(VIDEO) El País: silenzio e disinformazione sul dialogo migratorio Cuba-USA

Capítulo Cubanodi José Manzaneda*
(Capítulo Cubano).- Il quotidiano spagnolo El País, in passato progressista, è oggi un fervente propagandista delle posizioni del governo degli Stati Uniti. E forse non a caso: dal 2010, il 57,7% del suo azionariato appartiene al fondo di investimento statunitense Liberty Acquisition Holding (1).
Un esempio è riscontrabile nella notizia sull’imminente dialogo tra i governi di Stati Uniti e Cuba in materia di migrazione. El Pais ha riconosciuto al governo degli Stati Uniti tutto il merito di questo incontro, che ha definito come una “prova inequivocabile della volontà di (…) Obama di avvicinarsi al governo di Cuba” (2).
E ha sentenziato -né più né meno- che “il principale ostacolo alla normalizzazione delle relazioni” tra i due Paesi è la “condanna a 15 anni di carcere (sull’Isola) del cittadino statunitense Alan Gross”, che –ricordiamo- era parte di un programma segreto degli Stati Uniti per equipaggiare la cosiddetta “dissidenza” cubana (3). Questo significa che “il principale ostacolo” nelle relazioni USA-Cuba non sono 52 anni di blocco economico condannato dalle Nazioni Unite (4); il sostegno di Washington a terroristi di estrema destra responsabili della morte di centinaia di cubani e cubane (5); gli oltre 20 milioni di dollari l’anno con i quali intervengono nella politica interna di Cuba attraverso i cosiddetti “dissidenti” (6); o l’aberrante caso giudiziario dei cinque antiterroristi cubani che hanno scontato già 13 anni nelle carceri degli Stati Uniti (7).
A dimostrazione di ciò che El País intende per “pluralità di fonti”, la notizia include -oltre alle dichiarazioni ufficiali del governo statunitense- altre tre fonti provenienti dagli Stati Uniti: una, il rappresentante del Cuban Study Group, un centro di ricerca su questioni cubane che appoggia Obama nella sua strategia di “cambio di regime” a Cuba (8); un’altra, di “gruppi di esiliati cubani” che -ci dice- “si aspettano importanti iniziative per accelerare la transizione politica dell’Isola”; e una terza, quella di un membro del Latin America Working Group. La notizia riflette la soddisfazione di questo gruppo per le prossime conversazioni USA-Cuba, che definisce come una “svolta” e “un passo nella giusta direzione”. Ma El Pais non dice nulla sulle costanti denuncie contro il blocco economico a Cuba e contro il divieto di viaggiare all’Isola per la popolazione degli Stati Uniti (9). E, naturalmente, il giornale non si preoccupa di chiedere il parere dei gruppi di solidarietà con Cuba negli Stati Uniti, come Pastores por la Paz (10), o dell’emigrazione cubana progressista di Miami, come Alianza Martiana (11).
Alcuni giorni dopo questa notizia de El País, la stampa cubana ha pubblicato un’inchiesta sulla corruzione esistente presso la Sezione di Interessi degli Stati Uniti a L’Avana -la famosa SINA- nell’ambito della consegna dei visti per i cubani che desiderano viaggiare o emigrare negli Stati Uniti (12). E ha denunciato gli introiti incassati per questa via dal governo di Washington: se ogni persona paga 195 dollari per una richiesta di visto, la sede diplomatica starebbe guadagnando mezzo milione di dollari ogni giorno.
El País, ovviamente, non ha pubblicato nulla su questo argomento. E neanche su un’altra recente denuncia legata alla SINA. Adriana Núñez Pascual, una delle 19 donne espulse dal gruppo conosciuto come le Damas de Blanco, ha affermato che la loro dirigente Berta Soler telefonò -in sua presenza- alla sede diplomatica statunitense chiedendogli di non concedere il visto d’ingresso negli Stati Uniti a queste donne espulse (13). Un’ulteriore prova del rapporto diretto tra “dissidenza” cubana e governo degli Stati Uniti, così come la motivazione meramente migratoria ed economica di coloro che oggi fanno parte delle Damas de Blanco (14).
El País -come i grandi media in generale- mette da parte i dati essenziali per la comprensione della questione migratoria Cuba-Stati Uniti. Ad esempio, l’esistenza della legge (statunitense) di Ajuste Cubano, in vigore dal 1966 (15). Questa legge fa sì che la popolazione cubana sia l’unica al mondo ad ottenere la residenza negli Stati Uniti solamente toccando suolo americano.
Negli ultimi anni si è manifestato il paradosso che migliaia di queste persone –che gli Stati Uniti hanno accolto come rifugiati- tornino successivamente a Cuba per le vacanze (16). Ma ora, dopo la legge migratoria che è appena entrata in vigore a Cuba, il paradosso è ancora più evidente, dal momento che coloro che hanno viaggiato negli Stati Uniti e si sono beneficiati della Ley de Ajuste -cioè, presunti “perseguitati politici”- potrebbero continuare a mantenere la loro residenza sull’Isola (17). Nessuna di queste assurdità della politica statunitense è stata, ovviamente, rilevata da El Pais.
L’annuncio di nuovi dialoghi USA-Cuba in materia di immigrazione è certamente una buona notizia per migliaia di famiglie cubane. Il governo degli Stati Uniti si impegnò, nel 1994, dopo la cosiddetta Crisi dei Balseros, a concedere almeno 20.000 visti ogni anno per i cubani. Per anni -specialmente durante l’amministrazione Bush- non ha rispettato il suo impegno, e ha continuato a utilizzare la migrazione come arma di propaganda contro il governo cubano: mentre concedeva appena un migliaio di visti all’anno, stimolava i viaggi dei balseros che erano poi accolti sulle loro coste come persone “fuggite dal comunismo” (18).
Se sono veri i dati che ora fornisce il governo di Washington, questa situazione sarebbe cambiata. Sostiene che nel 2012 ha concesso 29.000 visti, il che significherebbe che sta adempiendo agli accordi sottoscritti nel 1994: senza dubbio una buona notizia, che si spera sia confermata (19). Così come si spera che il quotidiano El Pais, un giorno, possa recuperare un minimo di quel rigore giornalistico che lo caratterizzò in passato.
*coordinatore di Cubainformacion (texto en español: El País: silencios y desinformación sobre el diálogo migratorio Cuba-EEUU)
[Traduzione di Vincenzo Basile]

Bolivia: non è stato un errore ma una provocazione dell’Impero

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Il “sequestro” europeo di Evo Morales nella geopolitica internazionale
 

di Adriana Bernardotti 

Evo Morales non ha paura delle minacce e alza la posta, sfidando le potenze che lo hanno oltraggiato. In una manifestazione realizzata sabato scorso in un villaggio indigeno al sud diLaPaz, si è rivolto “agli europei e ai nordamericani” per dirli che “ieri ho riflettuto e come giusta protesta adesso vogliamo offrire asilo se ce lo chiede questo nordamericano perseguito dai loro connazionali”Bolivia diventa così il terzo paese ad offrire asilo all’ex consulente della CIA Edward Snowden, l’ultimo gran nemico degli Stati Uniti, che ha rilevato i segreti dello spionaggio mondiale della superpotenza. Altre offerte erano arrivate dalVenezuela e Nicaragua: sempre latinoamericani, sempre Stati discoli per la politica USA.

Il virtuale sequestro di Evo a cui era stato impedito di sorvolare i cieli europei con il suo aereo, è stato letto come una provocazione degli Stati Uniti e i suoi alleati della NATO, tanto dal governo boliviano come dai paesi sudamericani che condividono l’indignazione. “Quello che è successo in questi giorni non è una coincidenza, non è un errore, è un intimidazione politica alla Bolivia e all’America Latina. Il nostro crimine è essere indigeno antimperialista e questa è la ragione perché contestano tutte le nostre politiche “, aveva dichiaratoMorales già appena sceso dall’aereo nel territorio del suo paese, di fronte alla folla che lo attendeva con striscioni che recitavano: “Francia, Italia, Spagna e Portogallo, qhinchas de merde”. (qhincha nella lingua quechua dei popoli aborigeni delle Ande significa disgraziati, miserabili, persone che portano sfortuna).

Il primo a sostenere la teoria della “provocazione” è stato il governo brasiliano, per bocca dell’assessore speciale per la politica internazionale Marco Aurelio Garcia, presente in rappresentanza di Dilma Rouseff, all’incontro d’urgenza convocato dall’UNASUR nella città di Cochabamba (Bolivia) giovedì scorso. L’interpretazione che ha prevalso tra i sudamericani è che l’intenzione degli Stati Uniti è stata quella di spaventare, intimidire, perché non è verosimile che l’Interpol o i potenti servizi segreti statunitensi credessero veramente nella presenza di Snowden sull’aereo, come ha insistito Evo.

evo2Comunque il summit UNASUR di Cochabamba, in riparazione dell’affronto subito dalla Bolivia, ha visto notevoli assenze presidenziali, che rivelano fessure nel blocco regionalequando viene implicato un antagonismo netto con la politica degli Stati Uniti. Si sono recati puntualmente all’appuntamento i presidenti Nicolas Maduro di VenezuelaCristina Kirchner di ArgentinaJose Mujica di Uruguay e Rafael Correa dell’Ecuador. Quest’ultimo ha commentato con franchezza: “non è stato possibile fare un Summit presidenziale, perché richiede il consenso di tutti i membri e vi sono paesi che si sono opposti, bloccando il vertice dei Presidenti”.

L’assenza più visibile è stata quella del Presidente del PerùOllanta Humala, attuale “presidente pro-tempore” di UNASUR e del paese che, in una prima ipotesi, doveva ospitare l’incontro. Mancava anche Sebastian Piñeira, il capo del governo di centrodestra del Cile, che dovrà confrontarsi nelle elezioni presidenziali con Michelle Bachelet alla fine di questo anno. Singolare il caso della Colombia: non solo non ha inviato una delegazione ministeriale (è stata rappresentata dal suo ambasciatore in Bolivia), ma il suo Presidente Juan Manuel Santos , dopo aver espresso la sua solidarietà a Morales, ci ha tenuto a raccomandargli di fare tutto il possibile per non rovinare i rapporti con l’Europa.

L’assenza di Dilma Roussef, figura solitamente in primo piano in tutti gli scenari regionali, è stata giustificata dalla delicata situazione interna del paese, anche se in alcune analisi è stata associata alle attese per l’importante visita ufficiale che farà prossimamente la leader brasiliana a Washington. Martin Granovsky, giornalista esperto in politica estera brasiliana, ha sottolineato il significato della presenza del brasiliano Marco Aurelio Garcia in Cochabamba e non legge nell’assenza un cambio nella politica della potenza regionale. Comunque mette in rilievo l’importanza simbolica dell’invito alla capitale USA: “Dilma si recherà in ottobre a Washington in visita di stato. Riceverà una accoglienza con tutto il cerimoniale di protocollo riservato ai presidenti: le 21 cannonate nei giardini della Casa Bianca, l’omaggio ai morti nel cimitero d’Arlington, la sfilata dei soldati della guerra di indipendenza con i loro ottavini”. Onori che non sono stati dispensati né a Nestor Kirchner, né a Cristina, e nemmeno allo stesso Lula. “Sarà stato a causa del veto di Argentina e Brasile alla formazione di una zona di libero scambio delle Americhe, il progetto sepolto nel Summit di Mar del Plata del 2005 ? – si domanda – E’ possibile”.

In ogni caso l’UNASUR ha rilasciato a Cochabamba una dichiarazione dove considera “inaccettabile la limitazione della libertà del Presidente Evo Morales”, rifiuta le azioni dei governi di Francia, Italia, Portogallo e Spagna, e sollecita a questi governi di dare spiegazioni del comportamento presentando pubbliche scuse.

Il governo di Mariano Rajoy ha subito risposto minimizzando i fatti e affermando che laSpagna non deve scuse a nessuno… Non vogliono neanche dare spiegazioni per l’insolito atteggiamento dell’ambasciatore spagnolo a Vienna, che ha preteso di entrare all’aeronave per verificare di persona se era nascosto l’ex analista della CIA. Il Ministero degli Esteri diFrancia, ha cercato invece un tono più conciliatore, auspicando un veloce chiarimento con la Bolivia e rinnovando “l’attenzione particolare della Francia verso i paesi dell’America Latina”.

L’Italia, da parte sua, ha cercato di prendere le distanze. “L’Italia non ha avuto nulla a che fare” sulla vicenda dell’aereo del presidente boliviano Evo Morales, perché “nel momento in cui è atterrato a Vienna, è decaduta la richiesta di sorvolo indirizzata all’Italia”, è stata la spiegazione della Ministro Emma Bonino, donna riconosciuta per il suo coraggio in tante battaglie civili ma anche per il suo appassionatoatlantismo. Secondo il governo, l’autorizzazione al sorvolo dello spazio aereo era stata già rilasciata, ma quando il 2 luglio l’autorizzazione è stata negata da Francia, Spagna e Portogallo, il velivolo ha invertito la rotta ed è atterrato a Vienna.

La condanna più forte a livello europeo è pervenuta dal presidente del Parlamento europeo Martin Schultz, che ha considerato iltrattamento dato a Morales “ridicolo e inaccettabile”, ritenendo che si debba investigare chi ha ordinato un simile atto, e avvertendo che gli europei non potevano non osservare le norme del diritto internazionale.

Oggi intanto erano convocati dal governo gli ambasciatori dei paesi europei coinvolti nella faccenda, tra cui il rappresentante diplomatico d’Italia Luigi di Chiara.

Perché intimidire Evo?

Così come era evidente che nell’aereo non c’era Edward Snowden, è anche risaputo che la Bolivia segue da vicino le politica internazionale della Repubblica Boliviariana del Venezuela in aperta sfida con Washington. Non soltanto nella conformazione di alleanze a livello sudamericano – come quando ha fortemente criticato l’accordo di libero scambio firmato dai governi di Perù e Colombia con gli Stati Uniti, sostenendo il governo venezuelano nella sua uscita dalla Comunità Andina e aderendo dunque immediatamente all’ALBA, l’unione di governi bolivariani promossa da Venezuela e Cuba – ma anche nei diversi schieramenti a livello internazionale, in particolare sui temi sensibili del Medio Oriente.

Evo ha manifestato il suo appoggio illimitato ai governi arabi nemici d’Israele, l’alleato strategico degli Stati Uniti nell’area, arrivando a definire il presidente iranianoMahmoud Ahmadinejad, un “compagno rivoluzionario e fratello”.

Un altro motivo di disgusto degli americani è quello della coltivazione di coca, precisamente la battaglia che combatte dalle sue origini, come sindacalista dei contadini produttori di questa pianta sacra di consumo tradizionale nella cultura aymara a cui appartiene. Nel 2008 Morales ha espulso la DEA, l’organizzazione degli Stati Uniti dedicata al controllo e sradicamento delle coltivazioni di coca, accusandola d’ingerenza negli affari interni del paese, “perché dietro alla coca ci sono gli interessi geopolitici degli Stati Uniti per dominare le nazioni e parallelamente saccheggiarne le risorse naturali”. Promotore dei poteri medicinali della pianta nei fori mondiali, dà impulso anche alla sua industrializzazione nel paese. Tutte le politiche di Evo sono accompagnati da forti gesti di attivismo antiyankee, come quando lo scorso anni è stata espulsa la azienda Coca Cola, la cui bibita è sostituita con una a produzione locale a base di foglie di cosa, o lo stesso fallimento e abbandono della catena Mac Donalds nel paese.

Al di là dei diversi gesti simbolici, un dato da tener presente è che la Bolivia è il secondo paese per riserve di idrocarburi del Sudamerica dopo il Venezuela, fattore illuminante sull’importanza strategica del paese andino.

evo4Appena iniziato il primo mandato, il 1° maggio 2006, Evo decreta la nazionalizzazione degli idrocarburi a favore dell’azienda statale YPFB (Giacimenti Petroliferi Fiscali di Bolivia), occupando militarmente le grandi imprese del settore (fondamentalmente la spagnolaRepsol e la brasiliana Petrobras) e destando inizialmente allarme a livello diplomatico e nelFMI. Le nuove norme prevedono che le aziende che sfruttino i depositi siano imprese miste, in cui YPFB abbia almeno il 51% del patrimonio netto. Lo stato boliviano ottiene l’82% dei ricavi e il 18% resta ai privati (secondo dichiarazioni successive delle imprese, anche in tale condizioni l’investimento risulta redditizio).

La politica di nazionalizzazioni è proseguita con le miniere di stagno, l’azienda francese di acqua e servizi igienico-sanitari, i telefoni(Telecom Italia, nel 2008), altri interventi nel settore dell’alimentazione (imprese francesi), nelle industrie minerarie, nei cementifici.

L’anno 2012 è stato dichiarato dal governo della Bolivia come “Anno dell’industrializzazione nel settore minerario e degli idrocarburi“, promuovendo grandi investimenti per le due imprese statali strategiche nel settore: l’ YPFB per gli idrocarburi e la Corporación Minera de Bolivia (Comibol) per le miniere.

minerali – argento, zinco, stagno principalmente – sono la seconda materia prima di esportazione della Bolivia, dopo il gas. Con questi programmi di sviluppo sono stati avviati i lavori per l’istallazione di due impianti idro-metallurgici per l’elaborazione del piombo e dello zinco, nelle regioni andine di Potosi e Oruro. Il presidente Evo Morales, ha recentemente inaugurato l’impianto industriale di litioLlipi, nella regione andina di Uyuni, per la produzione di cloruro di potassio, e ha annunciato che questo progetto segna l’inizio dell’era dell’industrializzazione in Bolivia.

La commercializzazione di gas naturale da parte di YPFB con il Brasile e l’Argentina è un’importante e crescente fonte di divise. Questo anno si prevede l’ingresso di più di 6.000 milioni di dollari per l’esportazione di energia. La produzione di petrolio attuale in Bolivia è di58.753 barili al giorno e le riserve certe di gas naturale ascendono a 11,2 miliardi di metri cubi, secondo dati ufficiali. Le esportazioni di queste risorse, si stima, rappresenteranno poco più del 50 per cento del totale delle esportazioni nel 2013.

Con l’obiettivo di promuovere l’elaborazione del gas naturale e dare impulso ad un’industria petrolchimica in Bolivia, la direzione dell’azienda statale YPFB ha approvato il ”Piano di Industrializzazione Quinquennale Gas Naturale 2011-2016” , che include i progetti ammoniaca urea, etilene, polietilene e gas a liquidi, in modo da produrre derivati con valore aggiunto per l’industria e il consumo interno, generando anche un surplus per l’esportazione.

La molto accidentata visita del presidente Evo a Mosca di giorni fa, potrebbe esser sgradita alla potenza imperiale statunitense se guardata nel contesto della politica internazionale e degli interventi economici dello Stato boliviano appena descritto. Evo era andato a Mosca per partecipare al Vertice del Foro dei Paesi Esportatori di Gas, al termine del quale la Bolivia ha firmato importanti accordi con il governo della Russia e le loro imprese per l’esplorazione e produzione di questa fondamentale fonte d’energia. Il Foro è un’organizzazione dei massimi produttori creata a Teheran nel 2001 e i suoi principali animatori sono Russia, la Repubblica Islamica d’Iran, Libia, Algeria, Venezuela e Bolivia.

Gli Stati Uniti sono accusati dal governo boliviano d’ingerenza nella politica interna lungo i vari conflitti che hanno minacciato il governo.Evo Morales, rifondando il paese come Stato Plurinazionale di Bolivia, modificava alla radice i rapporti di forza tra settori sociali, etnici e territoriali. I dipartimenti della regione piana orientale della “Media Luna” con base nel dipartimento di Santa Cruz, di popolazione bianca o meticcia, ricca d’agricoltura, bestiame e idrocarburi, adottarono una strategia autonomista promuovendo, di fatto, la separazione dalla nuova Bolivia che riconosceva le radici indigene, fondata da Morales.  In questa situazione di scontri, con diverse vittime e il rischio di guerra civile, il governo ha denunciato tentativi di colpi di stato, ha sventato un attentato a Evo e altri attacchi del movimento separatista di Santa Cruz, dietro il quale si sospetta la mano lunga dell’ambasciata degli Stati Uniti. Nell’agosto del 2008 il governo boliviano protestò formalmente con il governo di Bush per gli incontri tra il loro ambasciatore con il prefetto di Santa Cruz, leader della rivolta autonomista.

In seguito, secondo le denunce del governo, la strategia dell’ambasciata si è rivolta ad istigare e caldeggiare con l’ausilio della stampa, le proteste dei settori popolari. Ad esempio, nei conflitti esplosi negli ultimi anni attorno al progetto di costruire un’autostrada attraverso il Parco naturale di Tipniscontestato dai popoli originari del territorio, ma che costituirebbe una strategica via di comunicazione con il Brasile (interessato al suo finanziamento) per completare un corridoio interoceanico con il Cile. Un vero grattacapo per il governo, che anche se l’anno scorso ha promosso e vinto un referendum realizzato tra le diverse comunità indigene implicate, non riesce a contenere la furia di una parte della popolazione originaria.

I terreni di scontro interno con gli americani si moltiplicano. Un altro tema sono i sospetti sulle attività di alcune organizzazioni non governative (ong) americane sul territorio, senza aver avuto il consenso e l’autorizzazione delle autorità boliviane. Sono denunciate la“Fondazione Nazionale per la Democrazia”, finanziata dal Congresso degli Stati Uniti e l’Istituto Repubblicano Internazionale, legato al partito repubblicano americano.

Altri attriti sono sorti con la promulgazione nel 2011 della “Legge sulle Telecomunicazioni, Tecnologia dell’Informazione e Comunicazione”, che prevede l’assegnazione del 33% delle licenze allo Stato, il 17% alle organizzazioni della comunità, il 17% per gli indigeni e il 33% al settore privato. Il conflitto scontato con i gruppi monopolisti del settore e alcuni giornalisti, è sboccato in uno scontro tra Morales e la CNN, definita dal presidente come una catena imperialista, filo-americana, capitalista, di destra e monarchica. Anche sul piano delle finanze, la Bolivia ha voluto dare segnali di rottura, ribaltando l’egemonia del dollaro sull’attività economica del paese. Attraverso la politica denominata di “bolivianizzazione” il governo è riuscito ad imporre l’utilizzo della moneta locale sul 75% delle operazioni bancarie, raggiungendo il 100% nel settore della microfinanza. Inoltre la Bolivia acquista yen, per diversificare le riserve monetarie e guadagnare autonomia dalla tirannia del dollaro.

evo3I successi della Bolivia di Evo sono indiscutibili, al di là delle molte difficoltà e contraddizioni che spuntano ogni giorno in un paese che ha subito secoli di ingiustizie e spoliazioni. Mediante una campagna di alfabetizzazione realizzata con il supporto di Cuba e Venezuela, “in sette anni la Bolivia ha sradicato l’analfabetismo; la sua economia è cresciuta a una media annua del 4,7 per cento, sono aumentate quasi sei volte le sue riserve di valuta estera, il PIL pro capite è raddoppiato e ha smesso di essere quello stato mendicante, descritto come inviabile, che dipendeva dagli aiuti internazionali per pagare i propri dipendenti pubblici,  conquiste che non possono vantare molti paesi nella megacrisi economica internazionale.

Ha esteso notevolmente l’assistenza sanitaria a milioni di persone che non ne avevano e aperto migliaia di scuole. E’ un importante membro dell’ALBA, dell’UNASUR e sicuramente presto entrerà nel Mercosur, al quale aggiungerà un’ulteriore forza geopolitica e proiezione internazionale, considerando le risorse energetiche, minerarie e la biodiversità di cui gode la Bolivia”. (Angel Guerra Cabrera,La Jornada, 9/8/2012)

Più di ogni altra cosa, quello che mette in rilievo il conflitto, è che Evo è un pezzo molesto nella scacchiera geopolitica sudamericana, allineato con il blocco regionale che si viene costituendo in opposizione alle politiche di dominio statunitense nel continente.

L’episodio di Evo Morales virtualmente prigioniero a Vienna, rivela il declino dell’ ordine internazionale vigente dalla II° Guerra Mondiale,  segnala Hugo Moldiz Mercado (Telesur). Un declino i cui antecedenti “risalgono, paradossalmente, allo stesso momento del crollo del socialismo in Europa dell’Est” dal momento che “il passaggio a un mondo unipolare ha aperto un lungo periodo, non concluso ancora, di invasioni militari degli Stati Uniti e i suoi alleati in diversi punti del pianeta. In tutte queste invasioni imperiali, alle quali i media hanno dato forma di guerre, il tratto centrale è stato la negazione della Carta delle Nazioni Unite, della dichiarazione universale dei diritti umani, dei trattati e accordi internazionali come dimostrano i casi di Irak, Afganistan, Libia e tanti altri meno noti.

Il secondo insegnamento, secondo lo stesso analista di Telesur, è che gli Stati Uniti e i suoi alleati della NATO stanno sviluppando una strategia di dominio mondiale, una NATO planetaria, per la quale “le forze imperiali possono intervenire in qualsiasi posto del mondo e per qualsiasi motivo”, come è stato stabilito nel vertice NATO del 2010. Fanno parte di questa strategia d’allargamento di competenze lo sbarco dell’alleanza in America Latina, mediante l’adesione della Colombia (alleato extra NATOcon recente firma di un’ accordo di cooperazione), e parallelamente “il sostegno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, sequestrato dagli Stati Uniti e i suoi alleati”. Perciò “è evidente che il 2 luglio scorso, Francia, Spagna, Italia e Portogallo, hanno proibito l’utilizzo dello spazio aereo in maniera coordinata, malgrado i governi di questi paesi insistono in che sono state decisioni prese ‘individualmente’, scartando la necessità di dare spiegazione e meno ancora scuse”.

In terzo luogo, “è un segnale di minaccia per i governi di sinistra e progressisti dell’America Latina, che da circa 15 anni hanno ridotto l’influenza degli Stati Uniti nella regione allargando lo spettro dei loro rapporti internazionali, in particolare a partire da un approccio di integrazione e cooperazione Sud-Sud”. Inoltre “l’azione montato dall’Impero” dimostra “l’uso di metodi segreti da parte di Washington per premere sui governi affini alle loro politiche in America Latina, allo scopo di ridurre il livello d’influenza di nuovi organismi come l’Unasur, l’ALBA e la CELAC”.

Per ultimo dimostra chiaramente come i paesi europei sono diventati un prolungamento del territorio degli Stati Uniti e vere colonie dell’imperialismo.

In riferimento alla penultima osservazione, non è certamente un caso il fatto che tutti i paesi che sono mancati all’incontro UNASUR di Cochabamba, eccetto Dilma Roussef, sono firmatari di Accordi di Libero Commercio con gli Stati Uniti, e fanno parte della denominataAlleanza per il Pacifico costituita da Colombia, Perù, Cile e Messico.

L’Alleanza per il Pacifico è il nuovo nome per il vecchio tentativo di costituire l’ALCA da parte degli Stati Uniti, cioè l’espansione verso sud dell’Area di Libero Commercio dell’America del Nord (Stati Uniti, Canada e Messico). Ricordiamo che quell’accordo – giudicato ad esclusivo vantaggio degli Stati Uniti – era stato fatto deragliare rapidamente dall’alleanza dei governi progressisti, guidata da Lula eKirchner, conformata poi dal Mercosur.

In America Latina stiamo assistendo al confronto di due strategie o disegni politici-economici, da una parte il ripristino dell’influenza degli Stati Uniti e dall’altra il tentativo interno al continente di avanzamento di un processo d’integrazione diverso. Questo secondo processo, configura alleanze ancora in fase di consolidamento e molto dipendenti, tuttora, del segno politico dei governi che dirigono i diversi paesi, come ci fa notare Luis Bruchstein (Pagina 12, 6/7/2013). Il Mercosur è finora riuscito a sottrarsi al pericolo dell’associazione dell’Uruguay al blocco di libero commercio statunitense (durante il governo di Tabare Vasquez), applicando la norma che impedisce la firma individuale di trattati di questo tipo con terzi paesi (risoluzione 32/00 Mercosur); i problemi possono rinascere adesso con la sostituzione di Lugo con Franco in Paraguay.

Per questa ragione, qualsiasi cambiamento di segno politico nei governi del Brasile e dell’Argentina, i due assi portanti del Mercosur, potrebbe mettere a repentaglio l’orientamento dell’integrazione e la collocazione geopolitica del Sudamerica.

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