Quando il debito non è legittimo: l’esempio che arriva dall’Ecuador

di Elvira Corona

Articolo tratto dal Granello di sabbia. Info 231 di Giugno 2013

Il mensile per un nuovo modello sociale di Attac Italia

Euro Rotture

Era il 20 novembre del 2008 quando il Presidente de la Repubblica Rafael Correa Delgado, annunciava che il governo ecuadoriano non avrebbe pagato il debito estero perché “illegittimo, corrotto e illegale”, dopo aver sottolineato che il suo ammontare doveva essere ripartito tra  i responsabili che lo avevano contratto con mala fede, ricatto e tradimento. “Ognuno di loro dovrebbe assumersi le proprie responsabilità e pagarlo con i propri beni personali”.

 

Qualcuno poteva pensare che fosse una dichiarazione da campagna elettorale, invece faceva seguito alla presentazione dei risultati di una Commissione di Auditing Integrale per il Credito Pubblico (CAIC) istituita poco dopo la sua prima elezione.  Nel suo intervento Correa sottolineava che per il suo governo il criterio di sostenibilità del servizio al debito doveva considerare come conseguenze il benessere del popolo ecuadoriano “perché né questo governo né il suo popolo hanno avuto responsabilità dei fallimenti”. Correa in quell’occasione parlava anche della necessità di riformare l’architettura finanziaria mondiale, condizione necessaria per una soluzione non solo parziale del problema e anticipava la proposta del governo ecuadoriano per la creazione di un Tribunale Internazionale di Arbitrato sul Debito Sovrano alle Nazioni Unite.

Per la prima volta nella storia un capo di Stato rompeva un tabù. Fino ad allora il pagamento del debito veniva presentato come inevitabile, indiscutibile e obbligatorio. L’unica discussione possibile è sulla modalità di ripartizione dei sacrifici necessari per recuperare le risorse sufficienti al fine di rispettare gli impegni del paese indebitato. I governi  che hanno chiesto i prestiti sono stati eletti democraticamente quindi tutti i suoi atti sono legittimi. Bisogna pagare. Già nel 2005 Rafael Correa da ministro dell’Economia e Finanze sosteneva che l’80% delle entrate ottenute dalla vendita del petrolio ecuadoriano dovevano essere destinate alla popolazione e solo il 20% al pagamento del debito. Di fronte alle pressioni della Banca Mondiale si dimise da ministro sostenendo che non si sarebbe sottomesso ai dettami dell’istituzione internazionale.

Nel 2008 da presidente dell’Ecuador, dichiarò che il debito contratto dal paese era da considerare illegittimo, odioso e incostituzionale, visto che obbligava a destinare più del 50% delle risorse economiche del paese al pagamento dello stesso debito – prima di tutto la vita, poi il debito –  dichiarava allora. Il governo Correa dovette fare i conti con le pressanti richieste della Banca  Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, espulse gli inviati di queste due istituzioni in Ecuador e creò un Comitato di Audit per analizzare tutte le componenti del debito accumulatosi negli ultimi 30 anni. Questo Comitato concluse i propri lavori dichiarando che gran parte del debito di governi precedenti era illegittimo, in particolare i contratti di rinegoziazione risalenti al 2000.  In conseguenza ai risultati dei lavori del Comitato il governo dichiarò lo stop ai pagamenti per il 70% del debito dell’Ecuador. Di fronte all’interruzione dei pagamenti i creditori e i detentori di titoli di stato li rimisero sul mercato, con un valore di circa il 20% più basso rispetto al valore nominale. In realtà lo stato ecuadoriano ricomprò 3.000 milioni del suo stesso debito, operazione che di fatto ha significato una riduzione del debito reale e degli interessi, che si è tradotta  in un risparmio di 7.000 milioni di dollari per lo stato.

L’indebitamento pubblico metteva in luce un problema storico del paese, non solo per le sue dimensioni finanziarie e la sua incidenza nel bilancio dello stato, quanto per la sua incidenza come fenomeno geopolitico ed economico nella vita sociale. Questo problema si è acutizzato ed è diventato sempre più complesso negli ultimi tre decenni e ormai veniva considerato uno strumento di  dominio sia per le condizioni che venivano imposte, sia per l’impegno ineludibile di mettere a disposizione risorse pubbliche al servizio del debito a prescindere dalle disponibilità delle casse pubbliche del paese. Questa situazione ha motivato il governo nazionale ecuadoriano a prendere la decisione, la prima nella storia, di creare una Commissione di Audit – composta sta economisti, avvocati, esperti vari anche stranieri, ma anche una larga rappresentanza della società civile – che ne stabilisse la legittimità, la legalità, e la pertinenza dei prestiti e delle negoziazioni e rinegoziazioni; con in più il compito di segnalare le responsabilità e corresposabilità dei creditori, gli impatti sociali, economici e ambientali, e sopratutto che permetta di mettere in atto azioni sovrane e riparatorie rispetto ai pagamenti già effettuati e a quelli futuri.

I lavori durarono poco più di un anno. La CAIC analizzò i processi di indebitamento dell’Ecuador dal 1976 al 2006. Nel documento finale di 172 pagine è contenuto il risultato di analisi tecniche e giuridiche che mostrano il lato più oscuro delle politiche neoliberali. Il debito estero del paese passò da 240 milioni di dollari del 1970 a 17.400 milioni del 2007. Senza dubbio questo forte indebitamento non ha dato spazio a politiche volte al superamento della povertà, le disuguaglianze e l’arretratezza del paese latinoamericano. “È stato semmai strumento di sottomissione politica e saccheggio di risorse naturali da parte di privati e di organismi internazionali come pretesto per gestire questioni relative alle conseguenze dei crediti concessi” si legge nel documento.  Nel lavoro della commissione si dimostra l’illegalità e di conseguenza l’illegittimità del processo di indebitamento. Si mette in evidenza il carattere “odioso” del debito estero contratto durante la dittatura militare negli anni ’72/’79. Dal 1976 al 1982 vennero concessi prestiti per oltre 3.000 milioni di dollari di cui un terzo destinati al bilancio della difesa. È importante segnalare poi che il debito estero dell’Ecuador è stato oggetto di successive rinegoziazioni considerate fraudolente perché i rispettivi governi accettavano condizioni come quelle di contrarre nuovi debiti per pagare vecchi debiti, interessi  di mora e interessi sugli interessi.

Queste condizioni furono accettate nel Piano Brady del 1993, fortemente appoggiato del FMI, nel Piano  Adam del 1999 e nello scambio di titoli Brady e di Eurobond Global nel 2000. In questo ultimo caso le ripercussioni per l’Ecuador furono fortissime. “È evidente – si legge nel documento finale – che  il processo di indebitamento dell’Ecuador avvenuto tra il 1976 e il 2006 si è creato a beneficio del settore finanziario e di imprese multinazionali colpendo visibilmente gli interessi della nazione. Le condizioni imposte e il pagamento del debito limitano i diritti fondamentali delle persone e dei popoli, acutizzando la povertà, aumentando l’emigrazione e deteriorando le condizioni ambientali del paese”.  Nelle intenzioni del governo il lavoro della  CAIC costituisce un primo passo de quello che dovrebbe essere un processo permanente, almeno fino a quando autorità del governo e della società in generale non arrivano conoscere tutta la realtà su come si è costituito e prodotto l’indebitamento pubblico che senza dubbio ha deteriorato le condizioni di vita degli ecuadoriani e la loro giusta aspirazione a realizzare il Buen Vivir.  

 

A fine 2008 quando stava per terminare il lavoro della Commissione, la crisi che aveva investito nel Nord del mondo non mostrava nessun vincolo diretto con il debito e neppure si intravedeva il nuovo protagonismo del FMI che di li a poco avrebbe iniziato a proporre piani di salvataggio ai paesi europei, non più latinoamericani. Oggi, i piani di salvataggio di Grecia e le politiche di austerity imposte al resto d’Europa mostrano come il tema del debito acquista una nuova dimensione. Per questo una revisione del debito come quella che è avvenuta in Ecuador può dare spunti interessanti e aggiungere visioni differenti e alternative che mostrano come dal Sud del mondo possano arrivare spunti interessanti per soluzioni a livello globale.

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