Evo Morales: «Gli USA dietro la crisi egiziana»

El presidente de Bolivia, Evo Moralesda aporrea.org

Caracas, 19ago2013.- Il Presidente della Bolivia, Evo Morales, ha affermato questa domenica che «L’impero non dorme», finanzia colpi di Stato e persino le secessioni dei paesi, riferendosi al cosa dell’attuale crisi politica che si vive in Egitto.

«Il capitalismo e l’imperialismo non dormono e a volte provano a dividerci, dividono e creano conflitti tra i popoli», ha affermato Morales, in accordo con una nota divulgata dalla Agencia Boliviana de Información.

Il dirigente boliviano ha sottolineato il fatto che «noi, i popoli, dobbiamo sovranamente decidere il nostro destino, il nostro futuro, non abbiamo bisogno di alcun intervento dei nordamericani né della NATO».

Morales ha accusato Washington di alimentare rotture istituzionali ed appoggiare gli interessi di classe nei paesi previamente destabilizzati.

Ha inoltre affermato che «I governi degli USA finanziano i gruppi privilegiati di ogni paese quando i popoli democraticamente si ribellano contro l’impero, contro il capitalismo».

Il caso di stato boliviano ha dichiarato di aver avuto alcune informazioni secondo le quali gli USA hanno apportato da 1 miliardo e trecento milioni a un miliardo e mezzo di dollari per equipaggiare i militari dell’Egitto, riferisce la nota.

Recentemente il Presidente del paese andino ha condannato gli atti di violenza al Cairo ed altre città egiziane, così come la crisi nel paese nordafricano, colpito dal 2012 quando crollò il regime di Muhammad Mubarak.

Il governo facente funzioni del giudice Adli Mansur, successore del presidente eletto Mohamed Mursi, reprime crescenti proteste generando scontri che sono costati la vita a più di 170 persone.

Il Partito Giustizia e Libertà braccio politico dei fratelli Musulmani, che appoggia il deposto Mursi, ha chiamato alla ribellione contro l’attuale governo Mansur.

La crisi egiziana si acuisce una settima dopo che il Parlamento, la cui maggioranza era in mano al Partito Giustizia e Libertà, fosse stato sciolto dall’Esercito Egiziano.

Venezuela: 13 anni fa nasceva la V Repubblica

chavez-2000da diario-octubre.com

Il 19 agosto 2000 si è prodotto un evento fondamentale per il processo democratico in Venezuela, Hugo Chávez giura come Presidente della Repubblica per la seconda volta da quando è stato eletto nel 1999, dinanzi ad una nuova costituzione approvata dal popolo venezuelano, che getta le basi per fondare una nuova repubblica.

 

Questa nuova costituzione, sulla quale Chávez ha giurato d’innalzare il paese su nuove basi sociali, in favore dei poveri, materializzatesi con il consolidamento della rivoluzione Bolivariana, approvata con un referendum popolare il 15 dicembre 1999, dopo avere ottenuto il 71.78% dei voti.

 

L’approvazione della Magna Charta, considerata come la più democratica del mondo, ha permesso che anziché di tenere elezioni presidenziali passati i cinque anni di governo (sanciti nella costituzione del 1961) sarebbero state effettuate un anno e mezzo dopo il periodo presidenziale iniziale.

 

L’approvazione della nuova costituzione del Venezuela del 1999 ha reso possibile convocare elezioni per rilegittimare tutte le cariche elettive, compreso l’esecutivo che ha visto ora estendersi il periodo del mandato a sei anni.

 

Appena 20 giorni dopo, il 19 agosto dello stesso anno, Hugo Chávez giurò per la seconda volta sulla nuova Costituzione dinanzi alla quale affermò: «Mi sento più sicuro di tenere i piedi su un terreno molto più solido».

 

13 anni fa, di fronte alla Magna Charta, che disciplina attualmente il processo democratico in Venezuela, promuovendo l’esercizio democratico del voto per approvare o respingere decisioni fondamentali per il paese, Chávez affermò: «Giuro davanti a questa Costituzione rivoluzionaria che lotterò instancabilmente unito con il nostro popolo per compiere e fare rispettare i mandati della Rivoluzione Bolivariana raccolti attraverso la volontà popolare in questa Costituzione».

[trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Fabrizio Verde]

Losurdo sulla crisi in Egitto e l’infamia dell’imperialismo

Pubblichiamo qui di seguito, con la certezza di fare cosa gradita, le osservazioni del prof. Domenico Losurdo sulla questione egiziana, visto l’ampio spettro di analisi e posizioni espresse in merito ai più recenti fatti.

Caro professore,

… La crisi egiziana si sta rivelando di difficile interpretazione e come tutte le grandi crisi storiche sembra sfuggire ad una logica binaria, come lei ha mostrato nel suo libro sulla lotta di classe.

Rivoluzione? Colpo di Stato? Guerra civile? Modernità e laicismo contro l’oscurantismo fondamentalista? Qual è il ruolo degli Usa e di Israele? E i fratelli musulmani sono una forza parafascista, come sembra sostenere ad esempio Samir Amin, oppure dobbiamo individuare al loro interno, come all’interno dell’esercito egiziano, una pluralità di interessi e di spinte a volte contraddittorie?

… si stanno dividendo in questa lettura e anche da parte di chi dovrebbe orientare se ne sentono di tutti i colori…

Antonio Santi, Fermignano, PU

Caro amico,

Chi avesse ancora dei dubbi sull’infamia dell’imperialismo farebbe bene a dare uno sguardo al Medio Oriente. Le guerre scatenate a partire dal 1991 dovevano apportare civiltà, democrazia, pace. Ora, dopo centinaia di migliaia di morti, milioni di feriti e milioni di profughi, la realtà è sotto gli occhi di tutti. Non si tratta solo delle terribili devastazioni materiali. In occasione della prima e della seconda guerra del Golfo gli Usa e l’Occidente hanno chiamato gli sciiti irakeni alla rivolta contro i sunniti; ora chiamano i sunniti a prendere le armi contro gli sciiti in Irak e soprattutto in Siria. In tutto il Medio Oriente nella lotta contro i regimi laici scaturiti da rivoluzioni anticoloniali e contro i movimenti di liberazione nazionali collocati su posizioni laiche, l’imperialismo ha fatto appello alla religione e al fondamentalismo religioso: così in Irak, Libia, Siria, Palestina, dove Israele appoggiò Hamas contro l’OLP di Arafat (successivamente assassinato). Impressionante è la scia di distruzione e di morte: paesi come l’Irak, la Libia, la Siria rischiano di cessare di esistere come Stati nazionali unitari e indipendenti, mentre priva ormai di qualsiasi credibilità è la fondazione di uno Stato nazionale per il popolo martire palestinese, la cui terra è sistematicamente espropriata. Ma c’è di peggio. In Medio Oriente divampa la guerra civile tra laici e religiosi, nell’ambito del mondo religioso tra islamici e cristiani, nell’ambito dell’Islam tra sunniti e sciiti; la devastazione investe persino i rapporti tra uomini e donne, le quali vengono private o rischiano di essere private dei risultati conseguiti sull’onda della rivoluzione anticoloniale. Ecco la civiltà e la democrazia, la pace di cui l’imperialismo pretende di essere il portatore. E non cambia nulla se alla Casa Bianca siede Bush sr., Clinton, Bush jr., Obama…

Dinanzi a quest’opera barbarica di sistematica distruzione non solo degli apparati statali ma della stessa società civile, come devono atteggiarsi le forze antimperialiste? No, la contraddizione di fondo non è tra laici e religiosi, come vorrebbe far credere l’ideologia dominante: l’Iran e i combattenti di Hezbollah svolgono un ruolo indubbiamente progressivo; lo stesso Hamas, pur appoggiato in passato da Israele, è ora bersaglio dei suoi attacchi selvaggi.

E i Fratelli Musulmani? In Siria essi svolgono un ruolo profondamente reazionario e sono di fatto subalterni all’imperialismo e a Israele. Tuttavia in Arabia saudita conducono una lotta meritevole di attenzione contro una monarchia feudale che è profondamente parassitaria e corrotta, che ripone tutte le sue speranze nell’imperialismo e che in Medio Oriente è un pilastro fondamentale della reazione.

E come valutare i Fratelli Musulmani in Egitto? Non c’è dubbio che essi sono giunti al potere con l’avallo di Washington, che sperava di utilizzarli e li ha utilizzati nella lotta contro la Siria. Ma è altrettanto indubbio che anche il recente golpe è avvenuto con l’avallo di Washington e Tel Aviv. Imperialismo e sionismo cominciavano a diffidare: Morsi aveva consolidato notevolmente i rapporti tra Egitto e Cina; personalità di rilievo dei Fratelli Musulmani si erano espressi negativamente sugli accordi di Camp David (e cioè sulla capitolazione dell’Egitto nei confronti di Israele, col conseguente isolamento della resistenza palestinese); agli occhi dell’Occidente erano motivo di diffidenza i permanenti rapporti tra Fratelli Musulmani e Hamas, che continua a opporsi alla farsa di un processo di pace inscenato a copertura del permanente espansionismo sionista. Ecco perché a un certo punto Washington e Tel Aviv hanno deciso di puntare sui militari, i quali ultimi però mostrano crescente insofferenza e forse cominciano a essere tentati dal nasserismo. Se c’è qualcosa che in Egitto tiene oggi unita una società così profondamente lacerata è l’odio contro l’imperialismo USA, che ha provocato la catastrofe già vista.

Come devono comportarsi in Egitto le forze anti-imperialiste? Non sarebbe corretto trinciare giudizi su una realtà di cui non si ha una conoscenza approfondita. Per quanto riguarda il Medio Oriente nel suo complesso, una cosa però mi sembra certa. Le forze anti-imperialiste saranno costrette a lottare contro la lacerazione e la devastazione della stessa società civile provocate dagli USA, dall’UE e da Israele. Non sarebbe corretto né sul piano analitico né su quello politico bollare quali fasciste le forze che in Egitto e in Medio Oriente sono influenzate dalla religione e dallo stesso fondamentalismo. Chi cerca il fascismo deve guardare in primo luogo alla Casa Bianca. Tra fascismo e imperialismo c’è un nesso strettissimo: è una lezione che nel Novecento il movimento comunista ha appreso solo dopo un tortuoso processo di apprendimento e che oggi non deve essere dimenticata.

Domenico Losurdo

Il Chavismo: nuovo criterio dell’attuale periodo storico

di Jesse Chacón e Iñigo Errejón*

Le posizioni non sono già date: politica e scopi condivisi

La politica non è, come nelle visioni semplicistiche e che presumono di essere realiste, la dura lotta per il potere da parte di interessi già costituiti. Al contrario, la politica comincia prima: definendo le posizioni intorno a interpretazioni condivise della realtà, stabilendo quali fatti rappresentano problemi rilevanti e le proposte di obiettivi comuni. Le spiegazioni che generano valori condivisi sono discorsi che non solo descrivono, ma costruiscono anche realtà: generano sincerità e determinate correlazioni tra i rapporti di forza. I discorsi più saldi che cercano di articolare in modo esteso i diversi settori sociali intorno a obiettivi, emozioni, aspirazioni e miti comuni, costituiscono quello che definiamo “identità politiche”: un legame prioritario di solidarietà politica, senso di appartenenza e mobilitazione per il raggiungimento di obiettivi comuni.

In tempi di stabilità politica le istituzioni politiche, che rappresentano la cristallizzazione di un determinato equilibrio di forze tra diversi gruppi sociali -con la preminenza di qualcuno che fa leva su alleati secondari e settori subordinati-, soddisfano con successo la maggioranza delle aspirazioni e delle domande sociali e disperdono, isolano o rendono invisibili con lo stesso successo, quelle che si confrontano apertamente con l’ordine stabilito. Ciò non rappresenta un fattore istituzionale, bensì culturale, morale e intellettuale: esiste stabilità quando un discorso stabilisce delle posizioni, adotta la distribuzione di ruoli e beni sociali e genera certezze sul presente e sul futuro, rendendo coesa una comunità politica. In termini gramsciani: la stabilità genera consenso tra i governati.

Nonostante ciò sorgono le crisi organiche quando non solo alcuni degli attori, ma anche l’insieme dell’apparato istituzionale e culturale, sono incapaci di produrre certezze e rispondere alla maggior parte delle domande. In quelle circostanze i consensi che in precedenza organizzavano la sfera pubblica si vedono superati, collassati, vecchi e incapaci di generare fiducia nelle masse. Si tratta del tempo politico aperto al cambio: all’irruzione di nuovi discorsi e di nuovi simboli che propongono un diverso assetto delle lealtà – con frequenza polarizzando lo spazio contro le élite tradizionali e la loro architettura politica – per concepire un nuovo orizzonte storico.

L’irruzione del chavismo e l’impatto nella cultura politica

La rivoluzione bolivariana è stata, tra le altre cose, un processo come quello appena descritto: la comparsa di una nuova narrazione che proponeva un ordine diverso in un momento in cui si esaurivano le narrazioni tradizionali. Una spiegazione nuova su cosa fosse la società venezuelana, quali sono i suoi principali problemi, le responsabilità e le vittime, le proposte di soluzioni e a chi sarà affidato l’incarico di realizzarle. Questa nuova narrazione si è solidificata intorno alla figura di Hugo Chávez, in quanto referente intellettuale e affettivo e come catalizzatore di punti vista in precedenza diversi tra loro e, ora, articolati nella principale identità del panorama politico nazionale: il chavismo.

La cosa più importante, ciò che nel Venezuela di oggi segna il tempo politico nella maniera più decisiva, non ha a che fare con la portata quantitativa di questa entità politica, bensì con la sua capacità quantitativa di riorganizzare lo scacchiere. La narrazione del chavismo non costituisce solo una articolazione della maggioranza ma ha permeato anche trasversalmente la cultura politica venezuelana, modificando il criterio del momento storico: gli elementi universali di legittimità e illegittimità, cosa sia giusto e ingiusto, le valorizzazioni, ciò che si aspetta dalla politica e dallo stato e il posto che occupa ciascuno di noi in esso e le parole forti con le quali si pensa, come “Popolo” o “Patria”. A tal punto che, persino gli avversari del chavismo, sono costretti a spostarsi, anche se solo verbalmente, verso i nuovi consensi, i cui effetti nell’immaginario collettivo non si fanno attendere.

Non bisogna confondere questa priorità argomentativa con la leadership politica garantita. Le strutture economiche, culturali, accademiche e mediatiche, i poteri privati, le inerzie e i costumi ereditati continuano a spingere verso la restaurazione del vecchio ordine oligarchico e coloniale. Il movimento popolare continua a ingaggiare una complessa guerra di posizione all’interno dello Stato per trasformarlo e farlo funzionare in modo efficace per i poveri. Ma nell’attualità la disputa politica si svolge su un piano attraversato da quelli che fino a ieri erano i valori di una parte e che oggi si accinge a essere terreno comune di una percezione storica importante, favorevole al protagonismo politico proletario.

Questa trasformazione intellettuale e morale è meno solida, ma forse più profonda – come un giunco che si distingue per essere meno robusto di un albero, ma spesso più resistente alle variazioni del vento e delle tempeste – che i cambi istituzionali e giuridici: il chavismo ha spostato l’asse di gravità della politica venezuelana verso una riappropriazione dei settori tradizionalmente esclusi e a una valorizzazione della democrazia come realizzazione popolare quotidiana. Questo cambiamento non si orienta necessariamente verso un processo elettorale. In un certo senso è arrivato per restare.

Tra le caratteristiche principali della narrazione chavista si può annoverare quella della centralità dei settori impoveriti e la rigenerazione della politica come riappropriazione da parte dei poveri, il recupero dell’orgoglio nazionale nel senso di sovranità e prospettiva latinoamericana, l’unione civico-militare e il nuovo ruolo delle Forze Armate o la priorità indifferibile della redistribuzione della ricchezza collettiva e la parità sociale come parte essenziale della democrazia. Questi sono attualmente i contenuti e le aspirazioni che non possono essere ignorati da nessuno che punti a sedurre la maggioranza in Venezuela. E ciò rappresenta una vittoria culturale.

In quanto nuovo criterio dell’attuale periodo storico, il chavismo s’inserisce in uno spazio discorsivo sottoposto a tensioni, contraddizioni e dispute. Al momento una gran parte delle lotte per la gestione culturale e politica in senso rivoluzionario è in rapporto con la capacità di evitare la fossilizzazione o lo svuotamento di questa narrazione e identità come referente universale del passato, senza conseguenze con il presente: la battaglia per la sedimentazione, la sistematizzazione e la definizione delle frontiere del chavismo, così da metterlo in rapporto con le sfide del presente, si propone di rinnovare l’impegno popolare prevalente con il progetto di paese che esso si prefigge.

*Collaboratori della Fondazione GISXXI (Grupo de Investigacion Social Siglo XXI)

[trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Vincenzo Paglione]

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