Con le missioni bolivariane Hugo Chávez ha iniziato a saldare il debito sociale

di Alexander Escorche Caña

Il Presidente ha inaugurato più di 20 programmi

La salute, l’educazione, l’alimentazione, la casa e lo sport sono alcuni degli ambiti interessati

Più di 20 missioni tenute a battesimo dal Presidente Chávez a favore delle venezuelane e dei venezuelani. Tali programmi sociali diretti all’alimentazione, alla salute, all’educazione e alla preparazione al lavoro, sono alcune delle maggiori conquiste del Governo Bolivariano. Grazie a loro è stato possibile iniziare a saldare il debito sociale lasciato dalla Quarta Repubblica.

Sembra, infatti, che non ci sia una sola persona nel paese che non abbia tratto beneficio dalle missioni, come elemento di congiunzione tra il potere costituito (il Governo Nazionale) e il potere costituente (il popolo organizzato).

Come sostiene il testo Missioni Bolivariane della Collezione Temi di Oggi, pubblicata dal Ministero del Potere Popolare per la Comunicazione e l’Informazione, le missioni «stanno generando una nuova realtà, includendo gli aspetti culturali, psicologici, ideologici e filosofici, oltre che nella realtà concreta e pratica che stanno dando vita nel sociale, nell’aspetto economico e nell’educativo».

Di seguito alcune delle più significative:

Missione Alimentazione

È iniziata nell’aprile del 2003. Comincia come punta di lancia per consolidare la sovranità alimentare.

Il Presidente ha reiteratamente evidenziato l’importanza che il Governo venezuelano attribuisce al controllo dell’alimentazione del popolo per evitare chi si ripetano atti quali il sabotaggio petrolifero ed alimentare degli anni 2002 e 2003.

La missione alimentazione ha beneficiato a non meno di 15 milioni di persone in tutto il paese, come afferma il Ministro del Potere Popolare per l’alimentazione Carlos Osorio.

Missione Barrio Adentro I, II, III, IV

Nell’anno 2003 si avvia la Missione Barrio Adentro, per rispondere ai bisogni della popolazione venezuelana che durante più di 40 anni è stata esclusa dal Sistema Sanitario.

L’obiettivo di garantire il pieno accesso ai servizi di salute integrati e di qualità, per dare risposta ai bisogni sociali della popolazione, soprattutto per quella più emarginata, in conformità con i principi di equità, universalità e giustizia.

Tale missione iniziò con i Moduli di Barrio Adentro, costruiti nelle località con uno scarso accesso al sistema di salute convenzionale. La Missione Barrio Adentro comprende altre due tappe: Missione Barrio adentro II, che offre servizi completi gratuiti attraverso i Centri di Alta Tecnologia, Centri Diagnostici Integrali e le Sale di Riabilitazione Integrale; e Missione Barrio Adentro III, che cura la modernizzazione tecnologica e migliora l’infrastruttura della rete ospedaliera del paese.

Per fare fronte alle grandi necessità di pazienti con patologie specifiche è nata Barrio Adentro IV, che si occupa della costruzione di centri specializzati. È nata con la messa in servizio dell’Ospedale Cardiologico Infantile Gilberto Rodríguez Ochoa, inaugurato dal presidente Chávez il 20 agosto del 2006.

Missione José Gregorio Hernández        

Si dedica allo studio di tutta la popolazione che soffre di diverse tipologie di handicap o di malattie genetiche. È stata annunciata dal Presidente nel marzo del 2008.

Il leader socialista ha affermato che si è inaugurata questa missione con il nome del medico degli umili, data la sua esperienza a favore della salute dei poveri, e perché José Gregorio Hernandez «è un santo per il nostro popolo».

 Missione Sorriso

Nell’anno 2006 nasce questa missione che non ha precedenti, poiché è la prima volta che si assume in quanto politica di Stato la consegna di protesi dentali alla popolazione per riscattare i sorrisi e restituire l’autostima a milioni di venezuelane e venezuelani. Raggiungere i 10 milioni di venezuelani e venezuelane sorridenti è la meta di questa giovane e nobile missione.

Missione Barrio Adentro Deportivo

Il 31 luglio 2004 il Presidente Chávez ha avviato la Missone Barrio Adentro Deportivo con l’obiettivo di elevare i livelli di salute e la qualità della vita della popolazione, la promozione della pratica e dell’esercizio sportivo, l’impegno del tempo libero, la formazione di promotori sportivi e la sana ricreazione delle bambine, dei bambini, dei giovani, delle adulte e degli adulti.

Come ha avuto modo di affermare il Comandante: «nulla di meglio che l’esercizio fisico per prevenire i problemi cardiovascolari: camminare, correre. Nulla di meglio anche per la salute mentale, per la salute della famiglia, con la buona circolazione del sangue che ossigena il cervello, per lo studio, per coadiuvare lo sforzo educativo che stiamo facendo, per vivere di più abbiamo bisogno di vivere di più e meglio ogni giorno».

La Missione sportiva Barrio Adentro Deportivo è presente nei 24 stati del paese, attraverso programmi come il circolo dei nonni, la danza-terapia, la palestra lavorativa, la palestra infantile e la preparazione fisica per le donne in gravidanza.

Missione Scienza

Era il 12 aprile del 2005, durante la consegna dei Premi Nazionali di Scienza, Tecnologia e Innovazione, quando il Comandante Chávez parlò per la prima volta di questa missione. Tale missione è definita come il processo di inclusione e articolazione massiva degli attori sociali e istituzionali mediante le reti economiche, sociali, accademiche e politiche, a favore dell’uso massivo della conoscenza, in funzione dello sviluppo nazionale e dell’integrazione.

Missione Identità

Si pone l’obiettivo di riconoscere il diritto all’identità dei cittadini e delle cittadine, attraverso l’immediata iscrizione e il rilascio della Carta di Identità utilizzando appositi moduli su tutto il territorio nazionale, ciò riconosce, inoltre, il diritto a tutte le venezuelane e a tutti i venezuelani di partecipare ai processi elettorali, riconoscendo e ridando dignità alle persone.

La Missione Identità è nata con l’obiettivo di saldare il debito sociale con il popolo venezuelano che è stato per anni escluso. Adesso tute e tutti possono avere gratuitamente il documento di identità quando lo richiedono.

Missione Albero

La Missione Albero è nata il 4 giugno 2006. È un programma inedito di grande rilevanza, che si pone l’obiettivo di recuperare i boschi venezuelani attraverso il lavoro del popolo organizzato.

Tale programma mira a svegliare negli abitanti il loro interesse per il rimboschimento ed il recupero degli spazi degradati.

La Missione Albero è orientata a promuovere la partecipazione ed il protagonismo della comunità nella costruzione di un nuovo modello di sviluppo che si fonda sul recupero, sulla conservazione e sull’utilizzo sostenibile dei boschi per il miglioramento della qualità della vita della popolazione.

Missione Madres de Barrio

In accordo con le linee della Rivoluzione Bolivariana dirette alla rivendicazione dei diritti delle donne ed il riconoscimento del loro lavoro, è stata creata Madres del Barrio nell’anno 2006.

Si pone l’obiettivo di sostenere le casalinghe con scarse risorse economiche mediante la preparazione tecnica e la formazione del lavoro, con il fine ultimo di superare progressivamente lo stato di povertà.

Tale programma stabilisce anche l’inclusione di altre iniziative sociali e missioni come l’accompagnamento comunitario e il riconoscimento di un’assegnazione economica. Sono beneficiate le donne che svolgono il lavoro casalingo, come quelle che hanno persone sotto la propria autorità (figlie, figli, genitori o altri familiari), la cui famiglia non percepisce alcun introito o percepisce un introito inferiore al paniere di base.

Missione Che Guevara

È stata stabilita nell’anno 2004; è un programma di formazione tecnica, etica e politica, con valori socialisti. Nasce con la funzione di ottimizzare la Missione Vuelvan Caras, e si pone l’obiettivo di trasformare il sistema socioeconomico capitalista imperante nel paese per istaurare un modello economico socialista comunale.

Il suo principale obiettivo è la formazione completa della popolazione nelle attività produttive; allo stesso tempo si promuovono gli strumenti necessari per la creazione dei progetti produttivi, sostenibili, avendo come base la coscienza etica e la morale rivoluzionaria, a favore della crescita socioproduttiva del paese ed il consolidamento dell’economia comunale.

Si pone come fine ultimo il raggiungimento della povertà zero entro l’anno 2021.

Missione Negra Hipólita

È stata creata il 14 gennaio 2006. È un programma speciale destinato a rispondere ai bisogni accumulati di lavoro, alimentazione, qualità dell’habitat, della casa e della salute della popolazione in situazione di povertà estrema. La filosofia della missione risiede nel ricordo nel ruolo di nutrice ricoperto dalla schiava che si prese cura del Libertador e che riuscì con il suo amore a che il Padre della Patria divenisse un essere umano capace di sognare un mondo diverso, un paese libero.

Missione Cultura Corazón Adentro

Nasce nel 2006 per consolidare l’identità nazionale della popolazione venezuelana e per alimentare l’amore per la patria. È diretta alla ricerca dell’equilibrio territoriale, a prendersi cura di tutta la popolazione ed offrire alternative educative e lavorative ad ampi settori della popolazione.

Missione Musica

Tale programma sociale del Governo Bolivariano è stato annunciato dal Presidente della Repubblica nel settembre del 2007.

Il suo obiettivo è la consolidazione del sistema nazionale di orchestre e cori infantili e giovanili del Venezuela nonché l’incentivo nell’apprendimento della musica tra le bambine, i bambini e i giovani dei settori con minori risorse in tutto il paese.

Missione Guaicaipuro

Nasce con la finalità di eseguire, coordinare, promuovere, facilitare le politiche e i progetti diretti alla rivendicazione dei diritti dei popoli indigeni.

La rivendicazione delle comunità indigene è uno dei principali obiettivi della Rivoluzione Bolivariana essendo i popoli originari della patria.

Missione Rivoluzione Energetica

Tale programma avviato il 17 novembre del 2006, si propone di raggiungere l’efficienza energetica attraverso la razionalizzazione del consumo energetico e l’utilizzo delle fonti alternative, come l’eolica e la solare.

Tale progetto include la sostituzione delle lampadine incandescenti con lampadine a risparmio energetico, la sostituzione delle infrastrutture obsolete di gas, della gassificazione nazionale, fabbriche ed istallazioni di pannelli solari, di generatori eolici, creazione di norme di efficienza energetica, la ristrutturazione di fabbriche inefficienti e la sostituzione per il passaggio dal gasolio al gas naturale.

Missione Robinson

Tale missione è stata concepita come strategia concertata al fine di superare l’analfabetismo con l’appoggio delle organizzazioni sociali e delle istituzioni governative.

Le attività sono iniziate il 23 maggio 2003, con un piano pilota applicato nel Distretto Capitale e negli Stati Vargas, Miranda ed Aragua.

Il primo luglio del 2003 è iniziato formalmente il Piano Straordinario di Alfabetizzazione Simón Rodríguez, conosciuto come Missione Robinson.

Robinson I ha permesso che il 28 ottobre del 2005 il Venezuela diventasse Territorio Libero dall’analfabetismo, come riconosciuto dalla UNESCO; un paese, o un territorio entra in questa categoria se più del 96% della popolazione maggiore ai 15 anni è capace di leggere e di scrivere.

Il Governo bolivariano ha iniziato la Missione Robinson II il 28 ottobre del 2003, ha evidenziato il Presidente: «con il compito di includere non solo i diplomati della Missione Robinson I ma anche di tutte le venezuelane e tutti i venezuelani che non hanno potuto concludere i propri studi di educazione di base, a causa del sistema capitalista che ha dominato in Venezuela per più di 40 anni».

Missione Ribas

Il 16 ottobre del 2003 è stata creata la Commissione Presidenziale che ha portato a più di 770 mila venezuelane e venezuelani adulti la speranza di concludere il liceo per poter poi inserirsi nell’educazione universitaria.

Missione Sucre

Nel settembre del 2003 il governo Bolivariano ha incluso la Missione Sucre nel suo piano di Gestione rivoluzionaria. Tale iniziativa è nata come speranza per migliaia di giovani ed adulti che sognavano di realizzare una carriera universitaria. Il Venezuela è una delle nazioni con l’iscrizione universitaria più alta, stimata in due milioni e mezzo di studenti.

Con le Grandi Missioni il Presidente ha voluto rompere il nocciolo duro della povertà

Lo spirito della Grande Missione è un concetto che il Comandante Presidente ha teorizzato con il proposito di abbattere il muro della povertà.

Tale strategia include la creazione di organi superiori come spazi di direzione per superare gli ostacoli dello Stato burocratico.

En Amor Mayor

Questa è una iniziativa dedicata a ricompensare il lavoro degli anziani che non hanno potuto maturare la pensione. Fino al gennaio del 2013, 516.000 persone hanno ricevuto la propria pensione con questo meccanismo, secondo quello che riferisce la Ministra del Potere Popolare per l’Educazione Universitaria e vicepresidente dell’Area Sociale del Gabinetto Esecutivo, Yadira Cordoba. In questo programma si sono iscritti 1.120.574 adulte ed adulti.

Missione Figli del Venezuela

Si pone come obiettivo principale l’attenzione alle famiglie o madri sole principalmente con figli minori di 18 anni o con handicap, il cui introito sia sotto il salario minimo. Ciò permetterà di incidere nella riduzione dell’indice di povertà in molte regioni del territorio nazionale.

Consiste in un aiuto economico di 430 bolívares per figlia o figlio per quelle madri le quali le entrate economiche mensili siano inferiori al salario minimo. Oltre a questo apporto, le famiglie saranno registrate con l’idea di inserire i loro membri nelle attività educative e produttive, includendo la copertura sanitaria. In questa Grande Missione si sono registrate 1.212.709 persone (come rappresentanti dei nuclei familiari), ed attualmente si beneficiano di questo apporto 735.000 persone.

Missione AgroVenezuela

La Grande Missione AgroVenezuela garantisce il diritto alla sicurezza alimentare attraverso l’assistenza tecnica, dotazione di strumenti e finanziamenti per i produttori agricoli.

Vivienda Venezuela

La Grande Missione Vivienda Venezuela si propone di dare soluzione in maniera strutturale allo storico deficit abitativo che ha sofferto la popolazione venezuelana, in particolare i settori sociali più sfavoriti e vulnerabili.

Tale Grande Missione ha come sfida l’obiettivo di raggiungere la costruzione di 2 milioni di alloggi a scala nazionale nei prossimi anni.

Missione Sapere e Lavoro Venezuela

Con l’obiettivo di gettare le basi dello sviluppo di un sistema di lavoro produttivo liberatore per la transizione al socialismo, che contrasti e superi la logica del capitale, il Governo Bolivariano ha lanciato la Grande Missione Sapere e Lavoro Venezuela.

Ha come obiettivo combattere la disoccupazione e la sotto-occupazione, principalmente dei settori giovanili e delle donne.

A Tutta Vita Venezuela

Si tratta di una politica pubblica integrata di Stato con la quale si punta ad attaccare la criminalità e ridurre le situazioni vincolate al delitto, all’illegalità, agli incidenti stradali, ai disastri e alle emergenze, affinché tutta la popolazione venezuelana possa godere dei suoi diritti in un ambiente pacifico, al fine di raggiungere questo obiettivo tale Grande Missione conta con la Musica, lo Sport e l’impiego, come iniziative con le quali si contrasta l’assenza di attività nella popolazione giovanile. Contemporaneamente si lavora con la riorganizzazione e l’equipaggiamento dei corpi di sicurezza dello Stato, nella costruzione di una giustizia comunale ed una convivenza fondata sulla solidarietà.

[trad. dal castigliano per ALBAinFormazione a cura di Martina Tabacchini]

Uno Stato di Diritto e di Giustizia e la possibilità del Referendum revocatorio

CostituzioneLa Costituzione Bolivariana del Venezuela è disponibile integralmente in italiano grazie allo sforzo del Consolato venezuelano a Napoli, con la traduzione realizzata da Maria Vittoria Tirinato (Associazione ALBA) e con l’importante contributo e supervisione giuridica del Costituzionalista Carlo Amirante.

La Carta Magna è, tale come l’ha definita il Presidente Nicolás Maduro, il grande testamento politico del Presidente Hugo Chávez. Prodotto del dibattito nazionale, approvata con il Referendum del 5 dicembre del 1999, è una Costituzione che la gente ha sempre a portata di mano e che ha introdotto cambiamenti fondamentali rispetto a quella del 1961.

di Luigi Finotto

E’ un libro da leggere e da rileggere: avvincente, dinamico, dallo stile scarno ma efficace, mai noioso, con improvvise accelerazioni, a volte incontenibile come un fiume in piena che tutto stravolge e travolge, con colpi di scena e soluzioni inaspettate.

Non è un romanzo di Stephen King o di Philip Dick neanche un noir di Manchette o di Chandler e né tanto meno un’opera di Majakosky. E’, invece, la Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela.
Una narrazione suggestiva su un progetto di società alternativa e sulla costruzione di una democrazia possibile; non leggetela come una noiosa sequela d’articoli, non impantanatevi in qualche tecnicismo giuridico che qua e la inevitabilmente affiora ma, inoltratatevi riga dopo riga in questo grande ed operoso cantiere che è la Democrazia partecipata e possibile. I costituenti venezuelani non proclamano il socialismo, la proprietà pubblica dei mezzi di produzione e neanche la nazionalizzazione delle imprese esistenti, prevedono la proprietà privata e la libertà d’impresa eppure, rovesciano e smontano tutti gli assiomi giuridici ed economici del neo liberismo: tutte le politiche economiche e sociali occidentali dell’ultimo ventennio sarebbero al limite e in molti casi al di fuori della legalità costituzionale, in base alle coordinate stabilite dalla costituzione venezuelana, poiché gran parte di queste pratiche sono anti democratiche o a democratiche, invece, quest’agile volume di 120 pagine si sforza di realizzare le condizioni tecniche per costruire le decisioni nella condivisione e nella partecipazione.

Alcune linee-guida della Costituzione

La democrazia è una variabile indipendente e detta i tempi dello sviluppo e non viceversa; i diritti del lavoro attengono alla civiltà e alla crescita culturale e materiale del popolo, compreso il lavoro domestico (è la prima volta che questa attività ha dignità costituzionale) che crea valore aggiunto e produce ricchezza e benessere sociale; la libertà d’impresa esiste ma si confronta con altre forme d’attività economica che attengono, piuttosto, a quel protagonismo popolare che appare come il suggeritore occulto e permanente d’ogni passo di questa costituzione; si afferma e non si enuncia astrattamente, che tutti quei beni che per la loro natura e la loro fruibilita’sono collettivi, devono essere sottoposti ad un controllo democratico, perciò non possono essere privatizzati per non incorrere, appunto, in una contraddizione costituzionalmente insanabile (acqua, petrolio, gas ma anche sanità e istruzione); unico caso al mondo in cui si prevede per tutte le cariche elettive, la possibilità della revoca del mandato tramite referendum popolare e, comunque, sempre nell’ambito di un iter garantista e partecipato, impermeabile a qualsiasi tentazione populista, demagogica o dal sapore giustizialista.

Il punto più alto e qualificante di questo”manuale per l’uso della democrazia”e costituito da quegli articoli (dal 119 al 126) che attengono ai Diritti dei Popoli Indigeni. Siamo lontanissimi dalla filantropia o dallo sguardo benevolo e illuminato verso il buon selvaggio.

I popoli indigeni sono patrimonio del Venezuela, elemento decisivo e indispensabile alla vitalità economica, sociale e culturale di questo paese; a loro è riconosciuto il diritto alla proprietà collettiva delle terre, al godimento dei benefici dell’approvvigionamento delle risorse naturali presenti nei loro territori ed ogni forma di sfruttamento del suolo deve rientrare in un percorso d’informazione e consultazione dei popoli. Si garantisce, inoltre, la proprietà intellettuale collettiva (ad oggi, caso unico al mondo) delle conoscenze, delle tecnologie e delle innovazioni dei popoli indigeni.Ogni attività relazionata alle risorse genetiche e alle conoscenze a loro associate persegue benefici collettivi e, quindi, non è assolutamente brevettabile. Le conoscenze ancestrali che ancora producono vita, cultura e sistemi di relazione non sono PRIVATIZZABILI. Questi otto articoli, in particolare, sembrano la traduzione giuridica costituzionale di più di dieci anni di lotta Zapatista, in cui troviamo una proposizione di nuovi diritti e una rielaborazione ambiziosa e generosa di un’idea di partecipazione che superano la pachidermica e inadeguata democrazia rappresentativa in cui, ormai, sovranità e società sono corpi separati.

Le Costituzioni, si sia, sono come le impalcature o meglio ancora come le fondamenta di un edificio, poi, per la realizzazione dell’opera non dovrebbero mancare i muratori, i materiali, le condizioni metereologiche non avverse e anche la buona sorte.

Di seguito alcuni articoli:

Articolo 2. Il Venezuela si costituisce in Stato democratico e sociale di Diritto e di Giustizia, che sostiene come valori supremi del proprio ordinamento giuridico e della propria attività la vita, la libertà, la giustizia, l’uguaglianza, la solidarietà, la democrazia, la responsabilità sociale e, in generale, la preminenza dei diritti umani, l’etica e il pluralismo politico.

Articolo 3. Lo Stato assume come fini essenziali la difesa e lo sviluppo della persona e il rispetto della sua dignità, l’esercizio democratico della volontà popolare, la costruzione di una società giusta e amante della pace, la promozione della prosperità, del benessere del popolo e garantisce l’adempimento dei principi, dei diritti e dei doveri solennemente riconosciuti in questa Costituzione.

L’educazione e il lavoro costituiscono i processi fondamentali per conseguire tali fini.

Articolo 9. La lingua ufficiale è il castigliano. Anche le lingue indigene sono di uso ufficiale per i popoli indigeni e devono essere rispettate in tutto il territorio della Repubblica, costituendo patrimonio culturale della nazione e dell’umanità.

Articolo 58. La comunicazione è libera e pluralista e comporta i doveri e le responsabilità che indica la legge. Ogni persona ha diritto ad una informazione adeguata, veritiera e imparziale, senza censura, d’accordo con i principi della Costituzione ed al diritto di replica e di rettifica quando si veda danneggiata direttamente da informazioni inesatte o oltraggiose. I bambini, le bambine e adolescenti hanno diritto a ricevere un’informazione adeguata al loro sviluppo integrale.

Articolo 68. I cittadini e le cittadine hanno diritto a manifestare, pacificamente e senz’armi, nel rispetto dei requisiti previsti dalla legge.

É proibito l’uso di armi da fuoco e sostanze tossiche nel controllo di manifestazioni pacifiche.

La legge regola l’intervento dei corpi di polizia e di sicurezza nel controllo dell’ordine pubblico.

Articolo 72. Tutte le cariche e le magistrature elette dal popolo sono revocabili.

Trascorsa la metà del periodo per il quale è stato/a eletto/a il/la funzionario/a, un numero non minore del venti per cento degli elettori iscritti o delle elettrici iscritte nella corrispondente circoscrizione può chiedere la convocazione di un referendum per revocare il suo mandato.

Quando un numero uguale o maggiore di elettori ed elettrici che elessero il/la funzionario o funzionaria abbia votato a favore della revoca, sempre che abbia partecipato al referendum un numero di elettori ed elettrici uguale o superiore al venticinque per cento degli/delle elettori ed elettrici iscritti/e, il mandato si considera revocato e si procederà immediatamente a colmare la vacanza in conformità a quanto disposto da questa Costituzione e dalla legge.

La revoca del mandato per i corpi collegiali si attua in conformità con quanto stabilito dalla legge.

Durante il periodo per il quale è stato/a eletto/a il/la funzionario/a non si può proporre più di una richiesta di revoca del suo mandato.

Articolo 85. Il finanziamento del sistema pubblico nazionale sanitario è obbligo dello Stato, che integra le risorse fiscali, i versamenti obbligatori della sicurezza sociale e qualsiasi altra fonte di finanziamento fissata dalla legge. Lo Stato garantisce un budget per la sanità che consenta di realizzare gli obiettivi della politica sanitaria.

In coordinamento con le università ed i centri di ricerca, si promuove e si sviluppa una politica nazionale di formazione di professionisti, tecnici e tecniche ed una industria di produzione dei beni per la salute.

Lo Stato regola le istituzioni pubbliche e private di sanità.

Articolo 88. Lo Stato garantisce l’uguaglianza e la parità tra uomini e donne nell’esercizio del diritto al lavoro. Lo Stato riconosce il lavoro domestico come attività economica che crea valore aggiunto e produce ricchezza e benessere sociale. Le casalinghe hanno diritto alla sicurezza sociale in conformità alla legge.

Articolo 102. L’educazione, quale diritto umano e dovere sociale fondamentale, è democratica, gratuita e obbligatoria. Lo Stato la assume come funzione irrinunciabile e di massimo interesse a tutti i suoi livelli e modalità, come strumento della conoscenza scientifica, umanistica e tecnologica al servizio della società. L’educazione è un servizio pubblico e si fonda sul rispetto di tutte le correnti di pensiero, con la finalità di sviluppare il potenziale creativo di ogni essere umano nel pieno esercizio della sua personalità in una società democratica basata sulla valorizzazione etica del lavoro e sulla partecipazione attiva, cosciente e solidale ai processi di trasformazione sociale, connessi ai valori dell’identità nazionale con una visione latinoamericana e universale. Lo Stato, con la partecipazione delle famiglie e della società, promuove il processo di educazione civica, in accordo con i principi contenuti nella presente Costituzione e nella legge.

Articolo 316. Il sistema tributario determina la corretta distribuzione degli oneri fiscali pubblici secondo la capacità economica del/della contribuente, rispettando il principio di progressività, nonché la difesa dell’economia nazionale e l’innalzamento del livello di vita della popolazione; a tale scopo, esso promuove un sistema efficiente di riscossione dei tributi.

 

Il Comandante Chávez ha dato un colpo definitivo al neoliberalismo

Chávez ci ha lasciato un’economia al servizio del popolo

I 14 anni del suo governo sono  stati segnati dalla vocazione bolivariana dell’unione dell’America latina, ha sostenuto il deputato socialista Jesús Faría.

di Manuel López

Così come è naturale per un progetto in costruzione, la maggioranza delle opere sono in via di realizzazione, ciò non significa però che non ne siano state realizzate molte e che non ci troviamo di fronte ad un percorso con fondamenta che sarà necessario rafforzare.

Enumerare le conquiste economiche del Governo Bolivariano durante questi 14 anni si trasformerebbe in una lista interminabile, per questo Jesús Faría, deputato dell’Assemblea Nazionale (AN) per il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), si è concentrato sulle grandi linee.

Il Presidente Hugo Chávez ci ha lasciato un’economia subordinata al popolo e ai suoi interessi. «Ci corre l’obbligo di oltrepassare la barriera del non ritorno, di rendere irreversibile la transizione al socialismo», questa è stata la riflessione del Capo di Stato presentando il Piano della Patria nel giugno del 2012 al popolo venezuelano, nell’atto di iscrizione della sua candidatura alla rielezione.

Il Comandante della Rivoluzione è stato chiaro nell’affermare che «questo è il tempo, come mai prima lo è stato, di dare volto e sentimento alla Patria socialista per la quale stiamo lottando». Questa è la lotta che deve persistere nelle forze progressiste del paese, ha aggiunto il deputato socialista.

Chávez ha conosciuto molto bene la realtà venezuelana, perché l’ha studiata e palpata con la sensibilità che gli ha dato il suo fiuto politico. «Non dobbiamo ingannarci: la formazione socio-economica che prevale in Venezuela è ancora a carattere capitalista e rentista. Certo, il socialismo ha appena iniziato ad attuare la propria dinamica al nostro interno».

Con la sua predica e azione, il leader bolivariano ha rianimato le forze progressiste nel mondo, nel momento in cui con il suo impeto e con la sua determinazione ha sconfitto il neoliberalismo, le politiche del consenso di Washington e i suoi pacchetti economici in Venezuela, un’azione che ha avuto i suoi impatti determinanti in America latina e nel mondo, ha ricordato Faría.

Il Comandante ha dato un colpo definitivo al neoliberalismo. Le politiche economiche che si sviluppano nel paese sono l’antitesi dei pacchetti del Washington Consensus. Il parlamentare del PSUV, evidenzia inoltre che: «Abbiamo uno Stato solido, politiche sociali con uno spettro impressionante, l’integrazione in opposizione all’egemonia del capitale transnazionale e fonti di energia al servizio del nostro popolo».

Una indimenticabile eredità

Il deputato ha anche sottolineato come Chávez abbia sempre sconfitto la destra venezuelana, perché ha messo l’economia al servizio del popolo, mentre i suoi avversari politici offrono sempre il solito pacchetto neoliberale.

Per fermare l’imperialismo la prima cosa che ha fatto il Comandante Chávez è stata riscattare la sovranità sull’industria petrolifera, un’azione che gli è valso il colpo di Stato stimolato dai grandi interessi delle transnazionali.

Il recupero di questo settore strategico – ci ricorda ancora Faría – è stato fondamentale per conquistare l’autonomia di gestione delle risorse finanziarie per l’investimento sociale, nonché l’infrastruttura fisica e produttiva.

La questione energetica è stata molto bene legata in questi 14 anni di Governo Bolivariano alla politica internazionale che ha mantenuto una direzione verso l’integrazione, per la quale il Comandante ha considerato fondamentale sbarrare il passo alla Alleanza per il Libero Commercio per le Americhe (ALCA) avanzata dal governo statunitense nella regione.

Il momento clou di questa strategia è stato il IV Summit delle Americhe che ebbe luogo a Mar del Plata, in Argentina nel 2005, l’influenza di Hugo Chávez fu decisiva insieme a quella dei presidenti Luis Inácio Lula da Silva e Néstor Kirchner.

Successivamente si è avuto l’ingresso del Venezuela nel Mercosur, il rafforzamento della CELAC, l’approfondimento dell’ALBA ed il SUCRE, nonché il rafforzamento delle relazioni con la Russia e la Cina. Faría ha evidenziato come tutti questi passi esprimano il prestigio internazionale del Comandante e l’avanzamento della linea della multipolarità da lui disegnata.

Altra importante eredità lasciata dal Comandante è la politica del recupero del potere d’acquisto dei salari e le rivendicazioni delle lavoratrici e dei lavoratori. Sostiene il parlamentare che «l’incremento delle retribuzioni minime risponde ad una politica salariale che va nella direzione della compensazione degli indici inflazionistici».

Per mantenere nel tempo queste politiche di rivendicazione della classe operaia, il Presidente approvò la LOTTT (Ley Organica del Trabajo, las Trabajadoras y los trabajadores).

Il processo di espansione economica è un’altra delle eredità di Chávez che contrasta con la crisi capitalista mondiale. Questo è servito come base del dispiegamento dell’offensiva sociale: impiego, alimentazione, salute e proprietà della casa, attraverso la grande Missione Vivienda Venezuela.

La formazione di un nuovo tessuto socio-produttivo, orientato a trasformare la realtà venezuelana, è un altro dei grandi obiettivi che sono in cammino per la costruzione di una società moderna. «Non possiamo pensare alla possibilità di approssimarci verso il socialismo se non si raggiunge un alto livello di sviluppo delle forze produttive», ha sostenuto il presidente della Commissione di Finanza e Sviluppo Economico della AN.

Su questo percorso di transizione il Comandante si è anche preoccupato di includere nuove forme di proprietà che dessero forma al Socialismo del XXI secolo, come quelle comunitaria, sociale diretta ed indiretta, ed ovviamente, la statale e la privata, che già esistevano, per intensificare e consolidare il processo di transizione al socialismo, nell’ambito di un modello proprio che ha le sue fondamenta nell’ispirazione umanista del Libertador Simón Bolívar.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione a cura di Pier Paolo Palermo]

Chávez lascia come eredità politica la Costituzione e la Rifondazione del paese

di Vanessa Davies*

Non ha solo messo fine al puntofijismo ma ha anche aperto la strada alle forze del cambiamento

Dal “Per adesso” del 1992 il Presidente mise sul tavolo il progetto che avrebbe fatto proprio: quello della ricostruzione nazionale, la rivendicazione della venezuelanità e la partecipazione popolare

Il 4 febbraio del 1992 un tenente colonnello di nome Hugo Rafael Chávez Frías sorprese il paese, poiché, nonostante non fosse riuscito a raggiungere l’obiettivo della presa del potere, sembrava di tutto tranne che un uomo sconfitto. Affiancato da militari che furono leali al regime dell’allora presidente Carlos Andres Perez, Chávez fece un proclama il quale dimostra che in pochi secondi un uomo come lui poteva cambiare il corso della storia: «Prima di tutto voglio augurare buongiorno a tutto il popolo del Venezuela, questo messaggio bolivariano è diretto ai valorosi soldati che si trovano nel Reggimento Paracadutisti di Aragua e nella Brigata Blindata di Valencia. Compagni: Sfortunatamente, per adesso, gli obiettivi che ci siamo prefissi non sono stati raggiunti nella Città capitale. Vale a dire, Noi, qui a Caracas, non siamo riusciti a prendere il controllo del potere. Voi avete svolto molto bene il vostro compito, lì, ma adesso è l’ora di riflettere e si presenteranno nuove situazioni, il paese deve dirigersi definitivamente verso un migliore destino. Quindi, ascoltate le mie parole. Ascoltate il Comandante Chávez, che vi lancia questo messaggio, affinché, per favore, riflettiate, e deponiate le armi, perché adesso, in verità, gli obiettivi che ci siamo prefissi a livello nazionale, è impossibile che siano raggiunti. Compagni: ascoltate questo messaggio solidale. Vi ringrazio per la vostra lealtà, vi ringrazio per il vostro coraggio, vi ringrazio per la vostra generosità, ed io di fronte al paese, e di fronte a voi, assumo la responsabilità di questo movimento militare bolivariano. Molte grazie».

Dopo essere stato imprigionato nella Caserma San Carlos, a Caracas, Chávez si trasformò in un grattacapo per un governo che già era stato ferito a morte il 27 febbraio del 1989 (con la ribellione popolare contro il “paquetazo” neoliberale) e che ricevette la stoccata mortale il 4 febbraio 1992. Tradotto nel Carcere di Yare (Stato Miranda) non smette di essere un grande riferimento per coloro che sognavano un paese diverso, e riuscì a mettere insieme docenti, pensatori, studenti e lavoratori in un progetto patriottico.

Liberato nel 1994 dal regime di Rafael Caldera,  si dedicò a percorrere tutto il paese per tessere le reti del trionfo elettorale del 1998.

Una volta raggiunta la vittoria cominciò un processo di rifondazione del paese che portò alla consulta popolare per Convocare una Assemblea Costituente, elaborare una nuova Magna Carta, sottometterla a Referendum e dare inizio alla trasformazione radicale del Venezuela.

Una nuova realtà

«Chávez accompagnò l’inizio di un nuovo tempo storico e una nuova realtà», riassume così – in una conversazione con il Correo del Orinoco – lo storico Pedro Calzadilla, ministro del Potere Popolare per la Cultura.

La sua prima grande sfida è stata la trasformazione dell’ambito giuridico, la Costituzione e le leggi, sottolinea Calzadilla. Dopo ha proseguito con il compito di eliminare la povertà estrema, fare uno sforzo «per dare al nostro popolo salute e prendersi cura di chi versava in condizione di abbandono in tutti gli angoli del paese».

Il Comandante, continua Calzadilla, «canalizza la rottura con il Puntofijismo che si ebbe nel 1989 e dirige questa frustrazione storica che AD, Azione Democratica, offrì al paese senza mantenere le promesse».

Quel Puntofijismo «fu liquidato dal popolo nelle strade il 27 ed il 28 febbraio del 1989», conclude Oscar Shémel, presidente della società di inchiesta Hinterlaces. Tali manifestazioni popolari, a suo giudizio, aprirono le porte «a quella che più tardi sarebbe stata la Rivoluzione Bolivariana».

Shémel evidenzia che effettivamente «il cambiamento della Magna Carta è stato uno dei suoi primi successi», ma ciò che ha più importanza è stato il fatto di aver ridato la dignità ai settori popolari: «insegnando loro che sono esseri umani e cittadini portatori di diritti».

Aggiunge inoltre che «questa è una delle conquiste più importanti che la gente percepisce come eredità fondamentale della opera del Presidente».

Azione umanista

Il leader si è messo di fronte «ad un’azione umanista, umanitaria: riscattare dalla miseria milioni di venezuelani che vivevano in condizione di totale esclusione, credo che questo è stato il grande compito. Questa battaglia umanitaria ha continuato per ampliare l’accesso alle cose fondamentali, senza abbandonare le altre», evidenzia Calzadilla.

Cosciente anche del fatto che a essere in gioco era l’essere umano integralmente e non solo le soddisfazioni delle sue necessità di base, mise mano al sistema educativo. «L’inclusione educativa e culturale è ed è stata una delle grandi battaglie, e in questa ritroviamo un risultato eccezionale», ricorda il ricercatore.

Per Calzadilla, la prima grande conquista culturale ed educativa è essere riusciti a sradicare l’analfabetismo, che non è certo: «una cosa qualsiasi: tutta la Rivoluzione si è concentrata lì in un’azione che passerà alla storia».

Chávez ha ridato dignità ed inclusione al popolo, cosa che nemmeno il suo più acerrimo nemico è in grado di mettere in dubbio. Sostiene che «egli è venuto a parlare, a difendere, a dare battaglia e a diventare il leader dei poveri del Venezuela, coloro che non avevano mai avuto nulla tranne che le briciole della politica».

Non solo ha resistito alle pressioni dei gruppi economici, ma si è mantenuto fedele al popolo più povero, quello che lo ha accompagnato nell’Accademia Militare per l’estremo saluto, sostiene lo storico, «tutto quello che ha fatto Chávez e che noi continueremo a fare, è a favore degli umili».

L’orgoglio di essere venezuelano

Tutto ciò che era guardato male dalle elites, è adesso, motivo di orgoglio, e la ragione è molto semplice: il Presidente lo ha evidenziato, lo ha collocato nei mezzi di comunicazione e nella vita quotidiana. Ha fatto sì che la bandiera nazionale, che le canzoni de los llanos e che il Venezuela costretto nella penombra dell’oblio prendesse il ruolo da protagonista».

Era uno del popolo, come tanti, e parlava la lingua del popolo. Chi non si sentiva rappresentato nelle sue parole quando parlava delle famiglie che non avevano di che pagare l’affitto, o comprare un auto, o tanto meno godere di una vacanza? Chávez ha rivendicato la cultura del popolo, la sua maniera di essere, di vivere, il suo umore e il suo modo di festeggiare.

Tutto ciò che era mal visto dalle elites, che causava vergogna, Chávez gli dette dignità in catena nazionale. La consevas de coco, el sancocho in riva al fiume.

Per tutto ciò, in quanto storico e rivoluzionario, Calzadilla considera che «la maggior conquista di questi anni del Presidente in carica nel ruolo di Primo Magistrato è quello di aver recuperato l’orgoglio di essere venezuelano, l’orgoglio per le cose che abbiamo».

Questo, aggiunge, «non lo ha fatto nessuno dei presidente nella storia del Venezuela, che si piegarono all’imperialismo o furono sleali con il popolo, ad esempio come José Antonio Páez, a proposito di tradimenti, nel XIX secolo, non resistette alle pressioni».

Bolívar siempre

Simón Bolívar è sempre stato sulla bocca del Capo di Stato; il recupero del Libertador, forma parte della sua eredità politica. «Chávez ci ha fatto scoprire che Bolívar rimaneva intatto nel cuore del nostro popolo. Ci ha fatto scoprire che esisteva un Bolívar insorgente, ribelle, popolare che era il referente della speranza che la elite tentò di eliminare e trasformare in qualcosa di freddo, distaccato dal presente».

Il Presidente, continua Calzadilla, «ci ha mostrato che esisteva la possibilità della redenzione spirata in Bolívar, con il recupero dei suoi principi e valori; la giustizia sociale, l’uguaglianza, la democrazia profonda, l’educazione popolare e la sovranità nazionale. Questo è il Libertador che si trasforma nel supporto ideologico della Rivoluzione bolivariana».

Gesù Cristo, evidenzia, «è stato l’altra forza nella quale si ispira il Comandante Chávez nella sua vocazione a favore del popolo, nella sua difesa dei poveri». Afferrato a Cristo è passato all’eternità l’uomo al quale il Venezuela intero gli deve il paese nuovo del presente.

[trad. dal castigliano per ALBAinFormazione a cura di Pier Paolo Palermo]

«L’amicizia tra i popoli» a San Marcellino (CE)

di Danilo Della Valle

Si è svolta il 30 Giugno, presso il comune di San Marcellino (provincia di Caserta), la 21° tappa del “Festival dell’Impegno Civile”. L’evento è stato promosso dal comitato “Le terre di Don Peppe Diana” e dal Coordinamento Provinciale di “Libera” di Caserta, sotto l’alto Patronato del Presidente della Repubblica.

Per quanto riguarda il Festival nella sua complessità, si tratta della prima manifestazione italiana ad esser interamente realizzata sui beni confiscati alla criminalità organizzata delle province di Napoli, Caserta, Avellino e Benevento.

La tappa di San Marcellino è stata affidata alla neonata Organizzazione No Profit “Quarantunesimo Parallelo”, organizzazione che si propone come mezzo di informazione e di sensibilizzazione riguardo le tematiche della cooperazione internazionale, dell’educazione allo sviluppo e della promozione culturale e territoriale.

Per la location, l’Organizzazione “Quarantunesimo Parallelo” ha scelto un bene confiscato alla criminalità organizzata sito in San Marcellino, provincia di Caserta, che oggi ospita la Caserma dei Vigili Urbani e la Pro Loco. Il tema della giornata è stato quello dell’integrazione tra le comunità di migranti e le popolazioni indigene, argomento molto attuale per quel che concerne il territorio della provincia di Caserta, dove il livello di immigrazione è molto alto e nel corso degli anni non sono mancati problemi tra le varie comunità e la popolazione locale. In particolare, il Comune di San Marcellino è molto attento alle problematiche inerenti l’integrazione in quanto è sede della più grande Moschea della Campania.

La giornata, è cominciata con i saluti dell’Amministrazione Comunale, della rappresentanza della Provincia di Caserta e della Regione Campania, che hanno voluto esaminare la situazione dei migranti sul territorio e le problematiche inerenti la loro integrazione, e con la spiegazione del progetto del “festival dell’impegno civile” da parte dell’Associazione Libera.

Dopo l’accoglienza ed i saluti iniziali la 21° tappa è entrata nel vivo, i componenti dell’Organizzazione “41° Parallelo” hanno dato il via ai “lavori” presentando gli invitati, a cui è stata data la parola. Il primo intervento è stato quello del dott. Luigi Sarnataro, del Centro “Yalla”, che ha illustrato tutto il lavoro dell’Associazione che si occupa, tra l’altro, di mediazione culturale, un’attività molto importante visti gli imponenti numeri dell’immigrazione in Campania e la varietà di comunità presenti sul territorio. Per il Centro “Yalla”, oltre al dott. Sarnataro, è intervenuta la dott.ssa Francisca Mahawasala che ha arricchito l’intervento precedente spiegando le difficoltà che i migranti hanno quando si trovano a vivere in un altro Paese e l’impegno dell’Associazione “Yalla” che con i suoi progetti cerca di garantire diritti e pari opportunità alla popolazione immigrata, nonché di informare e sensibilizzare l’opinione pubblica italiana alla cultura dell’accoglienza. E’ toccato poi al presidente dell’Associazione “ALBA – per l’amicizia e la solidarietà tra i popoli”, Ciro Brescia, che ha presentato il lavoro di cooperazione che l’associazione porta avanti con le realtà sia istituzionali che associative del continente Sud Americano ed in particolare con l’Associazione Nazionale delle Reti ed Organizzazioni Sociali del Venezuela.

Ciro Brescia ha inoltre raccontato l’esperienza avuta con il Sistema delle Orchestre e dei Cori Giovanili ed Infantili, progetto didattico che si sta diffondendo in Italia e che è stato ideato nel 1975 dall’economista venezuelano José Antonio Abreu. Ha descritto come lo studioso sudamericano aveva individuato nell’esperienza dell’Orchestra una società attiva,  una impresa collettiva dove, solo tramite l’impegno di tutti, si può progredire celermente verso il miglioramento delle prestazioni. Ha inoltre spiegato come con questo progetto, il Venezuela è riuscito a far sì che centinaia di migliaia di bambini hanno potuto imparare a suonare uno strumento; lo Stato ne affida uno ad ogni bambino, e hanno così potuto appropriarsi di un diritto, da Abreu definito sociale, senza che questo diritto fosse appannaggio solo delle classi sociali più elevate.

L’intervento, molto apprezzato dal folto pubblico, è stato poi ripreso dalla dott.ssa cubana Indira Pineda, responsabile dell’Istituto Cubano dell’Amicizia tra i Popoli, che ha portato una testimonianza diretta alla platea raccontando la sua esperienza personale di migrante in Italia. Ha inoltre approfondito l’argomento della cattiva informazione di cui l’Italia, e più in particolare le popolazioni dei Paesi capitalisti, è schiava; cattiva informazione che non racconta i grandi progressi che i Paesi “non allineati” stanno avendo negli ultimi anni, che fa passare chiunque non sia d’accordo con la formula del libero mercato per un “dittatore”, ed epiteti equipollenti. La dottoressa cubana ha infatti ricordato come lei, figlia di un “paese povero” ha potuto studiare gratuitamente fino alla Laurea, ha spiegato come nel suo Paese l’istruzione e la sanità sono pubbliche e gratuite e di come la ricerca (al contrario dell’Italia) è supportata dal governo e va avanti a vele spiegate. L’intervento è stato attentamente seguito dalla platea che sembrava stesse facendosi parecchie domande su quello che effettivamente sta accadendo in Italia.

L’ultimo intervento, della prima parte della manifestazione, è stato affidato alla professoressa Lucia Monaco, del Coordinamento Campano contro le Camorre, che ha abilmente spiegato le finalità dell’Associazione e le problematiche che il territorio Campano, ed in particolare quello Casertano, deve affrontare ogni giorno per combattere la piaga della Camorra. Altro tasto molto importante questo perché molto spesso la criminalità organizzata si serve di parte degli immigrati come manovalanza da sfruttare per i propri loschi affari.

Alla fine degli interventi, è stata la volta del Documentario. “41° Parallelo” ha scelto il docufilm vincitore del Premio Jerry Maslow 2012 e che si occupa di raccontare la vita di due lavoratori stagionali nelle campagne pugliesi alle prese con condizioni di vita inumane. Dalla proiezione del docu-film si è potuto capire come il problema del caporalato sia ancora oggi una piaga sociale, soprattutto al Sud, che affligge migliaia di persone, per lo più immigrate.  Alla fine della pellicola molte persone, toccate dalle immagini crude del documentario, hanno espresso parole di amarezza, rispetto lo spettacolo visto, sperando di non dover più parlare dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo per l’arricchimento personale di qualche individuo. La giornata si è chiusa quindi con i saluti degli Organizzatori che hanno invitato gli ospiti e la platea all’aperto dove sono stati allestiti degli stand eno-gastronomici e dove si è esibita una rock band casertana, “gli Arcangeli”.

A margine della giornata, che ha sicuramente scosso le coscienze di molti dei presenti, ci sarebbe da chiedersi come mai il problema dei migranti non è stato mai affrontato in maniera decisa in gran parte del mondo “economicamente sviluppato”. Anzi, molto spesso il problema “immigrazione” è agitato per alimentare una guerra tra poveri, continuare ad abbattere i costi del lavoro nei Paesi sviluppati con la manodopera dell’ “esercito dei disperati immigrati” ed allo stesso tempo depredare le materie prime i Paesi “poveri” alimentando distruzione, immigrazione e vita da sfruttati.

 

Il Venezuela avrà un peso geopolitico su scala globale durante il XXI secolo

di Luis Bilbao*

Chávez è stato l’artefice di una cruciale sconfitta strategica dell’imperialismo. Più di chiunque altro è riuscito a comprendere la dinamica che in questo momento caratterizza l’imperialismo, più di chiunque altro ha agito con la lucidità ed il coraggio necessari per proporsi come  forza dirigente. La presenza alle sue esequie di 54 Capi di Stato e una decina di rappresentanti di altri paesi prova l’effettività della sua politica internazionale.

Non è stato a causa dell’agire di un individuo che nell’ultima decade lo scacchiere internazionale ha sofferto un drastico mutamento. Forze sprigionate dalla logica interna del capitale hanno reso possibile cambi di una tale grandezza che, nel fugace lasso di un decennio, hanno disegnato una nuova mappa geopolitica. Una mappa che non è ancora stata interpretata a dovere e nella quale gli USA hanno perso il loro antico posto di centro dell’equilibrio planetario e di capo inappellabile nelle questioni essenziali dell’economia, della politica e della guerra.

Non è stato a causa dell’agire di un individuo, questo è chiaro. Senza dubbio la intuizione profonda di questo cambiamento che è appena iniziato e la volontà di intervenire con un programma e una strategia capaci di orientare la congiuntura storica verso la consolidazione di un mondo a misura delle necessità umane, è stato il tratto distintivo di Hugo Chávez. Possiamo essere sicuri che il suo ruolo non solo ha pesato in maniera determinante nel corso iniziale di questi cambiamenti, ma andrà ben oltre nei tempi a venire.

Nessuno più di lui è riuscito a vedere la dinamica che disaggrega il potere imperiale e lo stesso imperialismo, nessuno è riuscito ad agire con la lucidità ed il coraggio necessari per proporsi in quanto forza dirigente. Per questo oggi il Venezuela si situa al centro dello scenario mondiale.

Onorevole responsabilità per il governo che adesso presiede Nicolás Maduro come incaricato prima e come Presidente eletto dopo. Onere storico per i lavoratori ed il popolo di un paese relativamente piccolo, scarsamente popolato, con una economia ancora sottosviluppata, e dipendente, che senza dubbio, pesa e peserà con maggiore influenza nel futuro dei rapporti di forza internazionali e nel disegno del mondo che viene.

Come succedeva nel secolo XIX nell’emisfero latinoamericano con l’influenza di Bolívar, ma oggi in misura maggiore, il Venezuela avrà influenza in questo XXI secolo su scala globale. Tale è il risultato dell’azione di Hugo Chávez nella politica internazionale degli ultimi 15 anni.

Pratica e Teoria

Poche forze politiche hanno compreso e ancora meno hanno accompagnato il percorso grazie al quale Chávez avrebbe conquistato quell’agire fulminante. La chiave può essere individuata in un concetto centrale: due strumenti transnazionali ed una energia senza pari accompagnata dal coraggio politico imprescindibile per rompere con la diplomazia capitalista.

Prima di entrare nella questione, una parentesi doverosa: la causa per la quale pochi, proprio nell’area della sinistra hanno compreso Chávez e in pochi l’hanno accompagnato, è dovuto ad un fatto tanto importante quanto dimenticato. Nel 1920, il Secondo Congresso della Terza Internazionale ha fatto qualcosa che per molti ancora oggi è del tutto sconosciuto: cambiò la parola d’ordine centrale con la quale Marx ed Engels hanno tracciato la direzione strategica della Prima Internazionale: “Proletari del mondo unitevi”.

L’Internazionale Comunista, allora diretta da Lenin e Trotskij, cambiò questo grido di battaglia con un altro: “Proletari e popoli oppressi del mondo unitevi”. Era nient’altro che l’inclusione della nozione di paesi sottomessi alle metropoli del capitale e del concetto di Fronte Unico Antimperialista.

Poco importa se Chávez abbia studiato o meno questo documento chiave della storia del pensiero rivoluzionario. Sta di fatto che è stato guidato da tale strategia: unire su tutti i piani e in tutto il pianeta, l’ampio spettro delle classi, dei settori e dei governi che in un modo o nell’altro cozzano con l’imperialismo.

A parte la sua ineguagliata militanza internazionale (deve essere ancora tracciata la mappa dei suoi innumerevoli viaggi realizzati in questi 15 anni), Chávez ha rincorso due strumenti transnazionali: uno per scontrarsi con questo, l’ALCA, e l’altro per costruirlo dal nulla: l’ALBA.

Ricordo come se avesse avuto luogo ieri la conferenza stampa finale dell’Incontro dei presidenti dei Caraibi, il 13 dicembre 2001. Nel suo svolgimento Chávez annunciò la creazione di una organizzazione la cui sigla, disse, concepì guardano l’orizzonte del mare all’inizio di quel giorno: ALBA.

Mentre spiegava questi concetti, intuì che questa proposta di formidabile proiezione strategica ma carente di qualsiasi articolazione reale, era una chiamata appassionata al mondo alla comprensione e all’azione. Un solo presidente rispose: Fidel.

Negli anni successivi molte volte Chávez ha raccontato, con il suo famoso senso dell’humor, l’aneddoto che delinea con chiarezza la realtà di allora: «il giorno seguente – raccontava Chávez – Fidel mi spedì una lettera chiedendogli che gli mandassi i documenti dell’ALBA. Quali documenti? Non ce ne erano!». Il fatto è che poco dopo, Cuba e Venezuela fondarono la Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America, inizialmente definita Alternativa Bolivariana per i Popoli della Nostra America.

Contro l’ALCA

Prima che l’ALBA spuntasse, già Chávez iniziò la battaglia contro l’ALCA. Lo aveva fatto, dalla metà del 2000, facendo fronte con un presidente estraneo al corso rivoluzionario che già era in marcia in Venezuela: il brasiliano Fernando Henrique Cardoso.

Cardoso agiva in funzione degli interessi della grande borghesia paulista, ma chiaramente scontrandosi con gli interessi USA ed i suoi piani per attivare la Associazione di Libero Commercio delle Americhe, ALCA.

Una citazione propria di un testo pubblicato nell’aprile del 2001 può rendere idea oggi del clima di allora:

«Le cause fondamentali per le quali la grane industria brasiliana si oppone all’eliminazione di qualsiasi restrizione doganale con il continente sono più che ovvie, non è certo necessario essere degli specialisti per comprenderlo: dal puto di vista delle esportazioni, l’industria brasiliana corre il serio rischio di perdere quote di mercato interno, il prodotto brasiliano dovrebbe misurarsi con la competizione straniera, che può essere migliore e più economica che quella nazionale, riconosce O Estado de Sao Paulo (4/4/01) il più potente quotidiano brasiliano (…) ciò che è certo è che Cardoso invitò ad una riunione di urgenza a Brasilia il presidente venezuelano Hugo Chávez, che come era prevedibile, non ebbe alcun dubbio a cambiare immediatamente la sua agenda per prendere parte a quello che sarebbe stato il suo ottavo incontro con Cardoso da quando assunse la presidenza nel 1999 (…) la nascita dell’asse Brasilia-Caracas lascerà la sua impronta anche nel caso che il “jeito mineiro” (i vacillamenti dei vertici governativi brasiliani) impediscano che intorno a lui cominci a muoversi un blocco che si scontri con le imperative esigenze di Washington”. Questo Articolo pubblicato nel Le Monde Diplomatique continuava con un altro il cui titolo è sufficiente per informare il lettore: “Il blocco Brasile-Venezuela impedisce che l’ALCA si anticipi”.

Con questa calcina lavorata pazientemente ed instancabilmente, Chávez riuscì, poi con altri protagonisti nella regione, ad assestare il colpo più duro e importante che gli USA hanno sofferto in termini strategici dalla sconfitta in Vietnam: il fallimento dell’ALCA, nella celebre riunione in Mar del Plata nel 2005. Egli con la sua concezione profondamente radicata – che sia essa esplicita o meno – della parola d’ordine “Proletari e popoli oppressi del mondo, unitevi”, è stato l’artefice di questa cruciale sconfitta dell’imperialismo.

Questi stessi concetti lo guideranno per dedicare enormi sforzi al gruppo dei 15, la riattivazione dell’OPEC, del Movimento dei Non Allineati, del Petrocaribe e di tutte quelle istanze internazionali che avessero offerto anche il più piccolo contributo per unire le forze contro il nemico imperiale fuori e dentro il Venezuela.

L’ALBA

La politica concepita da Chávez avanzò con un salto di qualità con la creazione dell’ALBA e la successiva inclusione dei paesi che nel 2008 arrivarono alla creazione del SUCRE, strumento fondamentale di tale progetto e che può andare oltre plasmando un nuovo disegno del sistema finanziario internazionale. Intanto in Venezuela iniziano a prendere corpo gli strumenti strategici della Rivoluzione: i Consejos Comunales – e chiave di tutto – il Partito Socialista Unito del Venezuela.

Un antico principio assicura che la politica internazionale di un paese è il prolungamento della sua politica interna. Dal 1998 il Venezuela si permette di ribaltare questo concetto: il piano di azione internazionale di Hugo Chávez e le nuove relazioni di forza regionali ed internazionali a cui ha dato origine hanno permesso e stimolato la radicalizzazione rivoluzionaria sul piano interno.

Mentre spingeva per la crescita e la consolidazione dell’ALBA, Chávez ha forzato (è necessario intenderlo letteralmente) la trasformazione della Comunità Sudamericana delle Nazioni nella Unione delle Nazioni Sudamericane. Non si tratta semplicemente né principalmente del suo gusto nell’inventare sigle, ma la distanza tra le comunità per l’integrazione e l’unione per l’emancipazione deve essere salvata, almeno a cominciare dal nome. Dopodiché c’è stata la CELAC, conquista reale e gravida di effetti potenzialmente di enorme importanza. L’inclusione del Venezuela nel Mercosur. L’ingresso di una forza anticapitalista in altre tante istanze nelle quali predomina la meschinità capitalista e perciò si frenano e si deviano costantemente, costituisce una pietra miliare della strategia del fronte antimperialista e rivitalizza le strutture che spesso sono paralizzate o agonizzanti.

Perciò l’ALBA si pone al centro di questa strategia: la definizione per il Socialismo del XXI secolo è la chiave di un’unione che, dipendendo dalla lucidità e dal coraggio dei suoi componenti, ha la possibilità di plasmarsi nella forma di unità superiori nel cammino della rivendicazione effettiva della Nazione Latinoamericana e Caraibica, aprendo decisamente così la strada alla confederazione socialista dei nostri paesi. Questa è la strada tracciata da Chávez.

L’Internazionale

Tutto questo, che già è tanto, non è però tutto. Chávez ha sempre sottolineato la differenza tra l’unità dei governi e l’unità dei popoli. Essendo costretto dal momento storico che lo obbligava prima di tutto ad avanzare principalmente attraverso diverse forme di fronte unico antimperialista con i più svariati governi e governanti, arrivò al punto di tentare di dare concretezza all’unico strumento che può rendere reale la consegna “Proletari e popoli oppressi del mondo unitivi”. Fu così che invitò il 21 novembre 2009 alla costruzione della Quinta Internazione.

È paradossale che nonostante avesse fatto tanta strada sul terreno dove lottava con Capi di Stato che sospettavano di lui ponendogli ostacoli ad ogni passo, non avesse avuto la possibilità di conquistare terreno proprio lì dove i convocati erano i partiti della sinistra, organizzazioni sociali, militanti e quadri rivoluzionari. Paradossale ed eloquente: l’uomo che ha riscattato dall’oblio e dall’obbrobrio concetti cruciali come Rivoluzione e Socialismo, Partito, Internazionale, non è stato compreso da coloro che in teoria dovrebbero stare davanti al Comandante.

Gli è accaduto lo stesso con il suo primo decisivo passo verso la rivoluzione e la gloria: con l’insurrezione del 1992, per regola generale delle sinistre, lo hanno lasciato solo in Venezuela e nel mondo. È altrettanto eloquente che nonostante ciò, Chávez, accompagnato e stimolato da milioni di persone, è stato il protagonista del fatto più rilevante dell’ultimo mezzo secolo: il rinascimento del socialismo.

Accadrà lo stesso nel futuro prossimo: le donne e gli uomini che invece hanno compreso e accompagnato Chávez, impugneranno la sua bandiera e la porteranno avanti, verso il futuro, verso l’emancipazione dell’America Latina e l’umanità tutta.

Non c’è nessuna magniloquenza, nemmeno un briciolo di misticismo in  tutto ciò: il compagno morto è un fautore della Storia perché ha sentito le necessità più profonde dei popoli, perché ha intuito con lampi di genialità l’andamento della crisi mondiale più grave della storia e perché ha saputo dargli risposta.

*giornalista argentino

[trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Ciro Brescia]

Jean-Luc Mélenchon: «La Revolución Ciudadana è la risposta alla crisi del sistema capitalista»

https://i0.wp.com/static1.purepeople.com/articles/2/67/29/2/@/504177-jean-luc-melenchon-paris-28-octobre-637x0-3.jpgdi Movimiento Alianza Pais

Jean-Luc Mélenchon in visita in Ecuador ha tenuto un discorso nell’ambito del convegno «Crisi europea e Politiche Alternative». Nel suo intervento, riferendosi al paese andino ha affermato: «La Revolución Ciudadana non è soltanto una consegna politica, è la risposta concreta alla crisi del sistema capitalista del nostro tempo».

Mélenchon è un politico francese, europarlamentare e co-presidente del Parti de Gauche (PG). È stato eletto senatore per il dipartimento dell’Essonne, poi europarlamentare nella Circoscrizione sud-ovest di Parigi, sotto le insegne del Front de Gauche: che comprende il Partito Comunista Francese, il Parti de Gauche e il Partito della Sinistra Unitaria. Ha preso parte come candidato alle elezioni presidenziali francesi del 2012 per il Front de Gauche.

L’evento svoltosi a Quito nel pomeriggio del 16 luglio 2013, organizzato dai «Concejos Ciudadanos y Sectoriales del Ministerio de Relaciones Exteriores y Movilidad Humana», ha potuto contare sulla partecipazione di Ricardo Patiño, Ministro degli Esteri della Repubblica dell’Ecuador, che ha affermato: «Non osiamo dare lezioni a nessuno, se qualcosa abbiamo appreso negli ultimi tempi è che non esiste un socialismo con la maiuscola, esistono molti socialismi, ogni popolo in ogni momento della sua storia deve decidere quale costruire. Non c’è altro modo per realizzare quest’utopia se non quello di continuare a toccarla ed esplorarla ogni giorno».

Il ministro ha poi annunciato che alla fine dell’anno sarà organizzato il «Primer Foro Internacional de la Revolución Ciudadana», che si terrà in Francia.

Da parte sua il politico francese ha compiuto un’analisi politica e storica sull’origine della crisi del Vecchio Continente, spiegando il funzionamento della Banca Centrale europea e come i «presunti aiuti» alle banche centrali abbiano causato la dipendenza totale di queste dal capitale.

Mélenchon crede che il socialismo ecologista rimpiazzerà la socialdemocrazia europea a un passo dal collasso nella crisi neoliberista.

Ha sottolineato inoltre il lavoro del governo di Rafael Correa indicandolo come esempio per tutto il mondo. Garantisce infine che la Revolución Ciudadana pone al centro del suo progetto l’essere umano, non come accade in altre parti del mondo dove questo luogo è occupato dai grandi affari.

[trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Fabrizio Verde]

Honduras tra le rovine del recente passato e la speranza per il futuro

di Giorgio Trucchi

Opera Mundi/Alba Sud.- Reportage sul 4° anniversario del colpo di Stato, pubblicato originariamente sul giornale brasiliano Opera Mundi. Non c’è nulla da festeggiare, ma molto da ricordare, per non dimenticare. Include interviste (in spagnolo) a Víctor Meza y Juan Barahona. 

Sono passati quattro anni da quella mattina del 28 giugno 2009, quando un grosso contingente di soldati ha attaccato, sparando, la residenza del presidente costituzionale dell’Honduras, Manuel Zelaya Rosales, costringendolo a salire su un aereo e a lasciare il paese in pigiama verso il vicino Costa Rica, ma facendo prima una “sosta tecnica” a Palmerola, la più grande base militare statunitense nella regione centroamericana.
Da quel momento, l’Honduras è immerso in una crisi politica, economica, sociale e di sicurezza senza precedenti, con un forte aumento della povertà, una crescente militarizzazione della società e una degenerazione accelerata delle istituzioni e dei poteri dello Stato.
Nel frattempo, i gruppi di potere emergenti e quelli che hanno orchestrato ed eseguito il colpo di stato hanno avviato una lotta interna per riposizionarsi e conquistare spazi in vista delle imminenti elezioni del prossimo novembre.
Un processo elettorale che per la prima volta in oltre 100 anni, si caratterizza per la rottura del bipartitismo classico, la cui crisi è stata accelerata dalla creazione e partecipazione di un movimento di base ampio e poliedrico e nuova forza politica, le cui radici sono profondamente legate alla lotta contro il colpo di Stato.
In questo senso, il popolo honduregno si dibatte tra una crisi strutturale della società, oggi ingigantita degli effetti nefasti che ha portato la rottura dell’ordine costituzionale, e una lotta di resistenza politica e sociale organizzata che alimenta speranze per il futuro.
“Sono stati quattro anni segnati dall’approfondirsi della rottura istituzionale dello Stato, sia in termini di sicurezza, di istruzione, di sanità e servizi di base, come dalla profonda crisi della politica e della giustizia”, ha detto a Opera Mundi, sociologo e analista politico Eugenio Sosa.
La violenza e l’impunità
Secondo i dati dell’UNODC (Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine), l’Honduras ha raggiunto nel 2012 il più alto tasso di omicidi nel mondo (86 ogni 100 mila abitanti), ovvero quasi 10 volte la media globale di 8,8 omicidi. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) definisce “epidemia” un valore che supera i 10 omicidi ogni 100 mila abitanti.
L’Osservatorio sulla Violenza della Unah (Università nazionale autonoma di Honduras) ha calcolato una media di quasi 20 persone uccise ogni giorno nello stesso anno. Il Pubblico ministero (Pm) riconosce che solo 20 dei 100 casi di omicidio sono indagati ed è infinitamente minore è la quantità di casi giudicati e che arrivano ad una condanna.
Lo scorso aprile, il Congresso ha nominato una Commissione d’indagine con l’obiettivo, tra gli altri, di effettuare una valutazione globale del Pubblico ministero e di sviluppare e attuare un miglioramento di tutte le sue strutture. In base ai risultati dell’indagine, la Commissione avrebbe potuto assumere, nominare, sostituire, ruotare o licenziare il personale di questo organo dello Stato.
Nonostante la nomina di questa Commissione sia stata criticata e addirittura considerata illegale per la procedura utilizzata per la sua creazione da parte del Parlamento, i suoi membri non solo continuano con le indagini, ma hanno anche ottenuto una proroga del mandato, che era di 60 giorni.
“Nel Paese vige una totale impunità e il sistema giudiziario funziona bene solo per i colpevoli, per coloro che hanno commesso il colpo di stato e non per le vittime”, ha detto il giornalista e comunicatore sociale Félix Molina.
Secondo lui, in questi quattro anni non ci sono state condanne esemplari che abbiano ridato dignità le vittime. “Non si percepisce la presenza della giustizia e quando questo accade, la gente fa difficoltà a percepire lo Stato”, ha detto.
Quando si parla di violenza e impunità è emblematico il caso del Bajo Aguan, al nord-est del paese. Lì, il conflitto agrario che è nato a causa dell’espansione delle monocolture di palma da olio e della mancanza di accesso alla terra per migliaia di famiglie contadine, ha lasciato un eredità di almeno 60 contadini uccisi dopo il colpo di stato. “Ad oggi, nessuno di questi casi è stato investigato, e nessuno dei responsabili è stato assicurato alla giustizia. L’impunità è totale”, ha detto Bertha Oliva, coordinatrice del Cofadeh (Comitato dei familiari dei detenuti scomparsi in Honduras).
Per due mesi, la Commissione ha indagato qualsiasi atto realizzato da ogni membro dell’istituzione e dopo diversi cambiamenti interni, rotazione del personale e mancato rinnovo dei contratti, due settimane fa ha presentato una relazione preliminare al Congresso. In tale relazione i membri della Commissione hanno rilevato le gravi irregolarità commesse dalle autorità del Pm e ha intrapreso i primi passi per accusare il Procuratore generale, Luis Rubí, e il sostituto procuratore, Roy Urtecho per abuso di potere e violazione dei doveri pubblici.
Come immediata conseguenza a questa relazione, la Commissione di Sicurezza del Congresso Nazionale ha raccomandato di rimuovere dall’incarico i due funzionari attraverso una procedura di impeachment. Nel suo rapporto preliminare, la Commissione del Congresso prende atto che i funzionari del Pm hanno commesso “gravi violazioni delle loro funzioni, poteri e doveri”, e che non hanno proceduto all’azione penale in diversi casi “causando una grave impunità a discapito della popolazione” .
La Commissione ha inoltre raccomandato al Congresso di “avviare la discussione di una nuova legge sul Pubblico ministero, che consenta all’istituzione di adempiere le funzioni e i poteri stabiliti dalle normative nazionali.” Sotto la forte pressione generata negli ultimi mesi, nella notte del 25 giugno, Luis Rubí e Roy Urtecho hanno rassegnato le dimissioni.
Tuttavia, l’ex direttrice del Dipartimento degli Affari interni della Polizia nazionale, Maria Luisa Borjas, ha assicurato a Opera Mundi che la grave crisi delle istituzioni e di tutti gli organi preposti a garantire e ad amministrare la giustizia è tutt’altro che finita.
Depurazione e rimilitarizzazione
Il livello di violenza e d’impunità nella società honduregna è direttamente proporzionale al grado di corruzione e all’infiltrazione della criminalità organizzata e del narcotraffico nelle istituzioni dello Stato, tra cui gli organi di pubblica sicurezza.
Di fronte a questa situazione, il presidente Porfirio Lobo, con il sostegno del Parlamento, dove gode di una larga maggioranza, ha lanciato un’offensiva contro la criminalità, la corruzione e l’impunità. Tuttavia, i risultati sono stati molto scarsi.
Nel giugno dello scorso anno, ha approvato il decreto di emergenza 89-2012, per avviare un processo di “epurazione” della polizia, durante il quale la neonata Diecp (Dipartimento di ricerca e alutazione della carriera di polizia) doveva realizzare test completi di affidabilità – tossicologici, psicometrici e socio-economici – ai funzionari di polizia.
Secondo la testimonianza di fronte al Congresso Nazionale del direttore del Diecp, Eduardo Villanueva, durante i quasi tredici mesi del processo di epurazione sono stati effettuati 774 test, che hanno prodotto 230 richieste di allontanamento che sono state sottoposte al Ministero degli interni. Di esse, 33 sono state convertite in ordini di espulsione, ma solo 7 sono state eseguite, su un totale di quasi 14 mila agenti in servizio.
“Come è possibile che gli ufficiali che non hanno passato le prove di affidabilità non solo non siano stati rimossi dall’incarico, ma che addirittura siano stati promossi o continuino a occupare posti di comando? Di che ‘epurazione’ stiamo parlando quindi?”, ha detto Borjas.
Per l’ex commissario, è evidente che si vuol far credere alla gente che esista davvero l’intenzione di epurare il corpo di polizia, “ma le loro azioni dimostrano il contrario”. E cita diversi esempi, tra cui l’ex portavoce del Ministero degli interni, Ivan Mejía Velásquez e il direttore generale della Polizia, Juan Carlos Bonilla Valladares.
Mejía Velásquez ha un mandato di arresto per violazione dei diritti umani, abuso di autorità e lesioni, mentre Bonilla, soprannominato “Tigre”, è stato indagato per aver commesso tre omicidi extragiudiziari e per il suo coinvolgimento in diversi casi di rapimento e sparizioni. Entrambi continueranno a occupare posizioni di rilievo nell’istituzione.
“Avrebbero dovuti sospenderli o perfino arrestarli, invece Mejía Velásquez è stato appena promosso come nuovo direttore della Polizia preventiva, mentre Bonilla Valladares occupa la carica più alta nell’istituzione,” ha dichiarato.
Borjas era responsabile del Dipartimento degli Affari interni quando, nel 2002, venne indagato Juan Carlos Bonilla. “Lo stavamo indagando per 13 casi di gravi violazioni, tra cui esecuzioni sommarie di giovani apparentemente membri di bande (pandilleros), ma alla fine riuscimmo a presentare solo un caso al Pm e non ci permisero di continuare il nostro lavoro”.
L’ex commissario ha riferito a Opera Mundi che è stata rimossa dall’incarico nel 2003, dall’allora ministro degli Interni Oscar Alvarez. “Hanno smantellato l’apparato logistico, licenziato il mio staff e gli investigatori e alla fine, hanno chiuso l’Unità speciale. Nonostante ciò, l’accusa è rimasta in piedi e il giudice ha emesso un mandato di arresto contro Valladares Bonilla e i suoi tre compagni: Carlos Arnoldo Mejía López, José Ventura Flores Maradiaga e Juan José Zavala Velasquez “, ha dichiarato.
Adesso, grazie a un’assoluzione derivante da un’accordo extragiudiziario firmato nel 2004 dal ministro Álvarez e dall’allora presidente della Corte suprema di giustizia, Vilma Morales, i quattro agenti continuano a occupare i più alti gradini della scaña gerarchica della Polizia “Bonilla Valladares gli serve per fare ‘pulizia sociale’ nel paese. Ciò dimostra che non vi è un reale interesse nel processo di epurazione, bensí paura di agire o addirittura collusione di politici, funzionari del Pubbico ministero e giudici con atti di delinquenza comune o con la criminalità organizzata”, ha detto Borjas.
Inoltre, questo processo di apparente lotta contro la criminalità e l’impunità è stato caratterizzato da una crescente militarizzazione del paese. “Le forze armate sono sempre più coinvolte in attività di pubblica sicurezza e hanno sempre più potere. Sono state create nuove unità speciali, corpi d’elite e Task Force congiunte. Non vi è alcun dubbio che dietro questo processo di rimilitarizzazione e di cambio continuo delle massime autorità degli Interni vi siano gli Stati Uniti e il loro progetto egemonico nella regione”, ha detto Eugenio Sosa.
Progetto egemonico
Per l’anno fiscale 2014, gli Stati Uniti prevedono un leggero calo dei finanziamenti per la “guerra alla droga” in Messico e Colombia e un aumento per la Carsi (Iniziativa regionale di sicurezza per l’America Centrale), per la quale il Dipartimento di Stato ha chiesto 162 milioni dollari, vale a dire 26 milioni in più rispetto al bilancio del 2012. Anche se non sarà facile conoscere la quantità esatta che verrà dirottata verso l’Honduras attraverso diversi canali e programmi, è ovvio che il paese godrà di una attenzione privilegiata.
Recentemente, il Congresso Nazionale dell’Honduras ha approvato la creazione di mille nuovi posti nell’Esercito e di una nuova unità speciale della Polizia chiamata Tigres (Toma Integral Gubernamental de Respuesta Especial de Seguridad). “Si vuole aumentare il potere militare a discapito della pubblica sicurezza. C’è una chiara intenzione di ‘chiudere’ la polizia e di lasciare la gestione della pubblica sicurezza nelle mani dei militari”, ha detto il vicepresidente del Congresso, Marvin Ponce.
Nel 2011, il Pentagono ha aumentato la sua spesa militare nel paese del 71% rispetto all’anno precedente. Nonostante la grave crisi economica, politica e sociale che ha caratterizzato l’Honduras dopo il golpe, le ripetute accuse di corruzione, violazione dei diritti umani e di collusione con la criminalità organizzata rivolte alla Polizia nazionale e il fallimento del processo di riforma e depurazione, gli Stati Uniti continuano a mantenere attivi e a finanziare i loro programmi.
La direttrice del Programma Americhe del Cpi (Centro per la politica internazionale), Laura Carlsen, ha detto a Opera Mundi che gli Stati Uniti “vogliono avere un maggior controllo sulla strategie di sicurezza interna dei paesi centroamericani, soprattutto ora che diversi governi progressisti o di sinistra sono stati eletti in America Latina.
In questo senso – continua – gli Stati Uniti cercano di rafforzare la propria presenza militare per affrontare ciò che considerano una minaccia alla loro tradizionale egemonia nella regione”.
Secondo Felix Molina, si starebbero già vedendo parecchi segnali che mostrano la progressività di tale intervento nello scenario honduregno. “Prima c’è stato un interscambio di tecniche di addestramento e di informazioni tra il regime di Porfirio Lobo e la Colombia e poi è arrivata l’autorizzazione per creare nuove basi militari statunitensi nella Mosquitia e nei Caraibi.
Assistiamo anche all’arrivo, sempre più frequente, di alti funzionari del Dipartimento di Stato nordamericano e all’intervento diretto nei percorsi e analisi dell’azione penale, dell’epurazione della Polizia e nella creazione di diverse leggi “, ha detto il giornalista.
Tra le leggi contestate, Molina ha citato la legge Antiterrorismo, la legge d’Intervento nelle comunicazioni private, quella sui servizi segreti nazionali e sull’estradizione.
Nel marzo scorso, l’assistente segretario di Stato Usa per i narcotici,, William Brownfield, ha riferito in merito all’approvazione di un finanziamento di 16,3 milioni di dollari per creare una task force della Polizia per combattere i reati più gravi.
Mantenere l’Honduras sulle prime pagine dei giornali come la nazione più violenta al mondo e come uno “Stato fallito” farebbe parte, quindi, di una strategia nordamericana per giustificare un eventuale intervento diretto nel paese “Agli Stati Uniti interessa garantire i loro obiettivi e le loro priorità strategiche. È per questo che stiamo vedendo un aumento della loro presenza, insieme alla creazione di nuove basi militari nella regione e a un aumento loro progetti sociali e di cooperazione, dietro ai quali nascondono i loro veri interessi”, ha detto Borjas .
Un ruolo, apparentemente tranquillo e silenzioso, ma molto efficace nella pratica, che secondo Molina cerca di rafforzare istituzionalmente l’apparato di sicurezza dell’Honduras, ma che, in realtà, “si propone di rafforzare l’Esercito, cioè l’apparato che monopolizza la violenza e di garantire il loro controllo egemonico”.
Recentemente, 21 senatori degli Stati Uniti hanno inviato una lettera al Segretario di Stato, John Kerry, nella quali segnalano il “fallimento deludente del processo di epurazione”. Hanno inoltre chiesto trasparenza sui fondi erogati dagli Stati Uniti e destinati all’Esercito e alla Polizia dell’Honduras. “Dobbiamo fare in modo che i fondi degli Stati Uniti non servano a permettere la dilagante violazione dei diritti umani, anche da parte di membri delle forze di sicurezza che agiscono in Honduras protetti dall’impunità”, dice la lettera.
Disastro economico
Secondo l’Osservatorio del mercato del lavoro, nel 2012 il 67% della popolazione – 5,5 milioni di persone – viveva in povertà, di cui 3,8 milioni in condizioni di estrema povertà. Dati del Fosdeh (Centro studi sul debito estero in Honduras) mostrano che dal 2009 al 2012, il numero dei poveri è aumentato di 2,1 milioni.
L’attuale crisi economica in Honduras è il prodotto della combinazione di due elementi: la crisi finanziaria globale e il colpo di stato del 2009. Attualmente, il debito totale, stimato in circa 14 miliardi di dollari, ha superato il 70% del Pil (Prodotto interno lordo), il deficit di bilancio ha raggiunto il 6%, mentre il 63% dei dipendenti e l’80% dei lavoratori autonomi guadagnano meno del salario minimo.
Raf Flores, viceoordinatore del Fosdeh, stima che negli ultimi anni, “per ogni aumento di 100 persone della popolazione dell’Honduras ve ne sono 145 che si convertono in nuovi poveri, mentre i programmi di governo per la riduzione della povertà non stanno intaccando i fattori determinanti che la originano”. Inoltre, vi sono diversi settori del ceto medio-basso che sono caduti in povertà, mentre il tasso di disoccupazione e quello di sottoccupazione ha raggiunto quasi l’80%.
“La situazione è molto complicata e non abbiamo nemmeno un governo con una visione strategica su come affrontare questa crisi, che è un elemento essenziale per favorire la crescita, ridurre il livello di esclusione sociale, che è in continua espansione e che si manifesta con un aumento dell’emigrazione, della povertà e dell’insicurezza sociale”, ha detto Flores a Opera Mundi.
Secondo l’economista, la principale attività economica che ha mantenuto una forte crescita è quella finanziaria. Ciò è dovuto all’emissione di grandi quantità di titoli di Stato a breve scadenza e con tassi di interesse elevati. “L’affare per il settore finanziario è di prestare soldi allo Stato e ricevere tassi di interesse che sono circa il 15% annuo. Il mercato è così saturo che la Banca Centrale sta accettando che una parte delle sue riserva sia in titoli di Stato, garantendo così un doppio interesse e un doppio guadagno a banche e istituti finanziari” ha detto.
Durante i mesi successivi al colpo di Stato, il governo de facto di Roberto Micheletti è riuscito a sopravvivere e resistere economicamente e finanziariamente a discapito dell’enorme aumento del debito pubblico. Principali destinatari di titoli di Stato sono stati proprio i settori e i gruppi finanziari che hanno sostenuto il golpe e che, oggi, continuano a indebitare il Paese.
“In questa situazione si sta allargando il divario del potere d’acquisto delle persone. Il costo dei prodotti del Paniere è aumentato, mentre il reddito è rimasto uguale e non ha compensato l’aumento, peggiorando ulteriormente la curva di povertà”, ha detto Flores.
La voce che genera maggiori entrate di valuta sono le rimesse degli immigrati all’estero, che l’anno scorso hanno raggiunto i tre miliardi di dollari. Al contrario, vi è stata una forte contrazione del settore produttivo, agricolo e industriale, e dell’edilizia. Quest’ultima, che storicamente è stata la principale fonte di posti di lavoro in Honduras, non solo non è riuscita a riprendersi dalla crisi provocata dal colpo di Stato, ma è anche diventato il settore  privilegiato per il riciclaggio del denaro sporco.
“Gli elementi di instabilità politica ed economica derivanti dalla crisi del 2009 ancora persistono, e sono stati aumentati i livelli d’ingovernabilità. Il governo ha varato misure intempestive che non hanno risolto il problema, approfondendo il processo di privatizzazione o le concessioni di beni pubblici “, ha detto Flores.
In effetti, nel mirino della Coalianza (Commissione per la promozione del partenariato pubblico-privato) ci sono strade, porti, telecomunicazioni ed energia elettrica, acqua e fognature, le principali risorse naturali per lo sviluppo di mega progetti in campo minerario e idroelettrico e perfino il territorio dello Stato, con l’approvazione delle riforme costituzionali e delle leggi che creano le Regioni speciali di sviluppo (Red) meglio note come ‘città modello’.
“Sono processi poco trasparenti, il cui costo in termini di riduzione delle entrate fiscali è sconosciuto. L’investimento pubblico sta scomparendo, in quanto quasi il 50% delle imposte si spende per il servizio del debito e per la spesa dei salari pubblici. Indipendentemente da chi vinca nelle elezioni del prossimo novembre, si troverà ad affrontare una situazione molto complicata e dovrà lottare contro quelli che sono  che determinano l’immobilismo, l’esclusione e la disuguaglianza sociale, stabilendo nuove regole del gioco e promuovendo un patto e un accordo economico e sociale serio nel Paese” ha concluso Flores.
Elezioni e diritti umani
Di fronte a uno scenario elettorale sicuramente molto complicato e, allo stesso tempo stimolante, il Partito libertà e rifondazione, Libre, ha recentemente realizzato la sua Assemblea nazionale, confermando i risultati delle elezioni primarie dello scorso novembre e anticipando punti importanti di quello che sarà il suo programma di governo.
“Solo un anno dopo la sua formazione (Libre) un partito che si è formato ed è cresciuto nelle strade con la gente, è diventata la prima forza politica del paese. La nostra candidata, Xiomara Castro, è stata la candidata alla presidenza più votata nella storia del Paese”, ha detto Enrique Flores Lanza, ex ministro della Presidenza durante il governo di Manuel Zelaya e attuale candidato a deputato.
Secondo l’ultimo sondaggio condotto in maggio da Cid Gallup, Xiomara Castro, con il 28% delle preferenze, è in cima alla lista dei sette candidati alle elezioni del prossimo 24 novembre. Seguono il presentatore televisivo Salvador Nasralla, del Partito anti corruzione (Pac), con il 21%, l’attuale presidente del Congresso Juan Orlando Hernandez, del Partito nazionale (Pn), con il 18% e il candidato del Partito liberale (Pl), Mauricio Villeda, con il 14%.
Parlando a migliaia di sostenitori, Castro ha promesso di rifondare l’Honduras chiedendo “un nuovo patto sociale attraverso un’Assemblea nazionale costituente, originaria, includente e che preveda una profonda partecipazione della popolazione”. Propone inoltre di “avviare un cammino di riconciliazione e di trasformazione pacifica e democratica del Paese, derogando le politiche e le leggi neoliberiste approvate e adottate dopo il colpo di Stato, di riportare l’Esercito nelle caserme, così come di porre fine all’impunità e di riformare l’intero apparato di sicurezza e di giustizia”.
Attualmente, la legislazione elettorale honduregna non prevede il ballottaggio, per cui i risultati del sondaggio di Cid Gallup darebbero sì la vittoria alla candidata di Libre, ma gli consegnerebbero un Parlamento estremamente diviso e poco gestibile senza scendere a compromessi con le forze di conservatrici.
“La nostra candidata viene da 14 mesi di continua crescita e questo è visto con estrema preoccupazione dalla destra e dall’oligarchia “golpista” che, adesso, sta reagendo”, ha detto Flores Lanza.
A questo riguardo, Bertha Oliva, ha espresso una forte preoccupazione di fronte al prevedibile aumento degli attacchi fisici a membri o sostenitori di Libre.
“Siamo di fronte ad una struttura molto ben organizzata per creare il terrore e accentuare la violazione dei diritti umani durante i mesi che ci separano dalle elezioni. Tra le persone che accompagnavano l’ex presidente Zelaya nell’ambasciata del Brasile, 8 sono state uccise in meno di due anni “, ha detto Oliva.
La coordinatrice del Cofadeh ha rivelato che in questi primi sei mesi dell’anno c’è stato un forte aumento del numero di denunce presentate a questa organizzazione, per lo più da membri del partito di Xiomara Castro e della Resistenza in generale.
Per lei, ci sarebbe “un vero e proprio odio collettivo delle persone che hanno partecipato al golpe”. Questo elemento, aggiunto alla crescente militarizzazione della pubblica sicurezza e alla proliferazione di organismi di vigilanza privata – si contano più di 700 imprese di vigilanza privata e circa 70 mila guardie private – starebbe conducendo l’Honduras verso il caos.
“Se i sondaggi continueranno a indicare una possibile vittoria di Xiomara Castro, i settori golpisti faranno di tutto per creare il caos e giustificare una sospensione del processo elettorale”, ha detto l’attivista dei diritti umani.
Per Flores Lanza, le forze poitiche e sociali che si sono riunite in Libre si trovano ad affrontare, non solo il potere oligarchico nazionale, ma anche “gli interessi dell’impero statunitense e dell’intera destra internazionale, che agisce come una sola forza, esattamente come ha fatto in Venezuela durante le ultime elezioni”.
Ecco perché il nuovo partito sta lavorando intensamente sulla formazione dei suoi quadri e sulla strategia per la difesa del voto nelle urne. “La forza del popolo è l’unico elemento che può sconfiggere questi tentativi dei partiti tradizionali e dell’oligarchia di perpetuarsi al potere”, ha concluso Lanza.
Criminalizzazione della protesta
La violenza politico-elettorale si mescola con la criminalizzazione della protesta sociale. E ‘questo il caso di Bertha Cáceres, leader indigena del Copinh (Consiglio delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras), la quale il 24 maggio scorso è stata illegalmente trattenuta, insieme al comunicatore sociale e membro della stessa organizzazione Tomás Gómez, e condotta in commissariato da una pattuglia di militari e poliziotti, mentre si recavano in macchina verso la zona di Rio Blanco, dove da oltre tre mesi le comunità lenca stanno protestando e bloccando il progetto idroelettrico Agua Zarca.
Dopo l’assoluzione in primo grado emessa dal tribunale di Santa Barbara, la Procura della Repubblica ha impugnato la sentenza e Cáceres dovrà affrontare un altro processo per i presunti reati di possesso illegale di armi e di attentato contro la sicurezza dello Stato.
La lotta, da parte delle organizzazioni sociali e popolari che si sono attivate contro il colpo di stato, contro i megaprogetti idroelettrici e turistici, l’attività mineraria, l’espansione delle monocolture, la concessione delle risorse naturali e dei territorirse naturali, continua a essere criminalizzata.
“Si tratta di un processo politico, attraverso il quale si si vuole continuare a criminalizzare la lotta storica che il popolo lenca sta conducendo contro il saccheggio delle risorse e dei territori. Possono comunque imprigionarci o anche ucciderci, ma la lotta non si fermerà. Le comunità sono pronte e determinate e non permetteranno un altro colpo mortale al proprio territorio ancestrale “, ha detto Cáceres.
L’ex commissario Borjas ha confermato questa tesi. Secondo lei, le forze di polizia che si uniranno all’unità Tigres si stanno già addestrando in tre caserme dell’esercito per il combattimento in operazioni a bassa intensità e per strategie contrinsurrezionali. “Il loro ruolo è quello di perseguitare i leader sociali e in questo modo, cercare di smantellare le organizzazioni sociali. È una replica del nefasto Battaglione 3-16, che ha operato negli anni 80 per perseguitare, rapire, torturare e giustiziare persone con un’ideologia diversa da quella dei gruppi di governo e di potere. La cittadinanza vive una situazione ad alto rischio ed estremamente precaria, ma lavoriamo per cambiare le cose con proposte serie e concrete “, ha concluso Borjas. 
(continua sotto)
II

“Los sectores que dieron el golpe son torpes y están afuera de la historia”, dice Víctor Meza, ex ministro de Zelaya
 
Cuatro años después del golpe de Estado que derrocó al  presidente Manuel Zelaya Rosales, Honduras no ha podido recuperarse. Sin embargo, algo que los sectores de la “oligarquía golpista” no habían previsto fue la espontaneidad de la reacción popular, que desembocó en una masiva protesta social en defensa de los derechos y los bienes comunes. Tampoco creyeron en la posibilidad de que surgiera y se consolidara un nuevo partido político, como es Libre (Libertad y Refundación), cuya candidata presidencial, la ex Primera Dama, Xiomara Castro, lidera las encuesta para las elecciones del 24 de noviembre próximo.
Sobre estos y muchos otros temas, Opera Mundi conversó con Victor Meza, ex ministro del Interior y pieza clave de la delegación que representó a Zelaya en la negociación post-golpe, es también director y fundador del CEDOH (Centro de Documentación de Honduras). El año pasado, el nombre de este intelectual prestado a la política apareció en unos cables enviados por el entonces embajador estadounidense, Larry Palmer y publicados por Wikileaks.
En ellos, el diplomático lo señalaba como informante de la embajada estadounidense. Meza siempre ha rechazado esta versión, denunciando la manipulación de los periódicos hondureños y el intento de desprestigiarlo por señalar el involucramiento norteamericano en el golpe.
Opera Mundi: ¿Cuál es la situación de Honduras cuatro años después del golpe de Estado?
Víctor Meza: La Honduras que tenemos hoy es la consecuencia directa del golpe y es muy diferente de la Honduras pre golpe. Antes del 28 de junio de 2009, el país tenía relativa estabilidad interna, con niveles de seguridad alarmantes, pero todavía controlables, con índices de crecimiento económico aceptables y con una deuda interna manejable.
La Honduras de hoy es exactamente lo contrario. El país está sumido es su peor crisis de inseguridad, con una deuda interna inmanejable que constituye el 43% de la deuda total, la cual ya ha alcanzado casi el 40% del PIB (Producto Interno Bruto).
Es una Honduras en crisis de institucionalidad, con fuertes conflictos sociales y a punto de desembocar en un proceso electoral que va a ser el más complicado de los últimos 30 años.
OM: ¿Por qué va a ser el más complicado?
VM: Por varios factores. En primer lugar porque se produce en condiciones post golpe, es decir en medio de una nueva polarización político-social en el país. El enfrentamiento ya no va a ser entre los viejos adversarios tradicionales de la política hondureña, sino entre golpistas y anti golpistas. Además, el sistema bipartidista, que fue una de las primeras víctimas institucionales del golpe, ha dejado de existir. Hoy tenemos por lo menos tres partidos grandes disputándose el poder y nueve partidos participantes, lo cual es algo absolutamente nuevo en la historia contemporánea de Honduras.
Una cosa es cierta: las fuerzas de ultraderecha, concertadas entorno a las élites conservadoras hondureñas que son, sin duda alguna, las más conservadoras de América Latina, están pagando las consecuencias del golpe. Están sumidas en un estado de verdadero pánico ante la posibilidad de que el partido Libre, surgido de las entrañas de la resistencia contra el golpe de Estado, pueda triunfar en las próximas elecciones.
OM: ¿Si los efectos del golpe fueron tan negativos para estos sectores, ¿por qué cree que tomaron esta decisión?
VM: El golpe de Estado es el resultado del miedo de las élites conservadoras ante una creciente dinámica de inclusión social de los sectores más pobres. El proyecto que animaba al gobierno zelayista no era un proyecto revolucionario, sino de elemental justicia social, que inició a tomar forma sólo después de la mitad del período de gobierno.
La gran pregunta que nos hacíamos era cómo hacer incluyente un sistema diseñado para ser excluyente. El gobierno estuvo buscando formas de inclusión y de movilización social, y el proyecto de la Cuarta Urna fue una de las expresiones de esta búsqueda. Queríamos que la gente dejara de ser el tradicional objeto de los procesos electorales, sino que participara y que comenzara a convertirse en un sujeto social, con autonomía propia y con dinámicas sociales movilizadoras.
Eso provocó el miedo en estos sectores de la élite político-económica del país, animada ideológicamente por el fundamentalismo religioso y respaldada por militares herederos de la Guerra Fría y congelados en el tiempo, que fingían ser subordinados ante las autoridades democráticamente electas.
OM: ¿Cuáles son las características de estas élites?
VM: Son élites asustadizas, poco ilustradas y torpes, que recibían con entusiasmo los consejos de grupos ultraderechistas de Washington, particularmente del lobby de los sectores vinculados a los grupos de exiliados cubanos de Miami y a los grupos de venezolanos antichavistas.
La combinación y la mezcla de estos elementos producen esa aberración histórica que fue el golpe, generando las consecuencias ya mencionadas, es decir la ruptura del bipartidismo y el surgimiento de una tercera fuerza política importante en el país.
Fueron tan idiotas que no se dieron cuenta que derrocando a un gobierno constitucional generaban un nuevo escenario político, en donde las nuevas dinámicas sociales se traducirían en nuevas opciones políticas.
Creo que aún no han entendido lo que significó realmente el golpe, ni el movimiento social que se generó y que sorprendió hasta el mismo gabinete de Zelaya. Fue nuestro Mayo francés.
OM: Sin embargo, el sector financiero salió ganando con el golpe
VM: El sector financiero siempre sale ganando. Desde 1990, este sector es el grupo económico más beneficiado de la economía hondureña. Ese grupo nunca pierde, porque siempre le apuesta a los ganadores.
Durante el golpe fue el grupo que le prestó el dinero al gobierno de facto de Micheletti. Estamos hablando de más de 2 millones de dólares diario y hoy este sector está cobrando con creces su dinero y sus intereses. Es por eso que la deuda interna de Honduras se ha vuelto inmanejable.
OM: ¿Cuáles son los elementos que caracterizan la crisis de seguridad que está viviendo Honduras?
VM: Es una combinación de factores. En primer lugar es una crisis determinada por el crecimiento alarmante de las redes delincuenciales y del crimen organizado en todo el país. Esto se traduce en penetración institucional, fuerte debilitamiento de las mismas instituciones estatales, incluyendo a las de seguridad, y en un peligroso proceso de erosión y evaporación de la presencia del Estado.
Honduras, por su posición geográfica, tiene 3 fronteras terrestres y 9 marítimas, y está muy expuesta a la presencia del narcotráfico y el crimen organizado, lo cual genera consecuencias muy graves en términos de violencia. Además, la Policía hondureña permaneció 35 años como una unidad subordinada dentro de la estructura de las Fuerzas Armadas. Es hija del militarismo y, por lo tanto, tiene una profunda cultura militar y un gran déficit de cultura policial.
Esto hace que sea una Policía fácilmente convertible en un órgano de represión interna, siempre a la búsqueda de un enemigo  para destruirlo y no de un ciudadano para protegerlo.
Esta Policía, militarizada culturalmente y corrompida institucionalmente, se convierte en una arma contra la ciudadanía y no es auto reformable, sino que hay que reformarla desde afuera, con voluntad política, valentía, decisión y conocimiento.
Si a eso le agregamos una Fiscalía y una Corte Suprema de Justicia en proceso de contaminación política permanente, que las degrada y las vuelve ineficientes y corruptas, el resultado es una crisis de seguridad nunca antes vista.
OM: En varios sectores de la sociedad hay fuerte preocupación por la creciente militarización de la seguridad pública.
VM: El militar está preparado para la guerra y educado para aniquilar al enemigo, no para proteger al ciudadano. Por el contrario, el policía debería estar preparado para evitar la muerte y proteger la vida de las personas. Esto explica los altos niveles de virulencia y de brutalidad con que la Policía reaccionó después del golpe contra la población. Ahí vimos los policías actuar por lo que son: apéndices de los militares.
Es por eso que debemos acelerar el diseño de una reforma de la Policía, para lograr una profesionalización que rompa, de una vez, la cultura castrense, reemplazándola con una cultura comunitaria.
OM: ¿Por qué ha fallado la depuración de la Policía?
VM: Por varias razones. La depuración comenzó de abajo hacia arriba, mientras debería ser lo contrario, es decir comenzar a depurar la cúpula policial porque después va a ser más fácil depurar la base. Además, la depuración fue concebida como un proceso muy largo, prolongado y lento, recubierto de un manto de secretividad que lo volvió sospechoso y poco creíble, quitándole legitimidad pública.
Tampoco fue parte de un proceso de reforma integral mucho más amplio, que incluya un cambio radical del sistema de selección, nombramiento, educación y promoción de los policías. Visto solamente como un componente aislado, el proceso de depuración no va a poder impedir de que haya un retroceso.
Es por eso que decimos que puede haber depuración sin reforma, pero nunca reforma sin depuración.
OM: ¿Quién gana al fracasar la depuración policial?
VM: Los primeros que ganan son los actores vinculados al crimen organizado. Son grupos fácticos informales que operan en la sociedad hondureña, que tienen influencia, que financian campañas políticas,  que controlan eslabones importantes de la economía y que influyen en el sistema institucional y político de Honduras.
Son los primeros beneficiarios de la ausencia de una real política de depuración y por lo tanto, son los que alimentan, estimulan y financian la contrarreforma. En medio de esta situación hay que enfocar el tema de la politización partidaria y sectaria de las instituciones. En la medida que sigue este proceso, las instituciones son inútiles.
Tenemos un Estado paquidérmico, lento, contaminado, vulnerable, que en lugar de caminar avanza casi arrastrándose, incapaz de enfrentar el desafío de la inseguridad.
Hay que cambiar toda la estructura y el sistema, y no solamente reaccionar ante la coyuntura aprobando nuevas medidas y nuevas leyes, o cambiando personas. Es por eso que la consigna es la Asamblea Nacional Constituyente, para refundar un Estado que está diseñado para no cambiar y perpetuar el statu quo.
OM: ¿Qué rol está jugando Estados Unidos en Honduras?
VM: Estados Unidos es un país que tiene su propia agenda y sus prioridades en términos de seguridad. Por la importancia estratégica que tiene nuestro país para Washington, frecuentemente la agenda de Honduras queda supeditada a la de Estados Unidos, y muchas veces las prioridades de los dos países no coinciden.
Los norteamericanos, por ejemplo, privilegian la formación de grupos élites y de fuerzas de tarea, y ya hay unos 10 grupos dentro la fuerza de seguridad hondureña controlados, dirigidos y estructurados por Estados Unidos. Cuando Honduras pretende diseñar y poner en práctica una agenda propia inevitablemente entra en choque con estas tendencias y prioridades norteamericanas.
Además, durante los años 80, la política norteamericana dejó a Honduras como un territorio poblado por habitantes y no un país poblado por ciudadanos. La situación fue cambiando poco a poco a partir de los años 90, pero el golpe le dio un impulso inesperado a este proceso y generó una dinámica de vocación ciudadana como nunca antes visto. Esta situación le preocupa a Estados Unidos.
Espero que tengan la capacidad de buscar y construir una relación relativamente respetuosa con un posible gobierno de Xiomara Castro, así como de cooperación más intensa a nivel económico.
La Honduras de hoy es consecuencia de la firma del Acuerdo Tegucigalpa-San José Diálogo Guaymuras, que condujo a diversificar el sistema político y a enterrar el viajo equilibrio en el país.
Con una dosis suficiente de pragmatismo, los norteamericanos tendrán que saber negociar este proceso de construcción de un nuevo equilibrio, que supone la aceptación de un tercer invitado en la mesa.
OM: ¿Qué elecciones van a ser las del 24 de noviembre?
VM: Elecciones difíciles y complicadas, con un sistema electoral diseñado para dirimir la disputa entre dos fuerzas políticas iguales y sin diferencias ideológicas, y con un aparato militar y de seguridad que fue parte del golpe. Ahora la situación ha cambiado y este sistema electoral no está preparado.
Siento que el pueblo es más despierto, más exigente, con demandas sociales más consistentes. Hay como un deseo de expresarse en las urnas para vengarse del golpe.
III

“Vamos a defender el voto en las urnas y en las calles”, dice Juan Barahona
El 4 aniversario del golpe de Estado que en 2009 derrocó al presidente constitucional de Honduras, Manuela Zelaya Rosales, se enmarca en una coyuntura electoral que, el próximo 24 de noviembre, llevará a unos 5.3 millones de hondureños a las urnas para elegir el futuro presidente de la República, 128 diputados y los alcaldes de los 298 municipios con que cuenta el país.
La profunda crisis político-económica y social derivada del golpe ha sacudido y dividido la sociedad y las familias hondureñas. Juan Barahona, actual subcoordinador del FNRP(Frente Nacional de Resistencia Popular) y candidato a la vicepresidencia de la República por el partido Libre (Libertad y Refundación), asegura a Opera Mundi que la mañana de aquel 28 de junio de 2009 el pueblo se volcó a las calles de manera espontánea, para luchar contra el quiebre del orden constitucional en el país.
Según el también secretario general de Libre e histórico dirigente sindical, nadie se esperaba que el FNRP pudiese organizarse y crecer tanto a nivel nacional, dando vida, sólo tres años después, a un partido cuya candidata, Xiomara Castro, encabeza todas las encuestas de preferencia de voto.
Opera Mundi: Faltan cinco meses a las elecciones nacionales. ¿Cómo se está preparando el partido Libre ante esta cita?
Juan Barahona: Somos un partido nuevo, que tiene poco más de un año de vida, y ya contamos con estructuras en todos los municipios y departamentos del país. Fuimos capaces de ir a elecciones primarias para elegir a nuestros candidatos en vista de las elecciones nacionales de noviembre.
Estamos creciendo y nuestra candidata de consenso, Xiomara Castro, está encabezando todas las últimas encuestas. Eso nos indica que tenemos el apoyo y el respaldo de la mayoría del pueblo, porque hemos sabido interpretar sus aspiraciones de cambio y presentar propuestas concretas.
OM: ¿Cuáles son los elementos que más caracterizan la propuesta política de Libre?
JB: Sin lugar a duda la propuesta de impulsar y gobernar con un modelo diferente al modelo neoliberal, que históricamente concentra riqueza y reproduce pobreza.  Además, durante su discurso en la Asamblea Nacional de Libre el 16 de junio pasado, Xiomara Castro ha dicho que quiere promover un socialismo democrático, es decir avanzar hacia un cambio del modelo capitalista.
Son propuestas que el pueblo está apoyando firmemente, no porque somos un partido nuevo, sino porque tenemos propuestas concretas para cambiar la situación económica, política, social y cultural de nuestro país. Libre es una esperanza para el pueblo y una mayor responsabilidad para quienes lleguemos a ocupar cargos de elección popular en el gobierno y en la conducción del partido.
OM: ¿Cómo se va a cambiar un modelo que está hecho para mantener el statu quo y para que nada cambie?
JB: Nos es posible si no vamos a una Asamblea Nacional Constituyente y no aprobamos una nueva Constitución Política. Todo está legislado para garantizar y legalizar los intereses de los oligarcas que han mantenido el control del país, así que es necesario un proceso de refundación, que rompa ese estado de concentración de poder y de recursos.
OM: No sería, entonces, suficiente ganar la Presidencia, sino tener también una mayoría en el Congreso.
JB: Estamos trabajando para tener una fuerza significativa en el Congreso y para controlar un número importante de alcaldías. Solamente de esta manera podremos generar cambios en las instituciones y poderes del Estado, y en la sociedad en general.
OM: Tu trayectoria personal está marcada por una larga historia de lucha sindical al lado de los trabajadores y trabajadoras. ¿Cuál es la propuesta de Libre en el ámbito laboral?
JB: Libre ha prometido respetar las conquistas de los trabajadores y trabajadoras, que están reflejadas en la legislación laboral nacional y los Convenios internacionales ratificados por Honduras, tal como el derecho de sindicación y de negociación colectiva. También ha prometido derogar la Ley de Empleo Temporal, que cercena muchas de las conquistas logradas en más de 50 años de lucha.
OM: Ya han pasado 4 años del golpe de Estado. En esos días tan difíciles, ¿cuáles eran las expectativas y qué tanto se han hecho realidad?
JB: En aquel momento estábamos en las calles, desafiando el estado de sitio y la suspensión de los derechos constitucionales, luchando para revertir el golpe y restituir al presidente Manuel Zelaya en la Presidencia.
Aun así no dejamos ni un solo día de salir a las calles en todo el país, Fue un desafío a todas estas medidas represivas de los golpistas, sin pensar que íbamos a llegar a una situación de fuerza como la que tenemos ahora. El FNRP está organizado en todo el país y ha dado paso a la organización de una fuerza política que le está disputando el poder al bipartidismo, que ha gobernado por más de cien años.
OM: Ya hay señales preocupantes en cuanto al aumento de la violencia contra miembros del FNRP y de Libre. ¿Tiene temor de que la situación pueda empeorar a medida que se acercan las elecciones?
JB: Desde el día del golpe de Estado hemos estado bajo una represión salvaje, una violación sistemática de los derechos humanos y muchos compañeros y compañeras han sido reprimidos, perseguidos, encarcelados y hasta asesinados de manera selectiva.
Un día antes de la celebración de nuestra Asamblea Nacional asesinaron a Marvin José Rivera, un joven militante del partido Libre, quien acababa de salir del lugar donde se estaba montando la estructura para la actividad. El 24 de este mes fue secuestrado el periodista Aníbal Barrow, quien estaba comprometido con la Resistencia, y todavía no se sabe nada de él.
Creemos que, a medida que se acercan las elecciones, vamos a enfrentarnos a una profundización de la represión, porque los golpistas apuntan a meter miedo y generar terror, para que el pueblo retroceda y deje de respaldar a nuestro partido.
Prueba de eso es el hecho de que el principal asesor del candidato oficialista, el actual presidente del Congreso, Juan Orlando Hernández, es J.J. Rendón, el mismo que asesoró al candidato de la derecha venezolana, Henrique Capriles, y que enfocó su campaña en la confrontación, la violencia y el terror.
OM: ¿Se están preparando para defender el voto en las urnas?
JB: No solamente estamos preparándonos para defender el voto en las urnas, sino también en las calles si pretenden robarnos el triunfo. Asimismo, estamos preparándonos permanentemente para conservar nuestras vidas, porque estamos en este proyecto político para cambiar la situación en nuestro país, no para morir.
OM: ¿Cuáles son tus planes en caso de salir electo como Designado Presidencial el próximo 24 de noviembre?
JB: Actualmente soy secretario general de Libre y en la fórmula presidencial de Xiomara Castro voy como primer Designado. Yo vengo de los sectores sociales y populares y voy a representarlos en el marco de un futuro gobierno. Mi responsabilidad va a ser seguir al lado de estos sectores, que históricamente han sido abandonados y excluidos, escuchando sus necesidades y demandas, y tratando de dar respuestas concretas desde el gobierno.
[Trad. dal portoghese Fabio per Fabionews]

Chávez, un uomo rinascimentale del XXI secolo

https://i1.wp.com/word.world-citizenship.org/wp-content/uploads/2008/08/james-petras.jpgdi James Petras

Il presidente Hugo Chávez è stato un uomo unico in molteplici aree della vita politica, sociale ed economica, ha compiuto importanti apporti per il progresso dell’umanità. La profondità, la portata e la popolarità dei suoi successi lo distingue come “il presidente rinascimentale del XXI secolo”.

Molti autori hanno evidenziato gli svariati contributi storici, evidenziando le leggi per combattere la povertà, la capacità di vincere elezioni popolari con sonore maggioranze e la sua strenua difesa dell’educazione e della sanità pubblica, gratuita e universale per tutti i venezuelani.

In quest’articolo si evidenzieranno i singoli contributi storici che il presidente Chávez ha reso concreti nel campo dell’economia politica, dell’etica e del diritto internazionale, così come nella ridefinizione dei rapporti tra i leader politici e i cittadini. Daremo inizio con il suo contributo permanente allo sviluppo della cultura civica in Venezuela e in altri paesi.

Hugo Chávez, il grande maestro dei valori civici

Sin dai suoi primi giorni in carica, Chávez intraprese un cambio costituzionale che avrebbe facilitato la resa dei conti dei dirigenti e delle istituzioni politiche di fronte ai cittadini. Attraverso i suoi discorsi, informò l’elettorato in modo chiaro e meticoloso sulle misure e le leggi che sarebbero servite per migliorare il loro modo di vita e lo invitò a esprimere pareri e critiche. Il suo stile si basava su un dialogo costante, specialmente con i poveri, i disoccupati e i lavoratori. Raggiunse un tale successo con i suoi insegnamenti sulle responsabilità civiche dell’elettorato venezuelano che milioni di abitanti provenienti dalle “favelas” povere di Caracas si sollevarono spontaneamente per opporsi alla giunta militare-imprenditoriale spalleggiata dagli Stati Uniti, la quale aveva sequestrato il presidente e chiuso il parlamento. In 72 ore – un record in assoluto – i cittadini con coscienza civica ripristinarono l’ordine democratico e il governo della legge in Venezuela, rifiutando totalmente la difesa dei golpisti portata avanti dai mezzi di comunicazione e dal loro effimero regime autoritario.

Chávez, come tutti i grandi educatori, imparò da questo intervento democratico, massivo e popolare. Infatti, i difensori più validi della democrazia si annoveravano tra i lavoratori, mentre i suoi peggiori nemici si localizzavano tra le elites imprenditoriali e negli ufficiali dell’esercito con contatti a Miami e Washington.

All’ora di creare un’identità nazionale e latinoamericana, la pedagogia civica di Chávez puntava soprattutto all’importanza degli insegnamenti e degli esempi storici dei padri fondatori della nazione, come Simón Bolívar. I suoi discorsi hanno elevatoil livello culturale di milioni di venezuelani che erano cresciuti in mezzo ala cultura servile e alienante di Washington e le ossessioni consumistiche che producevano i grandi centri commerciali di Miami.

Chávez è riuscito a infondere una cultura della solidarietà e del mutuo sostegno tra gli sfruttati, ponendo l’accento sull’importanza dei vincoli “orizzontali” di fronte alla dipendenza clientelare verticale dei ricchi e potenti. Il suo trionfo nella creazione di una coscienza collettiva colpì in modo decisivo l’equilibrio del potere, allontanandolo dai governanti facoltosi e dai partiti politici e dai sindacati corrotti, orientandolo verso nuovi movimenti socialisti e sindacati di classe. La cosa che più diede un senso di collera isterica da parte dei venezuelani ricchi, e il loro odio imperituro nei confronti del presidente che aveva creato un senso di autonomia, dignità e “appropriazione di classe” è stata l’educazione politica portata avanti da Chávez, il quale ha spiegato alla maggioranza popolare il diritto del popolo a usufruire di una sanità e di un’educazione superiore gratuite, salari degni e pieno impiego, riuscendo mediante l’educazione pubblica a mettere fine a secoli di privilegi e onnipotenza delle oligarchie.

Vale la pena far notare che i discorsi di Chávez, con insegnamenti tanto di Bolívar quanto di Karl Marx, hanno dato origine a un importante e generoso senso patriottico e nazionale nonché a un intenso rifiuto delle oligarchie prostrate ai piedi di Washington, ai banchieri di Wall Street e ai manager delle compagnie petrolifere. I discorsi antimperialisti di Chávez avevano una loro ripercussione perché, utilizzando il linguaggio della gente comune, allargava la loro coscienza nazionale fino a raggiungere l’identificazione con l’America latina, in particolar modo con la lotta cubana e contro gli interventi e le guerre imperialiste.

I rapporti internazionali e la Dottrina Chávez

All’inizio del decennio precedente, dopo l’11 settembre 2001, Washington dichiarò “Guerra al Terrore”. Fu una dichiarazione pubblica che apriva le porte agli interventi militari unilaterali e guerre contro le nazioni sovrane, i movimenti e gli individui considerati come avversari, in violazione del diritto internazionale.

Quasi tutti i paesi cedettero di fronte a quella flagrante violazione degli Accordi di Ginevra, ma non il presidente Chávez, giacché fece la più semplice e profonda confutazione contro Washington: “Il terrorismo non si combatte con il terrorismo di Stato”. Nella sua difesa della sovranità delle nazioni e della giurisprudenza internazionale, Chávez rilevò l’importanza di trovare soluzioni politiche ed economiche ai problemi e ai conflitti sociali, ripudiando le bombe, la tortura e il caos. La Dottrina Chávez faceva leva sul commercio e sugli investimenti Sud-Sud e nella soluzione diplomatica e non militare dei conflitti. Ha difeso gli Accordi di Ginevra di fronte all’aggressione colonialista e imperialista al tempo stesso rifiutava la dottrina imperiale della “Guerra contro il Terrore”, definendo il terrorismo di Stato occidentale come pericolosamente molto simile a quello di Al-Qaeda.

La grande sintesi tra teoria e pratica politica

Uno degli aspetti più profondi e influenti del lascito di Chávez è costituito dalla sua originale sintesi di tre grandi filoni di pensiero politico: il cristianesimo popolare, la lotta per la liberazione nazionale, l’integrazione regionale bolivariana e il pensiero politico, sociale ed economico del marxismo. Il cristianesimo di Chávez infuse una profonda credenza nella giustizia e nell’uguaglianza delle persone, così come la generosità e il perdono verso gli avversari, nonostante avessero partecipato ad un violento colpo di Stato, a una serrata asfissiante o che avessero apertamente collaborato e ricevessero finanziamenti da organizzazioni d’intelligence nemiche. Invece, in qualsiasi altra parte del mondo chi compie un colpo di Stato ricorre alle condanne, alla prigione o persino alle esecuzioni, la maggior parte dei responsabili del golpe contro Chávez sfuggì all’azione giudiziale e ripresero persino a ricreare parte delle loro organizzazioni sovversive. Chávez dimostrò una solida fede nella redenzione e nel perdono. Il suo cristianesimo forma parte dell’”opzione per i poveri”, dell’ampiezza e della profondità del suo impegno per lo sradicamento della povertà e della solidarietà con i poveri di fronte ai ricchi.

La profonda avversione e l’efficace opposizione di Chávez verso l’imperialismo nordamericano ed europeo e verso il brutale colonialismo israeliano erano profondamente radicate nella sua interpretazione degli scritti e della storia di Simón Bolívar, il fondatore della patria venezuelana. Le idee bolivariane concernenti la liberazione nazionale furono di gran lunga precedenti a qualsiasi approccio con gli scritti di Marx, Lenin o di altri autori antimperialisti contemporanei. La sua forte e infrangibile difesa dell’integrazione regionale e dell’internazionalismo è stata grandemente influenzata dagli “Stati Uniti Latinoamericani” suggeriti da Bolívar e dalla sua attività internazionalista a favore dei movimenti anticoloniali.

Chávez inserì le sue idee marxiste a una precedente visione mondiale fondata sull’annosa filosofia internazionalista di taglio cristiano e bolivariano. La scelta a favore dei poveri si approfondì con il riconoscimento dell’importanza della lotta di classe e della ricostruzione della nazione bolivariana mediante la socializzazione dei “vertici di comando dell’economia”. Il principio socialista delle fabbriche autogestite e del potere popolare per opera dei consigli comunitari acquisì valore morale per merito della fede cristiana in un ordine morale ugualitario.

Mentre il Presidente rispettava e attentamente ascoltava le opinioni degli accademici di sinistra che si recavano da lui e con frequenza lodavano i suoi scritti, in realtà molti di loro non riuscirono ad accorgersi, o, quel che è peggio, ignorarono deliberatamente proprio l’originale sintesi di storia, religione e marxismo di Chávez. Purtroppo, come spesso accade, alcuni accademici di sinistra credevano di essere, dalla loro posizione autoreferenziale, “professori” e consulenti di Chávez su qualsiasi argomento “di teoria marxista”. Abbiamo già accennato di un certo colonialismo culturale di sinistra che criticò Chávez in modo sprezzante per non aver seguito le loro prescrizioni pronte per il consumo, pubblicate nelle riviste politiche di Londra, Nuova York e Parigi.

Fortunatamente, Chávez seppe approfittare di ciò che era conveniente di ciò che esprimevano quegli accademici stranieri e dagli strateghi politici finanziati dalle ONG, invece scartava quelle idee che non prendevano in considerazione le specificità storico-culturali di classe e di Stato redditiere del Venezuela.

Il metodo di pensiero che Chávez ha lasciato agli intellettuali e agli attivisti del mondo è globale e specifico, storico e teorico, materiale ed etico, e abbraccia l’analisi di classe, la democrazia e la trascendenza spirituale consona alla grande masse dell’umanità, con un linguaggio che chiunque può capire. La filosofia e la pratica di Chávez (meglio di qualsiasi discorso elaborato da esperti esaltati in un forum sociale) hanno dimostrato che l’arte di formulare idee complesse in un linguaggio semplice può muovere milioni di persone “a fare storia e non solo a studiarla …”.

La ricerca di alternative pratiche al neoliberalismo e all’imperialismo

Forse il maggiore contributo di Chávez è stato quello di aver dimostrato, mediante iniziative politiche e misure pratiche, che molte delle maggiori sfide politiche ed economiche contemporanee si possano risolvere in modo soddisfacente.

La riforma radicale di uno Stato redditiere

Non esiste difficoltà maggiore di quella di voler cambiare la struttura sociale, le istituzioni e i comportamenti di uno Stato petrolifero rentier, che rpesenta politiche clientelari ben salde, corruzione endemica degli apparati di partito e dello Stato e una psicologia di massa fondata sul consumismo. Tuttavia, Chávez ha avuto successo, dove altri regimi petroliferi avevano fallito. L’amministrazione di Chávez esordì con la realizzazione di cambiamenti costituzionali e istituzionali per creare una nuova dimensione  politica. In seguito ha avviato programmi sociali cha hanno approfondito gli impegni politici di una maggioranza attiva che, a sua volta, ha difeso in modo coraggioso il regime di fronte a un colpo di Stato violento promosso dall’elite imprenditoriale e dall’esercito nonché con il sostegno degli Stati Uniti. Le mobilitazioni di massa e l’appoggio popolare hanno radicalizzato, a loro volta, il governo di Chávez e hanno segnato il percorso di una maggiore socializzazione dell’economia e l’avvio di una riforma agraria radicale. L’industria del petrolio è stata socializzata e sono state aumentate le tasse per finanziare l’enorme aumento della spesa sociale a favore della maggioranza dei venezuelani.

In concreto, Chávez organizzava quotidianamente conferenze educative facilmente comprensibili concernenti tematiche di carattere sociale, etiche e politiche sui programmi redistributivi del suo governo, insistendo sulla solidarietà sociale di fronte al consumismo individualista. Le organizzazioni e i movimenti comunitari e sindacali si moltiplicarono, dando origine a una nuova coscienza sociale disposta e desiderosa di produrre il cambiamento sociale, affrontando i ricchi e i potenti. Le vittorie di Chávez sul colpo di Stato appoggiato dagli Stati Uniti e sulla serrata dei padroni, così come il radicamento della tradizione bolivariana e dell’identità sovrana del Venezuela, hanno dato origine a una coscienza nazionale molto forte che ha indebolito la mentalità redditista e ha rinforzato la ricerca di una “economia equilibrata” diversificata. Questa nuova volontà politica e coscienza produttiva nazionale hanno implicato un gran salto in avanti, nonostante si manifestino quelle caratteristiche che sono tipiche di un’economia redditiva dipendente dal petrolio. La difficilissima transizione del Venezuela è iniziata ed è un processo in costante sviluppo. I teorici stranieri di sinistra che criticano la “corruzione” e la “burocrazia” del Venezuela hanno del tutto ignorato le enormi difficoltà che implicano il passaggio da uno Stato rentier a un’economia socializzata e l’enorme progresso raggiunto da Chávez.

Crisi economica priva di austerità capitalista

In tutto il mondo capitalista rovinato dalla crisi, i partiti governanti, laburisti e socialdemocratici, liberali e conservatori, hanno imposto i “programmi di austerità” regressivi che implicano brutali riduzioni dei benefici sociali e della spesa nel settore dell’educazione e della sanità, licenziamenti in massa di lavoratori, mentre usano i nostri sussidi per riscattare le banche e le società capitaliste in bancarotta. Unendosi al coro del motto thatcheriano “non esiste alternativa”, gli economisti capitalisti giustificano l’imposizione del peso che implica “il recupero capitalista” sulla classe lavoratrice, mentre consentono al capitale che recuperi i suoi benefici per investire.

La politica di Chávez si è mossa in senso opposto: nel bel mezzo della crisi ha conservato i programmi sociali, rifiutando i licenziamenti in massa e incrementando la spesa sociale. L’economia venezuelana ha fatto fronte alla crisi mondiale e si è ripresa con un florido indice di crescita del 5,8% nel 2012. In altre parole, Chávez ha dimostrato che l’impoverimento massivo era il prodotto della “formula” capitalista del recupero e ha indicato un’altra scelta per superare la crisi economica: aumento del regime tributario ai ricchi, aumento dell’investimento pubblico e conservazione della spesa sociale.

Trasformazione sociale in una “economia globalizzata”

Molti analisti, tanto di sinistra quanto di destra e di centro, hanno sostenuto che l’avvento di una “economia globalizzata” avrebbe scartato le trasformazioni sociali radicali. Nonostante ciò, il Venezuela, ormai profondamente globalizzato e integrato nel mercato mondiale attraverso il commercio e gli investimenti, ha fatto dei grandi progressi nel campo delle riforme sociali. Quello che è realmente rilevante nell’economia globale è la natura del regime politico-economico e dei suoi programmi, i quali dettano come si devono distribuire i costi e i benefici del commercio e l’investimento internazionale. In sintesi, quello che appare realmente decisivo è ilcarattere di classe del regime che gestisce il posto che occupa nell’economia mondiale. Indubbiamente, Chávez non ha “scollegato” il Venezuela dall’economia mondiale, bensì l’ha “ricollegata” in una nuova maniera. Ha guidato il commercio e l’investimento venezuelano verso l’America latina, l’Asia e il Medio Oriente, in particolar modo verso quei paesi che non intervengono o impongono condizioni reazionarie sulle transazioni economiche.

Antimperialismo in tempi di offensiva imperialista

In un’epoca caratterizzata da un’intensa offensiva imperialista da parte degli Stati Uniti e dall’Unione Europea, che comporta invasioni militari “preventive”, interventi con l’appoggio dei mercenari, torture, assassinii e attacchi con i droni in Iraq, Mali, Siria, Yemen, Libia e Afghanistan e feroci sanzioni economiche contro l’Iran; espulsioni colonialiste israeliane di migliaia di palestinesi con l’appoggio degli USA; colpi di Stato sotto la protezione nordamericana in Honduras e Paraguay e rivoluzioni abortite mediante fantocci in Egitto e Tunisia, il presidente Chávez da solo si è mantenuto come il principale difensore della politica antimperialista. Il suo profondo impegno antimperialista segna un acuto contrasto nei confronti della capitolazione manifestata da alcuni intellettuali “marxisti” secondo il modello occidentale, i quali hanno accampato banali giustificazioni per spiegare l’appoggio ai bombardamenti della NATO sulla Jugoslavia e la Libia, l’invasione francese del Mali e il finanziamento saudita-francese (“monarco-socialista”) dei mercenari islamisti e il sostegno militare contro la Siria. Quegli stessi “intellettuali” di Londra, Parigi e Nuova York che condiscendentemente davano a Chávez del “populista” o del “nazionalista”, accusandolo di non aver ascoltato i loro consigli o letto i loro libri, hanno grossolanamente capitolato sotto la pressione dello Stato e dei mezzi di comunicazione capitalisti, dando il loro appoggio agli “interventi umanitari” (in altre parole, ai bombardamenti della NATO) …  e giustificato il loro opportunismo in un oscuro linguaggio tipico delle sette di sinistra. Chávez ha tenuto testa alle pressioni e alle minacce della NATO e alla sovversione destabilizzatrice dei suoi avversari interni e ha articolato in modo valoroso i principi più profondi e indicativi del marxismo del XX secolo e del XXI: il diritto inalienabile all’autodeterminazione delle nazioni oppresse e l’opposizione incondizionata alle guerre imperialiste. Mentre Chávez parlava e agiva in difesa dei principi antimperialisti, molti europei e nordamericani di sinistra acconsentivano alle guerre imperiali: le proteste di massa erano inesistenti, i movimenti contro la guerra erano stati assimilati o erano moribondi, il partito “socialista” dei lavoratori britannici difendeva i bombardamenti di massa in Libia, i “socialisti” francesi invadevano Il Mali – con l’appoggio del partito “anticapitalista”. Nel frattempo, il “populista” Chávez sviluppava una decodificazione dei principi e della pratica marxista che, in ogni caso, era molto più approfondita di quella dei suoi autonominati “tutori” marxisti stranieri.

Fino ad ora non si è visto nessun altro dirigente politico, né intellettuale di sinistra che abbia sviluppato, approfondito e allargato i principi fondamentali della politica antimperialista nell’era della guerra imperialista globale con l’acume di Hugo Chávez.

La transizione da uno Stato neoliberale fallito a uno Stato dal benessere dinamico

La riorganizzazione programmatica e globale del Venezuela e la sua trasformazione da regime neoliberale disastrato e fallimentare a uno Stato del benessere dinamico sono state un evento storico nell’economia politica del XX e XXI secolo. La buona riuscita della riconversione delle politiche e delle istituzioni neoliberali, così come la neo nazionalizzazione dei “vertici del comando dell’economia” hanno frantumato il dogma neoliberale imperante dell’era Thatcher-Reagan e che si può riassumere nel motto “Non esiste alternativa” alle spietate politiche neoliberali.

Chávez rifiutava le privatizzazioni; difatti, rinazionalizzò le principali industrie del settore petrolifero, socializzò centinaia di ditte capitaliste e sviluppò un esteso programma di riforma agraria, accompagnato dalla distribuzione delle terre per 300.000 famiglie. Promosse le organizzazioni sindacali e il controllo operaio delle fabbriche, persino in contrasto con gli amministratori pubblici e il suo gabinetto di ministri. In America latina, Chávez ha indicato la strada per definire con maggiore precisione e con cambiamenti sociali più ampi l’era post-neoliberale. Chávez ha reso evidente la transizione dal neoliberalismo a un nuovo Stato del benessere socializzato come un processo internazionale e ha somministrato fondi e appoggio politico alle nuove organizzazioni regionali come ALBA, PetroCaribe e UNASUR. Rifiutava l’idea di voler costruire lo Stato del benessere in un solo paese, formulando al riguardo una teoria delle transizioni post-neoliberali fondate sulla solidarietà internazionale. Le idee e le politiche originali di Chávez concernenti la transizione per superare il neoliberalismo sono passate inavvertite dai marxisti di cattedra e dagli esperti viaggiatori delle ONG del Forum Sociale le cui non incisive “alternative globali” sono servite fondamentalmente per ottenere fondi dalle fondazioni occidentali.

Chávez ha dimostrato mediante la teoria e la pratica la possibilità di superare il neoliberalismo, il che implica una scoperta politica fondamentale per il XXI secolo.

Al di là del liberalismo sociale: definizione radicale del post-neoliberalismo

I regimi neoliberali promossi dagli USA e dall’UE si sono sgretolati sotto il peso della maggiore crisi economica sin dai tempi della Grande Depressione. La disoccupazione di massa ha generato rivolte popolari, nuove elezioni e l’emergenza di governi di centro sinistra nella maggior parte dell’America latina, i quali rifiutavano o per lo meno affermavano di ripudiare il “neoliberalismo”. La maggior parte di questi governi ha dettato leggi e decreti per finanziare programmi contro la povertà, hanno avviato controlli finanziari e realizzato investimenti produttivi, al tempo stesso che aumentavano il salario minimo e stimolavano l’impiego. Nonostante ciò, sono state poche le ditte in attivo che sono state nazionalizzate. Nella loro agenda non era previsto trattare le ineguaglianze e la concentrazione della ricchezza. La strategia che essi hanno prescritto consiste nel lavorare insieme agli investitori di Wall Street, gli esportatori locali agro-minerari e i sindacati compiacenti.

Chávez pose le basi di un’alternativa completamente diversa a questa forma di “post neoliberalismo”: nazionalizzò le industrie di materie prime, lasciò fuori gli speculatori di Wall Street e limitò il ruolo delle elites vincolate con l’industria agricola e quella mineraria. Ha progettato uno Stato del benessere socializzato come alternativa all’ortodossia social-liberale imperante dei governi di centro sinistra, anche se lavorava insieme con questi nel progetto d’integrazione latinoamericana e in quello di opporsi ai colpi di Stato promossi dagli USA.

Chávez è stato il leader che ha definito un’alternativa più socializzata per la liberazione sociale e la coscienza che ha spronato i suoi alleati ad andare oltre.

Socialismo e democrazia

Chávez ha inaugurato un nuovo e straordinariamente originale e complesso percorso verso il socialismo fondato sulle libere elezioni, rieducazione del ceto militare per difendere i principi democratici e costituzionali e lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa e comunitari. Ha messo termine al monopolio capitalista dei mezzi di comunicazione e ha rafforzato la società civile in modo da fronteggiare i tentativi di golpe da parte dei paramilitari e altre avanguardie appoggiate dagli Stati Uniti per destabilizzare lo Stato democratico.

Nessun altro presidente democratico-socialista ha resistito con successo alle campagne di destabilizzazione promosse dall’impero (né Jagan in Guyana, né Manley in Giamaica, né Allende in Cile). Sin dall’inizio, Chávez aveva compreso l’importanza di creare un’ambito politico e legale  solido per agevolare la sua leadership esecutiva, promuovere le organizzazioni popolari della società civile e fermare l’influenza nordamericana negli apparati dello Stato (polizia ed esercito). Ha avviato programmi radicali di forte eco sociale che gli hanno assicurato la lealtà e la fedeltà della maggioranza popolare e hanno indebolito i tentacoli economici del potere politico esercitato dai capitalisti da sempre. Come risposta, i dirigenti politici, i soldati e gli ufficiali leali alla Costituzione e le masse popolari hanno schiacciato un sanguinoso colpo fascista, una serrata petrolifera asfissiante e un referendum finanziato dagli Stati Uniti e si sono state avviate riforme socio-economiche ancora maggiori in un processo continuo e crescente di socializzazione.

L’originalità di Chávez, in parte frutto di un processo fatto di tentativi ed errori, è caratterizzata dal suo “metodo sperimentale”. La profonda comprensione che egli aveva degli atteggiamenti e dei comportamenti popolari si trovava fortemente radicata nella storia delle ingiustizie razziali e di classe e in quella delle ribellioni popolari del Venezuela. Chávez ha viaggiato, conversato e ascoltato le classi popolari del Venezuela, parlando con esse di cose della vita quotidiana. Il suo “metodo” consisteva nel trasferire la conoscenza dal basso verso i grandi programmi di cambiamento. In senso più generico, questa pratica si poneva come antitesi a quegli intellettuali stranieri e locali saccenti che si rivolgono alle masse dall’alto e che pensano di essere i “professori del mondo”… almeno per quanto concerne il micro-mondo accademico di sinistra, le conferenze socialiste endogamiche e i monologhi degli egolatri. La morte di Hugo Chávez è stata rimpianta da milioni di persone in Venezuela e da centinaia di milioni in tutto il mondo, perché la sua transizione al socialismo era la loro stessa strada; perché ha ascoltato le loro richieste e ha agito di conseguenza e con efficacia.

La socialdemocrazia e la sicurezza nazionale

Chávez è stato un presidente socialista per più di 13 anni, si è scontrato con un’opposizione violenta e prolungata su grande scala e con sabotaggi finanziari da parte di Washington, dell’élite economica locale e dei magnati dei mezzi di comunicazione. È stato il fautore della coscienza politica che ha stimolato milioni di lavoratori e ha assicurato la lealtà costituzionale dell’esercito per vincere il colpo militare-imprenditoriale appoggiato dagli Stati Uniti nel 2002. Chávez accompagnva i cambiamenti sociali secondo una valutazione realista di adattamento dell’ordine politico-legale. E, soprattutto, Chávez si assicurò la lealtà dei militari mettendo fine ai “consulenti” nordamericani e all’indottrinamento imperiale dall’estero, promuovendo al loro posto corsi intensivi sulla storia venezuelana, la responsabilità civile e il vincolo fondamentale che deve unire le classi popolari e i militari in una missione nazionale comune.

Le politiche di sicurezza nazionale di Chávez si fondano sui principi democratici e sul chiaro riconoscimento delle gravi minacce che incombevano sulla sovranità del paese. È riuscito a salvaguardare simultaneamente la sicurezza nazionale, i diritti democratici e le libertà politiche dei suoi cittadini, un’impresa che ha guadagnato al Venezuela l’ammirazione e l’invidia degli avvocati costituzionalisti e dei cittadini degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.

Al contrario, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si è arrogato il diritto di assassinare in conformità a informazioni segrete e senza processo previo, dentro e fuori gli USA. La sua amministrazione ha ucciso cittadini nordamericani “selezionati” e i loro figli, altri li ha incarcerati senza processo e mantiene “archivi” segreti di 40 milioni di americani. Chávez non si è mai attribuito questi poteri, né ha ucciso o torturato un solo venezuelano. La dozzina di prigionieri rei di atti violenti di stampo sovversivo, pubblicamente giudicati nei tribunali del Venezuela, offre un contrasto lampante con la decina di migliaia d’immigranti musulmani e latinoamericani incarcerati e segretamente accusati negli Stati Uniti. Chávez si è opposto al terrore di Stato, invece Obama annovera gruppi specializzati per perpetrare uccisioni sul posto in più di 70 paesi. Obama appoggia, secondo “prove segrete”, la perquisizione domiciliare e del posto di lavoro di coloro che sono considerati sospetti da parte della polizia, invece Chávez tollerò le attività di note organizzazioni politiche dell’opposizione finanziate dalla CIA. In altre parole, Obama utilizza la “sicurezza nazionale” per distruggere le libertà democratiche, invece Chávez ha fatto rispettare le libertà democratiche e ha imposto dei limiti costituzionali all’apparato di sicurezza nazionale.

Chávez ha cercato una risoluzione diplomatica e pacifica dei conflitti con i vicini ostili, come la Colombia, che ospita sette basi militari nordamericane, potenziali piattaforme per un intervento nordamericano. D’altro canto, Obama è coinvolto in guerre aperte con almeno sette paesi e ha compiuto azioni ostili velate nei confronti di molti altri.

Conclusione

Il lascito di Chávez è costituito da molteplici sfaccettature. I suoi contributi sono originali, sia teorici sia pratici e d’importanza universale. Ha dimostrato, praticamente come un piccolo paese può difendersi contro l’imperialismo, mantenere i principi democratici e, allo stesso tempo, attivare programmi sociali avanzati. La sua ricerca di un’integrazione regionale e lo sviluppo dei valori etici nel governo della nazione sono esempi di grande rilievo in un mondo capitalista pieno di politici corrotti che abbassano il livello di vita dei popoli e arricchiscono gli oligarchi.

Così come il rifiuto espresso da Chávez nei confronti della dottrina Bush-Obama (la quale giustifica il “terrorismo di Stato per combattere il terrore”), la sua affermazione che le reali cause della violenza traggono origine dall’ingiustizia sociale, dal saccheggio economico e dall’oppressione politica e la convinzione che la strada verso la pace deve passare attraverso la soluzione di questi problemi fondamentali, i quali presuppongono una guida etico-politica per la sopravvivenza dell’umanità.

Affrontando un mondo violento di controrivoluzione imperiale e deciso a schierarsi dalla parte degli oppressi, Hugo Chávez entra a far parte della storia mondiale come dirigente politico a tutto tondo, con la caratura del leader più umano e poliedrico della nostra epoca: una figura del rinascimento del XXI secolo.

[traduzione dal castigliano per ALBAinFormazione di Vincenzo Paglione]

Riflessioni sulla crisi europea e sull’Economia Politica

https://albainformazione.files.wordpress.com/2013/07/09267-rafaelcorreadelgado4.jpgdi Rafael Correa

In Ecuador e America Latina siamo esperti di crisi: le abbiamo sofferte quasi tutte e la stragrande maggioranza di esse affrontate tremendamente male. Mentre – almeno in teoria – la politica economica cerca di alleviare gli effetti della crisi al minor costo, nel più breve tempo possibile e ripartendo adeguatamente tali costi in modo che ricadano sui meno vulnerabili e sui responsabili della crisi, in realtà tutto è in funzione del capitale, fondamentalmente il finanziario nazionale e  internazionale.

Oggi assistiamo con preoccupazione a come l’Europa commetta gli stessi errori. Mentre la crisi colpisce con tutta la sua forza in alcuni paesi, si continuano ad applicare le formule ortodosse che hanno fallito in tutto il mondo e che rappresentano l’opposto di quanto sia tecnicamente e socialmente auspicabile.

A Cipro e in altri paesi europei in crisi sono imposti programmi d’aggiustamento strutturale che hanno fatto tanti danni in America Latina. La presunta mancanza di risorse per superare la crisi perde di significato quando in Portogallo, Grecia e Irlanda gli importi necessari per il “salvataggio” delle banche sono maggiori dei salari totali e gli stipendi pagati a tutti i lavoratori di quei paesi.

In Spagna, la stessa casa valutata dalla banca per la concessione del credito, ora vale diverse volte meno, in modo che il cittadino, subita la perdita della casa, rimanga in debito per tutta la vita. Sono i famosi “sfratti”, causa del 34% dei suicidi nel paese. Tutto questo non è solo immorale, è anche economia maldestra e imbarazzante, perché si arriverà al peggiore di tutti i mondi: le famiglie che hanno bisogno di case, restano senza casa, e le banche che non hanno bisogno di case… piene di case!

Nessuno dubita che occorre correggere gravi errori anche d’origine, per esempio, l’unione monetaria di paesi con diversi livelli di produttività e grandi differenze di salario, come nessuno dubita che essenzialmente non si sta cercando di superare questa crisi con il minor costo possibile per i cittadini europei, ma fondamentalmente di garantire il pagamento del debito alle banche private. Come nella crisi latino-americana, diciamo che c’è un problema di “overborrowing” (indebitamento eccessivo), senza riconoscere il corrispondente e ineludibile problema di “overlending” (eccesso di prestiti). Sembra che il capitale non abbia mai responsabilità.

Tutto questo dimostra che il problema non è tecnico, bensì politico, sul chi comanda in una società: gli esseri umani o il capitale. In ambito accademico, penso che il più grande danno causato all’economia sia stato quello di toglierle la sua intestazione e natura originale di “Economia Politica”. Vogliono farci credere che sia tutta una questione “tecnica”, mascherando l’ideologia da scienza, e facendo astrazione delle relazioni di potere che hanno trasformato gli economisti – parafrasando John Kenneth Galbraith – inutili per servire l’essere umano, principio e fine dell’Economia, ma piuttosto utili per i poteri e i paradigmi dominanti.

Non si è potuto o voluto capire che la principale sfida dell’umanità all’inizio del secolo XXI è di liberarsi dal dominio del capitale e della sua principale estensione, l’entelechia del mercato. In altre parole, ottenere che gli esseri umani abbiano la supremazia sul capitale; società CON mercato, e non DI mercato; il mercato deve essere un servo, non un padrone.

[trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Fabrizio Verde]

Pluralità e Quarto Potere: l’Ecuador in prima linea per la libertà di informazione

In Ecuador, lo scorso 14 giugno, l’Asamblea Nacional ha approvato la nuova Ley de Comunicación, prevista già nella Costituzione promulgata nel 2008.

Questa legge cerca di porre una regolamentazione ed una divisione delle frequenze, tali da impedire la creazione di monopoli e oligopoli che possano sottoporre al proprio controllo i mezzi di comunicazione.
Orlando Perez, direttore del giornale “El telegrafo” sarà a Milano il prossimo 20 luglio per spiegare il senso di questa legge e quali traguardi potrà raggiungere il paese grazie alla sua applicazione.
Milano – 20 luglio 2013 – CAM, corso Garibaldi, 27 ore 18:30

Il Fronte Civico-Militare Bolivariano con la Siria

 

Syrian Arab News Agency – SANA, Caracas.- Il Fronte Civico-Militare Bolivariano ha ribadito la sua solidarietà e il suo sostegno alla Siria nella guerra contro il terrorismo e i mercenari.

In una dichiarazione consegnata all’ambasciatore siriano in Venezuela, Ghassan Abu Mazen, durante l’incontro con i rappresentanti del Fronte, è stata condannata ogni forma di intervento esterno, diretto e indiretto negli affari interni della Siria e il suo rifiuto della guerra lanciata contro la Siria.

Nel comunicato si invita la comunità internazionale a lavorare per non ripetere tali pratiche, ed i membri dei paesi del Consiglio di sicurezza, tra cui Russia e Cina, a non permettere di violare la sovranità siriana e di sviluppare meccanismi per il dialogo per risolvere la crisi e prevenire l’armamento dei gruppi terroristici.

Da parte sua, l’ambasciatore siriano in Venezuela ha sottolineato l’importanza della solidarietà con i paesi amici della Siria, sottolineando che la Siria è in prima linea nella lotta contro l’imperialismo mondiale, concentrandosi sulla sua capacità di far fronte alla crisi attuale.

[traduzione di Francesco Guadagni]

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