Il Brasile chiede più Stato-sociale. O Globo sarà d’accordo?

di Tito Pulsinelli

selvasorg.blogspot.com, Caracas.- Secondo i dati della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL) relativi al  Brasile al tempo di Lula e Dilma Rousseff, la povertà è stata ridotta dal 37,5% al 20,9%, e l’indigenza è calata dal  13,2 al 6,1%, il che significa che circa 30 milioni di brasiliani sono entrati nel basso ceto medio, migliorando sensibilmente il loro potere d’acquisto. Si stima che il 53% dei brasiliani (circa 104 milioni di persone) fanno parte della classe media, rispetto al 38% di dieci anni fa.

Negli ultimi cinque anni il reddito reale del 10% dei più poveri è aumentato del 10%, nel contempo sono stati creati 18 milioni di posti di lavoro. Circa 11 milioni di famiglie (40 milioni di persone) sono iscritti al programma statale “Borsa Familia”, che dà 68 reais mensili a quelli che guadagnano meno di 70 reais al mese, più assegni familiari per ogni figlio. Il salario minimo è stato aumentato quest’anno di 667 reais (330 dollari) al mese. E’ un percorso opposto a quello in voga in Europa e USA dove le classi subalterne hanno perso reddito e diritti.

Il 50 per cento dei terreni coltivabili, secondo la CEPAL, sta nelle mani dell’1% della popolazione. L’85% delle migliori terre è utilizzato solo per coltivare soia, mais, pascoli e canna da zucchero e il 10% dei proprietari terrieri detiene l’85% del valore della produzione agricola.

Il Brasile è il principale protagonista del MERCOSUR, UNASUR e CELAC. Nel 2005 Lula da Silva, assieme a Chávez, Evo Morales e gli altri Paesi latinomaericani, ha partecipato attivamente alla sconfitta del mega-trattato di libero commercio denominato ALCA. Era la deregulation dell’economia dell’intero continente americano, che l’ex presidente George W. Bush voleva ridisegnare alla misura dei dogmi  liberisti e degli interessi nazionali degli USA.

Nell’ultimo decennio, a differenza del passato, sia Lula da Silva che Dilma Rousseff hanno dimostrato solidarietà con il Venezuela e Cuba, rilanciando la proiezione del Brasile anche in Africa. Per il Fondo Monetario Internazionale, l’economia  brasiliana sta dietro solo a quella degli USA, Cina, Giappone, Germania e Francia; è membro prominente del BRICS, vale a dire del blocco geoeconomico emergente, che ha reso fittizie le gerarchie dei “7 grandi (G7).

La crisi senza uscita in cui versa l’area “occidentale” -Paesi Industrializzati Altamente Indebitati (PIAI) – fa sì che i globalisti rompano gli indugi e passano a incrociare i guantoni con la “concorrenza”. Non sopportano più, per esempio, che i brasiliani -nel commercio con la Cina- abbiano sostituito il dollaro con le rispettive monete nazionali.

E’ assai curioso che l’apparato mediatico dell’elite di San Paulo, che crocifigge sempre qualsiasi rivendicazione popolare, oggi soffi sul fuoco di una protesta che -in ultima istanza- sta rivendicando che il governo investa di più in scuole e ospedali (1). Il monopolio mediatico privilegia lo sputtanamento immediato del governo. Presto, però, riprenderanno a combattere contro le politiche tese ad ampliare lo Stato sociale, o che pongano qualche limite al latifondismo della soia transgenica, che non dà molti posti di lavoro. Il Venezuela destina il 42% del bilancio agli investimenti sociali. Il governo chiede al parlamento che approvi una legge per destinare i proventi dei megagiacimenti Presal alla salute, istruzione e pensioni.

L’arrivo di 10mila medici dall’estero farà cadere la maschera a molti. Si opporranno, come già hanno anticipato, all’arrivo di medici cubani? L’alleanza illusoria tra i lupi e il gregge avrà una definizione: gli interessi degli utenti delle “reti sociali” differiscono da quelli dei proprietari di satelliti, monopoli radiotelevisivi e cartacei, che oggi concedono una sponda di rilancio per massificare la protesta. Non è gratuita, ha un prezzo salato. Il governo brasiliano è alle prese con la prima guerra mediatica ad ampio spettro d’impatto, com’è avvenuto in varie riprese contro il Venezuela, Bolivia, Ecuador ed Argentina e -come questi- supererà la prova rafforzando le politiche sociali.

 

NOTA
(1) – Il sistema privato della comunicazione, che in Sudamerica svolge funioni di vero e proprio partito politico, con una singolare piroetta è passato dalla iniziale condanna della protesta a una repentina approvazione e promozione su larga scala. Perché?
(2) – La direzione dei Senza Terra fa questa valutazione: Ieri, 20 giugno, più di un milione di giovani sono scesi in piazza in 15 capitali del paese.
C’è di tutto. In ogni città si stanno disputando i cuori e le menti.

In San Paolo e Rio, settori di destra hanno preso la testa , attaccando militanti di sinistra e provocando la violenza per creare il caos. Ma in altre città è la sinistra che da il ritmo all’iniziativa.
Alcuni brevi riflessioni:
1.La mobilizzazione è sociale, di un settore nato dopo il neoliberismo. Sono giovani della classe media e della classe medio bassa. I lavoratori sono ancora in silenzio. Si tratta di un settore che comunica solo tramite i social network e non è influenzato dalla televisione e dai grandi media.
2. E’ il frutto di 12 anni di conciliazione delle classi (come in Cile) che ha escluso la gioventù dalla partecipazione politica. E i giovani vogliono partecipare in qualche forma, anche camminando per strada, senza repressione.
3. E’ il risultato di una grave crisi strutturale urbana, causata dal capitale finanziario speculativo con il risultato di un aumento dell’affitto, una vendita massiccia di automobili finanziata dalle banche e il traffico caotico, senza mezzi di trasporto pubblico, in cui le persone perdono due, tre ore per andare a lavorare, a scuola ..
4. Nessuno li controlla. Sono senza direzione politica.
5. Per ora i di gran lunga più colpiti sono i politici tradizionali, la politica borghese, e, naturalmente, il metodo sviluppato dal governo PT in questi anni di governo, i governi, tutti, di destra, di centro o di sinistra ..
6. La destra si infiltra e tenta di generare un clima di violenza, di caos e dar la colpa al PT e a Dilma.
7. Il governo Dilma è paralizzato nella sua non-politica. Voleva solo gestire, e ora non sa che amministrare.
8.I movimenti sociali cercano di generare una politica, per andare avanti (vedi la lettera alla presidentessa ..) e ampliare le richieste perché si avanzi verso una riforma politica, una riforma dei media, una riforma fiscale, e la riforma agraria.
9.Nessuno sa cosa succederà: andremo verso la Spagna (dove la destra ha capitalizzato alle urne, cosa che potrebbe accadere nel 2104) o verso l’Argentina (2001), con progresso .. o in una situazione di impasse come in Grecia?
Probabilmente nessuno di queste cose , ci sarà una formula brasiliana, nessuno lo sa per ora
10. Ma è certo che abbiamo necessità e ci saranno cambiamenti, in tutti i sensi!
Abbracci dalla strada
La segreteria nazionale del MST – (Movimento dei Sem Terra del Brasile) 

 

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