Il Venezuela avrà un peso geopolitico su scala globale durante il XXI secolo

di Luis Bilbao*

Chávez è stato l’artefice di una cruciale sconfitta strategica dell’imperialismo. Più di chiunque altro è riuscito a comprendere la dinamica che in questo momento caratterizza l’imperialismo, più di chiunque altro ha agito con la lucidità ed il coraggio necessari per proporsi come  forza dirigente. La presenza alle sue esequie di 54 Capi di Stato e una decina di rappresentanti di altri paesi prova l’effettività della sua politica internazionale.

Non è stato a causa dell’agire di un individuo che nell’ultima decade lo scacchiere internazionale ha sofferto un drastico mutamento. Forze sprigionate dalla logica interna del capitale hanno reso possibile cambi di una tale grandezza che, nel fugace lasso di un decennio, hanno disegnato una nuova mappa geopolitica. Una mappa che non è ancora stata interpretata a dovere e nella quale gli USA hanno perso il loro antico posto di centro dell’equilibrio planetario e di capo inappellabile nelle questioni essenziali dell’economia, della politica e della guerra.

Non è stato a causa dell’agire di un individuo, questo è chiaro. Senza dubbio la intuizione profonda di questo cambiamento che è appena iniziato e la volontà di intervenire con un programma e una strategia capaci di orientare la congiuntura storica verso la consolidazione di un mondo a misura delle necessità umane, è stato il tratto distintivo di Hugo Chávez. Possiamo essere sicuri che il suo ruolo non solo ha pesato in maniera determinante nel corso iniziale di questi cambiamenti, ma andrà ben oltre nei tempi a venire.

Nessuno più di lui è riuscito a vedere la dinamica che disaggrega il potere imperiale e lo stesso imperialismo, nessuno è riuscito ad agire con la lucidità ed il coraggio necessari per proporsi in quanto forza dirigente. Per questo oggi il Venezuela si situa al centro dello scenario mondiale.

Onorevole responsabilità per il governo che adesso presiede Nicolás Maduro come incaricato prima e come Presidente eletto dopo. Onere storico per i lavoratori ed il popolo di un paese relativamente piccolo, scarsamente popolato, con una economia ancora sottosviluppata, e dipendente, che senza dubbio, pesa e peserà con maggiore influenza nel futuro dei rapporti di forza internazionali e nel disegno del mondo che viene.

Come succedeva nel secolo XIX nell’emisfero latinoamericano con l’influenza di Bolívar, ma oggi in misura maggiore, il Venezuela avrà influenza in questo XXI secolo su scala globale. Tale è il risultato dell’azione di Hugo Chávez nella politica internazionale degli ultimi 15 anni.

Pratica e Teoria

Poche forze politiche hanno compreso e ancora meno hanno accompagnato il percorso grazie al quale Chávez avrebbe conquistato quell’agire fulminante. La chiave può essere individuata in un concetto centrale: due strumenti transnazionali ed una energia senza pari accompagnata dal coraggio politico imprescindibile per rompere con la diplomazia capitalista.

Prima di entrare nella questione, una parentesi doverosa: la causa per la quale pochi, proprio nell’area della sinistra hanno compreso Chávez e in pochi l’hanno accompagnato, è dovuto ad un fatto tanto importante quanto dimenticato. Nel 1920, il Secondo Congresso della Terza Internazionale ha fatto qualcosa che per molti ancora oggi è del tutto sconosciuto: cambiò la parola d’ordine centrale con la quale Marx ed Engels hanno tracciato la direzione strategica della Prima Internazionale: “Proletari del mondo unitevi”.

L’Internazionale Comunista, allora diretta da Lenin e Trotskij, cambiò questo grido di battaglia con un altro: “Proletari e popoli oppressi del mondo unitevi”. Era nient’altro che l’inclusione della nozione di paesi sottomessi alle metropoli del capitale e del concetto di Fronte Unico Antimperialista.

Poco importa se Chávez abbia studiato o meno questo documento chiave della storia del pensiero rivoluzionario. Sta di fatto che è stato guidato da tale strategia: unire su tutti i piani e in tutto il pianeta, l’ampio spettro delle classi, dei settori e dei governi che in un modo o nell’altro cozzano con l’imperialismo.

A parte la sua ineguagliata militanza internazionale (deve essere ancora tracciata la mappa dei suoi innumerevoli viaggi realizzati in questi 15 anni), Chávez ha rincorso due strumenti transnazionali: uno per scontrarsi con questo, l’ALCA, e l’altro per costruirlo dal nulla: l’ALBA.

Ricordo come se avesse avuto luogo ieri la conferenza stampa finale dell’Incontro dei presidenti dei Caraibi, il 13 dicembre 2001. Nel suo svolgimento Chávez annunciò la creazione di una organizzazione la cui sigla, disse, concepì guardano l’orizzonte del mare all’inizio di quel giorno: ALBA.

Mentre spiegava questi concetti, intuì che questa proposta di formidabile proiezione strategica ma carente di qualsiasi articolazione reale, era una chiamata appassionata al mondo alla comprensione e all’azione. Un solo presidente rispose: Fidel.

Negli anni successivi molte volte Chávez ha raccontato, con il suo famoso senso dell’humor, l’aneddoto che delinea con chiarezza la realtà di allora: «il giorno seguente – raccontava Chávez – Fidel mi spedì una lettera chiedendogli che gli mandassi i documenti dell’ALBA. Quali documenti? Non ce ne erano!». Il fatto è che poco dopo, Cuba e Venezuela fondarono la Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America, inizialmente definita Alternativa Bolivariana per i Popoli della Nostra America.

Contro l’ALCA

Prima che l’ALBA spuntasse, già Chávez iniziò la battaglia contro l’ALCA. Lo aveva fatto, dalla metà del 2000, facendo fronte con un presidente estraneo al corso rivoluzionario che già era in marcia in Venezuela: il brasiliano Fernando Henrique Cardoso.

Cardoso agiva in funzione degli interessi della grande borghesia paulista, ma chiaramente scontrandosi con gli interessi USA ed i suoi piani per attivare la Associazione di Libero Commercio delle Americhe, ALCA.

Una citazione propria di un testo pubblicato nell’aprile del 2001 può rendere idea oggi del clima di allora:

«Le cause fondamentali per le quali la grane industria brasiliana si oppone all’eliminazione di qualsiasi restrizione doganale con il continente sono più che ovvie, non è certo necessario essere degli specialisti per comprenderlo: dal puto di vista delle esportazioni, l’industria brasiliana corre il serio rischio di perdere quote di mercato interno, il prodotto brasiliano dovrebbe misurarsi con la competizione straniera, che può essere migliore e più economica che quella nazionale, riconosce O Estado de Sao Paulo (4/4/01) il più potente quotidiano brasiliano (…) ciò che è certo è che Cardoso invitò ad una riunione di urgenza a Brasilia il presidente venezuelano Hugo Chávez, che come era prevedibile, non ebbe alcun dubbio a cambiare immediatamente la sua agenda per prendere parte a quello che sarebbe stato il suo ottavo incontro con Cardoso da quando assunse la presidenza nel 1999 (…) la nascita dell’asse Brasilia-Caracas lascerà la sua impronta anche nel caso che il “jeito mineiro” (i vacillamenti dei vertici governativi brasiliani) impediscano che intorno a lui cominci a muoversi un blocco che si scontri con le imperative esigenze di Washington”. Questo Articolo pubblicato nel Le Monde Diplomatique continuava con un altro il cui titolo è sufficiente per informare il lettore: “Il blocco Brasile-Venezuela impedisce che l’ALCA si anticipi”.

Con questa calcina lavorata pazientemente ed instancabilmente, Chávez riuscì, poi con altri protagonisti nella regione, ad assestare il colpo più duro e importante che gli USA hanno sofferto in termini strategici dalla sconfitta in Vietnam: il fallimento dell’ALCA, nella celebre riunione in Mar del Plata nel 2005. Egli con la sua concezione profondamente radicata – che sia essa esplicita o meno – della parola d’ordine “Proletari e popoli oppressi del mondo, unitevi”, è stato l’artefice di questa cruciale sconfitta dell’imperialismo.

Questi stessi concetti lo guideranno per dedicare enormi sforzi al gruppo dei 15, la riattivazione dell’OPEC, del Movimento dei Non Allineati, del Petrocaribe e di tutte quelle istanze internazionali che avessero offerto anche il più piccolo contributo per unire le forze contro il nemico imperiale fuori e dentro il Venezuela.

L’ALBA

La politica concepita da Chávez avanzò con un salto di qualità con la creazione dell’ALBA e la successiva inclusione dei paesi che nel 2008 arrivarono alla creazione del SUCRE, strumento fondamentale di tale progetto e che può andare oltre plasmando un nuovo disegno del sistema finanziario internazionale. Intanto in Venezuela iniziano a prendere corpo gli strumenti strategici della Rivoluzione: i Consejos Comunales – e chiave di tutto – il Partito Socialista Unito del Venezuela.

Un antico principio assicura che la politica internazionale di un paese è il prolungamento della sua politica interna. Dal 1998 il Venezuela si permette di ribaltare questo concetto: il piano di azione internazionale di Hugo Chávez e le nuove relazioni di forza regionali ed internazionali a cui ha dato origine hanno permesso e stimolato la radicalizzazione rivoluzionaria sul piano interno.

Mentre spingeva per la crescita e la consolidazione dell’ALBA, Chávez ha forzato (è necessario intenderlo letteralmente) la trasformazione della Comunità Sudamericana delle Nazioni nella Unione delle Nazioni Sudamericane. Non si tratta semplicemente né principalmente del suo gusto nell’inventare sigle, ma la distanza tra le comunità per l’integrazione e l’unione per l’emancipazione deve essere salvata, almeno a cominciare dal nome. Dopodiché c’è stata la CELAC, conquista reale e gravida di effetti potenzialmente di enorme importanza. L’inclusione del Venezuela nel Mercosur. L’ingresso di una forza anticapitalista in altre tante istanze nelle quali predomina la meschinità capitalista e perciò si frenano e si deviano costantemente, costituisce una pietra miliare della strategia del fronte antimperialista e rivitalizza le strutture che spesso sono paralizzate o agonizzanti.

Perciò l’ALBA si pone al centro di questa strategia: la definizione per il Socialismo del XXI secolo è la chiave di un’unione che, dipendendo dalla lucidità e dal coraggio dei suoi componenti, ha la possibilità di plasmarsi nella forma di unità superiori nel cammino della rivendicazione effettiva della Nazione Latinoamericana e Caraibica, aprendo decisamente così la strada alla confederazione socialista dei nostri paesi. Questa è la strada tracciata da Chávez.

L’Internazionale

Tutto questo, che già è tanto, non è però tutto. Chávez ha sempre sottolineato la differenza tra l’unità dei governi e l’unità dei popoli. Essendo costretto dal momento storico che lo obbligava prima di tutto ad avanzare principalmente attraverso diverse forme di fronte unico antimperialista con i più svariati governi e governanti, arrivò al punto di tentare di dare concretezza all’unico strumento che può rendere reale la consegna “Proletari e popoli oppressi del mondo unitivi”. Fu così che invitò il 21 novembre 2009 alla costruzione della Quinta Internazione.

È paradossale che nonostante avesse fatto tanta strada sul terreno dove lottava con Capi di Stato che sospettavano di lui ponendogli ostacoli ad ogni passo, non avesse avuto la possibilità di conquistare terreno proprio lì dove i convocati erano i partiti della sinistra, organizzazioni sociali, militanti e quadri rivoluzionari. Paradossale ed eloquente: l’uomo che ha riscattato dall’oblio e dall’obbrobrio concetti cruciali come Rivoluzione e Socialismo, Partito, Internazionale, non è stato compreso da coloro che in teoria dovrebbero stare davanti al Comandante.

Gli è accaduto lo stesso con il suo primo decisivo passo verso la rivoluzione e la gloria: con l’insurrezione del 1992, per regola generale delle sinistre, lo hanno lasciato solo in Venezuela e nel mondo. È altrettanto eloquente che nonostante ciò, Chávez, accompagnato e stimolato da milioni di persone, è stato il protagonista del fatto più rilevante dell’ultimo mezzo secolo: il rinascimento del socialismo.

Accadrà lo stesso nel futuro prossimo: le donne e gli uomini che invece hanno compreso e accompagnato Chávez, impugneranno la sua bandiera e la porteranno avanti, verso il futuro, verso l’emancipazione dell’America Latina e l’umanità tutta.

Non c’è nessuna magniloquenza, nemmeno un briciolo di misticismo in  tutto ciò: il compagno morto è un fautore della Storia perché ha sentito le necessità più profonde dei popoli, perché ha intuito con lampi di genialità l’andamento della crisi mondiale più grave della storia e perché ha saputo dargli risposta.

*giornalista argentino

[trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Ciro Brescia]

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