Napoli: la partecipazione dal basso in Venezuela

NAPOLI -5 GIUGNO 2013 ore 19 – LA PARTECIPAZIONE DAL BASSO IN VENEZUELA
Ecco la presentazione dell’iniziativa che sarà al
LABORATORIO OCCUPATO SKA
NAPOLI -Calata Trinità Maggiore, presso Piazza del Gesù

FOCUS:
• Il tentativo di Golpe del 2002
• Accesso ad una sanità pubblica e gratuita
• Comitati di quartiere (Consejos Comunales)
• Radio comunitarie e media alternativi

Presentazione

Dopo la dittatura militare di Pérez Jiménez (1948-1958), il Venezuela visse un lungo periodo di democrazia formale, basata sull’alternanza di forze unite nella persecuzione della guerriglia e nella repressione della protesta. Nel 1989 quanti non arrivavano più a fine mese diedero vita al cosiddetto Caracazo, delle azioni di saccheggio represse dal Governo di Carlos Andrés Pérez. In un contesto di povertà, speculazione e parassitismo, nel 1992 Hugo Chávez venne arrestato mentre era alla guida di una sollevazione militare. Candidato a Presidente nel 1998, vinse contro la vecchia classe politica col progetto di una nuova Costituzione (1999); da allora è la Destra a mettere in campo tentativi di destabilizzazione.
A tal propostito, proietteremo alcuni frammenti sul tentativo di Colpo di Stato del 2002 tratti dal documentario Puente Llaguno. Claves de una masacre.

Passati gli anni dei sabotaggi e dei tentativi di rovesciamento, nel 2005 Hugo Chávez apre nuovi programmi sociali (Misiones) e lancia la Misiòn Barrio Adentro grazie alla collaborazione di migliaia di medici cubani. Si inizia a parlare del Socialismo del Siglo XXI ed il chavismo getta le basi per la costruzione di un’altra società, che fosse fondata su: l’accesso ad una sanità pubblica e gratuita; i programmi di alfabetizzazione (Misiòn Robinson); la nascita dell’Universidad Bolivariana de Venezuela; una legge che invita a costituire Comitati di Quartiere (Ley de los Consejos Comunales); l’incentivazione del cooperativismo e della gestione operaia delle fabbriche; la creazione di mercati alimentari a prezzi calmierati; investimenti nei trasporti pubblici e per la ristrutturazione delle case; crediti agevolati per la prima casa; e poi, la diffusione di libri gratuiti o a basso costo, la contro-informazione, le radio e le televisioni comunitarie…

Sul finire del 2006 Chávez viene rieletto con un 63% che premia le sue iniziative politiche. Forte dei consensi ottenuti, il 2007 viene dedicato al referendum per riformare circa 60 articoli della Costituzione in direzione del socialismo: ridefinizione delle istituzioni da quelle locali a quelle nazionali (Nueva Geometrìa del Poder); riduzione a 36 ore dell’orario di lavoro settimanale (44 ore per la legge vigente); definizioni dei vari tipi di proprietà (privata, mista e collettiva), e tante altre proposte che avrebbero cambiato di fatto l’impianto costituzionale. Tuttavia ci fu grande astensione e vinse di una manciata di voti il NO. Da allora il chavismo ha lavorato alla difesa ed al consolidamento dei passi in avanti compiuti.

Proveremo a concentrare il dibattito sulle iniziative politiche che hanno stimolato la partecipazione dal basso ed hanno così consentito la prosecuzione del processo politico venezuelano nonostante la morte del suo leader.

Intervengono:
Indira Pineda – sociologa cubana
Fabio Avolio – diariodacaracas.blogspot.com

Video-intervista da Caracas a:
Jonathan Ochoa – attivista culturale

Dieci domande sulla crisi

di Michel Collon

1.Subprimes?
Il punto di partenza è una vera truffa visto che la banche occidentali hanno guadagnato una enorme quantità di denaro a discapito delle case statunitensi, dicendo a coloro che avevano contratto un mutuo che se non erano in grado di pagare, gli avrebbero tolto le proprie case per quattro soldi.

2. E’ solo una crisi bancaria?
Assolutamente no. Si tratta di una vera crisi economica che è cominciata nel settore bancario, ma le cause di essa sono molto più profonde. In realtà, tutta l’economia degli Usa vive a credito da trent’anni. Le imprese si indebitano oltre le proprie possibilità, anche lo stato si indebita oltre le proprie possibilità (per fare la guerra) e hanno spinto sistematicamente i cittadini ad indebitarsi, l’unica maniera per mantenere, artificialmente, una crescita economica.

3. La vera causa?
Sicuramente i media di comunicazione tradizionali non ci dicono nulla. E senza dubbio i subprimes non sono più che la punta di un iceberg, la manifestazione più spettacolare di una crisi di sovrapproduzione che colpisce gli USA ma anche i paesi occidentali. Se l’obiettivo finale di una multinazionale consiste nel licenziare i lavoratori in massa per fare lo stesso lavoro con meno persone, se inoltre si comprimono i salari con ogni mezzo e con l’aiuto di governi complici, a chi vanno a vendere i capitalisti le loro merci? Non hanno smesso di depauperare i loro clienti!

4. E’ solo un altra crisi che si aggiunge?
La storia dimostra che il capitalismo è passato sempre da una crisi ad un’altra, con, di quando in quando, una buona guerra per uscire da essa (eliminando i suoi rivali, imprese, infrastrutture, ciò che permette un buon rilancio economico). In realtà le crisi sono anche un periodo del quale i grandi ne approfittano per eliminare o assorbire i più deboli. Quello che accade ora nel settore bancario statunitense, o nel caso di BNP che assorbe Fortis (e tutto ciò non è che l’inizio). Ma, se la crisi rafforza la concentrazione di capitali in mano ad un numero ancora più piccolo di multinazionali, quale sarà la conseguenza? Questi supergruppi avranno ancora più mezzi per eliminare ed impoverire la mano d’opera e trasformarsi in una competizione ancora più forte. Siamo di nuovo al punto di partenza.

5. Un capitalismo su basi etiche?
Sono centocinquant’anni che ce lo promettono. Persino Bush e Sarkozy lo hanno fatto. Ma è, in realtà, una cosa talmente impossibile come è impossibile che una tigre diventi vegetariana. Il fatto è che il capitalismo si appoggia su tre principi: 1. la proprietà privata dei grandi mezzi di produzione e di finanziamento. Non è la popolazione che decide sono le multinazionali; 2. La competitività: vincere la guerra economica, vale a dire, eliminare la concorrenza; 3. Il massimo profitto: per vincere questa battaglia non basta ottenere benefici normali o ragionevoli, bensì un saggio di profitto che permetta di distanziare la concorrenza. Il capitalismo è la legge della giungla, come già scrisse Carlo Marx: “il capitale è terrorizzato dall’assenza del profitto. Quando sente un profitto ragionevole, si inorgoglisce. Al 20% si entusiasma. Al 50% è temerario. Al 100% abbatte tutte le leggi umane ed al 300% non si ferma davanti a nessun crimine.”

6. Salvare le banche?
Ovviamente, è necessario proteggere i clienti delle banche. Ma, in realtà, ciò che lo stato sta facendo è proteggere i ricchi e nazionalizzare le perdite. Per esempio, lo stato belga non aveva 100 milioni di euro per aiutare la popolazione per mantenere il suo potere d’acquisto ma per salvare le banche è riuscito a trovare 5.000 milioni in due ore. Migliaia di milioni che noi dobbiamo rimborsare. Il fatto ironico è che Dexia era una Banca Pubblica e che Fortis ha acquisito una banca pubblica che funzionava molto bene. Grazie a questa banca i suoi dirigenti hanno fatto affari per vent’anni. E adesso che la cosa non funziona, si chiede a questi dirigenti che paghino i piatti rotti con i soldi che hanno guadagnato e che hanno accumulato?
No, si chiede a noi di pagare per loro.

7. I mezzi di comunicazione?
Lungi dallo spiegarci tutto ciò, focalizzano la loro attenzione su fatti secondari. Ci dicono che si deve cercare dove sono gli errori, i responsabili, combattere gli eccessi e bla bla bla. Di sicuro non si tratta di questo o di quell’altro errore, ma proprio del sistema. Questa crisi era inevitabile. Le imprese che stanno fallendo sono le più deboli o quelle che hanno avuto la sorte peggiore. Quelle che sopravvivranno avranno più potere sull’economia e sopra le nostre vite.

8. Il neoliberalismo?
La crisi non è stata provocata ma accelerata dalle modalità neoliberali degli ultimi venti anni. I paesi ricchi hanno provato ad imporre questo neoliberalismo in tutto il terzo mondo. In America Latina, cosa che finisco ora di studiare durante la preparazione del mio libro “I sette peccati capitali di Hugo Chávez”, il neoliberalismo ha portato milioni di persone alla miseria. Ma all’uomo che ha lanciato il segnale della resistenza, l’uomo che ha dimostrato che si può resistere alla Banca Mondiale, al FMI e alle multinazionali, l’uomo che ha insegnato che si devono voltare le spalle al neoliberalismo per ridurre la povertà, quest’uomo, Hugo Chávez, non smette di essere demonizzato a colpi di menzogne mediatiche e di diffamazioni infondate. Perché?

9. Il terzo mondo?
Si parla solo delle conseguenze della crisi nel Nord. In realtà, tutto il terzo mondo soffrirà gravemente a causa della recessione economica e della caduta dei prezzi delle materie prime che provocherà la crisi.

10. L’alternativa?
Nel 1989, un famoso autore statunitense, Francis Fukuyama, ci annunciava la Fine della Storia: il capitalismo aveva trionfato per sempre, ci disse.
Non è stato necessario molto tempo perché i vincitori fossero smentiti. L’umanità ha bisogno davvero di un altro tipo di società. Il sistema attuale fabbrica migliaia di milioni di poveri, affonda nell’angoscia quelli che hanno (provvisoriamente) la fortuna di lavorare, moltiplica le guerre e rovina le risorse del pianeta. Pretendono che l’umanità sia condannata a vivere sotto la legge delle giungla, tutto questo significa prendere la gente per imbecilli. Come dovrebbe essere una società più umana, che offra un avvenire degno per tutti? Questo è il dibattito che tutti abbiamo l’obbligo di lanciare. Senza tabù.

6 ottobre 2008

[10 ottobre 2008, trad. dal castigliano di Ciro Brescia]

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