Argentina e Italia: visioni a confronto

Le esperienze dei popoli nelle differenti fasi storiche: processi sociali, politici e culturali a confronto tra le due sponde dell’oceano.

Intervista a Norberto Ganci, attivista e comunicatore sociale, realizzata il 15 luglio 2013 a Carlos Paz, Cordoba.

di Marco Nieli

-Siamo qui a Carlos Paz, provincia di Cordoba, Argentina, chiacchierando amabilmente con quel gran compagno che è Norberto Ganci, finalmente da me conosciuto personalmente, e con il quale ci accomunano anche le origini meridionali (lui è di origini siculo-calabresi, io napoletano). Norberto, vorrei iniziare questa charla da una constatazione che sono sicuro condividerai: le esperienze storiche pregresse di popoli latino-americani, passati sotto il giogo implacabile delle politiche neo-liberiste e imperialiste e in corso di liberazione oggi, possono servire come monito ed esempio per i popoli del sud d’Europa, che quello stesso giogo stanno subendo, in maniera spesso inconsapevole. Oggi siamo noi che dobbiamo apprendere da voi Argentini, Venezuelani, Ecuadoregni e Boliviani come sopravvivere, resistere e contrastare l’egemonia imperial-tecnocratica che si diffonde oggi dai centri nevralgici degli USA e dell’UE, con l’obiettivo di recuperare le quote della sovranità economica, politica e culturale perdute nel corso degli ultimi decenni e rilanciare la battaglia per una società più giusta e un modello più inclusivo. Tuttavia, vorrei partire da un episodio drammatico dell’attualità: il blocco dell’aereo presidenziale del Presidente Evo Morales lo scorso 3 luglio a Vienna, su diktat del Centro dell’Impero, Washington, in combutta con i suoi stati-vassallo di sempre: Italia, Francia, Spagna e Portogallo. Qual è il tuo commento a caldo?

In primo luogo, ritengo che quello che è successo a Evo Morales, da molti media internazionali definito come “incidente”,  non sia stato assolutamente un incidente, bensì un atto criminale, compiuto dai governi di quattro stati (Italia, Francia, Spagna e Portogallo) contro il Presidente eletto democraticamente dal popolo boliviano, Evo Morales Aymà. Nessun incidente, controversia, malinteso, bensì semplicemente un atto criminale, compiuto nella piena coscienza di quello che si stava facendo. La vita di un Presidente è stata messa a repentaglio. Quattro stati europei sarebbero stati complici nell’attentato alla vita del Presidente. Il fatto non è da prendere sotto gamba.  Da parte dell’ALBA, della CELAC e dell’UNASUR, io pretenderei una ferma condanna dell’accaduto, non mi aspetto solo che si esigano delle scuse. È stato come un’aggressione a mano armata, un attacco terroristico: se, a livello mondiale, non si condanna l’atteggiamento criminale di questi 4 governi, non si comprende nulla del diritto internazionale, della diplomazia basata su accordi di reciprocità, del riconoscimento reciproco della sovranità.

In secondo luogo, quest’attentato contro Evo Morales non è stato solo contro di lui personalmente, ma contro tutti i popoli latino-americani. Non contro tutto il continente, ma contro quei popoli del continente che stanno oggi tentando di cambiare la storia, assumendo posizioni politiche in rotta con il neo-liberismo e critiche verso il sistema capitalistico, che ha dimostrato il suo fallimento totale.

In terzo luogo, l’attentato contro Morales e contro i paesi latinoamericani di cui sopra ci porta a un tema di grande attualità ancora oggi, quello dell’imperialismo. Un mio collega, Manuel Sepe, parla di come oggi giorno l’imperialismo sia un fenomeno superato o in qualche maniera “aggirato”. Io non sono d’accordo con quest’analisi e credo che sia più che mai attuale. Dal 1492, quando inizia qua da noi la colonia, per tutti i secoli in cui la Spagna ha fatto ricorso alla Gran Bretagna per i servizi di trasporto “esternalizzato” (si riferisce probabilmente all’asiento, ossia il monopolio del trasporto degli schiavi africani, appaltato alla Gran Bretagna dopo la pace di Utrecht, nel 1714, Nota del Curatore) e dunque ha finito per dipendere dai Britannici: questa situazione continua identica ancora oggi. La Spagna obbedisce agli stessi padroni di sempre: hanno cambiato sponda, ma sono sempre gli stessi. Britannici o Nordamericani, con i loro stati satelliti, continuano a indirizzarsi contro quei popoli che si ribellano al sistema capitalistico, un sistema oppressore, disgregatore dei tessuti sociali ed economici. Credo che questo sia fondamentale. Ritorno all’inizio della conversazione. Se non si assume come atto criminale la possibilità del “magnicidio” contro Morales, come anche la certezza dell’assassinio del presidente Chávez in Venezuela, attraverso una malattia inoculata, si sta galleggiando a livello di analisi. Sono aggressioni ai nostri territori, alla nostra integrità. Ripeto: non sono incidenti, non si tratta di eventi o fatti da sottovalutare.  

-Inoltre, bisogna sottolineare un argomento poco trattato da noi, per lo meno dagli analisti mainstream: il tema della realtà sostanziale delle relazioni bilaterali o multilaterali tra gli stati, al di là di quella pura formalità che è il diritto internazionale. Sulla carta, gli stati dell’ONU sono tutti uguali, con pari diritti e dignità; nella sostanza, i paesi di “serie A” impongono con la forza il peso dei propri interessi economici e geopolitici, stabiliscono il prezzo delle materie prime di cui hanno bisogno, decidono quali governi altrui sono legittimi e quali no, in ultima analisi stroncano con il potere militare ogni tentativo di resistenza ai loro diktat (vedi i casi dell’Iraq e dell’Afghanistan, oggi della Libia e della Siria). Nessun giornalista da noi ha detto a chiare lettere che nel caso dell’attentato a Morales, sono state violate tutte le regole sulla libera circolazione dei diplomatici previste dalla Convenzione di Vienna del 1964. Esisteva un accordo già raggiunto sul passaggio dell’aereo presidenziale sui cieli dei paesi europei: questo permesso è stato revocato improvvisamente per ordini ricevuti dall’alto, ordini cui i nostri (si fa per dire) governi hanno prontamente obbedito, in maniera servile e vigliacca. Una roba inconcepibile, da farci vergognare di essere cittadini italiani ed europei. Quali pensi possano o, per lo meno, dovrebbero essere le conseguenze di questa situazione qui in Latino-america?  

Lo dico molto chiaramente: bisognerebbe arrivare a rompere le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. L’Argentina, per esempio, non ha rotto del tutto le vecchie relazioni “carnali” con gli USA, la prova sta nel fatto che a Resistencia, nel Chaco [zona del nord del paese, alla frontiera con il Paraguay, Nota del Curatore] esiste tutt’oggi una base militare nordamericana. Non credo, come da qualche parte si dice, che tali relazioni siano state del tutto interrotte, credo che al contrario sussistano in pieno vigore. La stessa cosa succede al Brasile e ad altri paesi dell’area. A noi, popoli latinoamericani, queste relazioni con gli USA non servono assolutamente a nulla: i nostri territori possono in tutta tranquillità autogestirsi. Abbiamo tutte le risorse e la forza-lavoro di cui abbiamo bisogno. Quello che sta succedendo oggi nel continente assomiglia da vicino a quello che è successo storicamente nel 1865 con la guerra della Triplice Infamia contro il Paraguay. Un paese che stava perseguendo il cammino della sovranità economica, tecnologica e culturale: avevano telegrafo, ferrovie, industria siderurgica, tutto quello di cui avevano bisogno. Aggredito da Brasile, Uruguay e Argentina, il paese fu raso al suolo per rispondere agli interessi della Gran Bretagna nell’area. Oggi, abbiamo la stessa situazione a livello macro-continentale: i paesi dell’ALBA (Venezuela, Ecuador, Bolivia…) che cercano una propria via allo sviluppo socio-economico e i paesi del cosiddetto “asse del Pacifico” (Messico, Costa Rica, Colombia, Peru, Cile) che fungono da basi di penetrazione nell’area degli interessi imperialistici. Con in più, la IV flotta USA che si aggira per il Pacifico e, dall’altro lato, la base britannica delle Malvinas e diverse altre sparse in giro per l’emisfero sud. Siamo rinchiusi, circondati. Bisogna prenderne coscienza e armarsi. Armarsi e, nello stesso tempo, rompere le relazioni diplomatiche, smettere di civettare con loro. Questi non vengono qui da noi per giocare a carte, vengono per invaderci, liquidarci e aggredirci. Non si può accarezzare la coda del demonio. Devono trovarci preparati per reagire.

-Questo scenario che tu descrivi si complica ulteriormente con la presenza di 7 nuove basi in Colombia, nate con il proposito palese di aggredire il Venezuela (mentre, invece, l’Ecuador ha chiuso la base di Manta). Tra l’altro, la Colombia, il paese più vicino agli USA, ha recentemente avviato la richiesta formale di ingresso nella NATO, un’istituzione che sempre più si caratterizza per essere uno strumento delle aggressioni militari ai paesi in giro per il mondo che non si mostrano docili ai diktat dell’Impero. Nell’ambito della NATO, l’Italia è uno dei paesi europei con più basi militari USA., tutte dotate di un immenso potere di extra-giurisdizionalità e istallate con accordi “segreti”, mai discussi dal Parlamento italiano in pubblico. Le nostre basi di Aviano, Sigonella, Bagnoli, Pisa, etc. sono servite per far partire le aggressioni militari alla Serbia, all’Iraq, alla Libia, forse domani serviranno per la Siria e l’Iran. Su questo tema, non a caso, c’è molta disinformazione intenzionale da parte dei media main-stream: il servilismo della classe dirigente, di centro-destra come di centro-sinistra, è totale.

L’Argentina, parlando in termini geo-politici e macro-economici, mi sembra che, in questa fase, abbia un vantaggio sulla nostra situazione: il rifiuto nel 2005 del Trattato di Libero Commercio conosciuto come ALCA, anche per merito del Presidente Chávez, qui a Mar del Plata. Molti paesi europei oggi stanno ancora, invece, discutendo con gli USA maggiori aperture commerciali. Per le nostre economie del Sud-Europa, piuttosto malmesse attualmente, questo sarebbe il colpo di grazia finale. Ci stiamo terzo-mondializzando e trasformando in colonie economiche (non parlo tanto del sud-Italia, che sempre è stata una colonia del Nord a partire dall’unificazione, ma di paesi come la Spagna, il Portogallo, la Grecia, lo stesso nord-Italia). Manca la necessaria coscienza critica di un cambio di rotta necessario. Probabilmente possiamo e dobbiamo imparare molto dalla vostra storia. Che ne pensi?

Ti faccio una domanda. Quando è che lì da voi in Europa, hanno smesso di guardare a noi come delle colonie?

-Probabilmente mai! Ancora oggi continua forte da noi questa rappresentazione stereotipata dei paesi del Sud  del mondo.

Esatto! Se non si riesce a vedere quello che succede ai propri vicini di casa, fallimenti e vittorie, non si riesce a comprendere i propri fallimenti e vittorie. I paesi europei oggi sono vittime della truffa del capitalismo, come dice il nostro compagno Alex Corrons. Il capitalismo è una gigantesca truffa, che i popoli europei stanno subendo in pieno. Non avendo voluto vedere quello che succedeva da noi in America, sono caduti nella stessa trappola. È un po’ come quello che sempre è successo da noi, una costante della nostra storia di sempre, questo sguardo viziato a partire da Bs As, la Capitale, il Porto come punto centrale e nevralgico di tutte le relazioni economiche, politico-sociali e culturali. Nonostante tante rivoluzioni, guerre civili, insurrezioni, si continua ancora oggi a guardare il paese da un punto di vista euro-centrico e “portuale”, porteño, come dicono qui. All’Europa oggi succede la stessa cosa: l’Europa non ha mai guardato all’America come un insieme di terre libere, indipendenti, sovrane; sempre ci ha visti come territori vergini e ricchi da rapinare, colonizzare, violentare. Oggi giorno, continuano a vederci allo stesso modo. Pensa solo, per limitarci ai tempi recenti, voglio dire quelli degli anni ‘90, quelli del Menemismo, alle grandi imprese transnazionali europee che sono arrivate qui da noi per saccheggiarci (per tosarci nell’espressione originale) e continuano a farlo ancora oggi. Le società europee non hanno appreso nulla dai nostri fallimenti, perché non hanno voluto vederli o forse non gli hanno permesso di vederli: oggi si trovano a confrontarsi con gli stessi errori. Io ricordo qualche decennio fa, quando gli Argentini andavano in Spagna ed erano trattati come servi; quando, al contrario, veniva uno Spagnolo qua, bisognava stendergli i tappeti rossi. Oggi, la situazione è totalmente invertita. Uno direbbe, da un punto di vista aneddotico o folklorico: che si fottano! Ma da un punto di vista più elevato, io direi: non sarebbe ora che riconoscessero i loro errori, che ampliassero e approfondissero un po’ il livello di analisi su come va il mondo? Uno vede oggi la Spagna, con la crisi capitalista che colpisce duramente i lavoratori: quanti sono in percentuale gli indignados? Cifre tutto sommato irrisorie, la gran parte degli Spagnoli continua a pensarla allo stesso modo. La mentalità colonizzatrice (e colonizzata) non è cambiata.

Guarda, Norberto, quello che tu dici mi sembra giustissimo. Vivendo in Argentina da ormai quasi 4 anni e ritornando periodicamente in Italia, mi capita questa cosa strana: parlo con compagni di là, persone impegnate nella trasformazione sociale anche con elevate capacità di analisi, che però vivendo da dentro i processi attuali dell’integrazione europea hanno difficoltà a riconoscere che l’Italia si sta “terzo-mondializzando” in maniera rapida e palese. Ti dicono: ma no, le nostre società e le nostre economie sono troppo diverse da quelle dei paesi ex-colonie spagnole (e attuali neo-colonie USA). Riproponendo schemi fossilizzati di analisi, si rischia di non riuscire a leggere una realtà in rapido cambiamento nella quale si è immersi. Da noi, intere province del nord-est si stanno trasformando in colonie economiche dell’industria tedesca, che compra e ristruttura le nostre aziende trasformandole in succursali funzionali alle  loro produzioni ad alto valore aggiunto. I Tedeschi vengono da noi a fare campagne d’acquisto dei nostri cervelli: ingegneri, operai qualificati, ricercatori, li selezionano e se li portano da loro a produrre nelle loro industrie. Sono meccanismi tipicamente coloniali che voi Argentini conoscete molto bene.

Vorrei aggiungere che se è vero che le nostre economie e le nostre storie sono molto differenti rispetto alle vostre, mi sembra altrettanto vero che le ricette neo-liberiste che si stanno applicando sono le stesse e dunque, per vie differenti, i risultati ai quali ci stanno portando anche saranno gli stessi.

Eppure, c’è un effetto psicologico di massa da prendere in considerazione, frutto indubbiamente anche della manipolazione mediatica di stato, che impedisce a molti nel mio paese di vedere quello che sta accadendo realmente intorno a loro: perdita del PIL del 7% dal 2007 a oggi, circa 27000 imprese che falliscono o delocalizzano ogni mese, la disoccupazione al 12% (tra i giovani al sud quasi al 50%), il debito pubblico arrivato a 2070 miliardi di euro e in continua crescita, nonostante i tagli selvaggi alla spesa pubblica: una vera carneficina sociale che produce miseria, disperazione e suicidi. L’Italia sta tornando rapidamente alla fine secolo XIX. 

Per questo ritengo fondamentale lo scambio di esperienze e di contro-informazione tra i popoli latinoamericani e quelli europei, oggi cannibalizzati dalla crisi strutturale del capitalismo. In tutto questo, gioca ovviamente un ruolo enorme la concentrazione di potere mediatico, che costituisce l’ostacolo principale da abbattere nella “battaglia delle idee” di cui parlava ‘el prócer’ cubano José Martí. Cosa ne pensi, in quanto operatore della comunicazione indipendente, impegnato nel tuo paese in una radio comunitaria e altri mezzi costruiti dal basso?

In quanto sostenitore critico del processo attuale promosso dal governo di Cristina, non posso che vedere di buon occhio la Ley de Medios, promossa dal Congreso nel 2009 e che viene a superare una precedente, scandalosa legge voluta dalla Dittatura Militare negli anni ’60. Non fu un progetto del governo, bensì il risultato di un lavoro di circa 20 anni delle organizzazioni sociali di base. Tuttavia, già da prima che fosse discussa dal Congreso, avevo chiari alcuni dei suoi lati ingannevoli. Che succede con questa legge? Del 33% di spazi per le radio e i media indipendenti previsto dalla legge, la gran parte è andato a media che si dicevano alternativi ma che avevano già in pratica negoziato con il Governo la loro inclusione a priori (una parte minore invece è stata assegnata a esperienze davvero valide, tipo le radio di scuola e questo mi piace molto). Questi presunti alternativi, nell’istituzionalizzarsi, sono diventati a loro volta dei monopoli. Bisogna anche tenere presente che una gran parte di questi alternativi “istituzionalizzati” tendono a indottrinare attraverso l’informazione e la propaganda, inculcando posizioni politiche anche contrarie al governo attuale. Noi, di fronte a questo quadro complesso, abbiamo scelto di rimanere alternativi all’alternativo, non indulgendo alla facile demagogia di accatto ma scegliendo di essere comunicatori a tutto tondo. Se io vengo a sapere che qua all’angolo c’è una famiglia con gravi carenze socio-economiche, non mi lancio nel programma a gridare contro i figli di puttana dell’oficialismo che non intervengono, questo è demagogia pericolosa. Io presento i fatti e cerco di non confondere questi con le opinioni, questa per me è comunicazione. Con tutto ciò, mi sembra fondamentale che esista questa legge, che venga applicata in barba a tutti i monopoli, quello del gruppo Clarín, come anche quello del potere giudiziario. Poi, si tratterà semmai di approfondirla, di estenderne la portata sociale e di sganciarla dalle strumentalizzazioni politiche di turno. Mettere al centro gli aspetti più puramente comunicativi ed educativi.

Rimanendo sulla politica nazionale attuale, credo di condividere il tuo punto di vista di appoggio critico agli aspetti “progressisti” di questo governo, per esempio, il principio dell’inclusione sociale per tutti i cittadini. Ci sono cose che, però a tutt’oggi mi riescono difficili da comprendere e digerire. Mi riferisco alla politica dei trasporti, che considero disastrosa e alle catastrofi ambientali e umane prodotte dalla mega-minería a cielo aperto. Inoltre, la ricchezza nazionale mineraria viene letteralmente regalata alle multinazionali straniere con solo un 3% di diritti percepiti dalle province (spesso la provincia restituisce all’impresa straniera un 1% per rimborsi relativi al trasporto fuori dal paese delle risorse saccheggiate: una roba che grida vendetta). Riguardo alle concessioni ai privati nel campo dei trasporti: ma secondo te, com’è possibile che, dopo la tragedia dell’Once [incidente ferroviario del  febbraio 2012, costato 59 vittime e dovuto alla mancanza di manutenzione da parte delle concessionarie private, appaltatrici del servizio per conto del Ministero dei Trasporti, Nota del Curatore] il governo non abbia decretato il ritiro di tutte le concessioni ai privati e, magari, la rinazionalizzazione e il rilancio delle ferrovie pubbliche, distrutte all’epoca di Menem?

Sono temi e progetti che tengono chiusi nel cassetto, non è  facile tirarli fuori impunemente, per la forte resistenza delle camarillas di potere economico-politico. Sono convinto, per esempio, che la riforma del sistema di trasporto sia nei piani del governo di Cristina: prima dell’ultima elezione, ho parlato con un esponente del governo che mi diceva come per loro fosse strategico rinazionalizzare tutto il settore. Eppure, la resistenza dei settori imprenditoriali coinvolti nell’attuale gestione privatistica è talmente forte, che impedisce qualsiasi iniziativa governativa in questo senso. Lo stesso succede con la mega-minería: questo disastro che sta saccheggiando le risorse nazionali del paese lasciando dietro di sé una lunga sequela di devastazioni ambientali (inquinamento delle falde acquifere, distruzione con dinamite di intere zone di alta montagna, distruzione di ecosistemi), dietro contro-partite economiche del tutto irrisorie per le comunità locali, viene tollerato perché vi sono troppi interessi sporchi delle camarillas provinciali, legate a doppio filo agli equilibri di coalizione governativa. Finché non si costruiranno dal basso blocchi di potere popolare capaci di riequilibrare queste situazioni, non si arriverà mai a risolvere queste tematiche in favore dei superiori interessi nazionali.

-In definitiva, Norberto, come vedi la situazione planetaria di questo scorcio di secolo XXI, tra le prospettive di distruzione indotte dall’attuale sistema capitalistico e la speranza di un nuovo modello, promosso dai paesi dell’ALBA qui in Sudamerica?

Come diceva un grande Italiano, oppositore acerrimo di capitalismo e fascismo, Antonio Gramsci, leggo la storia passata e attuale in base alla formula del pessimismo della ragione e dell’ottimismo della volontà. Bisogna mettere in campo un eccezionale sforzo di contro-informazione e comunicazione critica, per diffondere una nuova coscienza liberatrice nelle masse oppresse di tutte le parti del mondo. Questo sforzo, già da diversi decenni, è presente nei processi reali di liberazione dell’America Latina. Si tratta di una tensione eroica verso l’indipendenza e la sovranità economica, politica e culturale, nell’ottica dei padri precursori dell’indipendenza, come San Martín, Moreno, Bolívar e Martí solo per citare i nomi più grossi. Pensa un po’ che significa liberazione dall’imperialismo culturale: un processo enorme e impegnativo, che potrà intraprendere qui da noi solo il popolo su se stesso, inteso come intellettuale collettivo, quando si sarà di nuovo immerso nelle radici della propria carnale identità criolla, mestiza e india, nelle parole di R. Kush. Questa tensione verso la liberazione dalle catene dell’oppressione del capitalismo, io la vedo essenzialmente come un atto d’amore: la rivoluzione come atto d’amore, secondo la visione di un altro grande del XX secolo, Ernesto Che Guevara. Nella convinzione che al centro delle relazioni umane deve essere l’uomo stesso e non il denaro o la merce. Perché, se, alla fine uno si mette a pensare, cos’è che più conta nelle nostre vite quotidiane? Forse, quanti bigliettini colorati di carta abbiamo nel nostro portafoglio o non piuttosto la qualità delle nostre relazioni umane e ambientali, la salute di cui godiamo, una casa degna, l’istruzione a cui possiamo tutti accedere, l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo, l’arte, la cultura che possiamo tutti creare e di cui possiamo godere egualmente? La rivoluzione è, fondamentalmente, questa ricerca del tutto umana e umanistica verso un mondo più abitabile e una vita più accettabile, per tutti.

-Grazie mille, Norberto, per le tue bellissime parole di speranza. Spero che anche il popolo italiano riesca ad apprezzarle e a trarne perle di saggezza politica. Mille complimenti e auguri per il tuo lavoro di comunicatore e attivista politico.

Grazie anche a te e ai compagni dell’associazione ALBA.

[Edizione a cura di Gabriele de Martino di Montegiordano]

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