L’Ecuador e il caso Snowden: un mondo in fibrillazione

di Fabrizio Verde – Red de Amigos de la Revolución Ciudadana

Un uomo in fuga braccato dall’intelligence statunitense per aver svelato il più grande progetto di controllo e spionaggio a livello mondiale, che ha fatto perdere le sue tracce e richiesto asilo politico all’Ecuador. Nell’affaire Snowden, trentenne informatico ex agente della Cia, poi passato come contractor all’agenzia Nsa – National Security Agency molto più potente, ricca e segreta della «vecchia» Cia – appaiono evidenti le circostanze che ricalcano quanto accaduto con il fondatore di Wikileaks Julian Assange, tutt’ora rifugiato presso l’ambascia ecuadoriana in quel di Londra, sorvegliata ventiquattr’ore al giorno dalla polizia britannica da oltre un anno, 371 giorni per la precisione, nonostante il governo di Quito abbia concesso asilo politico al giornalista e attivista australiano.

Tuttavia è giusto sottolineare come le rivelazioni e le conoscenze sulle modalità di spionaggio pubblicamente denunciate da Snowden, siano ancora più dirompenti rispetto alle notizie segrete rese note da Wikileaks. Basti pensare al fatto che si è avuta la certezza che il governo di Washington ha costantemente tenuto sotto controllo le mosse dei suoi alleati più stretti. Da Parigi a Berlino, passando per Roma. Dove nel 2006, in occasione di una visita ufficiale nella capitale italiana del presidente venezuelano Chávez, la Nsa imbastì un’imponente – dal punto di vista economico e della tecnologia impiegata – operazione di spionaggio mediante satelliti e droni, che consentì di carpire ogni parola proferita dal leader socialista bolivariano. Comprese conversazioni private tenute in luoghi chiusi. Forti le proteste da Parigi e Berlino che attraverso i rispettivi ministri degli esteri parlano di «fatti inaccettabili» e di «atteggiamento che si teneva tra nemici durante la guerra fredda».

Nondimeno nella vicenda vi sono aspetti, inquietanti, che rimandano alla tormentata storia di Bradley Manning, il militare che ha materialmente fornito le informazioni a Wikileaks e deciso di non scappare, ma provare a rimanere nell’ombra. Una volta scoperto, a causa della denuncia di una persona che riteneva fidata, è stato arrestato. Sottoposto a trattamento degradante e inumano, torturato, costretto all’isolamento. Tutto confermato da un’inchiesta condotta da Juan Mendez, relatore speciale sulla tortura delle Nazioni Unite. Presumibilmente Manning, che si trova ancora sotto giudizio, verrà condannato al carcere a vita.

Per questo Edward Snowden ha deciso di far perdere le proprie tracce. Inoltrando formale richiesta d’asilo politico all’Ecuador. Come confermato sia dal presidente Rafael Correa attraverso il proprio profilo Twitter, che dal Ministro degli Esteri ecuadoriano Ricardo Patiño in una conferenza stampa tenuta in Vietnam dove si trovava in visita ufficiale. Sia Correa che Patiño hanno assicurato che l’Ecuador valuterà la richiesta di asilo politico avanzata tenendo conto della sovranità del proprio paese, in base ai principi costituzionali e le norme internazionali, con ben presente un fattore specifico: il rischio concreto di violazione dei diritti umani di Snowden qualora finisse in mano nordamericana. Il tutto con la libertà e l’indipendenza che contraddistingue il paese andino guidato da Rafael Correa.

Così come accadde riguardo la vicenda Assange, per cui lo Stato ecuadoriano che accolse dopo attenta valutazione del caso la richiesta d’asilo, continua il lavorio pressante sulle autorità del Regno Unito in merito alla concessione dello spettante salvacondotto necessario al giornalista australiano per raggiungere Quito. Medesimo percorso che anela d’intraprendere nel minor tempo possibile l’ex contractor della Nsa – ancora bloccato a Mosca – qualora il governo ecuadoriano dovesse accogliere la richiesta d’asilo avanzata, sulla base dell’articolo 41 della propria costituzione che sancisce «il diritto di asilo e lo status di rifugiato in conformità con la legge e gli strumenti internazionali sui diritti umani». Principio costituzionale dove viene inoltre specificato: «Le persone che si trovano in stato di asilo devono godere di una protezione speciale al fine di garantire il pieno esercizio dei propri diritti».

Intanto da Caracas interviene anche il Presidente venezuelano Maduro che durante la cerimonia di consegna del Premio Nazionale di Giornalismo Simón Bolívar dichiara: «Nessuno ci ha sollecitato asilo in suo favore, ma se egli volesse, il Venezuela è disposto a offrire protezione a questo ragazzo indifeso. Affinché non sia catturato e ucciso dagli Stati Uniti e il mondo possa conoscere la verità».

Qualora Snowden dovesse finire in mano ai servizi d’intelligence nordamericani, quest’ultimi rispetterebbero i diritti umani del whistleblower? A riguardo vi sono davvero pochi dubbi. Completamente fugati dal trattamento inumano riservato a Bradley Manning. D’altronde le informazioni passate dall’ex contractor al quotidiano inglese ‘The Guardian’ hannno permesso di portare alla conoscenza dell’opinione pubblica mondiale il più grande piano di spionaggio di massa mai realizzato. Scrive in merito James Bamford, un esperto di Nsa: «Nonostante le smentite ufficiali, i documenti dettagliano una massiccia operazione finalizzata a tracciare ogni telefonata ogni giorno – miliardi di miliardi di dati privati – e un’altra operazione ‘Prism’ per dirottare verso Fort Meade, sede del quartier generale della Nsa, le comunicazioni internet che entrano ed escono da Google, Apple, Yahoo e altri giganti della Rete».

Secondo quanto affermato da Julian Assange – dalla stanza dell’ambasciata ecuadoriana di Londra dove si trova bloccato per i motivi sopra citati – il viaggio da Hong Kong a Mosca di Snowden è stato reso possibile dall’Ecuador che lo ha dotato dello status di rifugiato. Gli Stati Uniti, infatti, hanno disposto il ritiro del suo passaporto. La circostanza però non è stata confermata dal governo di Quito.

Scontate le proteste degli Stati Uniti che considerano Snowden un traditore criminale. Uomo al soldo delle potenze straniere. Quisling pericoloso per la sicurezza nazionale da estradare senza alcuna esitazione. Quell’identica sicurezza, nel cui nome si è deciso di controllare e incamerare le comunicazioni dell’intera popolazione mondiale. Peccato, però, per l’impero yankee di cui si palesa la proverbiale doppia morale, che questo sia esattamente lo scenario orwelliano agitato per decenni contro l’allora blocco socialista, accusato di far vivere i propri cittadini sotto la cappa opprimente di uno spietato stato di polizia.

Mentre nel caso dell’estradizione, gli Stati Uniti dovrebbero avere a mente che sul proprio suolo ospitano personaggi ritenuti criminali in Ecuador come l’ex presidente Jamil Mauhad Witt, i banchieri truffatori e golpisti Roberto e Isaias Dassum, l’ex capo dell’intelligence militare ecuadoriana Mario Pazmiño, in realtà al soldo della Cia. Senza tacere di Posada Carriles, degli altri terroristi che hanno insanguinato Cuba e l’America Latina; Criminali del calibro di Michael Townley e Guillermo Novo, agenti in servizio presso la Dina – equivalente della Gestapo creata dal golpista cileno Augusto Pinochet – per conto della Cia, autori delle torture ai danni dei diplomatici cubani Jesús Cejas Arias e Crescencio Galañeno Hernández tragicamente scomparsi. I loro corpi non saranno mai ritrovati.

Dalle proteste alle minacce il passo è breve. Così, puntuale come al tempo dell’asilo concesso a Julian Assange è giunta da parte statunitense la minaccia di cancellare l’Atpdea: accordo bilaterale che prevede una consistente riduzione tariffaria per l’importazione di prodotti ecuadoriani come contropartita per il lavoro svolto dall’Ecuador sul versante del contrasto al narcotraffico. Veemente ed immediata la reazione ecuadoriana che decide di rinunciare in maniera «unilaterale e irrevocabile» alle agevolazioni doganali. Spiega Fernando Alvarado, ministro per le Comunicazioni, in conferenza stampa: «L’Ecuador non accetta pressioni né minacce da nessuno e non commercia i principi, né li sottopone a interessi mercantili, per quanto importanti possano essere». Poi la mossa, pregna di sovranità, che ribalta la situazione: «L’Ecuador offre agli Usa un aiuto economico di 23 milioni di dollari annuali – continua Alvarado – ammontare simile a quello che riceveva con le agevolazioni doganali, al fine d’offrire preparazione in materia di diritti umani. Addestramento che contribuisce a evitare attentati all’intimità delle persone, torture, esecuzioni extra giudiziali e azioni che denigrano l’umanità». Concetto ribadito da Correa che ha rimarcato come l’Ecuador respinge e condanna certe pratiche e politiche tenute dagli Stati Uniti d’America.

Successivamente alla reazione l’Ecuador ha incassato il pieno sostegno venezuelano. Il presidente Maduro si è infatti felicitato con il «compagno Correa» per aver rinunciato «unilateralmente e in modo irrevocabile» ai diritti commerciali preferenziali. Inoltre per l’occasione è tornato a far sentire la sua voce autorevole il Comandante Fidel Castro, che attraverso una missiva inviata al presidente nicaraguense Daniel Ortega in occasione del «formidabile» vertice ‘Petrocaribe’ tenutosi a Managua, ha espresso tutto il suo «appoggio» a Rafael Correa per la coraggiosa posizione assunta nei confronti del governo statunitense nel caso Snowden. Una lettera volta a sottolineare l’importanza del fatto che Correa abbia «respinto energicamente le minacce» in una fase storica in cui «l’impero minaccia con guerre e il possibile utilizzo di armi sofisticate – argomenta il Lider màximo – la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa. Due nazioni poderose che mai furono coloniali e oggi sono vittime delle minacce degli Stati Uniti».

In ultima analisi, l’Ecuador sotto la guida di Rafael Correa si conferma un fondamentale bastione della lotta antimperialista. Stato indipendente e sovrano. Capace di dare una lezione, l’ennesima, di estremo rispetto per i diritti umani, di dignità e sovranità all’intero mondo. Valori inestimabili. Conquiste della Revolución Ciudadana.

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  1. Snowden e l'Ecuador: il mondo attende

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