Pronti ad accogliere Snowden

di Geraldina Colotti

Il Manifesto, 7 luglio 2013.- Il Venezuela è pronto ad accogliere Edward Snowden. E poco prima anche il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, ha affermato di essere disposto a riceverlo «con molto piacere». Il presidente della Repubblica bolivariana, Nicolas Maduro, lo ha dichiarato venerdì sera durante le celebrazioni per i 202 anni della Dichiarazione di indipendenza del paese, il 5 luglio del 1811. Lo stesso giorno di 4 mesi fa è morto il suo predecessore, Hugo Chávez, stroncato da un tumore che in molti, a Caracas e non solo, sospettano sia stato «inoculato» dalla lunga mano della Cia. E così, nella gremita passeggiata Los Proceres – la stessa in cui il popolo ha accompagnato il feretro di Chávez dall’ospedale militare all’Accademia per l’oceanica veglia che ne è seguita – Maduro ha annunciato: «Ho deciso di offrire asilo umanitario al giovane statunitense Edward Snowden perché possa vivere tranquillo nella patria di Bolivar e di Chávez. È necessario proteggere questo giovane che ha rivelato gli oscuri segreti della Cia».

Asilo umanitario, come lo si concede ai profughi in fuga da guerre, catastrofi, e gravi persecuzioni. «Annuncio ai governi amici del mondo che abbiamo deciso di offrire questa figura del diritto umanitario internazionale per proteggere dalla persecuzione scatenata dall’impero più potente del mondo un giovane che ha solo detto la verità», ha continuato Maduro. Un argomento di peso, quello della verità, soprattutto negli Usa: innervato nella costituzione che, per esempio nel famoso Quinto emendamento, concede a un imputato il diritto di non rispondere, ma non quello di mentire. Un punto su cui le organizzazioni per i diritti civili statunitensi hanno insistito anche durante le proteste organizzate contro lo spionaggio di stato nella festa per l’Indipendenza, il 4 luglio: ricordando a Barack Obama le sue promesse (di trasparenza e non solo) pronunciate durante la campagna elettorale.

Le petizioni per chiedere la non punibilità di Snowden e la libertà del caporale Bradley Manning, che ha passato le informazioni a Wikileaks (il Cablogate) e che rischia l’ergastolo, sono rimaste lettera morta, al pari di quelle per chiudere il lager di Guantanamo, come promesso da Obama. «Chiudere Guantanamo è risultato più difficile del previsto», ha dichiarato recentemente il presidente Usa fornendo i nomi dei 166 detenuti, molti dei quali in sciopero della fame da 150 giorni e alimentati a forza. E, agli alleati che balbettavano richieste di spiegazioni per essere stati spiati dal programma Prism, ha risposto richiamandoli alla realtà: tutti spiano tutti, per interessi economici e per «la sicurezza». «Non potete avere 100% di sicurezza e anche 100% di rispetto per la vita privata e nessun inconveniente – ha dichiarato il 7 giugno il capo delle forze armate Usa dopo l’esplosione del Datagate – Si devono fare delle scelte sul tipo di società», ha detto.

Scelte che alcuni paesi dell’America latina stanno indirizzando in un altro senso. Con la festa per l’Indipendenza, il Venezuela ha festeggiato la tenuta dell’unione civicomilitare, ossatura del socialismo bolivariano messo in marcia da Chávez. Unico esempio che funziona per aver rinnovato, con forti iniezioni gramsciane e di democrazia radicale, quello che in altre parti del mondo è stato il nazionalismo progressista (vedi il nasserismo in Egitto) e che è finito altrimenti. Venerdì, Maduro ha nominato una donna, Carmen Meléndez, ministro della Difesa.

«Per essere indipendenti bisogna sentirlo. E sentirlo non basta, se non si esercitano indipendenza e sovranità», ha affermato il presidente bolivariano. Snowden – ha ribadito – «è un giovane che ha deciso, in uno slancio di ribellione, di dire la verità sullo spionaggio degli Stati uniti contro il mondo».

Un esercizio di sovranità è apparso anche il vertice d’urgenza organizzato a Cochabamba, in Bolivia, dall’Unione delle nazioni sudamericane (Unasur). Un attestato di orgoglio e di appoggio al presidente boliviano Evo Morales nella città che più ha contribuito a portarlo al governo con formidabili lotte di massa contro le privatizzazioni neoliberiste. Il 2 luglio, di ritorno dal vertice dei paesi produttori di gas, a Mosca, Morales era stato costretto a fermarsi per 13 ore a Vienna perché Francia, Portogallo, Spagna e Italia gli avevano negato il permesso di volo sul proprio territorio: per rispondere al volere degli Usa, che sospettavano la presenza di Snowden sull’aereo, hanno denunciato i paesi socialisti latinoamericani. Unasur ha richiesto delle scuse ufficiali ai paesi europei coinvolti nell’abuso. La Francia si è scusata, la Spagna non ha voluto saperne, l’Italia ha declinato ogni responsabilità. E tutt’e tre hanno negato asilo politico a Snowden, che lo ha richiesto a 21 paesi conosciuti più altri 6 i cui nomi non sono stati rivelati per evitare ingerenze Usa. Il parlamento portoghese, rispondendo a un’interrogazione del Partito comunista, ha convocato il suo responsabile Esteri. Ieri anche la Comunità degli stati latinoamericani e caraibici (Celac) ha espresso solidarietà a Morales e «seria preoccupazione», e ha chiesto «un chiarimento dei fatti che costituiscono una violazione al diritto internazionale».

L’annuncio di Maduro ha scatenato l’isteria della destra. «Maduro cerca di nascondere così il disastro del paese», ha detto Henrique Capriles, leader dell’opposizione: lo stesso che, da sindaco di Baruta, nel 2002 ha dato l’assalto all’ambasciata cubana a Caracas, durante il golpe a guida Usa contro Hugo Chávez. Finora gli Usa tacciono. Snowden è ancora al terminal dell’aeroporto moscovita di Sheremetievo, dov’è arrivato il 23 giugno.

Gay Pride 2013 a Quito

Gay Pride 2013 a Quito

Gay Pride 2013 a Quito: “estoy acolitando” è un modismo ecuadoriano che vuol dire “ti sto appoggiando”

di Davide Matrone

La comunità GBLT (e non solo) scende in piazza per rivendicare diritti ancora negati.

“Ogni anno siamo sempre di più belli e colorati!”. Tra le frasi e dichiarazioni raccolte durante la marcia GBLT di Quito questa è quella che mi ha colpito di più. E’ vero si era in tanti e colorati. Sara, una bella ragazza ecuadoriana con il suo cartello “siamo tutti diversi” ha marciato insieme a tanta gente che è scesa in piazza per reclamare i diritti, ancora negati alla comunità GBLT dell’Ecuador.

Il 6 luglio 2013 a Quito si è conclusa la settimana dell’orgoglio gay a livello nazionale. Una settimana nella quale l’intera comunità GBLT ha organizzato una serie di iniziative in tutte le città del paese come a Guayaquil, a Cuenca, a Quito e a Manta. In ogni città si è tenuta una sfilata e si sono realizzati incontri, seminari, dibattiti e feste.

A Quito la manifestazione di chiusura ha visto scendere nelle strade circa 5 mila persone (1500 secondi le fonti della polizia).

Tante le associazioni e i gruppi in piazza come la Fundacion Equidad che risulta essere tra i gruppi storici della realtà ecuadoriana che da anni lavora sul territorio a fianco della comunità GBLT (Intervista realizzata a Juan Carlos Masabanda della Fondazione “Equidad”).

Gay Pride 2013 a Quito

La sfilata ha attraversato una delle arterie principali della città e cioè la Avenida Amazanos. Lungo il tragitto, ho incontrato tante coppie che per mano avanzavano col sorriso e con la voglia di esserci. Non importa se fossero etero, bisex, omosessuali, trans, tutti erano accomunate dallo stesso desiderio: quello di vivere in un mondo nel quale esprimere poter esprimere il proprio amore senza nessun problema. E cosi migliaia di persone innamorate della vita, hanno messo in scena un bello spettacolo pieno di colori e di sorrisi.

C’erano anche i tambori che danzavano e davano il ritmo ed era un ritmo pieno di calore.

La città ha accolto positivamente questa sfilata anche se strana per alcuni che sostavano lungo i marciapiedi. In Ecuador purtroppo il tema dell’omosessualità risulta essere ancora un tabù e i gay in generale vengono ritenuti strani. Per la maggioranza degli ecuadoriani una coppia gay è anormale. Qui il gay dichiarato, nell’ambito lavorativo, può avere buone possibilità di realizzazione professionale solo in un negozio di “peluqueria” cioè di parrucchiere.

Gay Pride 2013 a Quito

Beh detta così è molto riduttiva e non da il vero senso della situazione, però fa parte della realtà. Una realtà però in cammino ed in movimento come l’intero paese del resto. E allora bisogna dire anche che, non è tutto vero che i gay possono essere solo dei buoni parrucchieri. Nel frattempo anche qui in Ecuador, dove il machismo (maschilismo) è molto forte (come in quasi tutta il sud america), il tema omosessualità comincia ad essere meno strano. I giovani hanno un visione più “liberale” se si comparano alle precedenti generazioni. La promiscuità consente di conoscersi e di avere amici gay o lesbiche, di uscire insieme e di andare a ballare in discoteca, di frequentare le stesse aule universitarie e allora questa quotidianità fa si che l’omosessualità non risulta essere un tema imbarazzante.

GAY PRIDE 2013 A QUITO

E cosi in piazza c’erano molti eterosessuali che pensando di dover appoggiare la comunità GBLT e avvicinare gli altri che ancora non vogliono accettare questa realtà che esiste. E per le strade si chiedeva una cosa molto elementare cioè: di amare ed essere amati senza se e senza ma. Come dicevo, quindi, in Ecuador la situazione sta cambiando e la società civile comincia ad esserne consapevole.

Le famiglie non hanno più paura di nascondersi e cosi sfilano i membri di un intero nucleo familiare mano nella mano col cartello “nella mia famiglia siamo tutti uguali”. La mamma e il papà con il loro figlio gay e fidanzato al seguito. Oppure persone con i loro figli in carrozzina che “acolitano” (per usare un modismo ecuadoriano) sostengono la comunità GBLT.

Alla fine tutti in piazza Foch, dove la festa di sorrisi e colori è continuata fino a notte inoltrata.

Cuba: Mariela Castro e il movimento GBLTIE

La questione della sessualità a Cuba

A Cuba i diritti del mondo GBLT sono riconosciuti e grazie al lavoro di Mariela Castro, figlia del Presidente della Repubblica di Cuba, Raul Castro sono un elemento importante della politica rivoluzionaria cubana.

Inoltre si propone di allargare lo spettro del movimento a tutti gli orientamenti sessuali per questo si parla di Movimento GBLTIE  (Gay, Bisex, Lesbo, Trans, Inter e Eterosessuale), poiché si parte dall’idea che tutti gli orientamenti sessuali devono collaborare alla comprensione dell’ampiezza di tutto lo spettro della diversità.

La disinformazione in Italia e quello che gli italiani non devono sapere!

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di Davide Matrone

Leggo su Repubblica questo articolo dal titolo: “Ecuador, la legge bavaglio di Correa, è una minaccia per la democrazia“, pubblicato in data 6 luglio 2013, di Salvatore Giuffrida.

L’Italia, l’Europa e la loro storica visione arrogante ed euro centrica non funziona più o non ha la stessa credibilità di un tempo. L’ultimo episodio accaduto al presidente boliviano Evo Morales lo conferma. Sui principali giornali europei, per esempio, si pubblicano articoli falsi, tendenziosi e a volte delle vere e proprie bufale (come nel caso del giornale spagnolo ABC della foto di Chávez in sala operatoria) che parlano di un’altra America Latina. L’intenzione è ben chiara, cioè quella di denigrare e delegittimare i presidenti che vincono elezioni con partecipazioni e consensi popolari da far invidia alle cd democrazie occidentali (vedi la partecipazione alle ultime elezioni amministrative italiane con astensioni oltre il 50%).

In Ecuador, per esempio, nelle ultime elezioni presidenziali, Rafael Correa ha vinto con quasi il 60% dei voti incrementando i consensi popolari nonostante già 6 anni di Governo.

La partecipazione alle elezioni qui in Ecuador è obbligatoria è vero, ma un Presidente che vince 7 elezioni su 7 (amministrative, referendum e presidenziali) dal 2006 ad oggi non è una sciocchezza.

Qui, in America Latina negli ultimi anni i referendum popolari vanno di moda. I governi “dittatoriali” o con “derive autoritarie”, come vengono dipinti in Europa, fanno decidere al popolo. E cosi è successo in Ecuador per ben 2 volte, dove il popolo è stato chiamato a votare per questioni di notevole importanza, come nel caso del referendum Costituzionale del 2008 e quello relativo ad alcune modifiche costituzionale del 2010. Nel primo caso il popolo ha scelto una nuova carta costituzionale nella quale vengono sanciti e riconosciuti diritti fondamentali per il Buen Vivir; e nel secondo caso si è votato, tra l’altro, per riformare la giustizia e per eliminare o meno il conflitto d’interessi. Questa strana abitudine dei paesi autoritari sudamericani di convocare il popolo a decidere del proprio destino forse risulta incomprensibile ai governi europei che se la cantano e se la suonano all’interno dei grigi e tristi parlamenti autoreferenziali. Succede anche in Venezuela che un presidente, che vince democraticamente 14 elezioni su 15, (Hugo Chávez) convochi il popolo per chiedergli la candidatura illimitata alle elezioni presidenziali; e recentemente è successo in Brasile con la Presidente Dilma Rousseff che ha promesso un referendum popolare per dare vita a una Costituente dedicata alle riforme politiche dopo le forti proteste di piazza del popolo brasiliano.

Invece, nelle democratiche repubbliche europee le firme raccolte dai cittadini per indire un referendum popolare, vengono dimenticate nei cassetti ministeriali, e allora meglio decidere per alzata di mano – se non con voto segreto – in parlamenti che rappresentano solo freddi e cinici gruppi di potere.

E ancora, i giornali europei non raccontano tutto questo, e non fanno sapere ai propri cittadini moltissime cose.

In Ecuador, per esempio, dal 2006 il governo progressista e democratico del Presidente Correa ha varato una serie di leggi che farebbero tremare le banche e i banchieri europei e per questo non hanno avuto risalto in nessun giornale di primo piano, fatta rara eccezione di giornali che vengono letti da poche migliaia di persone.

E’ successo che: sono aumentati i salari e le pensioni ben più oltre l’adeguamento del caro–vita annuale; è aumentato il bonus sociale rivolto alle fasce più deboli del 100%; c’è l’obbligo delle imprese a mettere in regola i propri lavoratori e di pagare le tasse perché in caso contrario la si sanziona o peggio la si chiude; l’istruzione è divenuta gratuita fino al terzo anno di studi universitari nelle università pubbliche; si sono rinegoziati i contratti con le transnazionali petrolifere aumentando le entrate a favore dello stato, è stata chiusa l’unica base militare (guarda caso USA) perché il popolo nel referendum del 2008 ha deciso che nessuna istallazione militare straniera deve restare nel paese, sono aumentati gli investimenti nelle infrastrutture da parte dello Stato (costruzione di ponti, strade, autostrade, viadotti, oleodotti, acquedotti, aeroporto nuovo, in fase di costruzione la metropolitana a Quito); e finalmente sono aumentati gli investimenti dello stato anche nel campo sanitario con aperture di ospedali e ambulatori in tutto il paese e medicina gratis nel settore pubblico.

Ed altro ancora, ma tutto questo in Italia, cari connazionali, non l’avete letto, anzi non lo dovete sapere perché mette in imbarazzo le “nostre democrazie” che non rappresentano più nessuno se non gli interessi della casta politica-aziendale.

Ed in merito alla “legge bavaglio” di Correa, come la Repubblica titola, dovete sapere che la stampa scritta qui in Ecuador è controllata per la maggioranza da gruppi privati. Ecco i principali giornali in circolazione:
 
EL UNIVERSO : Fondato nel 1921 nella città di Guayaquil è oggi tra i principali periodici letti a livello nazionale. Appartenente all’impresa privata “Compañia Anonima El Universo” di Carlos Peréz Barriga, la cui famiglia lo controlla dalla sua fondazione. D’ispirazione di destra liberale.
 
EL COMERCIO: Fondato nel 1906 è il giornale più letto in Ecuador. Appartenente all’impresa privata “Compañia Anonima El Comercio” del Grupo El Comercio di Guadalupe Mantilla de Aquaviva. D’ispirazione liberale.
 
LA HORA: Fondato nel 1982 del fondatore Galo Martinez Merchán nel frattempo passato ad un gruppo di azionisti privati tra i quali José Tobar e Alvaro Peréz Intriago. D’ispirazione liberale.
 
HOY: Fondato nel 1982 ed appartiene al gruppo privato HOY TV canale 21 UHF, HOY la radio 97,3 FM, Radio Classica 1110 am Digital ed Edisatélite.
 
Ed infine EL TELEGRAFO che dal 2008 è statale, cioè è l’unico giornale pubblico dell’Ecuador. Negli anni precedenti faceva parte del gruppo EL TELEGRAFO – Radio Telegrafo (770 AM) e Radio la Prensa (100.1 FM), CANAL 12 appartenente al banchiere Fernando Aspiaza Seminario, condannato per peculato dopo il fallimento della sua principale impresa cioè EL BANCO DEL PROGRESO. Dal 2008 IL TELEGRAFO è divenuto statale e nel 2012 ha vinto il premio WAN IFRA come tra i migliori 8 giornali stampati in America Latina.
 
Quindi prima dell’arrivo del Presidente Rafael Correa c’era un monopolio assoluto dell’informazione appartenente ad un gruppo di lobby di potere legati alle vecchie oligarchie del paese e di chiara ispirazione liberale. Oggi che esiste un solo giornale pubblico contro i colossi dell’informazione privata si parla di legge bavaglio. Oggi che si è scalfito il monopolio editoriale si condanna l’Ecuador per la “mancata libertà d’espressione”.
 

José Martí e la democrazia affettiva

dal Granma, Julio 2013, jueves 4, NACIONALES, p.3 –

Come insegnava “el apóstol” cubano José Martí, una democrazia effettiva non può non essere anche “affettiva”.

DEPUTATO

Uomo incaricato dal popolo affinché studi la sua situazione, affinché esamini i suoi mali, affinché ponga rimedio quando può, affinché stia sempre immaginando il modo di porne rimedio.

Il seggio è la sua missione: non è la ricompensa per un talento inutile, non è il premio per una incipiente elocuzione, non è la soddisfazione di una superbia prematura.

Si giunge per merito proprio, per lo sforzo costante, per quello che si vale realmente; per quello che si è fatto in precedenza, piuttosto per quello che si promette di fare.

I privilegi muoiono ovunque, e muoiono per giungere ad una deputazione. Non è che i seggi siano di diritto degli intelligenti: è che il popolo li assegna a chi si occupa del popolo e lo fa bene.

Dal basso verso l’alto: non dall’alto al basso.

L’ingegno non merita nulla per il fatto di essere tale; merita quello che produce e per quanto si applica.

L’ingegno lo dobbiamo alla natura: non è un nostro merito, è una circostanza casuale: l’orgoglio è sciocco, perché il nostro ingegno non è nostro.

Non abbiamo fatto nulla per conquistarlo: lo abbiamo acquisito perché così si è incarnato in noi.

L’intelligenza acquisita per casualità è forse titolo di ammirazione o signorilità?

Deputato è colui che merita si esserlo per opera posteriore e cosciente; non colui che per meriti casuali si crede padrone e intelligente.

Il talento non è più che l’obbligo di applicarlo. Anzi è vile più che degno di merito colui che non lo mette in pratica perché ha avuto in sé stesso lo strumento del bene ed ha passato la vita senza utilizzarlo né educarlo.

Il talento è rispettabile quando è produttivo: non deve essere mai la unica speranza di coloro che aspirano ad alti posti.

Deputato è l’immagine del popolo: si operi per lui. Si studi, si propaghi, si ponga rimedio, si mostri affetto vivo, che sia affetto vero.

Il talento non è una riminiscenza del feudalesimo: ha il dovere di praticare la libertà.

Non si trascina per alzarsi: vive sempre in alto, affinché nulla possa contro di lui.

Si insegna e si lavora: dopo si chiede il premio.

Si parla, si diffonde, si pone rimedio, si scrive; dopo si chiede la commissione ai committenti, a coloro per i quali si è realizzato il beneficio.

Il beneficio non è qui null’altro che il dovere: si chiama dovere ciò che si fa bene.

La deputazione non cresce nel pensiero ambizioso: si ottiene con l’assenso generale.

Tutti ritengono utile uno: costui è nominato da tutti. Nominato realmente per il bene che ha fatto, per la fiducia che ha ispirato, per le idee propagate, per la speranza in ciò che farà.

L’uomo utile ha più diritto alla deputazione che l’uomo intelligente.

L’intelligente può dare il colpo di frusta: l’utile fa sempre il bene.

Se si ritiene che il talento sia merito nostro e che questo dia diritto ad ottenere qualsiasi cosa, ciò impone l’obbligo di valorizzarlo: quando si cerca la commissione altrui, altrui deve essere stato il beneficio.

L’intelligenza non è la capacità di imporsi; è il dovere di essere utili agli altri.

José Martí, Pubblicato il 9 luglio 1875 para la Rivista Universal del Messico

[trad. dal castigliano di Ciro Brescia]

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