Venezuela e Brasile: nessuna ingerenza in Siria

di Francesco Guadagni

Venezuela e Brasile rifiutano qualsiasi intervento straniero negli affari interni della Siria.

Il Venezuela ha ribadito il suo rifiuto a qualsiasi intervento straniero negli affari interni della Siria, e il suo sostegno per una soluzione pacifica della crisi.

In una dichiarazione letta in una riunione del Consiglio di sicurezza internazionale, dedicato alla protezione dei civili, il delegato permanente del Venezuela presso le Nazioni Unite, Julio Escalona, ha detto che la fornitura di armi a gruppi estremisti e mercenari porta ad un aumento della violenza e degli atti terroristici.

Da parte sua, il Brasile ha sostenuto che il traffico di armi alla Siria porta solo altra violenza, non la pace.

Il Delegato del Brasile presso le Nazioni Unite, Regina Maria Cordeiro Dunlop, ha messo in guardia contro gli effetti del traffico di armi ai gruppi terroristici armati in Siria, che alimentano la convinzione della scelta militare.

Il vero Egitto: cristiani e musulmani uniti

Monsignor Kyrillos Williamda vaticaninsider

Il vescovo Williams alla Fondazione Pontificia “Aiuto alla chiesa che soffre: “I cristiani pagano il prezzo più alto dopo la fine del governo Morsi”. Attacchi alle chiese cristiane, 40 chiese bruciate. Mentre Al-Azhar condanna le violenze

REDAZIONE – ROMA

“È assurdo. Gli islamisti stanno sfogando su di noi la loro rabbia, ma i cristiani non sono stati gli unici a manifestare. Almeno trentatré milioni di egiziani hanno chiesto le dimissioni del presidente Mohamed Morsi”. Lo afferma ad Aiuto alla Chiesa che Soffre, il vescovo copto cattolico di Assiut monsignor Kyrillos William Samaan, protestando così contro gli attacchi alla comunità copta egiziana.

“Sono stati attaccati numerosi edifici religiosi – riferisce il vescovo – e nella città di Sohag, gli estremisti hanno perfino issato una bandiera di al-Qaeda sulla Chiesa di San Giorgio”. In questi giorni e in particolare con l’esplosione della violenza dello scorso 14 agosto sarebbero una trentina, secondo Aiuto alla Chiesa che soffre, le chiese attaccate e Assiut è una delle diocesi maggiormente colpite. Gli islamisti hanno distrutto anche il monastero del Buon Pastore, diversi negozi cristiani e la libreria dell’organizzazione protestante Bible Society. Durante gli attentati, comunque, si spiega, tanti musulmani si sono schierati al fianco dei copti e monsignor William coglie in questo gesto di solidarietà un segno di speranza: “Questo è il vero Egitto: cristiani e musulmani uniti”. 

Il vescovo fa inoltre notare come sia migliorata la situazione dei cristiani dopo la fine del governo Morsi. “Finalmente – afferma – ci sentiamo di nuovo a casa ma abbiamo ancora bisogno che tutti gli egiziani alzino la voce in nostra difesa. Altrimenti toccherà a noi pagare il prezzo della democratizzazione”. Il presule critica duramente i fratelli musulmani per non aver respinto l’invito alla riconciliazione offerto dal nuovo governo. “La Fratellanza – osserva – continua a desiderare uno stato islamico, ma fortunatamente la maggior parte della popolazione non e’ affatto d’accordo”. Monsignor William mantiene un certo ottimismo anche in merito alla nuova costituzione, sebbene il testo temporaneo varato lo scorso luglio dal presidente ad interim Adly Mansour abbia ricevuto numerose critiche da parte della comunità cristiana. “I rappresentanti delle nostre Chiese – assicura – continueranno a collaborare alla stesura della nuova Carta e forse stavolta si arriverà finalmente ad una divisione tra stato e religione. Dopotutto è proprio questa mancata separazione l’origine delle nostre sofferenze”.

 

“Ieri notte ci sono state molte manifestazioni dei Fratelli musulmani; c’è stata violenza non solo nelle chiese ma anche nelle istituzioni: sono state incendiate anche stazioni di polizia. 40 chiese – di cui 10 cattoliche e 30 tra ortodosse, protestanti e greco-ortodosse – sono state razziate o date alle fiamme se non addirittura totalmente rase al suolo…”. Lo afferma padre Rafiq Greiche, portavoce dei vescovi cattolici egiziani, raggiunto telefonicamente in Egitto da Radio vaticana. “La gente, i cattolici ma anche gli ortodossi e perfino i musulmani, non appena il Papa ha finito di parlare all`Angelus, hanno pubblicato le sue parole ovunque: su tutti i giornali, in tutti i siti web, come se tutti stessero aspettando che il Papa parlasse! In particolare i cattolici hanno sentito che il Papa è vicino a loro, che prega per loro e che cerca di infondere in loro speranza: è quello di cui veramente abbiamo bisogno”, afferma il sacerdote. “Mi dispiace tanto dover dire – sostiene padre Greiche – che non sarà molto facile arrivare alla riconciliazione, perché i Fratelli musulmani e tutti i partiti musulmani non si stanno impegnando nella ricerca di una soluzione politica… La gente vuole un Egitto pacifico, mentre un piccolo gruppo sta diffondendo violenza e terrore perfino nei più piccoli villaggi dell`Alto Egitto”.

 

La gente, i cattolici ma anche gli ortodossi e perfino i musulmani, non appena il Papa ha finito di parlare all’Angelus, hanno pubblicato le sue parole ovunque: su tutti i giornali, in tutti i siti web, come se tutti stessero aspettando che il Papa parlasse! In particolare i cattolici hanno sentito che il Papa e’ vicino a loro, che prega per loro e che cerca di infondere in loro speranza: e’ quello di cui veramente abbiamo bisogno”. A sottolinearlo alla Radio vaticana e’ padre Rafiq Greiche, portavoce dei vescovi cattolici egiziani.

 

”Ieri notte ci sono state molte manifestazioni dei Fratelli musulmani; c’e’ stata violenza non solo nelle chiese ma anche nelle istituzioni: sono state incendiate anche stazioni di polizia. Quaranta chiese – ricorda padre Greiche – di cui 10 cattoliche e 30 tra ortodosse, protestanti e greco-ortodosse, sono state razziate o date alle fiamme se non addirittura totalmente rase al suolo …” Il portavoce dei vescovi cattolici egiziani ritiene poi ”che non sara’ molto facile arrivare alla riconciliazione, perche’ i Fratelli musulmani e tutti i partiti musulmani non si stanno impegnando nella ricerca di una soluzione politica… La gente vuole un Egitto pacifico, mentre un piccolo gruppo sta diffondendo violenza e terrore perfino nei piu’ piccoli villaggi dell’Alto Egitto”.

Egitto: vittima delle parole

tahir june 30di Marco Alloni*

29 luglio 2013.- Quanto si ricava dai media occidentali sull’Egitto è un’immagine che sembra non presentare alcun elemento di ambiguità. La versione dei fatti è trasversale e univoca, e a surrogarla sono le cancellerie e gli uffici diplomatici. “Mohammad Morsi è stato democraticamente eletto, è stato deposto da un colpo di Stato, il generale El-Sisi ha assunto le redini del potere, molti sostenitori di Morsi sono stati uccisi dalla polizia con colpi di arma da fuoco, il paese è spaccato in due e si trova sull’orlo di una guerra civile”. Non credo serva aggiungere altro. Questa è a grandi linee l’immagine che si è radicata presso l’opinione pubblica occidentale. Se poi aggiungiamo le deduzioni degli esperti il quadro è completo: “L’Egitto è tornato a un regime militare, la giunta ha strumentalizzato la piazza per riprendere il potere, il popolo egiziano non è pronto per la democrazia, si sta ripetendo lo scenario dell’Algeria”.

Per quale ragione questo sia l’approccio alla realtà egiziana esula dal nostro articolo. In estrema sintesi risponde probabilmente a quella che potremmo chiamare una atavica predisposizione di certa informazione al categorismo e una forma di sudditanza economico-editoriale alla linea di pensiero dettata dagli interessi occidentali. Per cui, da una parte, problematizzazione e contestualizzazione vengono disinvoltamente risparmiate e, dall’altra, il verbo americano ed europeo informa di sé testimonianze e resoconti.

Ma il punto non è questo. Il punto è che quando delle parole si fanno delle ipostasi è inevitabile che le realtà a cui si applicano divengano delle vittime. E l’Egitto è oggi, più che mai, vittima di una terminologia che lo consegna all’opinione pubblica occidentale in forme spesso paradossali e quasi sempre lontane dalla realtà.

Passiamo in rassegna quelli che chiamerei per semplificare gli apriorismi del linguaggio consueto.

Mohammad Morsi è stato democraticamente eletto. Non è vero. Le elezioni che l’hanno portato alla presidenza non erano né trasparenti né democratiche. Le irregolarità andavano dalle pressioni esercitate davanti alle urne da membri della Fratellanza per impedire l’accesso ai sostenitori di Shafiq, a decine di migliaia di voti multipli, a decine di migliaia di voti di elettori non registrati, a massive diserzioni da parte degli ispettori, a una pressoché totale latitanza dei cosiddetti osservatori stranieri. Per non parlare dei 30 milioni di regalie in forma di cibarie offerte in un capillare voto di scambio all’elettorato più indigente e a quella che lo scrittore Alaa Al-Aswani chiama la “manipolazione degli analfabeti” (40% del paese), la circuizione sistematica di centinaia di migliaia di cittadini a cui veniva incultata la convinzione che un voto contro Morsi rappresentava un “insulto all’Islam”. Ma soprattutto non va dimenticato che, non esaurendosi una democrazia nelle urne, un presidente “democraticamente eletto” non per questo è un presidente democratico. E siamo quindi al secondo punto.

Morsi è stato deposto da un colpo di Stato. Non è vero, o almeno non è corretto affermarlo aproblematicamente. Rigore per rigore, un colpo di Stato non viene infatti soltanto concluso da una giunta militare, ma promosso da una giunta militare. E in Egitto a promuovere il cosiddetto “golpe” non è stato l’esercito, ma il popolo. D’altra parte le modalità e le dinamiche della destituzione di Morsi erano identiche a quelle della deposizione di Mubarak, tant’è che in un caso come nell’altro si è parlato di “rivoluzione”: di “prima” rivoluzione e di “seconda” rivoluzione. Ironia vuole però che l’Occidente non abbia alcuna difficoltà a qualificare come “rivoluzione” il colpo di Stato di Nasser del 1952, come “rivoluzione” l’abbattimento del regime di Mubarak, ma non riesca a non qualificare “golpe” la seconda grande ondata rivoluzionaria del 30 giugno (la più massiccia nella storia egiziana). L’argomento più specioso non è tuttavia quello secondo cui andrebbe definito “golpe” qualsiasi intervento militare porti alla deposizione di un presidente “democraticamente eletto” – andrebbe altrimenti, semanticamente parlando e a rigore, definita tale anche la Resistenza italiana supportata delle truppe americane – ma quello che vorrebbe la sollevazione egiziana un effimero fenomeno di facciata per coprire presunti piani eversivi dell’esercito. E siamo al terzo punto.

Il generale El-Sisi ha assunto le redini del potere. Non è vero, o almeno non è vero per il momento e non lo è istituzionalmente. E se non è vero per il momento e non lo è istituzionalmente – il presidente ad interim si chiama infatti Adly Mansur ed è un ex presidente della Corte Costituzionale – è d’obbligo considerare i dovuti distinguo. Tanto per cominciare non si capisce perché i media occidentali non parlino mai della piazza come una nuova entità storica e politica. Nemmeno di fronte a 33 milioni di manifestanti pacifici – tale è stato il sommovimento del 30 giugno – si vuole riconoscere che a partire dal 25 gennaio 2011 il destino politico dell’Egitto non può estromettere il popolo e né può prescindere da esso. Con singolare paternalismo si vorrebbe invece che dopo 60 anni di dittatura l’Egitto transitasse verso la democrazia senza colpo ferire: dimenticando che né Zapata né Lenin realizzarono le loro rivoluzioni con i mazzi di fiori. La vulgata secondo cui la democratizzazione dell’Egitto dovrebbe prescindere – caso unico nella storia – dal sostegno delle armi ha dunque qualcosa di così virginale da rasentare il grottesco. Chi dovrebbe infatti, in questa delicatissima fase in cui ci troviamo oggi, difendere le istanze rivoluzionarie e accompagnare la transizione, se non l’esercito e la polizia? Qualcuno può responsabilmente immaginare che Morsi si sarebbe fatto da parte – come d’altronde richiestogli a più riprese dalla stessa giunta militare prima del 30 giugno – attraverso una cortese supplica in carta bollata? Dire che El-Sisi ha assunto le redini del potere significa ignorare che l’alternativa era la guerra civile e che, all’infuori di una astratta petizione di principio pacifista, una soluzione meno indolore non esisteva. Ma soprattutto significa ignorare che il processo rivoluzionario non si era concluso con la caduta di Mubarak e non si concluderà con la caduta di Morsi, anche se entrambe fondamentali per la sua realizzazione. Il suo compimento – lungo, faticoso, doloroso – non può prescindere quindi, almen per ora, dal sostegno militare. A meno che si voglia sostenere che nel corso di un anno Morsi abbia davvero promosso la democratizzazione del paese – cioè risposto alle richieste rivoluzionarie della piazza – e non viceversa egemonizzato tutte le istituzioni replicando, di fatto, in forma islamica, il regime illiberale di Mubarak. E che quindi – a dispetto di ogni Realpolitik – dovesse concludere il proprio mandato e portare il paese a uno sfascio definitivo. Nel qual caso non servirebbe ricordare che: ha islamizzato la Consulta e le due camere del Parlamento (poi disciolto), ha collocato i suoi uomini in quasi tutti i governatorati, ha fatto redigere una Carta costituzionale respinta da tutti i più esimi costituzionalisti del paese, ha promosso una delegittimazione della magistratura, ha occupato tutti ministeri e i media, ha “fratellizzato” tutti gli organi di garanzia del paese, ha favorito la discriminazione delle minoranze e il conflitto interconfessionale, ha riportato in auge le torture e le incarcerazioni arbitrarie, ha condotto a morte oltre cento persone in un solo anno e in definitiva ha realizzato quindi, invece di un progetto politico, una serie di “piccoli golpe” che nessuno in Occidente si è sognato di riconoscere né di stigmatizzare (perché finché non ci scappa il morto di Egitto non si parla e perché l’impressione ipnotica suscitata dalle “elezioni democratiche” ha steso una sorta di cappa misericordiosa sopra tutti i soprusi successivi). Non si dimentichino poi le varie imputazioni di ordine penale che la magistratura sta in questi giorni valutando: fuga dal penitenziario con l’appoggio di membri di Hamas, scarcerazione di terroristi e loro legittimazione sociale, favoreggiamento delle formazioni integraliste (nel solo Sinai si contano tra i 4000 e i 6000 jihadisti in libera circolazione), custodia di arsenali nelle sedi della Fratellanza, accordi segreti con l’amministrazione Obama per cedere 40% del Sinai ai palestinesi in cambio di 8 miliardi di dollari in consonanza con il piano di colonizzazione dei Territori da parte di Israele… Insomma, quel che si dice un presidente di specchiata democraticità. Al quale, appunto, non solo si sarebbe dovuto concedere di concludere il proprio mandato ma, una volta deposto, offrire anche l’agio di guidare la rivolta anti-Sisi in piena libertà – come richiesto dall’irreprensibile Catherine Ashton e dall’incomprensibile Emma Bonino – nonché il diritto di considerare “legittimo” rispondere con la violenza alla sua destituzione. E siamo al quarto punto.

Molti sostenitori di Morsi sono stati uccisi dalla polizia con colpi di arma da fuoco. Non è vero. O almeno non che una simile notizia possa veicolare un messaggio cogente. Riferita in questi termini e senza l’opportuna contestualizzazione – ed è qui che si annida l’equivoco terminologico – si direbbe infatti che la polizia abbia usato il pugno di ferro assecondando la propria tradizionale intolleranza e astenendosi da ogni tentativo di soluzione pacifica. In verità i fatti sono più sfumati e una lettura meno categoriale ci impone di riconoscere che: a) Il raduno in piazza Rabaa Al-Adawyia dei sostenitori di Morsi non è mai stato attaccato b) Il loro sit-in era stato arginato dai blindati perché i manifestanti non potessero avere accesso alle vicinanze della sede della Guardia Repubblicana, già presa d’assalto in precedenza, e ai luoghi in cui erano in corso le manifestazioni in sostegno a El-Sisi c) Ai manifestanti era stato chiesto di sgomberare il presidio di Rabaa Al-Adawyia entro 48 ore d) Gruppi di sostenitori di Morsi hanno aggirato la cintura dei militari e, attraverso vie laterali, raggiunto la lunga arteria in cui sorge il mausoleo di Sadat cercando di spingersi fino al secondo cinturone di militari che presidiava il ponte 6 Ottobre e) Tali gruppi hanno tentato di ostruire il ponte con blocchi di cemento e lanciato pietre conto le forze dell’ordine f) Le forze dell’ordine hanno cercato di disperderli con gas lacrimogeni g) I rivoltosi non sono arretrati e sono cominciati gli spari, dalle due parti (i manifestanti erano dunque armati). A questo punto le versioni si dividono: i pro-Morsi affermano che la polizia avrebbe aperto il fuoco per prima, il ministero degli Interni assicura invece che gli agenti non hanno sparato un solo colpo e il centinaio di morti (sulle cifre non c’è chiarezza) sarebbe stato provocato da abitanti anti-Morsi del quartiere adiacente. Tutte e due le versioni sono probabilmente false, ma quel che conta è che gli islamisti hanno cercato lo scontro e con ogni probabilità – secondo una lettura condivisa da tutti gli studiosi dell’Islam politico – mirato al martirio: forma tradizionale di delegittimazione delle forze armate e garanzia (tanto più nel mese di Ramadan) di un accesso privilegiato al Paradiso (“La morte sulla via di Dio” aizzava la piazza nei giorni precedenti il confratello Asim Abdel Meguid “è la più dolce delle morti”). Ora, le interpretazioni esulano da una lettura oggettiva dei fatti. Ma le ovvietà precedono le interpretazioni: che interesse avevano la polizia o l’esercito a compiere una mattanza? L’informazione evenemenzialista non se ne cura, ma proprio questo evenemenzialismo – lungi dal favorire una comprensione degli eventi – veicola il loro fraintendimento: se la polizia spara ad altezza d’uomo commette un crimine. Punto. Senonché di fronte a un’aggressione armata, di fronte a un tentativo di sabotaggio, gli agenti americani sparano, mentre quelli egiziani dovrebbero limitarsi alla dissuasione verbale o all’uso di lacrimogeni (forse qualcuno ricorderà che i lacrimogeni del 25 gennaio 2011 inasprirono la rivolta molto più di quanto la contennero). Un singolare apriorismo vorrebbe dunque che se un’azione violenta è promossa da cittadini comuni sia da rubricare come “protesta”, mentre se è respinta da agenti in divisa sia imperativo stigmatizzarla con il protocollare “condanniamo l’uso eccessivo della forza”. Un monito a corrente alternata in cui l’aggettivo eccessivo ha una sonorità al limite del caricaturale. Che cos’è eccessivo, signora Ashton? Sparare alla fronte o uccidere più di dieci persone? Da qualche parte deve esserci un manuale a cui non abbiamo accesso: lì è indicato se di fronte a un’aggressione armata bisogna sparare alle gambe, alle braccia, alle orecchie o astenersi dallo sparare per non incorrere in un atto eccessivo. E siamo al nostro quinto punto.

Il paese è spaccato in due e si trova sull’orlo di una guerra civile. Nemmeno questo è vero. Il paese non è affatto spaccato in due, se non sugli schermi di Al-Jazeera e sulle pagine del sito Ikhwanonline, e non è affatto sull’orlo di una guerra civile. Perché da una parte ci sono 33 milioni di persone e dall’altra al massimo 2. E se spaccato in due lo è stato, questo è accaduto nel corso della presidenza Morsi, quando la polarizzazione è stata perseguita sistematicamente attraverso quell’interminabile serie di colpi di mano – di “piccoli golpe” come li abbiamo chiamati – che hanno trascinato il paese (allora sì) sull’orlo di una guerra civile. Cioè quando una singolare visione della democrazia determinò l’esclusione dalla vita politica di tutti coloro che non si riconoscevano nel progetto di “fratellizzazione” e “islamizzazione” del presidente Morsi e quando, lungi dal promuovere un piano di conciliazione nazionale, anche a una porzione nutritissima dei votanti di Morsi apparve finalmente chiaro che il disegno del nuovo raìs – e della confraternita da cui prendeva ordini (altro fatto risaputo ma taciuto) – mirava alla mainmise di tutte le istituzioni possibili e, con dilettantesco opportunismo, al mero possesso del potere. Un disegno in così palese contraddizione con le promesse di governare solo “in nome di Dio” che finì per levare a Morsi anche il consenso di una gran parte dei suoi: a partire dai salafiti e dalle nuove generazioni della Fratellanza. Allora sì il paese era spaccato in due. Allora sì c’era ancora chi sperava che Morsi non avrebbe sbagliato l’ennesima mossa, allora sì c’era chi si illudeva che avrebbe risollevato dal tracollo l’economia, allora sì c’era chi si illudeva che avrebbe incorporato le istanze laiche nella politica, che avrebbe onorato il patto elettorale. Ma adesso? A parte Al-Jazeera, cioè il Qatar che finanzia la Fratellanza, a parte gli irriducibili, cioè i simpatizzanti della teocrazia e del califfato, a parte l’imprenditoria islamica, cioè la piccola borghesia clientelista e affarista che tradizionalmente costituisce l’ossatura della Fratellanza, a parte gli sprovveduti che ancora si fanno incantare dalle scatole di riso e olio in cambio del loro appoggio… chi resta con Morsi? Quale fantasmatica metà del paese gli accorda ancora la sua fiducia? L’esercito non sta più con Morsi. E se mai stette con lui fu perché i Fratelli musulmani erano l’unico movimento radicato e organizzato del paese al termine della rivoluzione del 2011, mentre la trentina di pariti laici sorti dalla sollevazione non potevano garantire una politica stabile e strutturata: condizioni tradizionalmente vincolanti affinché l’esercito offra il proprio appoggio. La polizia non sta più con i Fratelli da tempo. Perché ha trovato nel popolo di Tahrir l’espressione della propria dignità nazionale e perché non intende comprometterla. Sa inoltre che una transizione democratica favorirà un rapporto di prossimità e rispetto con la popolazione mentre un governo a matrice islamista non potrà che alimentare le tensioni. Le formazioni laiche non sono mai state con gli islamisti e non lo saranno mai. Ma soprattutto: 33 milioni di cittadini sono scesi nelle piazze per gridarlo a gran voce: “Basta con gli islamisti”. Quanto alla guerra civile, l’esercito l’ha scongiurata e lo scenario algerino non ha nessuna attinenza con quello egiziano. È vero invece, con ogni probabilità, che l’Islam politico sia definitivamente morto e che la sola e unica grande incognita che adombra l’avvenire dell’Egitto sia il posto che i militari assumeranno nella futura configurazione del paese. Disponendo di enormi ricchezze – il 35% del patrimonio nazionale – è evidente che cercheranno di conservare i loro privilegi. Ma come non mi stancherò di ricordare: ora il nuovo protagonista della storia egiziana è il popolo. E che in Occidente lo si creda o meno – o meglio, che all’Occidente piaccia o non piaccia crederlo – questo popolo non tornerà indietro. La sua non è stata solo una metamorfosi politica o sociale, storica o culturale: la sua è stata una metamorfosi antropologica. E quando un popolo conosce una simile metamorfosi un ritorno al passato – alla solita congettura l’Egitto è tornato a un regime militare, la giunta ha strumentalizzato la piazza per riprendere il potere, il popolo egiziano non è pronto per la democrazia – è quanto di più inverosimile si possa prospettare. Certo, la rivoluzione è un cammino irto di ostacoli, lungo, doloroso, spesso violento, pieno di ricadute e contraccolpi. È anche un cammino in cui la forza del revanscismo e l’ostinazione dei nostalgici producono quel persistente stato di instabilità che contraddistingue tutte le democrazie ai primi passi. Ed è anche un cammino in cui l’informazione internazionale congiura, con strano e compiaciuto accanimento, affinché alla volontà del popolo, alle sue rivendicazioni, al suo coraggio, alla nobiltà dei suoi propositi, ai suoi sogni, alla sua dignità, alla sua cultura e alla sua identità, siano anteposte le formulette generiche che ne qualificano i limiti e i difetti, e contrapposte le certezze della presunta oggettività. Ed è soprattutto un cammino in cui le parole, i nomi delle cose, la loro complessità, saranno sempre insidiati dalla violenza del preconcetto e dalla voluttà di declinarle all’europea o all’occidentale, come se Mussolini, Hitler, Franco, Stalin, Salazar e Tito fossero perle di una collana dimenticata, l’imperialismo la forma ante litteram dell’esportazione della democrazia e Nagasaki e Hiroshima due petardi sparati a una fiera di paese. Ma malgrado tutto questo cammino è segnato, e prima o poi si avrà l’umiltà di riconoscergli quel che rappresenta di prezioso per la storia. Una pagina come quella che è stata aperta il 25 gennaio 2011, e che al suo secondo capitolo segna la data del 30 giugno 2013, non potrà essere strappata nemmeno se l’amministrazione americana decidesse di scoprire finalmente le carte e, invece dei solerti corrispondenti della Cnn, mandasse al Cairo l’intero Pentagono.

Corriere del Ticino, 29 luglio 2013

Egitto, il movimento del Tamàrrud: «Al Sisi, il nuovo Nasser»

Una bambina tiene in mano l'immagine del ministro della Difesa Abdel Fatah al Sisi, generale che ha intimato l'ultimatum a Morsi.di Luca Gambardella – lettera43.it

Mohammed ed Eman sono due ragazzi semplici, provengono da famiglie normali e hanno lavorato a lungo tempo come giornalisti al Cairo, ora devastata dalla guerriglia. Alle scorse elezioni presidenziali hanno votato per Mohamed Morsi. Scelta quasi obbligata per chi voleva definitivamente chiudere il capitolo della dittatura di Hosni Mubarak. Nemmeno un anno dopo, quando l’Egitto era ormai indebolito dalla presidenza dittatoriale di Morsi, Mohammed ed Eman, insieme a un piccolo gruppo di colleghi e amici, decisero di fare qualcosa, di dare il loro contributo.

MOVIMENTO DI RIBELLIONE. «Abbiamo deciso di attivarci e far sentire la nostra voce. Morsi non aveva rispettato il programma di governo. Non ha fatto quanto aveva promesso. Così ci è venuta in mente l’idea di creare un movimento. Lo abbiamo chiamato Tamàrrud (“ribellione”, ndr)».

Il volto di Eman è avvolto da uno sgargiante hijab azzurro. È giovanissima, forse nemmeno 30enne. «Quando abbiamo cominciato a raccogliere le firme nelle piazze e nelle strade era il primo maggio scorso. Non ci aspettavamo un tale successo».

PETIZIONE POPOLARE. La raccolta firme, una sorta di petizione popolare per dimostrare al presidente-faraone che la strada che stava prendendo, quella che non prevedeva il dialogo, era sbagliata. «Quando Morsi ha visto che in poche settimane avevamo raccolto milioni di firme è andato in tivvù dicendo che i membri di Tamàrrud non erano musulmani. Io sono musulmana. La gran parte di noi lo è», dice Eman.

La delegittimazione reciproca è pratica comune in Egitto. Se si è contro, significa che non si è veri musulmani o in alternativa veri egiziani.

In un paio di mesi hanno raccolto 13 milioni di firme, i ragazzi di Tamàrrud, esattamente quanto il numero di voti che Morsi aveva ottenuto qualche tempo prima. «Solo a quel punto abbiamo cominciato a parlare con l’esercito. È stato lo stesso generale Abdel Fattah Al Sisi a chiamarci e a interessarsi a noi».

AL SISI, GENERALE AMICO. Il generale amico della gente che presta orecchio alle voci inascoltate degli egiziani. E così si arriva al 30 giugno. Un evento «unico al mondo» come dicono loro: l’esercito con il popolo al suo fianco, cosa diversa, chiariscono, da un colpo di stato.

Una storia epicamente egiziana che aveva qualcosa di già conosciuto e che forse per questo ha suscitato un tale entusiasmo tra le masse. Al Sisi, il nuovo Nasser. «Speriamo. Anche se i tempi ormai sono diversi. Lui è una persona colta, raffinata. È un leader». Ecco tutto quello di cui l’Egitto ha da sempre avuto bisogno. Un leader, un padre-guida per la nazione.

«Ci serve una costituzione. Solo dopo si potranno indire le elezioni»

Ma un leader non può essere riconosciuto tale senza un nemico da cui difendere il proprio popolo. Ed ecco qui, il nemico: «I Fratelli Musulmani. Sono un pericolo per la nazione. Hanno occupato Rabaa e el-Nahda per più di un mese creando disagi a tutti, minacciandoci. Questo è terrorismo», afferma sicura Eman.

La propaganda dell’esercito martella da mesi sul chiodo del terrorismo. È sorprendente il successo ottenuto finora. Per capirlo, basta citare i massacri di Rabaa ed el-Nahda: «I Fratelli Musulmani erano armati. Li ho visti io, con i miei occhi. Alla tivù».

NESSUN COMPROMESSO. Basta questo per convincere Mohammed che la strage era necessaria. «Mi dispiace per tutti quei morti. Ma non possiamo scendere a compromessi con chi minaccia il nostro Paese. E comunque la giustizia farà chiarezza su tutto», aggiunge. Difficile da credere in un Paese in cui a distanza di anni Mubarak stesso, e con lui i quadri dell’ex-regime, sono ancora in attesa di essere condannati per i gravi crimini commessi contro i civili nel 2011.

Ma non tutti la pensano come i ragazzi di Tamàrrud. Il leader del Fronte di salvezza nazionale, Mohammed el-Baradei si è dimesso perché in disaccordo con il generale Al Sisi e la violenta repressione delle proteste.

Mohammed ed Eman storcono la bocca e si guardano tra loro prima di rispondere: «Siamo molto arrabbiati con el-Baradei. Per noi è come se non volesse assumersi le proprie responsabilità. Non comprendiamo il suo gesto ma lo rispettiamo», dice Eman.

IN GUERRA CONTRO I TERRORISTI. Ora l’Egitto è ufficialmente in guerra contro i terroristi. E il futuro? «Ci serve una costituzione intanto. Il prima possibile. Solo dopo si potranno indire le elezioni. Ma non vogliamo che i Fratelli musulmani partecipino alla costituente o che si candidino. Devono andare in prigione, soprattutto i loro leader». Niente riconciliazione dunque. È guerra.

Ma Mohammed chiarisce: «Ci vorranno anni prima che i Fratelli Musulmani tornino in politica in Egitto. Ma credetemi, molti di loro si uniranno a noi molto presto, vedendo quanti obiettivi raggiungeremo in futuro».

Illusioni, probabilmente. La Fratellanza è ormai di fatto fuori legge e all’orizzonte si vedono anni di lotta contro il terrorismo islamico, alimentato e quasi ricercato dallo stesso esercito. Proprio quello che il generale Al Sisi si aspettava di ottenere: uno stato di allerta continuo per combattere una guerra che potesse riunire tutti gli egiziani attorno alle forze armate. Chiediamo a Mohammed se temono che il potere possa essere prima o poi concentrarsi nelle mani di Al Sisi: «Al momento non vuole candidarsi. Forse fra qualche anno». Anche Nasser aspettò due anni prima di divenire presidente dopo il colpo di stato del 1952. La storia, forse, si ripete.

Sabato, 17 Agosto 2013

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Promoción de la cultura y arte Hispanoamericana e Italiana. Enseñanza y educaciòn.

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