto. Fu allora che l’Egitto si rivolse a Mosca, trovando nell’Urss il finanziatore che cercavano. Nasser morì nel 1970 al Cairo, e ai suoi funerali parteciparono milioni di persone, il suo successore sarebbe stato Anwar al-Sadat, anche lui uno dei “Liberi ufficiali”.

Come mai questa lezione di storia? Semplice, per comprendere quello che succede oggi in Egitto è opportuno capire il passato del Paese, per evitare di assumere posizioni grottesche o che nulla hanno a che fare con la realtà. L’esercito egiziano è stato uno degli organi del Paese che più ha subito l’influsso del nasserismo, e ha sempre mantenuto anche con Sadat forti elementi di laicismo e progressismo. In molti hanno salutato l’avvento del generale Abdel Fattah Sisi come quello di un nuovo uomo della provvidenza, un nuovo “Nasser” capace di togliere l’Egitto dalle grinfie americane. Dopo il discorso televisivo in cui ha tentato di calmare le acque dopo gli scontri, Al-Sisi ha riferito di aver ricevuto numerose telefonate da parte del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama e di non aver mai risposto. Poco dopo altri elementi del governo dei militari hanno annunciato che l’Egitto potrebbe sopravvivere anche senza gli aiuti degli Stati Uniti. Un chiaro segnale inviato dai vertici del governo che potrebbero fare oggi quello che Nasser fece qualche anno fa, ovvero spostare il Cairo dalla sfera di influenza occidentale e spingerlo nelle mani di Russia e Cina. Al-Sisi sta lavorando per diventare un nuovo Nasser, un uomo cioè capace di rilanciare un Egitto indipendente dagli aiuti di Usa, Ue e Fmi, e che guarda al contrario a Mosca, a Pechino e ai Paesi del Golfo. L’unica cosa certa è che con Al-Sisi l’Egitto non sarà più un paese satellite degli Stati Uniti. E’ quello che emerge sentendo le parole di un nasserista come Hamdin Sabbahi, leader del partito che a Nasser fa riferimento e che Linkiesta ha incontrato per fare qualche domanda. Proprio Sabbahi è attualmente uno degli uomini maggiormente candidati a vincere le eventuali elezioni presidenziali che si terranno nei prossimi mesi.

Il giornalista e sindacalista nasserista per un soffio non ha passato il primo turno delle presidenziali del giugno 2012, lasciando il campo aperto allo scontro tra Morsi e Shafiq, ma si sprecano le accuse avanzate dai suoi sostenitori di brogli elettorali. Secondo Sabbahi l’Egitto a cominciare dal 30 giugno, quando milioni di egiziani sono scesi in piazza chiedendo l’intervento dei militari contro Morsi, starebbe cercando di riguadagnare l’indipendenza dall’egemonia americana:  «Tutti noi sappiamo che l’esercito egiziano è legato agli Stati uniti per fornitura d’armi e aiuti militari. E sappiamo che l’amministrazione americana sosteneva il regime di Morsi, se il nostro esercito ha preso la decisione di appoggiare il popolo, senza aspettare il disco verde di Washington: significa che iniziamo a prendere delle decisioni indipendenti, libere. Per ora non è ancora cambiato niente: dobbiamo costruire una piattaforma per liberarci del regime di Mubarak». Sabbahi si poi detto ottimista che l’Egitto possa abbandonare per sempre la protezione americana per dirigersi verso Mosca e Pechino, e soprattutto ha accusato l’Occidente di aver realizzato un piano di divisioni che va dall’Iraq fino alla Siria. Dividere i paesi arabi per scongiurare quel “panarabismo” che negli anni Sessanta aveva fatto tremare gli interessi dell’Occidente, ecco perché una Siria sovrana e indipendente e un Egitto sovrano e indipendente rappresentano un rischio mortale per gli Stati Uniti. Ma Sabbahi ha anche detto molto sul presunto nasserismo di Al-Sisi. Ecco cosa ha risposto alla domanda se Sisi sia o meno il nuovo Nasser: «Sisi (capo delle Forze armate, ndr) non è parte del movimento politico nasserista perché non ha mai fatto politica, ma con la sua discesa in campo in questo momento critico ha ricordato agli egiziani l’immagine di Gamal Abdel Nasser. Per due motivi: l’esercito egiziano ha preso le parti della maggioranza degli egiziani ed è tornata la nostalgia per Nasser, soprattutto nella classe media. Per questo dico che Sisi è un nasserista: per i suoi valori, i suoi modi, le sue scelte».

[Si ringrazia Leonardo Landi per la  puntuale segnalazione]

Parla il favorito alle presidenziali: «Il futuro per l’Egitto? Tanto Nasser e pochi Usa»

di Giuseppe Acconcia – LINKIESTA

Hamdin Sabbahi, leader nasserista (è giornalista e sindacalista): «Apriamoci a Russia e Cina»

Il Cairo, 21ago2013.- Dopo il discorso televisivo in cui ha tentato di calmare le acque, il generale Abdel Fattah Sisi ha rivelato di aver ricevuto, mentre era in corso lo sgombero di Rabaa el-Adaweya, numerose telefonate da parte del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama e di non aver mai risposto. Le foto del ministro della Difesa tappezzano i negozi del Cairo. I bambini ripetono il suo nome in segno di approvazione da parte degli adulti. E così, il Capo delle Forze armate diventa sempre di più l’eroe dell’Egitto indipendente che non ha bisogno di aiuti militari da Stati Uniti, Unione europea e Fondo monetario internazionale, ma che guarda alla Russia e ai Paesi del Golfo. E proprio in queste ore dagli Stati Uniti arrivano notizie contrastanti sulla possibilità che vengano bloccati gli aiuti militari all’Egitto, pari a 1,3 miliardi di dollari. Il senatore democratico Patrick Leahy, che presiede la sottocommissione Esteri, ha parlato di un’imminente decisione in questo senso di Obama. Ma queste voci non sono confermate. Ieri, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti aveva anche avanzato dubbi sulla possibilità, annunciata dal premier ad interim Hazem Beblawi, di mettere al bando il partito dei Fratelli musulmani. Infine, continuano i contatti con Obama del premier turco Recep Tayyip Erdogan che ha parlato di prove dietro il «golpe» che inchiodano Israele.

«L’Egitto non è più un paese satellite degli Stati Uniti» 

Per capire i nuovi assetti internazionali e le radici della popolarità di Sisi, Linkiesta ha incontrato, il leader nasserista Hamdin Sabbahi nelle stanze dell’Hotel Marriott di Zamalek. Sabbahi è l’uomo su cui si concentra l’ attenzione in queste ore, come favorito in caso di elezioni presidenziali. Il giornalista e sindacalista nasserista per un soffio non ha passato il primo turno delle presidenziali del giugno 2012, lasciando il campo aperto allo scontro tra Morsi e Shafiq, ma si sprecano le accuse avanzate dai suoi sostenitori di brogli elettorali.

Come guarda l’Egitto agli Stati Uniti dopo il golpe?

Dopo le rivolte del 2011 non abbiamo ottenuto l’indipendenza nazionale. L’ Egitto decide ancora come un Paese satellite degli Stati Uniti. Ma dopo il 30 giugno stiamo riguadagnando la nostra indipendenza dall’egemonia. È indicativo che ci sia una diffusa domanda di indipendenza nelle decisioni politiche degli egiziani. Il primo segno è la scelta dell’esercito di sostenere la rivoluzione popolare del 30 giugno. Tutti noi sappiamo che l’esercito egiziano è legato agli Stati uniti per fornitura d’armi e aiuti militari. E sappiamo che l’ amministrazione americana sosteneva il regime di Morsi, se il nostro esercito ha preso la decisione di appoggiare il popolo, senza aspettare il disco verde di Washington: significa che iniziamo a prendere delle decisioni indipendenti, libere. Per ora non è ancora cambiato niente: dobbiamo costruire una piattaforma per liberarci del regime di Mubarak.

La Russia e il Golfo sostituiranno gli aiuti americani?

Gli Stati Uniti non permettono agli egiziani di scegliere il loro futuro in modo libero. Parte della loro strategia nel mondo arabo è di dividere. È chiaro in Iraq e Siria: due grandi Paesi sono divisi e coinvolti in conflitti di matrice religiosa. La frammentazione di questi Paesi va a beneficio della strategia di Stati Uniti e Israele. E vorrebbero fare lo stesso con l’Egitto,
di questo ho paura. Non è possibile che venga issata la bandiera di al-Qaeda nel Sinai e in piazza Ramsis. Se continuano questa strategia provocherebbero la divisione del Paese e la guerra civile. L’opinione pubblica egiziana per questo è ampiamente anti-americana. Diamo invece il benvenuto alla Russia e all’Arabia saudita. Il re saudita Abdullah ha una grande popolarità in Egitto perché ha dichiarato il suo sostegno agli egiziani non solo con i soldi ma con il sostegno politico. Lo ha fatto parlando con il presidente francese Holland, difendendo l’Egitto. Dobbiamo capire chi sono gli amici e chi i nemici: chi sostiene la nazione egiziana e chi sostiene i Fratelli. Spero che Vladimir Putin venga in Egitto. Lancio un invito popolare a Putin a visitare l’Egitto, alla Cina e gli altri poli del mondo. Andremo per strada ad accoglierli. Non saremo mai più sotto l’egemonia degli Stati Uniti.

Cosa significa essere nasserista nel 2013? Sisi è un nuovo Nasser?

Prima di tutto significa giustizia sociale: ridistribuzione della ricchezza per dare ai poveri i loro diritti economici e sociali, come esseri umani. Soprattutto contadini, operai e classe media che hanno vissuto la crisi sotto Mubarak e Morsi. Poi dignità nazionale: questi concetti sono incarnati nell’ esperienza di Gamal Abdel Nasser, i nasseristi come me e la mia generazione, sono legati alle sue conquiste ma non alle sue pratiche di potere. Dobbiamo raggiungere gli stessi obiettivi in modo nuovo, collegato alla nuova sensibilità di questa generazione. Sisi (capo delle Forze armate, ndr) non è parte del movimento politico nasserista perché non ha mai fatto politica, ma con la sua discesa in campo in questo momento critico ha ricordato agli egiziani l’immagine di Gamal Abdel Nasser. Per due motivi: l’esercito egiziano ha preso le parti della maggioranza degli egiziani ed è tornata la nostalgia per Nasser, soprattutto nella classe media. Per questo dico che Sisi è un nasserista: per i suoi valori, i suoi modi, le sue scelte.

La Fratellanza ha un futuro politico?

Contro la Fratellanza è necessaria una sfida culturale e non militare. Questa competizione deve essere democratica. Non si può fare neppure di tutta l’erba un fascio: i leader islamisti hanno preso decisioni tragiche e sbagliate, sfidato la volontà degli egiziani e usato armi contro lo Stato. Ma i manifestanti pacifici sono cittadini egiziani. Hanno il diritto di essere parte di un processo politico. Ma se questo significa permettere di nuovo la formazione di partiti politici basati sulla religione, la mia risposta è un «no» categorico. L’Islam è la componente più importante della cultura egiziana, prodotto di musulmani, cristiani e anche ebrei in alcuni periodi. La sovrastruttura deve rispettare queste infrastrutture culturali: i valori religiosi. C’è un abisso tra questo principio e la formazione di partiti politici su basi religiose. Perché i cosiddetti islamisti monopolizzano questo patrimonio culturale comune? Questo abuso dell’Islam per il beneficio di un partito è dannoso per entrambi: la religione e il popolo.

Il Fronte nazionale di Salvezza continuerà a esistere dopo Baradei? E quali sono le sue priorità?

Penso che Baradei prenda decisioni secondo valori personali. Gli abbiamo dato questa possibilità e non concentriamoci sulle sue scelte perché non inficiano il Fronte: anche il suo partito Dostour va avanti. Gli egiziani sono indipendenti dai leader politici. La nostra agenda prevede la partecipazione alle elezioni parlamentari con una lista unitaria. Ma non posso anticipare se parteciperò o meno alle presidenziali. Prima di tutto, una legge per l’ indipendenza dei sindacati dallo Stato, per il beneficio di lavoratori e contadini. Inoltre ci vuole una legge che liberi la società civile, per le organizzazioni non governative. E poi una legge elettorale per libere elezioni parlamentari e presidenziali, per questo è necessaria una Commissione indipendente. Su questo ci può aiutare l’esperienza politica e tecnica indiana. E poi, nella nuova Costituzione sono necessari articoli per diritti economici e sociali chiari.

[Si ringrazia Leonardo Landi per la puntuale segnalazione]

Francisco Mele: «Nemmeno dio può sapere cosa pensi un gesuita bolivariano!»

Riproponiamo qui di seguito un interessante notizia apparsa sull’Agenzia AFP; ricordiamo che il Presidente Maduro ha avanzato proposte di cooperazione congiunte al capo di Stato vaticano per finanziare missioni sociali bolivariane nel continente africano. Una proposta interessante che potrebbe avere conseguenze di certo non indifferenti.

20ago2013.- Uno degli amici più vicini all’attuale Papa Francesco, il professore italo-argentino Francisco Mele, ha descritto […] un profilo mordace del pontefice argentino, che considera un «erede di Simón Bolívar».

In una intervista pubblicata sul quotidiano La Repubblica, Mele, che ha rimpiazzato Jorge Mario Bergoglio nel ruolo di professore di psicologia nel Collegio del Salvatore a Buenos Aires, ha parlato delle idee e dei principi che hanno guidato fin ora l’altro arcivescovo di Buenos Aires e primo papa latinoamericano.

«Francesco è il primo papa bolivariano della storia. La sua visione geopolitica si ispira a quella di Simón Bolívar, el Libertador: l’unione dell’America Latina per creare un soggetto economico autonomo ed un attore politico indipendente sulla scena mondiale: la Patria Grande», ha affermato Francisco Mele nell’intervista, firmata da Lucio Caracciolo, direttore della rivista italiana di geopolitica Limes.

«Questo papa rappresenta la voce dell’America Latina. Non si tratta solo di un patriota argentino forse peronista. Come è solito dire egli stesso, parla a tutti i popoli che vivono tra il Rio Grande e la Terra del Fuoco», sostiene Mele, che si trova in Italia per dare una conferenza nell’ambito del Festival di Todi […].

Relativamente al progetto geopolitico del nuovo papa, eletto nel marzo scorso dopo la rinuncia di Benedetto XVI, Francisco Mele è convinto che si ispira agli ideali di Bolívar, di San Martín e José Gervasio Artigas, i padri della patria che hanno combattuto per l’indipendenza nuestroamericana dall’impero spagnolo.

Francesco sogna «l’unità geopolitica di tutta l’America Latina come contrappeso agli USA, la poderosa potenza che rappresenta gli interessi del nord», […].

Sempre secondo il professor Mele, «[…] Francesco ha un progetto per l’America Latina ed il mondo basato sulla «teologia del popolo, che va oltre la teologia della liberazione».

Lo psicologo che alterna la sua attività didattica tra Italia ed Argentina, cita libri, conferenze e discussioni dell’allora arcivescovo di Buenos Aires, che inoltre considera essere «un grande stratega».

Francisco Mele conclude affermando che «[…] Questo papa ama mischiarsi con il suo popolo, con i suoi preti per stimolarli e spingerli verso la missione pastorale. Inoltre è un papa che pensa ed agisce velocemente. Non sappiamo le sorprese che ci riserverà domani. Nemmeno dio può sapere cosa pensi un gesuita».

[trad. dal castigliano per ALBAinFormazione a cura di Fabrizio Verde]

Se la Siria resiste, monarchie e reazionari cadranno

da diario-octubre.com

Il Segretario Generale del Partito Comunista di Siria, Ammar Bagdach, in un’intervista realizzata a Roma con il dirigente della Rete dei Comunisti, Sergio Cararo, ha dichiarato che se la Siria resiste all’aggressione imperialista che vive il paese, diverse monarchie reazionarie cadranno, perché sarà evidente agli occhi delle masse popolari che esiste un’altra possibilità.

«È un effetto del rabbioso appoggio della CIA alle bande di migliaia di criminali salafiti che da Sarajevo e da Parigi, dalla Cecenia y Urumuci invadono la gloriosa Patria di Hafez al Assad», ha affermato.

Il dirigente comunista siriano sostiene che le misure liberali prese dal governo di Bashar Al Asad nel 2005 creando disuguaglianze, esclusione e povertà, hanno favorito le condizioni a che i Fratelli Musulmani, gruppo fascista islamico, reclutassero scontenti fra gli strati sottoproletari, sopratutto nelle zone agrarie.

Ammar Bagdach, ha affermato che, a differenza dell’Iraq e della Libia dove il potere si sosteneva su un ristretto strato della popolazione principalmente sulle tribù e sui gruppi sunniti del centro del paese in torno a Bagdad e a Tikrit nel caso iracheno e delle tribù di Warfala nel caso libico, in Siria esiste un ampio strato popolare che sostiene il governo.

Ha inoltre evidenziato che «La Siria non avrebbe potuto resistere unicamente con l’azione dell’Esercito».

I comunisti lavorano con il governo baasista in maniera ininterrotta dal 1966 ed afferma che al V congresso del Partito, hanno emesso giudizi relativi al regime iraniano in funzione della sua posizione rispetto all’imperialismo e che nella sua proposta di Fronte Internazionale contro l’imperialismo, l’Iran è un alleato.

[Si ringrazia per la segnalazione e la cura Francesco Guadagni]

Egitto, intervista alla blogger Serravalli: «Apriamo un confronto»

di Camilla Ghedini

La blogger e scrittrice Sonia Serravalli, 39 anni, da 8 in Egitto, denuncia l’informazione «parziale» divulgata dai media occidentali dalla deposizione di Morsi alle odierne manifestazioni pro-Morsi. Serravalli vorrebbe si aprisse un confronto.

È diventata blogger per vocazione, per missione, perché da sempre ama le parole scritte, quelle che lasciano traccia e se necessario, testimonianza. Sonia Serravalli ha 39 anni, una laurea in lingue, è ferrarese, ma la città estense, e la nazionalità italiana, le percepisce come una pelle che le si è ormai staccata, che talvolta rimette, quando torna in patria, per liberarsene subito con serenità. Vive a Dahab, sul mare, da 9 anni, scrivendo libri. È del 2007 L’Oro di Dahab (Il Filo Edizioni), sull’attentato del 2006, e del 2011 Se baci la Rivoluzione (Ibuk Edizioni), entrambi finalizzati alla scoperta dell’incontro tra due culture mediterranee, quella araba e quella italiana, che secondo lei si guardano ancora con troppa diffidenza e incapacità di comprendersi. In Egitto, in mezzo a gente che ama, Sonia ha vissuto attentati, rivoluzioni e ha così deciso di mettere la propria voglia di raccontare il mondo e la propria idea di mondo, a disposizione della ‘causa’ degli egiziani. Con colleghi della comunità internazionale cura il blog, nato con la rivoluzione egiziana del gennaio 2011.

Con il milanese Marco Pieranelli e l’egiziano Tarek Khalifa ha recentemente fondato la pagina Facebook La verità sull’Egitto dopo il 30 giugno, con cui cerca di divulgare in molteplici lingue cosa succede in questo Paese dalla deposizione di Morsi in poi. Lei sta dalla parte degli Egiziani che si sono ribellati a Morsi, lei è contro i Fratelli Musulmani che invece lo rivorrebbero, ma lei è soprattutto per la verità, per un dibattito approfondito. «Vorrei che i media internazionali non emendassero, non falsassero, si limitassero a raccontare i fatti. Questo purtroppo non avviene e così l’Egitto che vivo io, e che viviamo noi tutti qui, non è quello delle immagini che passano in tv».

Sa bene Serravalli che il suo parere non è il ‘verbo’, ma lo difende, anche da chi imputa che vivere al mare, e non a Il Cairo, rende più ‘superficiali’ certe prese di posizione. Lei scrolla le spalle, certa di operare al meglio. Le chiediamo quale potere affida alla parola, alla testimonianza diretta, e lei è un fiume in piena. «Scrivo dall’età di 5 anni, ma per quanto riguarda l’Egitto, sento particolarmente l’esigenza di testimoniare il vero quando mi scontro con canali che diffondono informazioni deformate. Parlano di popolazione spaccata in due, di golpe. Ma questa è la realtà che gli Stati Uniti vogliono dipingere, per giocare allo stesso vecchio gioco visto decine di volte negli ultimi decenni in Cile, Vietnam, Corea, Afghanistan, Iraq, Sudan, e per giustificare un intervento laddove servono petrolio, connivenze con il potere o, come in questo caso, il controllo del Canale di Suez e di Hamas.

La situazione politica in Egitto è difficile, ma è resa molto più difficile dai mass media occidentali. Ne stiamo risentendo tutti, e non parlo solo del fatto che i milioni di persone che lavoravano nel turismo da due anni fanno fatica a mantenere le loro famiglie, parlo dell’immagine che viene data di questo Paese all’estero, soprattutto nelle ultime settimane. Parlo del fatto che le parole hanno un peso e un potere performativo e che bisogna stare attenti a usare termini come ‘guerra civile’, che non riguardano affatto la situazione fino ad oggi, con 40 milioni di persone che tra giugno e luglio si sono riversate nelle strade per gridare ancora una volta il loro sostegno a un governo transitorio dell’esercito in questa fase.

Parlo dell’errore semantico dell’uso e ormai abuso della parola ‘golpe’, mentre non esiste democrazia più potente di quando il ‘demo’ scende in piazza a milioni per chiarire, in modo pacifico, che il loro Presidente non solo non ha rispettato le promesse né la volontà dei 700 martiri del 2011, ma stava smembrando il Paese, lo stava vendendo a pezzetti per interessi che non sono più nazionali, ma internazionali. Parlo del continuo sottolineare che Morsi fosse un presidente “democraticamente eletto”, quando venne fatto credere a gran parte della popolazione che non votare lui andasse contro la propria religione. Il mondo intero ha visto che il popolo si è espresso, l’esercito si è trovato costretto a prendere una posizione per evitare una guerra civile. Che sia forse questo – si interroga – a dare fastidio al resto del mondo? Che siano stati i primi a farlo? E che un ‘colpo di stato popolare’ come lo definiscono qui, successivamente affiancato dall’esercito, dia fastidio in quanto nuovo fenomeno storico e sociale? Che non lo si voglia chiamare con il suo vero nome e lo si voglia per forza sporcare, perché rappresenterebbe un pericolo enorme, fornendo l’esempio ad altre decine di nazioni sull’orlo del baratro? »

Serravalli ce l’ha particolarmente coi Tg italiani che in questi giorni, quelli delle manifestazioni Pro-Morsi «divulgano notizie non corrispondenti alla realtà. Quelli che lo rivogliono, e manifestano, sono circa 700.000 contro gli 80 milioni di cittadini. Molti sono confluiti in Egitto da Siria, Afghanistan, Palestina, Yemen, Libia…».

Serravalli sa di avere opinioni non sempre condivisibili, ma le enuncia comunque «affinché almeno ci si confronti, perché i problemi dell’Egitto non riguardano solo l’Egitto». Trae la sua energia dagli egiziani stessi, «con cui parlo, con cui convivo, che intervisto. Qualcuno direbbe che qui, in questo Paese, mi ha portato il caso, ma io credo che tutto abbia un significato. Non sono mai partita per una vacanza e basta. Sono sempre partita per guardarmi intorno e inserirmi il più possibile, per conoscere le realtà da dentro. Rimango qui per un senso di appartenenza e di casa che non ho mai provato altrove». E dell’Italia? «Sento staticità, immobilismo e l’illusione disturbante che in fondo vada bene così. Non ritrovo più la spinta vera al concetto di libertà e democrazia».
(18 Agosto 2013)

Blogger italiana in Egitto denuncia media occidentali

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Linko qui la mia intervista per il mensile Noi Donne. Grazie a Camilla Ghedini, che mi ha qui permesso di pubblicare brani che, per esigenze di stampa, erano stati tagliati in articoli pubblicati precedentemente sui quotidiani. Solo una riflessione sull’Italia. Io amo l’Italia, la amo per la sua storia e soprattutto per quella che era. A Roma mi sento a casa, e non solo lì. Non mi ci ritrovo più in questo momento, ma quando l’Italia sarà pronta ad aprire gli occhi ci sarò. Non mi interessano le bandiere (italiana, egiziana…). Mi interessano solo la verità e la volontà dei popoli.

Qui sotto, il mio articolo di ieri:

In questi giorni frenetici, si susseguono richieste di interviste, interventi bilaterali tra chi scrive e chi legge e commenta, richieste di chiarimenti o esaltazioni per le notizie underground rimarcate o diramate.

Tra tutti questi interventi, mi sovvengono ora un altro paio di punti da condividere con voi.

1)   I mercenari, oggi, non sono soltanto e per forza uomini armati pagati per combattere in terre straniere. I mercenari, oggi, si accumulano tra le fila dei giornalisti iscritti all’albo, specie di coloro che scrivono o operano per testate o telegiornali dal forte impatto di massa – mass media, appunto. Mai come ora urge un aggiornamento del nostro vocabolario quotidiano: il mondo, di recente, è cambiato troppo in fretta.

2)   Solo a Ralph Peters (consiglio la sua intervista http://www.youtube.com/watch?v=LwHFcV01a08) e ai cittadini egiziani, in questi giorni, viene in mente di dire che, forse, forse, la questione egiziana riguarda gli egiziani? Ma tra tutti coloro che parlano, dai vertici politici o dai mass media (spesso è la stessa cosa), o dal popolo, dai paesi occidentali, europei o dagli Stati Uniti, così come dagli altri paesi mediorientali, non viene in mente a nessuno che, forse, quel che accade in Egitto non corrisponde propriamente ai fatti loro? A quale livello di sfacciataggine aderiscono, tutti coloro che si sentono in diritto di accusare o di giudicare l’esercito egiziano o Tizio o Caio? Oppure a quale disorientante livello di malizia (o di ingenuità, da parte dei cittadini comuni), nel far passare come normale e legittimo il fatto che in questa faccenda tutti intervengano come se si trattasse della loro nazione?

Perché siamo tutti pronti a dimenticare il concetto di sovranità nazionale, quando non si tratta del nostro paese e quando parlano le maggiori potenze mondiali, dando per scontato il loro diritto di prelazione su qualunque area mondiale – specie se possiede petrolio o “Canali di Suez”?

3)   Terzo punto e il più importante di tutti. Finalmente, qualcuno nel mondo ha dato il via ad un’operazione organizzata e collettiva nello stanare e arrestare i terroristi della zona, confluenti, armati, da tutto il Medio Oriente in territorio egiziano, una concentrazione per supportare i terroristi locali (così che facilitano anche il lavoro delle forze dell’ordine). Pensate che, a questo scopo, sono state anche aperte carceri sui paesi confinanti.

Gli Stati Uniti, con lo stesso pretesto, hanno acceso guerre in decine di Stati del mondo e ne sono usciti lasciandoli depauperati e del tutto destabilizzati (non vedo differenza tra questo e i saccheggi della storia antica e medievale, se non nel grado di camuffamento delle cose). In realtà, poi, sono sempre state dimostrate connivenze tra la potenza americana e i terroristi che ufficialmente e di facciata si combattevano (vedere tutte le dittature protette dagli USA nella storia, vedere il caso Bin Laden, Mubarak, e, adesso, il caso Morsi e Hamas). Ma cerchiamo di aderire alla versione ufficiale: è oltre un decennio che gli Stati Uniti, e sulla sua coda l’Europa e l’Italia, ci ammorbano la vita e gli spostamenti con questo incubo della “lotta al terrorismo”. Adesso che, finalmente, in modo plateale ed evidente, davanti agli occhi di tutto il mondo, abbiamo una popolazione che si è sollevata, oltraggiata, per richiedere il rispetto dei diritti per cui è stata fatta una rivoluzione, per richiedere vera democrazia, vera decenza, vera trasparenza, vera civiltà, una popolazione che ha RICHIESTO l’intervento dell’esercito per sostenerla, e che lo sta a sua volta sostenendo, nell’arresto proprio di quei terroristi (inclusi nomi enormi, come il fratello del grande leader di Al Qaeda Al Zawahiri, ieri), l’America e l’Occidente che fanno? Gli voltano le spalle. Iniziano a diffondere per tutti i TG la notizia che questi terroristi siano le vere vittime, che l’esercito stia sparando su normali cittadini e, addirittura (orrore) che sia stato l’esercito a distruggere delle chiese! L’esercito che sta addirittura proteggendo, con catene umane e rimettendoci vite umane ogni giorno, questi teppisti, assassini e delinquenti dalla folla che vorrebbe linciarli! Allora, io vorrei che le persone che ci leggono, per favore, iniziassero a fare un’analisi seria della situazione. Se questo è l’atteggiamento di America e Occidente, adesso che davvero gli egiziani stanno stanando (e senza bisogno di dodici anni in Afghanistan) i personaggi più ricercati al mondo, di cosa parlavano quando ci indottrinavano sulle loro campagne “anti-terrorismo”? Siamo stati presi in giro per oltre un decennio? Forse che allora non erano questi i “terroristi” che interessavano? Lascio a voi la risposta. Grazie per avermi letto.

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